Trump contro tutti

TRUMP CONTRO TUTTI

 

Il 28 marzp u.s. il Presidente Trump, nel firmare un atto della massima importanza per gli Stati Uniti e per il Mondo disse ”Amici, l’azione che sto per fare oggi eliminerà ogni interferenza federale, ridarà libertà economica e permetterà alle nostre imprese e ai nostri lavoratori di competere ed avere successo per la prima volta dopo tanti anni. E durerà a lungo, non sto parlando solo degli otto anni <del mio mandato> ma per molto di più………Io voglio esprimere la mia riconoscenza alle persone veramente incredibili sul palco dietro di me, i nostri incredibili minatori di carbone……… Noi abbiamo già eliminato una devastante regolamentazione anti-carbone, ma questo è solo l’inizio………Con l’atto esecutivo di oggi, io sto facendo un passo storico per eliminare le restrizioni alla produzione di energia in America, per invertire le interferenze governative e per cancellare i regolamenti che tolgono posti di lavoro ….Tutti noi insieme daremo inizio ad una nuova rivoluzione energetica che stabilirà la produzione energetica americana sul suolo americano……..Noi vogliamo produrre i nostri beni qui, invece di importarli….Noi sbloccheremo la produzione di gas, petrolio ed energia da scisti bituminosi che generano posti di lavoro. Noi produrremo carbone americano per alimentare l’industria americana. Noi trasporteremo l’energia americana con oleodotti e gasdotti americani, fatti con acciaio americano. …….

 

E’ un discorso che ribalta completamente la strategia fin qui seguita dal Presidente Obama ed è in completa violazione dei obblighi liberamente presi (ma non in maniera vincolante) dagli USA nell’aderire al trattato del COP 21.

L’ordine esecutivo, emesso come una misura per promuovere l’indipendenza energetica e creare nuovi posti di lavoro prende a bersaglio una serie di provvedimenti ambientali indirizzati a combattere le variazioni climatiche, e specialmente il “Clean power plan”, punto centrale della strategia del Presidente Obama per combattere il riscaldamento globale (fig 1). Alcune direttive hanno effetto immediato, come la fine della moratoria sulle nuove concessioni per miniere di carbone su terreno federale, mentre altre, come la revisione del “Clean power plan”, richiedono una serie di azioni che potrebbero durare anni .

 

Più in dettaglio, l’ordine presidenziale dice in sintesi:

In virtù dell’autorità a me conferita dalla Costituzione e dalle leggi degli Sati Uniti d’America, si ordina quanto segue:

“E’ interesse nazionale promuovere uno sviluppo pulito e sicuro delle vaste risorse energetiche nazionali, evitando oneri regolamentari che bloccano la produzione di energia, pongono vincoli allo sviluppo economico, e impediscono la creazione di posti di lavoro. Inoltre uno sviluppo prudente di queste risorse naturali è essenziale per assicurare la sicurezza geopolitica della nostra Nazione”

“E’ inoltre nell’interesse nazionale assicurare che l’energia elettrica nazionale sia economicamente conveniente, affidabile, sicura e pulita, e che essa possa essere prodotta da carbone, gas naturale, materiale fissile, ed acqua, oltre a sorgenti rinnovabili.”

“E’ inoltre decisione politica degli Stati Uniti che tutti i dipartimenti esecutivi e le agenzie immediatamente revisionino i regolamenti esistenti che creano oneri allo sviluppo o all’uso delle risorse energetiche nazionali, e che sospendano, revisionino o abroghino in maniera appropriata, tutto ciò che indebitamente contrasta lo sviluppo delle risorse energetiche nazionali al di là di quanto necessario a proteggere l’interesse pubblico o sono in esecuzione di una legge specifica.”

……..

“Entro 45 giorni dalla data di questo ordine, i Capi di ogni agenzia devono preparare e sottoporre all’ autorità competente ( OMB Director) un piano per eseguire quanto richiesto ….. ed entro 120 giorni una bozza di rapporto finale…. Il rapporto dovrà includere specifiche raccomandazioni che, in accordo alle prescrizioni di legge possano ridurre o eliminare gli aspetti di competenza che creino oneri alla produzione di energia nazionale”

………..

“ I seguenti atti presidenziali sono abrogati” e segue una lista di ordini presidenziali emessi da Obama in materia di contrasto alle variazioni climatiche e alle emissioni di gas serra.

….

Il Consiglio della Qualità dell’ambiente cancellerà il suo indirizzo intitolato “ indirizzo finale a tutti i dipartimenti e le agenzie federali per quanto riguarda le emissioni di gas serra, e gli effetti delle variazioni climatiche nel National Environment Policy act”

Segue l’ordine più importante

“ L’Amministratore dell’Environmental protection Agency (EPA) farà immediatamente tutte le mosse necessarie per allineare il “Clean Power Plan” alle direttive inserite in questo ordine presidenziale ed ogni regolamento emesso in forza dell’ordine stesso”

….

“Il gruppo di lavoro interdipartimentale sui costi sociali dei gas serra viene sciolto e tutti i documenti da esso emessi vengono immediatamente ritirati”

….

“Il segretario agli Interni farà tutte le azioni necessarie ed appropriate per modificare o ritirare gli ordini attualmente in vigore e per eliminare tutte le moratorie sulla concessione di terreni federali relative alla produzione di carbone”

“ Dovrà essere revisionato il regolamento intitolato “ Settore Petrolio e Gas naturale. Standard delle emissioni per le sorgenti nuove, modificate, o ricostruite”

………….

Firmato

Donal Trump

 

Come si vede, il Nuovo Presidente da una sterzata totale alla politica di Obama, il quale, consapevole degli enormi rischi legati alle variazioni climatiche ormai innegabili, aveva posto gli Stati Uniti assieme alla Cina, alla guida di un processo mondiale volto ad un serio tentativo di modificare la tendenza generale che porterebbe rapidamente ad una catastrofe mondiale.

 

Anche se Laurence Tubiana, il capo delegazione francese per l’accordo di Parigi del 2015 si è dichiarato ottimista che gli altri Paesi confermeranno, anzi rafforzeranno la loro determinazione, è innegabile che il cuore dell’accordo di Parigi sia stato l’accordo preso nel 2014 fra Obama E Xi Jinping di tagliare drasticamente le loro emissioni e che la nuova posizione degli Stati Uniti darà forza a tutti quelli che nel mondo si oppongono per i motivi più vari al COP 21.

L’API (American Petroleum Institute), si pone invece sulla sponda opposta con una dichiarazione del suo Presidente ”La direttiva firmata oggi dal Presidente Trump è un passo importante per aumentare la competitività americana e darà un grande contributo al raggiungimento degli obiettivi dell’economia e della sicurezza nazionale”, Bisogna anche dire che un gruppo di Stati (come ad esempio New York e la California) hanno dichiarato di fare ogni sforzo in loro potere per bloccare queste decisioni.

 

E’ opinione abbastanza diffusa che ci vorranno anni prima che l’EPA possa modificare sostanzialmente il Clean Power plan anche se Scott Pruitt, nuovo amministratore dell’EPA, prima della sua nomina, nella sua qualità di Attorney General dell’Oklahoma si era costantemente opposto alle decisioni dell’organizzazione che adesso presiede. Pruitt, il mese scorso ha dichiarato alla CNBC che non è vero che l’anidride carbonica sia il principale fattore delle modificazioni climatiche, con ciò contraddicendo la maggioranza delle ricerche climatiche. L’EPA comunque ha già cancellato una norma per cui tutte le aziende impegnate in perforazioni petrolifere devono denunziare ogni dispersione di metano, un gas serra molto più potente dell’anidride carbonica.

 

Chiudo con due segnali di speranza che questa direttiva si riveli una mossa propagandistica più che pratica.

 

Primo. Donald Trump durante la campagna elettorale aveva promesso ripetutamente che avrebbe rivitalizzato l’industria del carbone, e negli Stati tradizionalmente minerari come West Virginia, Kentucky e Pennsylvania superò sonoramente la Clinton, ma esperti di entrambi gli schieramenti politici sostengono di non vedere alcuna possibilità per Trump di creare posti di lavoro nell’industria del carbone, il cui declino attribuiscono essenzialmente alle forze del mercato. Dieci anni fa metà dell’energia elettrica americana era prodotta da centrali a carbone ma da allora il gas è diventato estremamente più competitivo da un punto di vista economico, ed inoltre il carbone risulta perdente rispetto alle energie rinnovabili in buona parte degli Stati Uniti. Anche Stati conservatori come il Texas stanno adottando sempre di più energie rinnovabili e non inquinanti.

 

Secondo. A differenza degli altri ordini presidenziali sostanzialmente abrogati da Trump, il Clean power plan (l’atto più importante) non può essere cancellato con un tratto di penna. Infatti, la Corte Suprema Americana ha dichiarato in passato che l’EPA deve regolamentare i gas che contribuiscono alle variazioni climatiche o fornire una motivazione scientifica per non farlo. Ora, l’EPA si è mossa esattamente in senso contrario nel 2009 quando emise un documento che adoperava argomentazioni scientifiche per spiegare i pericoli causati dalle emissioni di anidride carbonica. Una modifica di tale posizione dovrà quindi essere basata su solidissime basi scientifiche che presumibilmente scateneranno per lungo tempo grosse battaglie.

 

E del resto Trump, nonostante le sue affermazioni in campagna elettorale non ha ancora dichiarato di uscire dall’accordo di Parigi.

 

Introduzione

INTRODUZIONE

Non si può oggi osservare il Mondo senza rendersi conto che stiamo assistendo a (e determinando) una trasformazione che potrebbe avere un impatto enorme e drammatico per le generazioni future.

Sto parlando delle modificazioni del clima.

Guardando indietro alla storia del nostro pianeta ci accorgiamo che periodicamente, nelle varie ere geologiche, periodi “bollenti” si sono alternati a gigantesche glaciazioni, interi continenti sono emersi dal mare o si sono spostati. Tutto ciò si è verificato in maniera naturale direi, perché il nostro pianeta è una cosa assolutamente viva e mutevole che ha una sua esistenza indipendente da noi. Talvolta i cambiamenti sono stati determinati da catastrofi planetarie, come il gigantesco meteorite o asteroide che colpì il Messico. In ogni caso questi fenomeni hanno determinato violenti e rapidi mutamenti delle specie viventi. Basti pensare alla sparizione dei dinosauri!

Oggi vediamo un aumento graduale e continuo della temperatura media del pianeta, lo scatenarsi di fenomeni metereologici violentissimi in aree geografiche che ne erano immuni come lo stesso bacino del Mediterraneo. In parallelo si registra un aumento dei cosiddetti “gas serra” nell’atmosfera, delle poveri sottili (PM10, PM5 etc.) e di altri agenti inquinanti che, secondo l’opinione prevalente degli scienziati, sono all’origine di questi cambiamenti. Essi porteranno, sempre secondo l’opinione più accreditata, a significative variazioni climatiche, al progressivo scioglimento dei ghiacciai, specie quelli polari, all’innalzamento del livello dei mari con conseguente sommersione di una buona parte delle zone costiere e delle piccole isole etc.

Niente di sconvolgente da un punto di vista geologico; è già avvenuto in passato. C’è una differenza però. Per la prima volta questo sconvolgimento è determinato da noi, dalla razza umana, non dalla natura. Scompariranno intere specie della flora e della fauna come le conosciamo. Anche questo niente di nuovo, ma anche noi, la razza umana, facciamo parte della fauna come tutti gli animali viventi. Probabilmente non verremo estinti come i dinosauri, si raggiungerà un nuovo equilibrio, ma quale? Nessuno può prevederlo.

E allora? Le varie conferenze sul clima diedero scarsi risultati fino al COP 21 l’anno scorso a Parigi dove per la prima volta si raggiunse un accordo. Il risultato positivo fu dovuto essenzialmente al fatto che per la prima volta i due Paesi che maggiormente contribuiscono all’emissione di gas serra e delle polveri sottili, gli Stati Uniti e la Cina, decisero che era giunto il momento di affrontare seriamente il problema. Questo accordo quindi, almeno speriamo, potrà essere il punto di partenza di un cammino “virtuoso” per evitare ciò che, secondo alcuni scienziati, è una “catastrofe annunziata”.

Ma in che consiste questo accordo e quali sono i suoi elementi essenziali?

Sono andato a cercarlo, lo ho trovato sul sito delle Nazioni Unite e l’ho letto con attenzione. Come tutti gli accordi o i contratti internazionali è un documento estremamente noioso e pieno di tecnicismi che cercherò di riassumervi.

Sono presenti, come in tutti gli accordi, una serie interminabile di premesse; ve ne esplicito alcune.

Si riconosce che le variazioni climatiche sono un motivo di preoccupazione per tutto il genere umano. Le Parti (tutti i firmatari dell’accordo) nell’attivare ogni azione volta a mitigare i problemi climatici, dovranno tener presenti i diritti umani, i diritti alla salute, i diritti delle comunità indigene, dei migranti, dei bambini ed i diritti allo sviluppo dei popoli.

Si riconosce il bisogno di una risposta efficace alla sfida urgente che viene posta dal cambiamento climatico sulla base delle più avanzate conoscenze scientifiche;

Si riconoscono le necessità specifiche e le circostanze particolari dei Paesi in via di sviluppo, specialmente quelli più vulnerabili ai problemi posti dal cambiamento climatico;

Si riconosce che non solo i cambiamenti climatici ma anche le risposte che la comunità internazionale potrà dare potranno creare a loro volta problemi a singoli Paesi.

L’accordo si basa sul riconoscimento e sul rispetto dei bisogni specifici e delle situazioni particolari dei Paesi meno sviluppati con particolare riguardo agli strumenti finanziari ed al trasferimento delle tecnologie necessarie. Si riconosce in particolare l’assoluta priorità di salvaguardare la lotta alla denutrizione ed alla fame del mondo;

Si prende atto in maniera particolare dell’importanza di assicurare l’integrità degli ecosistemi (inclusi gli oceani), della protezione della biodiversità, considerata in alcune culture come “Madre Terra”, e del concetto di “giustizia climatica”;

Si ritiene essenziale la partecipazione a tutti i livelli dei governi e degli attori coinvolti nei vari Paesi, nel pieno rispetto delle legislazioni nazionali

Tutto ciò ( e molto altro) premesso, le Parti concordano quanto segue, e si entra nel corpo di 29 articoli ed un’infinità di commi, di cui vi riassumo solo alcuni concetti essenziali.

L’obiettivo principale è quello di aumentare la risposta mondiale ai cambiamenti climatici. Ciò si realizza “nel mantenere l’aumento della temperatura media mondiale significativamente al di sotto di 2 °C di aumento rispetto al livello preindustriale, facendo uno sforzo per mantenere tale aumento al di sotto di 1.5°C rispetto al livello preindustriale. Si riconosce che tale obbiettivo potrebbe ridurre significativamente il rischio e l’impatto del cambiamento climatico.

E’ questa una clausola di estrema importanza perché anzitutto mette la parola fine ad ogni “negazionismo” circa l’esistenza e gli effetti negativi del cambiamento climatico. Fissa inoltre un obbiettivo minimo (2°C) ma in maniera realistica suggerisce un altro valore (1.5°C) che secondo gli scienziati sarebbe quello giusto. Nel far ciò non pone alcuna pressione sulle Parti, e questo si evince dalle parole specifiche dell’accordo “pursuing efforts” e non “utmost efforts” o “best efforts” che avrebbero un ben altro peso nella contrattualistica internazionale, specie anglosassone.

Per realizzare l’obiettivo è anche necessario creare un flusso finanziario volto alla riduzione dell’emissione di gas serra.

Le Parti si danno l’obiettivo di raggiungere il picco di emissioni di gas serra (ed iniziare la riduzione di essi) quanto prima. Si riconosce che i Paesi in via di sviluppo avranno bisogno di un tempo maggiore.

Ogni Parte dovrà definire e comunicare i valori specifici di target che intende raggiungere e la maniera in cui pensa di farlo. Deve altresì dare comunicazioni periodiche dei livelli raggiunti. Tali programmi ed i loro sviluppi saranno raccolti in un apposito registro a cura del segretariato

E’ anche questo un concetto fondamentale perché crea i presupposti per non limitarsi ad una semplice dichiarazione di intenti ma ad un vero piano d’azione che ogni Paese si deve dare liberamente (senza possibilità di costrizioni esterne) ma poi è obbligato a mantenere nell’ambito di una necessaria flessibilità.

Le Parti si impegnano a collaborare attraverso lo scambio di informazioni, la ricerca scientifica ed il supporto tecnico e finanziario da parte dei Paesi sviluppati a quelli in via di sviluppo, con particolare riguardo ai più poveri ed alle piccole isole che dovranno affrontare più degli altri Paesi gli effetti negativi del cambiamento climatico. Si dovrà avere una cura particolare nell’accesso all’informazione da parte di tutti (Paesi e singoli individui) in maniera da creare uno sforzo globale a livello planetario.

Esiste poi, come ovvio, tutta una serie di clausole procedurali.

In chiusura si stabilisce che questo accordo è stato fatto a Parigi il dodici dicembre 2015: esso è aperto per la firma dei Paesi aderenti presso la sede delle Nazioni Unite a New York dal 22 aprile 2016 al 21 aprile 2017. Esso entrerà in vigore tredici giorni dopo la data in cui sarà ratificato almeno da 55 Paesi che rappresentino almeno il 55% stimato delle emissioni globali di gas serra.

Ogni Parte potrà ritirarsi e recedere da questo accordo in ogni momento dopo almeno tre anni dalla sua entrata in vigore, con apposita notifica formale. Tale recesso avrà effetto dopo un anno dalla data della notifica.

Un’ultima considerazione sul complesso dell’accordo.

E’ sicuramente il massimo che si potesse fare. E’ estremamente positivo che si riconosca che il mondo è in pericolo e che bisogna fare qualcosa in maniera coordinata perché gli sforzi di singoli Paesi sarebbero assolutamente inutili. E’ altrettanto positivo che si sia stabilito il fatto che i Paesi avanzati si impegnino a supportare da un punto di vista tecnologico/tecnico, economico e finanziario quelli in via di sviluppo. E’ infine positivo e realistico il fatto che ogni Paese debba liberamente stabilire il suo programma di messa in atto dei principi stabiliti e la maniera di farlo, ma che si impegni a mantenere il suo programma e a darne evidenza. Tutto l’accordo è infine pervaso dal concetto che i Paesi sviluppati si impegnano a supportare in ogni maniera quelli in via di sviluppo specie quelli più a rischio e con gravi problematiche di fame, emigrazione, fenomeni metereologici estremi etc.

L’aspetto negativo, per altro a mio avviso inevitabile, è che non esiste alcuna sanzione esplicita, e credo neanche implicita, per chi non rispetti i propri impegni liberamente assunti.

Che è successo poi?

Il 5 ottobre 2016, 94 Paesi hanno ratificato l’accordo raggiungendo il limite minimo necessario per l’entrata in vigore di esso. La data ufficiale di entrata in vigore è quindi il quattro novembre 2016.

Questo è l’accordo e penso che sia essenziale saperne qualcosa per potersi poi orientare e capire cosa succederà negli anni futuri.

Ma non è solo questo il tema di oggi. Diamo invece una rapidissima occhiata a questi benedetti gas serra (greenhouse gases o GHG): che cosa sono, come sono prodotti?

Come vediamo in fig. 1 si tratta per il 90% di anidride carbonica, mentre il 9% è metano ed infine l’1% è protossido di azoto. La gran massa dei dati disponibili si riferisce all’anidride carbonica (CO2) quindi normalmente ci si riferisce ad essa. Vediamo inoltre che i GHC sono creati per il 75% dalla produzione di energia  (in senso molto lato) e da altre attività industriali; l’11% viene generato in agricoltura, mentre il restante 14% nasce da altre attività non-industriali legate al territorio.

Chi sono i “grandi inquinatori”? La fig. 2 si riferisce solo alla CO2 ed alla produzione di energia. I valori assoluti non identificano quindi il totale di GHG emesso ogni anno all’atmosfera ma esemplifica molto bene le tendenze ed i rapporti. Possiamo immediatamente vedere che i maggiori produttori sono la Cina, gli USA, l’Unione Europea, la Russia, l’India ed il Giappone. Come vedremo dopo, da essi, ma essenzialmente dai primi tre ed in futuro anche dall’India, dipendono i destini del mondo, almeno dal punto di vista climatico.

Due domande sorgono spontanee.

La prima, molto egoistica: perché dobbiamo considerare l’Unione Europea come un singolo blocco? Visto che in Europa siamo Stati indipendenti e sovrani, parliamo di Italia, Francia, Germania etc. Come si può vedere in Fig. 3 l’Italia ha una produzione assolutamente marginale di CO2 (0.94%).  Perché allora dobbiamo fare sforzi e complicarci la vita? Non saremo certo noi a cambiare il mondo! La risposta, almeno per chi “guarda il mondo dalla luna” è ovvia: perché allora dobbiamo considerare gli USA come un singolo Paese e non piuttosto la California, l’Illinois, il North Dakota, la Virginia etc. Se disaggregassimo i dati in questo modo, ci accorgeremmo immediatamente che l’Italia non è più marginale ma da un contributo pari a molti Paesi (in questa nuova accezione) e certamente superiore a quello che possono dare Hunnan, Liaoning, Sichuan o le altre Province della Cina.

Possiamo quindi considerare l’Italia da sola o come parte dell’Unione Europea ma dobbiamo essere coerenti. Se confrontiamo l’Italia con la Virginia diventiamo grandi inquinatori. Ovviamente, da un punto di vista giuridico siamo uno Stato sovrano quindi le misure, i piani di intervento etc. di cui si parla nell’accordo di Parigi, devono essere quelli italiani.

Seconda domanda: nello stabilire i sacrifici da fare, ha senso, pur con i chiarimenti di cui sopra, parlare di Paesi e non piuttosto di “individui”? E’ questo un grande problema, direi “il problema”. Per spiegare la mia opinione devo partire dalla dichiarazione dei diritti dell’uomo approvata nel 1948 dai Paesi aderenti all’ONU.

Art.1 “Tutti gli esseri umani nascono liberi ed uguali in dignità e diritti.”

Art. 25 “Ogni individuo ha diritto ad un tenore di vita sufficiente a garantire la salute ed il benessere proprio e della sua famiglia….”

La convivenza civile è fondata su questi criteri. E qui nasce “il problema”. Guardiamo la Fig. 3 nella sua parte destra. Scopriamo che in India, ogni “persona” produce 1.8 T di CO2. La stessa “persona” in USA produce 16.5 T di CO2. Come mai? Chiunque abbia viaggiato un po’ o abbia visto documentari geografici, conosce come si vive a Calcutta o. peggio ancora, nelle campagne di alcuni stati dell’Unione Indiana. Sappiamo tutti anche che in molte case americane si vive a 16°C in estate e 24°C in inverno (il sovvertimento delle stagioni). Conclusione: il miglioramento giusto, e comunque inevitabile, delle condizioni di vita in India porterà sicuramente ad un aumento della loro produzione pro capite di GHG, anche considerando i miglioramenti della tecnologia; e sono un miliardo di persone! Analogamente sarà difficile convincere gli americani che si può vivere (ed anche benissimo) tutto l’anno a 23°C

In un prossimo futuro entrerò nel merito di quello che si pensa di fare, o almeno che si potrebbe fare, per raggiungere l’obbiettivo che ci si è proposti e che tutti noi dovremmo considerare un nostro dovere individuale. Mi baserò essenzialmente (come ho fatto oggi) sui dati della IEA, della CIA, dell’ONU e dell’Unione Europea.