La grande epidemia – anno secondo. Seconda parte

11 maggio 2021

La grande epidemia – anno secondo. Seconda parte

1.0          La disparità di contagio nel mondo

Alla luce di quanto abbiamo visto nella mia ultima nota salta subito agli occhi la notevole disparità nel numero di contagi e nel numero di morti nei vari Paesi del mondo. Le autorità di ogni stato si sono arrampicate sugli specchi per trovare cause che riducessero le responsabilità di ognuno e, purtroppo, la geopolitica ha esasperato questi veri e propri conflitti. Ne ho parlato a lungo l’anno scorso e rimando ai miei articoli dell’epoca chi fosse interessato. Questa volta mi limito a fornirvi qualche sommario e approfondimento. Alcuni aspetti sono del tutto evidenti ed un esempio è la notevole differenza fra Svezia da un lato e Danimarca, Norvegia e Finlandia dall’altro. Questi Paesi hanno molto in comune, a partire da un “distanziamento” intrinseco della popolazione e un’ottima struttura sanitaria. La Svezia però ha adottato una strategia di contrasto al virus molto meno rigorosa degli altri tre Paesi ed i risultati si vedono: 1333 morti/milione di abitanti, contro 420 della Danimarca e 150 della Finlandia. Il governo svedese confidava nell’autoregolamentazione dei cittadini e sperava in questo modo di scongiurare la prevedibile crisi economica. La contrazione del PIL è stata per la Svezia 2,8%, 2,9% la Finlandia, 2,5% la Norvegia e 3,3% la Danimarca. Sembra che oggi la velocità di recupero della Svezia sia un po’ più alta ma comunque, a mio avviso, i minimi vantaggi economici non giustificano il sacrificio di tante vite umane che poteva essere evitato. Dell’Europa continentale vi ho parlato a lungo l’anno scorso. L’Italia sta purtroppo in coda alla triste graduatoria dei morti. Ogni Paese trova qualche spiegazione per giustificare le sue performances: l’Italia per esempio una maggior presenza di anziani, ma, come hanno dimostrato tante statistiche, questo fatto può spiegare solo una piccola parte della differenza. Certamente la Germania che è largamente in testa sia nella prima che nella seconda fase ha dimostrato di avere una maggiore organizzazione e soprattutto una più alta capacità di posti letto e personale sanitario specializzato, sia nei reparti normali che nelle rianimazioni, come pure di attrezzature. Credo che nessuno di noi potrà mai dimenticare le foto dei reparti di pronto soccorso in Spagna con i malati sdraiati su materassini direttamente sul pavimento, o in Italia in cui le ambulanze erano diventate posti letto ausiliari. E non dimenticherò mai i malati che venivano lasciati a casa fino a quando non erano in condizioni disperate. Infine le dichiarazioni dei medici nelle regioni più colpite che, esausti per la fatica, dicevano di essere costretti a stabilire le priorità per chi accettare in rianimazione. Erano come gli ospedali da campo durante una guerra e molta gente fuori non voleva accettarlo. Ma perché l’Europa, la ricca Europa, come pure gli Stati Uniti si sono fatti trovare così impreparati? Questa domanda richiede varie risposte: la prima è l’analisi di ciò che è successo, ma immediatamente dopo dobbiamo cercare di capire cosa sta facendo il mondo per prepararsi al futuro. Tutti gli esperti al mondo sono concordi almeno su questo punto. Come era già stata prevista negli anni scorsi una pandemia nel prossimo futuro, oggi sappiamo già che nei prossimi anni ce ne sarà un’altra, e poi un’altra ancora… Perché questa certezza? Guardiamo la storia. Le grandi pestilenze che hanno funestato tutta la storia dell’umanità impiegavano vari secoli per diffondersi da una parte all’altra del mondo. Si viaggiava a piedi o in carrozza o per mare in piccoli gusci affidati ai capricci del vento. Un’epidemia, per diffondersi, aveva bisogno di secoli e di condizioni particolarissime perché un contagiato moriva prima di arrivare lontano dal punto di partenza. E’ vero, contagiava altri, ma il fronte di avanzamento era lento. Le grandi epidemie di cui ci hanno parlato Boccaccio e Manzoni (per non andare troppo lontano nel tempo) impiegarono dei secoli. Oggi invece un ipotetico contagiato asintomatico in Asia prende un aereo e sbarca in Europa ancora asintomatico dopo dodici ore. Una volta arrivato si mescola, insospettabile, con la popolazione locale e il gioco è fatto. In previsione di una pandemia, tutti i Paesi del mondo, su indicazione dell’OMS avevano preparato appositi piani di emergenza che avrebbero dovuto essere aggiornati di tanto in tanto. Pochi si sono curati di farlo. Come sapete tutti, la magistratura italiana ha aperto un’inchiesta perché, una volta iniziata l’epidemia, pare che fosse stato scritto un rapporto negativo sulla situazione, poi fatto scomparire per non fare emergere le responsabilità di alcuni. E’ bene che la magistratura vada avanti e scopra eventuali responsabilità e possibili reati. Chiediamoci però una cosa, secondo me fondamentale. E’ stata questa la causa della nostra impreparazione? Sarebbe cambiato qualcosa se i piani di emergenza fossero stati aggiornati a tempo debito? Penso proprio di no, la causa vera è ben diversa. Il fatto è che tutto l’occidente non ha creduto assolutamente che un’epidemia, scoppiata nella lontana Cina, potesse arrivare all’improvviso e così presto da noi. Del resto l’Ebola non è mai arrivata e così pure la SARS ed infine l’aviaria. Anzi per quest’ultima il governo era stato fortemente biasimato per aver comprato vaccini poi rimasti inutilizzati.  In un articolo dell’11 maggio 2020 ho allegato una serie di documenti che secondo me costituiscono un atto d’accusa per tutto l’Occidente. Vi riassumo solo alcune date.

Il 31 dicembre 2019 l’ufficio dell’OMS in Cina informa che un focolaio di polmonite di eziologia sconosciuta si è sviluppato a Wuhan. Il 3 gennaio, dei 44 casi riportati 11 sono in condizioni molto gravi. Le autorità cinesi informano che i segni clinici sono febbre, difficoltà respiratorie e le radiografie mostrano lesioni invasive ad entrambi i polmoni. Da quel giorno la sede dell’OMS organizza ogni pomeriggio una conferenza stampa con aggiornamenti. Il 12 gennaio la Cina pubblica la sequenza genetica del nuovo coronavirus.

Il 6 gennaio il governo giapponese da istruzioni a tutte le strutture sanitarie locali di controllare e comunicare tutti i casi di polmonite anomala con sintomatologia simile a quella di Wuhan. Il 16 gennaio viene scoperto il primo caso in un passeggero proveniente dalla Cina

In Tailandia il 13 gennaio viene scoperto il primo caso anche questa volta in un passeggero arrivato in aereo dalla Cina.

In Corea il 19 gennaio una passeggera arrivata all’aeroporto ha 38,3 °C di febbre, viene immediatamente isolata e ricoverata e il coronavirus è diagnosticato. Tutti gli ospedali devono segnalare casi di polmonite anomala.

Il 24 gennaio ci sono 830 casi in Cina (265 più del giorno precedente) e 11 all’estero. Il 31 gennaio il virus è arrivato in Giappone, Korea, Vietnam, Singapore, Australia, Malesia, Cambogia, Filippine, Tailandia, Nepal, Sri Lanka, India, USA, Canada, Francia, Finlandia, Germania e proprio in quel giorno anche in Italia. La diffusione, anche se estremamente limitata nel numero, è ormai mondiale. Il 31 gennaio il governo italiano "Ritenuto necessario provvedere tempestivamente a porre in essere tutte le iniziative di carattere straordinario sia sul territorio nazionale che internazionale, finalizzate a fronteggiare la grave situazione internazionale determinatasi…<dichiara> per sei mesi dalla data del presente provvedimento, lo stato di emergenza in conseguenza del rischio sanitario connesso all’insorgenza di patologie devianti da agenti virali trasmissibili… Per l’attuazione degli interventi… si provvede con ordinanze emanate dal Capo del dipartimento della protezione civile in deroga a ogni disposizione vigente ….”

E quando è stato il primo caso ufficiale in Italia?  Questo è molto più facile. Il famigerato paziente 1 fuidentificato in un giovane (38 anni) che aveva partecipato ad una cena con un collega arrivato dalla Cina. (Oggi sappiamo che ci sono stati casi già a novembre non diagnosticati) Nei giorni successivi aveva fatto la sua vita normale, una partita di calcetto, una gara podistica, incontri vari etc. Annalisa Malara, una giovane anestesista di Cremona che lavorava all’ospedale di Codogno racconta gli avvenimenti, ed anche questo è molto istruttivo.

“Mattia, il paziente 1, dal 14 febbraio aveva la solita influenza, che però non passava. Il 18 è venuto in pronto soccorso a Codogno e le lastre hanno evidenziato una leggera polmonite. Il profilo non autorizzava un ricovero coatto e lui ha preferito tornare a casa. Questione di poche ore: il 19 notte è rientrato: quella polmonite era già gravissima…. Il paziente, e tutti noi, siamo stati salvati da rapidità e gravità dell’attacco virale. Dalla medicina è arrivato in rianimazione. Quello che vedevo era impossibile. Questo è stato il passo falso che ha tradito il corona virus. Giovedì 20, a metà mattina, ho pensato che a quel punto l’impossibile non poteva più essere escluso….  Ho chiesto un’altra volta alla moglie se Mattia avesse avuto rapporti riconducibili alla Cina. Le è venuta in mente la cena con un collega, quello poi risultato negativo……<Per fare il tampone> ho dovuto chiedere l’autorizzazione all’azienda sanitaria. I protocolli italiani non lo giustificavano. Mi è stato detto che se lo ritenevo necessario e me ne assumevo la responsabilità potevo farlo…..Verso le 12.30 del 20 gennaio i mie colleghi ed io abbiamo scelto di fare qualcosa che la prassi non prevedeva. L’obbedienza alle regole mediche è tra le cause che ha permesso a questo virus di girare indisturbato per settimane…. Il tampone di Mattia è partito per l’ospedale Sacco prima delle 13.00 di giovedì. La telefonata che confermava il Covid-19 mi è arrivata poco dopo le 20.30. Nel frattempo io e i tre infermieri del reparto abbiamo indossato le protezioni suggerite per il corona virus. Questo eccesso di prudenza ci ha salvato… Speriamo di aver contribuito a dare tempo a colleghi e istituzioni, in Italia e in Europa. Abbiamo guadagnato giorni preziosi per il contrasto all’epidemia. Se anche i cittadini li usano bene, rispettando indicazioni e misure di prevenzione, molti potranno guarire ed altri eviteranno il contagio”. Questo si che è un medico.  Eppure ancora il 21 febbraio, nonostante il virus fosse ormai diffuso in tutto il mondo e in Italia fosse stato proclamato lo stato di emergenza sanitaria i protocolli non prevedevano alcuna procedure speciale. Ma c’è di peggio. Ieri leggevo un articolo qui in Italia che giustificava la nostra impreparazione dicendo che purtroppo noi siamo stati il primo Paese fuori dalla Cina ad avere un caso di Coronavirus. E’ ignoranza o disinformazione? Mi auguro la prima, ma in entrambi i casi è deprecabile.

Cosa intendo dire. Mentre il Giappone già il 6 gennaio dava istruzioni di controllare tutti i casi di polmonite anomala e dare immediatamente l’allarme (e lo stesso succedeva in tutto il mondo orientale), in Italia (e più o meno in tutto l’Occidente) nonostante lo stato di emergenza già in ritardo di suo, ancora un mese dopo non era stata messo in atto alcun vero ed efficace protocollo di emergenza. E’ questa la vera responsabilità ed è del tutto indipendente dal mancato aggiornamento delle procedure generali di emergenza. E’ però figlia della stessa incuria, della maledetta burocrazia che almeno in Italia (non so all’estero) è del tutto incapace di mettere in atto ogni decisione politica o amministrativa senza ritardi, o con ritardi accettabili. Del resto sappiamo tutti che una legge, una volta approvata definitivamente in Parlamento, diventa operativa solo dopo molti mesi per mancanza di decreti attuativi o altre diavolerie del genere. Impareremo la lezione? Purtroppo non credo. Abbiamo infatti preso un’altra strada: cercare il colpevole lontano da noi.

Quanto detto non spiega però da solo l’enorme differenza di contagi e morti fra noi ed i Paesi sparsi nell’oceano Pacifico fra la Tailandia e la California sia nell’emisfero nord che al di sotto dell’equatore. Non voglio parlarvi della Cina perché riceverei la solita risposta “E’ un’autocrazia e può imporre leggi ferree” e via di seguito. Vi parlo di tutti gli altri Paesi governati dai regimi più diversi ed abitate da etnie diversissime. Come ho cercato di mostrarvi nell’articolo del mese scorso quei Paesi possono mostrare “numeri” molto diversi dai nostri. Come mai? Con poche, semplici regole, basate sugli stessi principi anche se applicate in maniera diversa.

1                    Allarme a tutte le unità sanitarie fin dal primo annunzio del virus all’inizio di gennaio

2                    Isolamento di ogni focolaio al suo primo apparire

3                    Tracciamento dei contagi sfruttando al massimo tutti gli elementi che la tecnologia ci mette a disposizione oggi. Si limita la privacy? Certamente, ma la salute pubblica e la vita di milioni di persone dovrebbe essere prioritaria. Del resto la figura che vi ho mostrato il mese scorso in cui Google indica giorno per giorno i movimenti delle persone (e ovviamente sa molto di più) è già una limitazione, come pure lo sono le telecamere di sorveglianza di cui sono piene le nostre strade (in mano di privati), la conoscenza puntuale di tutti i prelievi bancomat, dei pagamenti con carte di credito, i passaggi in auto nelle zone a traffico limitato con relative fotografie, i contatti che abbiamo con il cellulare che le società telefoniche sono obbligate a conservare per anni con le relative posizioni…… Potrei andare avanti all’infinito.

In coda a queste note vi racconterò con qualche dettaglio, in via puramente esemplificativa, cosa è stato fatto in Corea.

2.0            I vaccini e l’Europa

Come tutti sapete, non appena il mondo si rese conto della serietà dell’epidemia, si scatenò un gigantesca gara a mettere a punto al più presto vaccini adeguati per bloccarla e sconfiggerla definitivamente. Nel frattempo l’unico rimedio sembrava un adeguato distanziamento; del resto esso aveva funzionato con la peste del ‘300 e quella più famosa dei Promessi Sposi. Si diffuse da quel momento la parola “lock-down”, confinamento, che però aveva significati ben diversi nei diversi Paesi. Il primo vaccino a essere registrato fu il russo “Sputnik V”, seguito a ruota da ben tre vaccini cinesi. Tutti erano basati su tecnologie convenzionali e furono accolti dall’ilarità più ancora che dalla diffidenza di tutti noi. Si diceva “Si, lo hanno fatto, ma Putin non si è mica vaccinato”, oppure “Chi sa se salva o si limita ad essere innocuo; purché non ammazzi”. Al di là dei pregiudizi molto diffusi esisteva una diffidenza reale, dovuta all’opacità dei dati messi a disposizione del mondo scientifico internazionale. In Occidente, gli USA diedero un imponente supporto finanziario per lo sviluppo di vaccini autoctoni, due in particolare, “Pfizer” e “Moderna” basati su tecnologie assolutamente innovative. C’era però una serie numerosa di altri vaccini in corso di sperimentazione, due dei quali “AstraZeneca” (inglese) e “Johnson & Johnson” (americana) più promettenti degli altri. In Europa, la francese “Sanofi” iniziò e poi sospese le sperimentazioni, e più in ritardo si mosse anche l’Italia con un vaccino “nazionale”. E’ di pochi giorni fa la notizia che tali studi sono sostanzialmente fermi per problematiche burocratiche relative ai finanziamenti! L’opinione pubblica italiana si divise sostanzialmente in tre fazioni. Fortunatamente la prima, la maggioranza, si dichiarava favorevole a vaccinarsi appena possibile e con qualsiasi vaccino. Esistevano però due gruppi molto chiassosi che andarono in piazza con manifestazioni molto accese. Il primo era costituito dai “negazionisti” che portavano avanti le teorie più stravaganti e talvolta spassose. Secondo una di esse Bill Gates sarebbe all’origine della creazione “artificiale” di questo virus che poi avrebbe trattato con vaccini da lui venduti a caro prezzo. Questi vaccini iniettavano un microchip mediante il quale attraverso il 5G l’intera umanità sarebbe stata posta sotto controllo! E’ incredibile a che livello di idiozia possa arrivare la gente. E di queste teorie ce n’erano, e ci sono ancora, un intero campionario. Il secondo gruppo sosteneva che i vaccini di nuova generazione erano pericolosissimi perché avrebbero alterato il DNA dei malcapitati vaccinati, con conseguenze drammatiche per i loro figli. Mai e poi mai si sarebbero fatti vaccinare con Pfizer o Moderna. Meglio andare sul sicuro e aspettare AstraZeneca (il contrario di quanto sta succedendo oggi).

I nostri governati hanno avuto a che fare con queste proteste, ovviamente amplificate dai Social.

Permettetemi di ricordarvi (o far sapere ai più giovani) che quando furono scoperti i vaccini antipolio, prima il Salk e poi il Sabin, nonostante i rischi che, specialmente il primo, comportavano, noi studenti venivamo prelevati a scuola a classi intere e portati ad essere vaccinati. Non c’erano dibattiti, moduli interminabili da compilare, permessi da chiedere etc. E la poliomielite è stata sconfitta. Oggi si viene a sapere che il vaccino Johnson & Johnson su sette milioni di vaccinati ha provocato sette reazioni serie di cui una mortale! L’opinione pubblica, senza alcuna competenza non dico di medicina ma neanche dei minimi rudimenti di statistica, dibatte non si sa di che cosa. Questi dibattiti dovrebbero essere lasciati agli scienziati. Del resto chi ha mai saputo (a parte alcuni specialisti) quanti morti hanno creato i vaccini antipolio o più semplicemente quante emorragie gastriche gravi produce l’aspirina come qualsiasi altro farmaco! Oggi una grande quantità di persone rifiuta il vaccino AstraZeneca (forse le stesse persone che prima rifiutavano Pfizer) e chiedono a gran voce che venga acquistato Sputnik (prima oggetto di risate) come hanno fatto a San Marino, o in alcuni Paesi della EU.

Queste possono essere considerate boutades, ma esistono problematiche ben più serie che vanno ascritte alla famosa tradizione che “la colpa è sempre di un altro, possibilmente lontano da noi”. Era abbastanza ovvio che, una volta che i vaccini fossero stati messi in commercio, ci sarebbe stata una battaglia senza esclusione di colpi per accaparrarseli per primi. Infatti, a parte l’uscita da una gigantesca catena di morti, ogni Paese una volta uscito dall’epidemia avrebbe potuto far ripartire la propria economia con conseguenti vantaggi rispetto agli altri. I Paesi della UE decisero correttamente di fare una trattativa comune con le varie aziende produttrici in modo da evitare, a parte l’inevitabile concorrenza internazionale, quella interna fra i 27 Paesi europei. L’acquisto separato poteva interessare forse la Germania e, parzialmente anche la Francia, ma certamente non gli altri Paesi, incluso noi, che non saremmo stati in grado di affrontare un’asta e non avevamo altre materie di pressione politica.

Bene, viene costituito un comitato in cui sono rappresentati tutti i Paesi, fra cui in posizione preminente Sandra Gallina, la rappresentante italiana. Alla commissione viene assegnato, come obiettivo prioritario, il raggiungimento del minor prezzo possibile vista la grande quantità di vaccini esistenti. Come tutti sapete si sono verificati notevolissimi ritardi nelle consegne a favore di altri Paesi. Di qui una gigantesca diatriba sull’incapacità negoziale “dell’Europa”. Ma è vero? Vi faccio l’esempio di Pfizer che ad un certo punto cominciò a ritardare le consegne. L’opinione pubblica si scatenò anche perché le clausole contrattuali erano riservate. La prima accusata fu proprio la dott. Gallina, colpevole di non essere esperta di virologia. In questo caso tale esperienza non serviva, mentre serviva una notevole esperienza di grandi negoziati internazionali. So anche che la Dott. Gallina ha condotto con successo altri negoziati molto delicati in materia doganale. Mi permetto di dire che qui si trattava di negoziare principalmente prezzi, termini di consegna, responsabilità e penali: una cosa molto specifica.  Chi ha negoziato contratti di questo tipo sa bene che questi aspetti sono intimamente legati fra loro e l’obiettivo assegnato alla nostra delegazione era ben chiaro “minimo prezzo”. Ora, a parte Israele che ha pagato quasi il doppio (ma era un numero di dosi molto limitato), sia Inghilterra che USA hanno pagato enormemente più dell’Europa. Erano stupidi? Certamente no, perché in questo modo hanno potuto ottenere clausole più favorevoli in termini di consegne e penali. A questo proposito tutti citano una frase di questo contratto. Il fornitore si impegnava a fare i “best reasonable efforts” per consegnare le dosi pattuite su base trimestrale (quindi anche tutte l’ultimo giorno del trimestre). Ma c’è qualcosa di più importante. Le tre parole che vi ho citato sono state tradotte in italiano “massimo sforzo possibile”, ma questa traduzione è errata, il contratto recita reasonable che nella contrattualistica anglosassone vuol dire qualcosa di molto diverso. Sfortunatamente la lingua del contratto è inglese e probabilmente la legge di riferimento è anglosassone (inglese o americana). Non entro in dettagli che non credo vi interessino, ma quelle tre parole, secondo la contrattualistica internazionale, permettono a Pfizer di avere ritardi purché spiegabili e ragionevoli. L’immediata difesa infatti fu che in tempi così brevi non era stato possibile verificare in anticipo la resa di ogni batch di produzione. Si disse che le consegne erano un quinto di quelle contrattuali. Se così fosse sarebbe stato possibile chiedere comunque danni dovuti a infrazione grave del contratto, ancorché non menzionati esplicitamente. Molto diverso il caso se non ci fosse stata la parolina “reasonable” che crea la differenza. Sarebbe stato possibile non inserirla? Certamente ma non a quel prezzo ridottissimo rispetto agli altri. Oggi, è stato stipulato un altro contratto, sempre con Pfizer per una fornitura aggiuntiva: questa volta le forniture arrivano addirittura in anticipo! Come mai? Sembra che questa volta abbiamo pagato ogni dose il 25% in più. Non solo, ma stiamo negoziando un ulteriore grande fornitura ad un prezzo circa il 50% più alto di quello originale. E’ veramente colpa dell’Europa? Non credo proprio. La colpa è dei 27 rappresentanti che hanno pensato più al risparmi che ai risultati. Era ovvio che tutti volessero i vaccini per primi. E’ giusto? E’ eticamente corretto? Certo che no, ma invece di guardare a USA e UK guardiamo ai Paesi del terzo e quarto mondo. Molti di essi non hanno avuto ancora nessuna dose del vaccino. Se fossimo stati tutti trattati in maniera eticamente equa, vista la scarsità della produzione ne avremmo avuti molti, molti di meno.

 

3.0          Sospendiamo i brevetti?

Aggiungo un commento relativo a questo punto per il quale proprio ieri (5 maggio) si è aperta una discussione internazionale. Biden si è dichiarato favorevole alla sospensione dei diritti di brevetto per questo farmaco vista l’emergenza internazionale. L’Europa viene sollecitata a fare una dichiarazione analoga e a premere sull’OMS perché tutti i Paesi approvino una risoluzione in tal senso. Viene citata a questo proposito una legge americana che, in caso di emergenza, da al governo il diritto di imporre ad alcune fabbriche di riconvertirsi temporaneamente alle produzioni ritenute urgenti. Da un punto di vista emozionale credo che chiunque dovrebbe associarsi a questa richiesta invocata anche da Papa Francesco. Siamo stati prepotenti è vero, America e Europa si sono accaparrati la produzione completa disponibile al mondo ignorando le esigenze legittime degli altri. Le grandi case farmaceutiche si sono arricchite abbastanza, ma ora è tempo di porre un limite a questo egoismo estremo. I dati mondiali confermano tutto ciò. Fino ad oggi sono stati distribuiti oltre un miliardo e duecento milioni di dosi di vaccino. Vediamone però la distribuzione. A livello mondiale la media è 15,9 dosi ogni cento persone, ma come sono state utilizzate? In UK le dosi disponibili sono 76,7% (76.7 ogni cento abitanti), in USA il 75,3%, in Ungheria 67%, in Serbia 54,6%, in Germania 40%, in Spagna e Canada 39,5%, in Austria 38%, in Italia 37.5%, in Belgio e Portogallo 36%, in Francia e Lussemburgo 35%. Passiamo gradualmente al livello intermedio. In Brasile 21,9%, in Cina 20,7%, in Messico 15,5%, in Russia 14,5%, in Australia 9,7%, e in Giappone, inspiegabilmente anche tenendo conto che dovrà ospitare a breve le Olimpiadi, solamente il 3%. Andiamo infine al sud del mondo, la grande maggioranza degli ospiti del globo terrestre che hanno avuto la sfortuna di nascere nel posto sbagliato senza alcuna colpa. Tunisia 3,8%, Nigeria 0,61%, Etiopia 1% E’ facile comprendere che in questi Paesi i “potenti” sono riusciti in qualche modo a vaccinarsi. La gran maggioranza delle nazioni povere però, specialmente africane, non hanno ricevuto neanche una dose di vaccino. La media dei vaccini disponibili in Africa è pari a 0,8%, solo 8 vaccini ogni mille abitanti. Durante la fase in cui il mondo aspettava l’arrivo di questi farmaci si era deciso che medici e infermieri di tutto il mondo avrebbero dovuto avere la precedenza assoluta, ma neanche questo è stato ottenutoAllora è ovvio, uniamoci tutti e facciamo in modo che in qualunque nazione si possano avere vaccini in gran quantità e a basso costo. Ma è possibile?

Prima di discuterne è necessario osservare gli antefatti

  1. L’Italia ha bloccato temporaneamente l’esportazione dei vaccini prodotti nel nostro territorio per reazione all’Inghilterra che faceva altrettanto. Oggi circa il 50% dei vaccini europei sono venduti o donati fuori dall’Unione.
  2. Gli USA hanno bloccato grandi quantità di AstraZeneca che non potevano neanche distribuire alla popolazione perché questo vaccino non ha l’approvazione della FDA. Solo da poco ne ha concesso “in prestito” una piccola parte (quattro milioni su trenta) a Messico e Canada.
  3. L’Economist in un articolo del 25 aprile attacca pesantemente Biden per la sua politica sui vaccini. “E vero – sostiene – che il Presidente ha promesso 4 miliardi di $ alla rete covax dell’OMS per comprare vaccini, ma che se ne fanno se i vaccini non si trovano sul mercato?”
  4. C’è di peggio. Sempre l’Economist in un articolo del 22 aprile ha pubblicato un drammatico appello (del 16 aprile) di Adar Poonawalla, capo del Serum Institute of India, il più grande produttore mondiale di vaccini. Fino ad ora l’istituto ha prodotto per il mercato interno ed esportato una grandissima quantità di AstraZeneca. Adar “implora” in un tweet il presidente Biden di sospendere l’embargo all’esportazione di 37 materie prime e ausiliarie necessarie per produrre i due vaccini (anti covid) che altrimenti saranno irrimediabilmente fermati. Si tratta di AstraZeneca, di cui l’istituto produce 100 milioni di dosi al mese e Novovax di cui produce 60-70 milioni al mese. Sempre Adnar sostiene che un precedente appello di due mesi prima non ha prodotto alcun risultato. Tutto ciò è avvenuto dopo che Biden il 5 febbraio ha annunziato l’attivazione del “Defence Production Act” una legge del 1950 che da al Presidente questa possibilità nel caso di necessità sanitarie. Questa legge ha bloccato l’esportazione non solo di prodotti chimici, ma anche di apparecchiature e materiali ausiliari come sottili tubi di plastica, filtri etc.
  5. Sempre l’Economist del 25 aprile dice che fonti americane hanno promesso di liberare l’esportazione dei materiali necessari per la produzione di AstraZeneca, ma non hanno fatto menzione del Novovax

E’ a questo punto normale chiedersi “Perché Biden propone di sospendere i brevetti e liberalizzare la produzione dei vaccini (possibile forse in un paio d’anni da ora per completare tutte le procedure necessarie) quando sarebbe più semplice facilitare (o non impedire) la vendita di prodotti che potrebbero essere immessi in abbondanza sul mercato internazionale?

Ma anche questo è in fondo secondario. Chiediamoci anzitutto: una sospensione dei brevetti sarebbe una soluzione?

Analizziamone tutti gli aspetti. Si tratta anzitutto di disconoscere i diritti connessi alla proprietà intellettuale. Essi sono uno dei cardini fondamentali del nostro mondo capitalista-liberale e, su questa base, accusiamo pesantemente la Cina di imporre agli investitori stranieri la cessione delle tecnologie (mi consta direttamente che non è così e posso provarlo ma non è l’argomento di oggi). Resta il fatto che la violazione della proprietà intellettuale crea nel nostro mondo e nella nostra cultura un precedente gravissimo. L’OMS ovviamente plaude all’iniziativa e si attende le decisioni del WTO che avrà l’ultima parola. Già questo (l’unanimità di oltre 160 Paesi è richiesta) allungherà notevolmente i tempi. Ammettiamo però che questa sospensione dei diritti venga approvata in via eccezionale, essa costituirebbe comunque un precedente importante anche se fosse limitato alle sole emergenze sanitarie. Vi faccio alcuni esempi. Se dovesse l’inverno prossimo ripartire l’epidemia con ceppi diversi che richiedono una nuova vaccinazione di massa ed un nuovo vaccino come ci comporteremmo noi Americani ed Europei? Siamo proprio sicuri che accetteremmo una distribuzione uniforme in tutto il mondo a scapito dei nostri malati oppure alzeremmo di nuovo le nostre barricate? La nuova situazione infatti richiederebbe nuove ricerche, nuovi brevetti, nuove formulazioni e nuovi componenti senza i quali, brevetti o no, i vaccini non si possono produrre. Onestamente non credo proprio; ritorneremmo a un’asta indecorosa come quella dei mesi scorsi che noi tutti abbiamo voluto praticare. Ma c’è di più. Esiste una medicina (anch’essa molto sofisticata, a base di “anticorpi monoclonali”) che, se somministrata ai primi sintomi del Covid, può salvare moltissime vite. Mi pare che ci siano solo tre aziende al mondo a produrla e che la stiano studiando ora anche a Siena. Essa ha un costo altissimo (mi sembra oltre mille Euro per ogni fiala per ora) e una notevole difficoltà di produzione. In queste condizioni è difficile che questa medicina potrà mai arrivare alle popolazioni del terzo mondo. Oggi l’attenzione dell’opinione pubblica è focalizzata sul vaccino ma le organizzazioni sanitarie conoscono bene ciò che dico. E allora perché non applicare a questa medicina le stesse leggi? E che dire di tutte le altre epidemie che ogni anno aggrediscono i Paesi del terzo mondo senza sfiorare i Paesi ricchi? Quelle non ci interessano o facciamo lo stesso? E per la malaria, la malattia che fa più morti al mondo senza nessuna urgenza di accelerare le ricerche per un vaccino che vanno estremamente a rilento? Ma la malaria in Europa e in America non c’è!

Mettiamo da parte quanto ho detto e chiediamoci: ove fosse approvata, questa deroga sarebbe efficace? Si riuscirebbe ad immettere sul mercato una gran quantità di vaccini in tempi brevi? Secondo me no. Innanzitutto il nuovo produttore non potrebbe utilizzare il marchio originale (Pfizer, Moderna etc.), dovrebbe vendere il vaccino con un marchio sconosciuto. Inoltre le informazioni indicate su un brevetto sono quelle necessarie a proteggere la proprietà intellettuale dell’inventore, ma certo i segreti di produzione 8il vero know how) non sono descritti in dettaglio. Se così fosse, chiunque potrebbe produrre clandestinamente qualcosa coperta da brevetto e poi venderla sempre di nascosto. I segreti stanno solamente nella testa di alcune persone legate alle aziende in maniera strettissima. Quanto dico vale non solo per alcuni prodotti farmaceutici particolari, ma in ogni tipo di industria. In un brevetto in cui fui coinvolto come “inventore designato” moltissimi anni fa alcuni parametri critici come ad esempio alcune temperature erano indicati come un intervallo molto ampio etc.

Inoltre, una volta conosciuta la ricetta completa, servono le materie prime. Esse sono in questo caso varie decine e prodotte in varie parti del mondo. Anche in quel caso chi paga ottiene, e più paga prima ottiene. Non si può certo organizzare una produzione autarchica di tutto. Liberalizziamo anche queste?

Infine, l’aspetto più importante, bisogna attrezzare un centro di produzione estremamente complicato e costoso, servono macchinari il cui approvvigionamento richiede tempi lunghi, lo stesso edifico di produzione deve avere caratteristiche molto particolari, serve personale altamente qualificato, un laboratorio di analisi altamente sofisticato etc. altrimenti chi garantisce che ogni singola fiala non sia inutile o addirittura dannosa? Il controllo di qualità è anch’esso una materia molto difficile.

Allora non si può far niente?  I popoli dei Paesi  del terzo mondo devono morire? No, esiste una soluzione proposta mesi addietro da alcuni che sono stati immediatamente zittiti.

Stabiliamo intanto che, almeno in Europa, il prezzo dei farmaci non è completamente libero. Ogni produttore deve dare evidenza della composizione del prezzo, specificando diritti di brevetto, costi delle materie prime e ausiliari, costi di produzione, ammortamenti, costi generali, oneri finanziari, copertura dei rischi, profitto del produttore etc. Questi dati del resto compaiono nei bilanci delle aziende e sono certificati. Ciò che si evince è che il costo del brevetto ha un impatto ridotto sul prezzo totale del vaccino. E allora?

I Paesi ricchi, coordinati dall’OMS dovrebbero negoziare con “Big Pharma” un prezzo equo per la licenza, il know how e l’addestramento di chiunque volesse produrre in proprio questi vaccini. Tutto ciò dovrebbe essere pagato dai “Paesi ricchi”. A questo punto un numero notevole di stabilimenti sparsi in tutto il mondo ed in possesso già di una capacità di base sarebbero in grado di ricevere tutte le informazioni necessarie per produrre un vaccino testato e garantito purché si impegnassero (in maniera verificata) a produrre il vaccino al costo, maggiorato di un profitto ragionevole. Il pagamento dei costi di produzione (incluso approvvigionamento e costo delle materie prime) è un altro discorso da risolvere comunque anche nel caso di “sequestro del brevetto”. Per quanto mi risulta tutto ciò si sta verificando e le multinazionali che hanno il diritto di utilizzo dei brevetti stanno da tempo negoziando con fabbricanti locali qualificati la produzione su licenza. Ne è una prova il Serum Institute indiano che da tempo produce AstraZeneca e Novovax. Anche in Italia si partecipa alla produzione di AstraZeneca, ma solo all’infialamento (cioè al trattamento preliminare delle fiale vuote, al loro riempimento ed ai trattamenti finali fino alla spedizione, (come ci fanno vedere ogni sera durante i telegiornali), perché non dispone ancora delle attrezzature necessarie per la parte biologica; l’infialamento infatti richiede macchine convenzionali che sono facilmente disponibili fermando temporaneamente altre attività. Infine consideriamo che non è poi così facile convincere un’azienda a fare un investimento significativo con il rischio che poi, quando sarà in grado di vendere il prodotto, esso non sarà più necessario. Come ripaga il finanziamento ottenuto? Ed allora dovrebbero intervenire i singoli stati dando qualche forma di garanzia ai produttori ed anche ai venditori internazionali dei macchinari. E chi si fida delle garanzie fornite da molti Paesi africani?

Perché non se ne parla? Secondo me semplicemente perché è facile proporre di espropriare i diritti degli altri a furor di popolo senza che questa decisione possa avere un risultato in tempi utili, ma quando si tratta di mettere le mani al portafoglio e pagare, meglio glissare e far finta di niente, senza rendersi conto che non usciremo mai da questa epidemia finché essa sarà diffusa nel mondo.  Questa è comunque l’unica soluzione possibile e auspicable: LIBERALIZZARE la produzione senza restrizioni protezionistiche di sorta e SUPPORTARE i Paesi poveri con finanziamenti o grant adeguati. E’ inutile cercare soluzioni cervellotiche e talvolta “fasulle”, Due sole parole su cui i Paesi ricchi si dovrebbero impegnare anche nel proprio interesse “LIBERALIZZARE e SUPPORTARE (pagare)”

Chiudo con una considerazione. Gli USA hanno accusato Russia, Cina, e, a mezza voce anche l’India, di fare un uso geopolitico dei vaccini per il fatto che hanno venduto e talvolta regalato il vaccino ai Paesi poveri. E’ difficile entrare nei pensieri dei vari governi ma indubbiamente questa azione tornerà loro utile. Resta il fatto che il vaccino comunque arriva e salva delle vite. L’Algeria ad esempio è ben felice di poter utilizzare il vaccino cinese e alla Russia fa comodo fornire il vaccino a San Marino facendo vedere agli italiani che in quella cittadina sono già quasi tutti vaccinati. Che dire però del mondo ricco che lo tiene tutto per se senza alcuna considerazione del fatto che l’83% del vaccino è stato distribuito nei Paesi del “primo mondo” e tenuto stretto nei loro/nostri frigoriferi anche al di là delle nostre necessita? Ecco, a questo punto è lecito il sospetto che Biden, vedendo montare la collera verso l’Occidente ha fatto il “beau geste”. Liberalizziamo il vaccino. Ammesso che ciò andrà in porto passeranno almeno due anni prima che una sola fiala venga prodotta con questa nuova regola. Sarebbe molto piu’ facile ed immediato permettere a chi gia’ lo produce o a chi è già ora in grado di farlo di venderlo a chi non lo ha. Niente da fare, continuiamo ad alzare muri per coprire le nostre paure.

Tutto il resto, anche il gesto di Biden e’ purtroppo geopolitica becera. Meno male che la signora Merkel si è subito opposta e ha convinto i paesi europei a fare marcia indietro. Purtroppo questo baluardo della politica internazionale uscirà di scena fra pochi mesi.

 

Mi sono dilungato anche troppo. Nel prossimo articolo vi parlerò dell’esempio Corea e delle possibili lezioni che dovremmo aver imparato da questa drammatica epidemia.

 

La grande epidemia – anno secondo. Prima parte

23 aprile 2021

La grande epidemia – anno secondo. Prima parte

Introduzione

L’anno scorso, dalla fine di gennaio fino a giugno ho scritto vari articoli in cui ho cercato di darvi conto delle ipotesi circa la nascita del Covid, dei motivi per cui esso da argomento scientifico e medico si fosse trasformato purtroppo in una battaglia geopolitica di cui oggi vediamo le conseguenze, ed infine dei suoi aspetti sociali e dei motivi per cui l’epidemia abbia aggredito i diversi Paesi in maniera e con una virulenza molto diversa. Arrivati a giugno io sono stato fra quelli, pochi, che erano contrari all’atmosfera di “liberi tutti”, spiegabilmente molto diffusa da un punto di vista emotivo. Sulla base dell’esperienza di alcuni Paesi in cui il virus era stato sostanzialmente eradicato (differentemente dalla situazione italiana) ero convinto che presto ci saremmo trovati in una situazione peggiore di prima. Il motivo era semplice: nella prima fase l’epidemia era abbastanza localizzata in Nord Italia, essenzialmente in Lombardia. Altrove si era riusciti a contenerla abbastanza bene con le restrizioni che erano state applicate. L’estate ha provocato un grande rimescolamento di persone che hanno ovviamente portato con se il virus che avevano in corpo. Aggiungiamo che le poche precauzioni richieste dal governo (esempio il distanziamento negli stabilimenti balneari) erano state ignorate, e la conseguenza è stata una diffusione abbastanza omogenea dell’epidemia che a partire dall’autunno è esplosa fortunatamente senza i tragici picchi locali di febbraio e marzo 2020 ma con una situazione generale peggiore della prima fase. Eravamo si più preparati da un punto di vista clinico, ma l’economia era già a pezzi e la pazienza di cui avevano dato prova gli italiani nell’accettare le restrizioni era sull’orlo di tramutarsi in rabbia.

E siamo ad oggi. Abbiamo il vaccino, è vero, ma in quantità fino ad ora insufficiente e con una distribuzione localmente abbastanza caotica. Siamo più capaci di affrontare i casi più gravi ma purtroppo il bollettino giornaliero dei morti è ancora altissimo. L’Italia si è divisa in “prudenti” e “liberisti” e vari esponenti politici soffiano sul fuoco in cerca di voti. Ovviamente la politica internazionale continua a rimpallarsi accuse senza mai fornire una sola prova, anzi delegittimando le organizzazioni internazionali che, uniche, dovrebbero esprimersi con autorevolezza. Ogni Paese guarda con odio malcelato alle altre nazioni che si sono accaparrate con ingordigia una quantità di vaccini maggiore di quella che abbiamo noi. Tutti guardano in alto, ma nessuno si preoccupa di guardare in basso, a quei Paesi che hanno ricevuto solamente qualche vaccino o addirittura nessuno. E’ insomma un gran guazzabuglio su cui vorrei mettere un po’ d’ordine. Come al solito la mia più grande preoccupazione è di documentare ciò che dico evitando, per quello che posso, di esporvi informazioni estrapolate dal (e che spesso travisano il) contesto

1.0               La situazione attuale

La seconda ondata dell’epidemia, a cui secondo alcuni è già seguita la terza senza interruzioni, ha colpito pesantemente l’Europa e gli Stati Uniti. Quasi tutti i Paesi orientali, indipendentemente dal loro sistema politico non hanno avuto grandi problemi dopo l’estate 2020. In India però c’è stata un’improvvisa recrudescenza che oggi non si riesce a fermare. In Sud America l’epidemia è partita più tardi, ha avuto un andamento abbastanza diverso e in alcuni Paesi la situazione è gravissima. In Brasile ad esempio non sono più disponibili i farmaci necessari alla sedazione dei malati gravi prima di intubarli ed i medici sono costretti a farlo da svegli con dolori che loro stessi definiscono indicibili. In Africa infine sembra che il Covid abbia colpito di meno ma esistono seri dubbi sull’affidabilità dei dati al di fuori dei principali centri urbani.

Vorrei qui analizzare la situazione con maggiori dettagli sulla base della quantità immensa di documenti oggi esistenti, ma senza sovraccaricarvi troppo di numeri e grafici. Ho diviso i vari Paesi in gruppi e di ciascuno ho selezionato quelli che ritengo più rappresentativi. Il primo gruppo include i Paesi dell’Europa continentale. Eccolo

                         Abit. (milioni)  casi/mil. Abit.              morti/mil. Abit.

AUSTRIA             8901                      65229                    1071

BELGIO               11522                    81177                    2049

FRANCIA             65039                    77953                    1524

GERMANIA          83167                    37266                    957

G BRETAGNA       67886                    64534                    1874

ITALIA                59641                    64153                    1944

RUSSIA               145936                  32097                    718

SPAGNA              47333                    71761                    1624

 

La Russia costituisce un caso a parte e lo analizzerò in seguito. Fra gli altri la Germania ha sicuramente i dati migliori sia in termini di contagiati che di morti (quasi la metà degli altri Paesi). Nonostante ciò la cancelliera Merkel insiste nella sua politica di chiusura, ignorando le obiezioni dei vari Lander. Già l’anno scorso la situazione era analoga; probabilmente ciò è dovuto sia ad una maggiore tempestività di assistenza ospedaliera rispetto agli altri Paesi, come pure alla maggiore “disciplina” dei Tedeschi nel seguire le indicazioni del governo. Tutti gli altri Paesi sono statisticamente in condizioni analoghe. L’Italia in particolare ha un numero di morti rispetto ai contagiati un po’ più alto; le differenze però non giustificano le polemiche a cui assistiamo in cui gli altri Paesi vengono descritti come “più aperti”, “più liberi” etc. I metodi adottati sono stati sostanzialmente simili e alla distanza i risultati sono analoghi.

E’ interessante considerare separatamente i Paesi del Nord Europa che hanno seguito politiche abbastanza diverse. Mi riferisco in particolare alla Svezia che aveva adottato all’inizio una politica “liberista” come l’Inghilterra. Quest’ultima ben presto però aveva fatto marcia indietro, mentre la Svezia ha proseguito sostanzialmente sulla linea precedente anche nella seconda fase, con qualche restrizione. I dati sono qui

                         Abit. (milioni)   casi/mil. Abit.     morti/mil. Abit.

DANIMARCA       5823                      41135                    420

FINLANDIA         5525                      15016                    150

SVEZIA              10327                    86422                    1333

OLANDA            17407                    79172                    969

 

Danimarca e Finlandia hanno una situazione nettamente migliore dell’Europa continentale e ciò è dovuto probabilmente al fatto che la popolazione è molto più dispersa sul territorio di quanto lo siano i cittadini degli altri Paesi: in sostanza un distanziamento automatico. La Svezia ha pagato il prevedibile scotto della sua politica: nonostante la dispersione di cui godeva come i Paesi vicini, è stata il Paese europeo con più contagi ed ha avuto tre volte più morti della Danimarca e quasi nove volte più morti della Finlandia. Hanno quindi pagato molto, molto cara la loro libertà.

 

I dati del Nord America e dell’America latina sono invece sorprendenti, almeno rispetto alla sensazione che deriva dai media. Tutti parlano della terribile situazione degli Stati Uniti e dell’assoluto disastro del Brasile. I dati sono qui di seguito.

 

                         Abit. (milioni)   casi/mil. Abit.     morti/mil. Abit.

CANADA             37742                    28577                    620

STATI UNITI       331003                  93966                    1689

ARGENTINA       45195                    57064                    1287

BRASILE             212559                  63982                    1686

COLOMBIA         50883                    50495                    1307

MESSICO           128933                  17771                    1635

PERU                32972                    50580                    1693

VENEZUELA       28436                    6263                      64

 

Come vedete gli Usa hanno un numero maggiore di contagi rispetto all’Europa, ma in termini di morti sono assolutamente allineati. Il Brasile è invece in linea con noi. Per il Brasile bisogna a mio avviso fare due considerazioni. Anzitutto lì l’epidemia è in fase di ascesa, mentre da noi fortunatamente dovrebbe essere iniziata la discesa. Inoltre nei Paesi sperduti della foresta amazzonica è possibile che i dati siano stati meno accurati.

I paesi dell’Asia e dell’Oceania, India inclusa nonostante la recrudescenza dell’ultimo periodo, come era evidente dall’inizio dell’epidemia hanno dei risultati nettamente migliori rispetto a tutto il resto del mondo. L’unica spiegazione possibile per una differenza così marcata è la diversa maniera e le diverse priorità stabilite per identificare e isolare i contagi. Nel caso dell’India, come in Brasile, può esserci stato un controllo impreciso per l’alto numero di persone che vivono in piccoli villaggi sperduti Per quanto riguarda i morti ci può essere stato un contributo vista l’età media più giovane rispetto alla “vecchia” Europa, ma la base è certamente dovuta a un approccio diverso. Ne parleremo dopo.

                        Abit. (milioni)   casi/mil. Abit.    morti/mil. Abit.

AUSTRALIA        25500                    1155                      36

CINA                 1471286               70                           3

FILIPPINE           109581                 8252                      142

INDIA                 1380000               10199                    125

INDONESIA        273524                  5788                      157

GIAPPONE         126476                  4081                      75

MALESIA            32366                    11369                    42

N. ZELANDA       4822                      463                         5

PAKISTAN           220892                  3349                      72

SUD C OREA       51269                    2200                      35

TAILANDIA         69800                    559                         1

VIETNAM            97339                    28                           0

In Vietnam la mortalità uguale a zero non vuol dire che non ci siano stati morti di Covid. Ne sono stati accertati 35 e quindi, in termini di morti per milione di abitanti risulta un numero molto inferiore a uno. Il discorso cinese è analogo da un punto di vista numerico

 

Anche l’Africa ha dati estremamente bassi (vedi seguito) ed in questo caso l’unica spiegazione che riesco a dare dovrebbe essere il numero estremamente più basso di tamponi per l’accertamento della malattia. Questo dato infatti senza arrivare alla Germania con 633000 tamponi per milione di abitanti, è sempre superiore a 100000, ma si riduce a 45900 in Messico, a 21500 in l’Etiopia e 8900 in Nigeria. Fa eccezione in Africa il Sud Africa con 173000 tamponi (ed in effetti ha i dati più alti dell’intero continente).

               

                          Abit. (milioni)   casi/mil. Abit.    morti/mil. Abit.

ALGERIA              43851                    2713                      72

EGITTO                102334                  2081                      123

ETIOPIA               114963                  2039                      28

NIGERIA               206139                  796                         10

SUD AFRICA          59308                    26353                    903

 

Ho voluto infine elencarvi separatamente il gruppo di Paesi veramente virtuosi, capaci cioè di bloccare l’epidemia nella fase iniziale e successivamente nell’arginare le recrudescenze.

 

                        Abit. (milioni)   casi/mil. Abit.     Morti/mil. Abit.

AUSTRALIA        25500                    1155                      36

CINA                  1471286               70                           3

GIAPPONE         126476                  4081                      75

MALESIA            32366                    11369                    42

N.  ZELANDA      4822                      463                         5

SUD C OREA       51269                    2200                      35

TAILANDIA         69800                    559                         1

VIETNAM           97339                    28                           0

 

In questo caso possiamo fare un’analisi ulteriore. Il Vietnam ancora ricordava la terribile esperienza e la paura della SARS. Stava quindi con gli occhi ben aperti, già all’inizio di gennaio iniziò i controlli alle frontiere e la ricerca di casi presenti nel Paese. A questo punto fu molto più facile applicare rigide procedure di contenimento, e i risultati si vedono. In Cina la situazione è ancora diversa. L’epidemia li colse alla sprovvista, le frontiere della provincia di Hubei furono assolutamente sigillate sia in entrata che in uscita e il lock down fu assoluto, ben diverso da quello realizzato in Europa. In questo modo a giugno dell’anno scorso, alla fine della prima fase, i risultati dell’Hubei erano analoghi a quelli della Germania e molto più alti di quanto registrato in tutti gli altri Paesi “virtuosi”. La situazione è spiegabilissima perché ad una partenza ritardata seguì un “distanziamento” ben maggiore che in Germania. Nelle altre provincie cinesi, dove l’epidemia non si era ancora diffusa, riuscirono a contenerla applicando politiche di contenimento rigidissime, analoghe di quelle in Hubei. Stroncata l’epidemia adottarono due provvedimenti: anzitutto un blocco delle frontiere esterne che dura anche oggi. Chi riesce ad ottenere il visto deve accettare una procedura di isolamento in un ambiente sorvegliatissimo e può uscire da quella stanza, a cui non ha accesso nessuno, solo dopo due settimane di isolamento assoluto e ripetuti controlli. Inoltre all’apparire di ulteriori focolai (ce ne sono stati parecchi) il positivo e le persone con cui è stato a contatto sono immediatamente isolati e un’indagine generale con tamponi a tappeto viene messa in piedi. Tipico è il caso di Qing Dao nello Shandong (nove milioni di abitanti) che sono stati “tamponati” tutti nell’arco di una settimana. A parte questi due Paesi, tutti gli altri, diversi per cultura, storia, e sistema politico hanno ottenuto risultati stupefacenti. Una sola cosa li accomuna, sono tutti nell’emisfero orientale e hanno preso estremamente sul serio l’allarme dell’OMS del 2 gennaio 2020. Ne parlerò ampiamente in seguito.

2.0               E’ però necessario andare un po’ più a fondo

Questa è la curva di contagi e morti in Italia dall’inizio dell’epidemia.

 

Si possono subito vedere alcuni fatti. Nella settimana del 29 giugno 2020 ci sono stati 1283 casi e i morti erano 138 per poi scendere a 44 sempre per settimana un mese dopo. Il governo sulla base di questi dati prese alcuni provvedimenti atti a far riprendere l’economia con misure di contenimento più “rilassate”. Aveva però lasciato alcuni “paletti” per quanto riguardava essenzialmente il distanziamento. Per esempio negli stabilimenti balneari i nuclei familiari dovevano essere segregati fisicamente uno dall’altro, non potevano utilizzare le cabine assieme ad altri gruppi, negli spazi comuni l’utilizzo della mascherina era obbligatorio etc. Ben pochi applicarono queste misure. Prevalse invece a livello regionale e locale il principio del “liberi tutti.”  “L’economia è in una fase disastrosa.  Riprendiamoci la nostra libertà e scurdamoce o’ passato”. Niente di più sbagliato; l’epidemia non era finita, anzi il mescolamento fra abitanti di diverse regioni aveva esportato il virus al di fuori delle aree dove era più o meno localizzato. La conseguenza è assolutamente evidente dalla figura. I picchi di contagi furono nettamente più alti che nella prima fase ma fortunatamente i morti si allinearono a quelli della prima fase grazie alla maggiore capacità di cura. Si arrivò infatti, nella settimana del 9 novembre a 242062 casi/settimana e a 5151 morti (il consueto ritardo fra le due curve) nella settimana del 30 novembre, un numero mai raggiunto nella prima fase. Per confronto il picco dell’anno scorso è stato, alla fine di marzo, uguale a 38894 contagiati e 5339 morti per settimana. Dopo il picco di quest’anno siamo andati oscillando su valori più bassi ma nettamente maggiori di quelli al momento del “liberi tutti”. Oggi infatti, nella settimana del 12 aprile 2021 abbiamo avuto un numero di contagi settimanali pari a 103666 e i morti sono stati 2753/settimana. Il governo ha però deciso di concedere gradatamente una certa liberalizzazione. L’economia è ormai a pezzi e non consente ulteriori ritardi. La vaccinazione fortunatamente sta andando avanti e questo è l’unico aspetto incoraggiante. Dobbiamo però essere tutti consapevoli che il numero di contagi è 80 volte superiore e il numero di morti 62 volte superiore rispetto a quando si è deciso di riaprire l’anno scorso. Allora eravamo assolutamente terrorizzati dai numeri che ci venivano comunicati ogni sera e assolutamente smarriti sulle decisioni da prendere. Fortunatamente il governo di allora fu capace di mantenere il sangue freddo necessario e tirarci fuori dall’emergenza. Al contrario oggi purtroppo ci abbiamo fatto l’abitudine, consideriamo un fatto normale che ogni settimana è come se precipitassero quindici aeroplani di grandi dimensioni, al contrario ci sono dimostrazioni in strada per chiedere che si riapra tutto, subito e senza alcun limite. E’ vero, l’economia chiede provvedimenti comunque dolorosi, ma stiamo pur certi che, come ha detto il Presidente Boris Johnson in un Paese in condizioni molto migliori che da noi “purtroppo i morti cresceranno”.   E’ necessario perciò che le autorità preposte, e soprattutto i media, convincano i cittadini che non siamo fuori dai pericoli e se le nuove misure previste da maggio non saranno rispettate in maniera assolutamente rigorosa avremo un’estate tragica anche perché una nuova chiusura provocherebbe quasi certamente gravi disordini. Dobbiamo quindi confidare sulla saggezza di tutti e sulla consapevolezza che una volta tanto il bene comune dovrà prevalere sulla libertà individuale. Le forze dell’ordine poi dovranno essere severissime nel bloccare “chi sgarra”.

Del resto non siamo solo noi italiani in questa situazione. Gli altri Paesi europei hanno problemi analoghi come si può chiaramente vedere da questa figura

 

La figura seguente è molto interessante e ci mostra due cose. La prima: il lock down della prima ondata non è stato ripetuto nella seconda fase (si vede dalla profondità delle gole dei grafici).  Si è vero, parlavamo sempre di zone “rosse” o addirittura di “rosso rafforzato” ma questa volta sono state adottate (o in ogni caso applicate) misure molto più leggere. Ciò spiega benissimo perché questa volta la curva dei contagi non si è abbassata quanto nella prima fase e stiamo riaprendo in condizioni ben peggiori.

La seconda informazione deve essere accettata con buona pace di tutte le persone che si sono opposte, in nome della privacy e della libertà, a ogni forma di tracciamento. Guardatela e verificate quanto si riesce a sapere di noi.

 

Vi allego infine alcuni dati riguardanti i Paesi “virtuosi”. Come vedete, anche per l’Australia (il peggiore) il picco di mortalità è molto più basso di quello che si è verificato negli altri Paesi europei. Analogamente l’avvallamento nella fase più critica è più   profondo di quanto sia stato in Europa

Come vi ho anticipato esiste un’infinità di dati relativi ad ogni Paese del mondo. Credo però che per gli scopi di questa nota ne abbia inseriti abbastanza. Sono comunque a disposizione per chi fosse interessato a informazioni ulteriori relative a dati diversi o a specifici Paesi. E’ sufficiente mandarmi una mail.

Per oggi credo che basti. Nella prossima nota parleremo di vaccini e di come (non) ci stiamo preparando ad affrontare le prossime pandemie che saranno sempre più frequenti in un mondo sempre più piccolo e interconnesso. Su questo ultimo punto, e solo su questo, sono tutti inutilmente d’accordo.

 

PS. Con questa nota pronta per essere distribuita, ho scoperto che la situazione sanitaria in Brasile e specialmente in India ha subito un repentino, violento peggioramento, a ulteriore dimostrazione che non è ancora il momento di abbassare la guardia in nessun Paese. Vi allego due grafici che parlano da soli