23. set, 2021

La sfortuna di nascere in Afghanistan – Parte seconda

23 settembre 2021

La sfortuna di nascere in Afghanistan – Parte seconda

L’inviato di un giornale italiano a Kabul intervista alcuni abitanti. Le loro risposte ci danno un indizio per la nostra analisi: “Vent’anni fa mi obbligarono a indossare il burqa. Stavolta no. O almeno non ancora. Spero che adesso non ci saranno più i terribili attentati che hanno per decenni funestato il Paese. Oggi sono loro i padroni. Averne paura non serve a nulla. Se decidono di ammazzarci tutti, nessuno potrà impedirglielo”. A un’altra chiede “dal precedente governo riceveva qualche sussidio?” e la risposta è altrettanto illuminante “No nulla. Erano politici corrotti al soldo dell’America, che hanno favorito soltanto le élite. Sono fuggiti tutti con la coda fra le gambe, con valigie cariche di dollari. Non so cosa aspettarmi dai talebani, ma spero che non siano ladri come chi li ha preceduti” Un insegnante “Dai Talebani non avremo nulla perché sono troppo poveri perché offrano qualcosa agli Afghani.”. Infine un proprietario di una piccola impresa edile “Quello che più mi preoccupa dei talebani è che non sono gente di città. L’avevano già dimostrato tra il 1996 e il 2001, quando non riparavano le strade, non costruivano nulla… Temo che non siano cambiati” Pietro Del Re, di Repubblica, racconta il suo viaggio in macchina dal confine Uzbeko fino a Kabul, in un Afghanistan ormai in mano all’esercito talebano “Provenendo dall’Uzbekistan, che pure non è la Svizzera, l’Afghanistan più remoto e rurale è un cazzotto nello stomaco: ricorda l’Africa più malandata e depressa… cime di varie forme e altezze, alcune ocra, altre viola, altre ancora giallo pastello.. ed ecco i villaggi di fango rappreso che spesso si confondono con le pareti su cui sembrano appesi…. Improvvisamente scompare pure l’asfalto e cominciano i 50 chilometri più penosi del viaggio, con buche profonde e pesanti massi in mezzo all’autostrada che si è trasformata in un tratturo…”

Chiudo con una esortazione non saprei dire se disperata, arrabbiata o rassegnata di una donna “Andatevene, andatevene tutti, Russi, Americani, Europei, siete venuti a portarci bombardamenti, morti e feriti. Ora non vi interessiamo più e ve ne andate, in fretta come siete venuti. Dimenticateci” (Fig. 7, 8A, 8B, 8C)

Abbiamo sbagliato qualcosa?

L’undici settembre 2001 gli USA subirono il primo attacco militare della storia sul loro territorio. Per la verità gli Inglesi erano arrivati a incendiare la residenza ufficiale del Presidente, ma in tutt’altro contesto. Questa volta si trattò di un vero assalto militare (non importa se i soldati non erano in divisa) realizzato con una precisione ed una capacità che nessuno poteva aspettarsi. C’erano stati altri attentati di Al Qaeda in giro per il mondo con esplosioni e morti, ma, a parte la normale pietà umana, erano tutt’altra cosa. La ricostruzione dettagliata degli avvenimenti in quel giorno tragico fatta a distanza di vent’anni dimostra l’assoluta incapacità e la mancanza di coordinamento fra autorità civili e militari. La realtà (si evince dalle registrazioni delle comunicazioni) è che nessuno riteneva possibile anche solo ipotizzare che gli Americani potessero essere attaccati a casa loro. La stessa Casa Bianca ne uscì indenne perché i passeggeri del quarto aereo si ribellarono e costrinsero i dirottatori ad un gigantesco suicidio con tutte le persone a bordo. Passato lo sgomento la reazione fu immediata: tutta la popolazione si strinse attorno al Presidente e alla bandiera chiedendo un contrattacco esemplare. Si sapeva chi fosse il colpevole, Al Qaeda, e si sapeva dove si nascondesse, in Afghanistan. Gli Americani, nonostante avessero armato e supportato i Talebani (e lo stesso Bin Laden) durante la loro guerra contro i Russi, chiesero che egli fosse consegnato immediatamente. I Talebani rifiutarono e fu la guerra: una guerra senza se e senza ma, una risposta militare ad un attacco militare privo di alcun preavviso, una replica di Pearl Harbour. Gli USA il sette novembre iniziarono un violento attacco all’Afghanistan, Credo che nessuno al mondo protestò per questa azione; al più alcuni Paesi inviarono i soliti protocollari inviti alla moderazione etc. I motivi della guerra c’erano tutti. Poco dopo l’esercito americano attaccò l’Iraq. Questa volta le prove che forse avrebbero giustificato l’invasione si rivelarono false, fabbricate ad arte. Il Medio Oriente e l’Asia Centrale erano in fiamme.

Dal sito del Ministero della Difesa Italiano “L’Operazione, supportata dalle risoluzioni ONU nr. 1368, 1373 e 1386 del 2001, si prefiggeva lo scopo di disarticolare e distruggere l’organizzazione terroristica AL QA’IDA, interdire l’accesso e l’utilizzo, da parte di gruppi terroristici, di Weapons of Mass Destruction (WMD) <le armi di distruzione di massa irakene>, scoraggiare determinati Paesi a continuare a sostenere, in modo diretto o indiretto, il terrorismo internazionale. Dopo qualche anno, o al massimo all’inizio del 2006 quando il comando della missione passò alla NATO, l’obiettivo descritto si poteva ragionevolmente considerare compiuto. La guerra era finita E allora perché restare e addirittura aumentare più e più volte i militari sul campo? Perché ben tre Presidenti americani si intestardirono a continuare stragi e bombardamenti coinvolgendo tutto l’Occidente? E perché improvvisamente, dopo altri quindici anni decisero di andar via? Perché non nel 2003, 2006, 2010 o, al contrario nel 2030? Questo secondo me fu un errore gigantesco. Voglio esprimervi la mia opinione. Innanzi tutto, un Paese che ne ha invaso un altro con un atto di guerra, non può, immediatamente dopo, proclamarsi il pacificatore di quel Paese e cercare di farlo continuando con i bombardamenti. Non è mai successo in tutta la storia moderna. La seconda è molto più profonda: il sistema politico e sociale che l’Occidente ha sviluppato e modificato in ogni momento della sua storia fino ad oggi, è sempre rimasto un patrimonio solamente dell’uomo cristiano e bianco. Nell’era moderna si è cercato di esportarlo ma ha solo causato genocidi: pensate a Maya, Aztechi, Pellerossa, e poi ai Maori in Australia o ai Nativi canadesi. Tutti scomparsi o quasi. E ancora oggi lo stesso sta succedendo in Amazzonia. Di recente ci siamo impegnati in Libia, Iraq, Siria, Africa Sub-sahariana, ma siamo riusciti solo a destabilizzare quei Paesi. Dobbiamo quindi riflettere a lungo su questo e chiederci se siamo capaci di convincere senza violenza altri popoli ad adottare i nostri sistemi, o addirittura se è possibile che altri Paesi che hanno storie millenarie diverse dalle nostre e culture altrettanto diverse possano adottare i nostri i sistemi senza che ciò sia nei fatti una violenza paragonabile allo schiavismo. Chi siamo noi per dire che il nostro mondo liberal-democratico-capitalista-cristiano di oggi sia il migliore dei mondi possibili? Da dove ci deriva questo diritto, quest’autorità giuridica e morale, che  ci pone a un livello superiore a quello di altri esseri umani tanto da trattarli come sub-umani da addestrare? Noi non siamo Dio anche se spesso a livello politico pensiamo di esserlo.

 

La situazione femminile

Sgombriamo il campo da equivoci, considero sia il Burka che il niqāb abbinato all’abaya, che coprono completamente il corpo femminile considerandolo una cosa da nascondere, una costrizione disgustosa e indegna del genere umano come lo intendiamo noi. Peggio ancora: coprirlo per evitare di sottoporlo agli occhi concupiscenti del maschio è qualcosa per me incomprensibile. Vuol dire infatti accusare se stessi di non essere capaci  di guardare una qualsiasi donna se non come un oggetto di desiderio. Peggio delle bestie. Vorrei esaminare però anche questo argomento da un punto di vista molto più profondo. Da ragazzo vivevo nel Sud-Italia, Alle scuole medie (scuole pubbliche non quelle private, in genere religiose) ero in una classe solo maschile, la classe accanto era solo femminile. Al liceo (classe mista) le ragazze indossavano obbligatoriamente il grembiule nero. Io avevo una “fidanzatina” che poi cinquant’anni fa è diventata mia moglie (abbiamo appena celebrato le nozze d’oro). Tutte le volte che uscivamo per fare una passeggiata eravamo accompagnati da suo fratello più piccolo. Tutte le donne andavano alla Messa (allora molto frequentata talvolta per ragioni di convenienza sociale) con il capo coperto. Nei piccoli centri poi le donne di una certa età erano quasi tutte vestite a nero e con uno scialle nero in testa. Al Nord le cose erano un po’ diverse e anticipavano di qualche anno ciò che succedeva al Sud. Anche nell’ambito sociale le cose erano molto diverse da oggi. La prima donna nominata ministro fu in Italia Tina Anselmi nel 1976, Nilde Iotti fu la prima presidente del Parlamento nel 1979. La prima manager di una grande industria fu Marisa Bellisario che nel 1981 fu chiamata a dirigere l’Italtel. Peccato però che quando questa, risanata dalla sua situazione disastrosa, stava per fondersi con la Telettra nella Telit la Fiat negò alla Bellisario il consenso a dirigere la nuova azienda. Il fatto però più eclatante e simbolico è che in Italia lo stupratore che sposava la sua vittima non era punibile come pure i suoi complici. Questa legge barbara fu abrogata solo grazie al clamore suscitato da una giovane, Franca Viola, che rifiutando l’imposizione dell’aguzzino, lo mandò in galera. Ma ciò avvenne nel 1981, sedici anni dopo il fatto. Dopo altri quindici anni (trenta in totale) nel 1996 lo stupro da “reato contro la morale” fu riconosciuto in Italia “reato contro la persona”. Solo allora finalmente, siamo ripeto nel 1996, la donna in Italia non fu più considerata un oggetto. Non scrivo questo per uno sfoggio di erudizione ma per dirvi che ogni Paese nel mondo ha il suo “orologio” che può essere modificato solamente dal suo popolo. Pensate forse che se la Francia, o l’Inghilterra o gli USA, ci avessero invaso negli anni ’60 o negli anni ’70 per cercare di imporci ciò che già succedeva nei loro Paesi e non in Italia dove i barbari indigeni erano liberi di stuprare le loro donne sarebbero stati accolti pacificamente? Pensateci profondamente, non limitatevi a dire “che c’entra”, “c’entra si”. Concludo questo paragrafo dicendo che ciò che a noi come alle donne di Kabul sembra una barbarie, non lo è assolutamente per la gran parte della popolazione afghana che vive nelle campagne, non ha mai studiato e conosce solo ciò che è stato loro tramandato dai loro padri. Esse non sanno neanche che cosa sia l’università. (FIG 4, 5, 6, 7, 8)

I giornali ci hanno fatto vedere solo una piccola parte non rappresentativa della realtà del Paese e non per nulla ciò che vi ho raccontato dell’Italia avveniva sostanzialmente nel Sud, mentre a Milano le cose già andavano molto diversamente.  A Kabul la mentalità prevalente era già occidentalizzata molto prima che gli occidentali portassero con le armi “la libertà”  (fig. 9)). Poi, come spesso succede, il cambiamento dei costumi si muove “due passi avanti e uno indietro” e le campagne seguono con ritardo le città. Se guardiamo infine altri Paesi mussulmani, ci rendiamo conto che la realtà in Arabia Saudita è assolutamente analoga a quella dell’Afghanistan, però è un “Paese buono” per la politica dell’Occidente, quindi intoccabile anche se taglia a fette i giornalisti (non in senso figurato). In Iran, “Paese cattivo”, a Teheran le ragazze portano sul capo un foulard colorato che è come un vezzo. La sera nelle strade poi esse sono libere di andare in giro con amiche senza essere accompagnate dal garante (ho fatto personalmente un filmato che lo dimostra). Nelle campagne però esse sarebbero considerate delle “svergognate  che porteranno il Paese alla perdizione.” Il governo deve barcamenarsi fra le due culture che hanno “orologi” diversi. Più vicino a noi, la Turchia, parte della NATO, è governata da Erdogan che non possiamo certo considerare un democratico. Anche in Turchia, a Istanbul la maggioranza ha sempre votato contro Erdogan e le donne sono assolutamente libere di non portare alcun tipo di velo. Se però andiamo nelle sterminate aree della campagna Anatolica ove dominano le varianti più estremiste dell’islamismo e dove Erdogan trova la sua maggioranza ci rendiamo conto che una donna di Istanbul sarebbe considerata una svergognata.  In conclusione la legge non può fermare ma solo rallentare (o accelerare)  ed uniformare il cambiamento della cultura e dei costumi di un popolo, ma allo stesso tempo nessuna violenza è mai riuscita e mai riuscirà a far cambiare a un popolo i propri costumi. La storia del mondo, anche quella italiana ne è una prova. E in Afghanistan? Con quale onestà intellettuale ci stracciamo le vesti perché i Talebani non hanno ammesso donne al governo? Solo perché da noi è successo ieri, deve succedere un minuto dopo in tutto il mondo? I più vecchi fra noi (uomini o donne) non fecero mai  manifestazioni negli anni ’60 perché non avevamo donne ministri, e ancora oggi per avere alcune donne in parlamento dobbiamo ricorrere a quella farsa delle quote rosa, facendo delle donne oggetti protetti da esporre come allo zoo. In futuro, non so quando, anche noi Italiani ci adegueremo a ciò che già succede in Germania da molti anni. Anche in Afghanistan dopo molto più tempo alcune cose cambieranno. L’Afghanistan profondo in questi vent’anni ha visto solo soldati, bombardamenti, morte e distruzione e nessuno (a parte alcune ONG) si curava di dar loro un po’ di cibo e un medico per curarli. Quando avranno risolto i problemi fondamentali dell’esistenza, potranno occuparsi di altri diritti che richiedono preliminarmente almeno un tetto, la salute e la pancia piena.

 

Cosa avremmo dovuto fare, e non abbiamo fatto

Riassumendo. Gli USA hanno legittimamente invaso l’Afghanistan assieme ai Paesi Occidentali come ritorsione per la strage delle Torri gemelle e per distruggere Al Qaeda una volta per sempre. Chiusa la parte puramente militare della guerra si sono assunti l’incarico di democratizzare e liberalizzare l’Afghanistan. Hanno però adoperato sostanzialmente gli stessi metodi “di guerra”. Hanno costituito un governo che era totalmente estraneo ai costumi del Paese basati sul tribalismo spinto all’estremo, con delle elezioni che non significavano niente per la gran parte della popolazione; l’ultima ha avuto una partecipazione del 25% degli aventi diritto ed il vincitore è stato proclamato dopo cinque mesi. Sono riusciti a ottenere qualcosa nelle poche città (ove per altro quelle idee già circolavano) ma hanno ignorato totalmente le campagne che per gli occupanti sostanzialmente non esistevano. Hanno addestrato un grande esercito che si è dissolto senza combattere come neve al sole, dimostrando che il governo e la stessa gerarchia militare non avevano alcuna presa sul Paese.  Un documento interessantissimo su tutto ciò sono gli “Afghan Papers” preparato da un’agenzia federale americana per capire cosa è andato storto in questi vent’anni di guerra. Il Washington Post ha ottenuto la pubblicazione di gran parte di esso, contenente oltre 2000 pagine di interviste a più di quattrocento persone che hanno avuto un ruolo diretto nel conflitto, sia militari che civili. A queste si sono aggiunte un’altra serie di memo ed altri documenti interni dell’ex segretario alla Difesa provenienti dal National Security Archive. Tutti questi documenti rivelano una storia segreta e immediata di come tre presidenti non siano riusciti in tanti anni a mantenere le loro promesse di porre fine alla guerra. Essi evidenziano quattro temi fondamentali.

-          I militari fornirono sempre informazioni rosee circa l’andamento della guerra, ben sapendo che sarebbe stato impossibile vincerla.

-          Gli USA non avevano alcuna comprensione della realtà afghana e di conseguenza non avevano un’idea chiara di ciò che stavano facendo.

-          Tutta l’operazione non aveva una strategia e obiettivi ben definiti

-          Riversarono una quantità immensa di denaro in uno stato molto fragile, generando corruzione.

Per chi fosse interessato, è  facilissimo trovare su internet questa ampia documentazione.

Detto ciò è giusto che io dica che cosa avremmo dovuto fare. Si può condensare in poche parole. Fare gradualmente sparire già dieci anni fa gli Americani dalla direzione strategica delle attività sul campo: essere sarebbero dovute essere affidate ad una missione civile quanto più internazionale possibile, a cui l’ONU avrebbe dovuto fornire una copertura militare per il minimo necessario a garantire la sicurezza. Truppe di varie nazionalità potevano essere presenti, ma non sotto il comando americano.

Questa missione avrebbe dovuto anzitutto mettersi in contatto con tutti i clan, i gruppi tribali e religiosi che compongono la realtà afghana, inclusi, agli estremi, i talebani da un lato e i tagiki del Panshir dall’altro. Unico a essere lasciato fuori doveva essere ISIS-Khorasan, la cellula generata da una metastasi della guerra in Iraq e fautrice del “Califfato” mirante alla propagazione armata delle proprie idee al di fuori dell’Afghanistan. Favorire una pacificazione fra tutti i gruppi e gruppuscoli su basi da loro definite e lasciare a loro in brevissimo tempo il governo del Paese, chiedendo solo la lotta al terrorismo e il rispetto di alcuni (pochi) diritti fondamentali. Fra questi diritti poteva essere inclusa l’abolizione del Burka, mantenendo però allo stesso tempo altre forme più moderate di velo, la garanzia a uomini e donne dell’istruzione senza fossilizzarsi sull’abolizione delle loro “idee bandiera” come la separazione dei sessi nelle classi scolastiche e nei luoghi di lavoro. La cosa secondo me più importante da chiedere sarebbe stata invece la diffusione in tutto il territorio dei diritti fondamentali: la vita, la salute, l’istruzione, un lavoro etc. Sono questi principi infatti il motore dello sviluppo e senza di esse è inutile parlare d’altro. Purtroppo noi nel ricco Occidente non abbiamo un’idea chiara che senza il soddisfacimento di questi bisogni primordiali è inutile (anzi offensivo) parlare d’altro.

E  passiamo alla parte economica. Tutto l’occidente sta sbagliando di nuovo in maniera gigantesca. Da un lato grida all’immensa crisi umanitaria che sta per scoppiare e dall’altro ha bloccato i fondi afghani depositati legalmente nelle banche estere. Il governo non ha quindi neanche un minimo di fondi in valuta internazionale per comprare cibo e medicine di cui hanno un drammatico bisogno. Nel frattempo stiamo a discutere sul miglior modo di legare lo sblocco dei fondi e gli aiuti economici al rispetto di alcune regole da noi considerate assolutamente prioritarie. Stiamo in sostanza applicando la stessa strategia lanciata dal Presidente Eisenhower per Cuba e poi resa sempre più dura dai suoi successori. Essa era molto semplice “Affamiamo il popolo ed esso si libererà dei suoi oppressori” Sono passati sessant’anni e questa strategia non ha funzionato e funzionerebbe ancora meno in Afghanistan. La missione di cui ho parlato sopra dovrebbe concordare col governo locale e gestire assieme ad esso aiuti alimentari, sanitari, e soprattutto realizzare un minimo di infrastrutture senza le quali esso non potrà mai svilupparsi. Intendo dire strade e ponti ormai distrutti, ferrovie, centrali elettriche, edilizia popolare, pozzi etc. in modo da favorire l’agricoltura e i commerci. Dovrebbe realizzare ciò che Arlacchi  aveva fatto approvare all’ONU: la sostituzione della coltivazione di papavero da oppio con colture alimentari moderne. In questa maniera si potrebbe sperare di alzare il livello di vita del Paese, senza mai dare loro l’impressione che vogliamo fare i padroni in casa loro.

In sostanza un gigantesco piano Marshall con una grande differenza: l’Europa era un popolo con la stessa cultura e le stesse idee degli Americani ed era stato invaso dalle truppe Alleate in un momento in cui una grandissima parte degli Europei li accoglieva in maniera consenziente. Qui è tutto il contrario ed estremamente più difficile. Siamo entrati come invasori, siamo scappati abbandonando quelle persone che hanno collaborato con noi e sono quindi considerate “collaborazionisti” nel senso più negativo possibile. Sarebbe stata una sfida gigantesca che avrebbe determinato per l’America e l’Occidente lo stesso entusiasmo che aveva creato in Europa. Purtroppo non credo che sarà più possibile.

 

Che cosa succederà?

La posizione americana è chiara: combattere ISIS ed anche Al Qaeda (se dovesse riprendere consistenza) senza mettere piede sul territorio afghano, mediante bombardamenti mirati essenzialmente effettuati da droni. Una delle clausole segrete dell’accordo di Doha potrebbe essere proprio la promessa di un aiuto dei talebani per combattere il nemico comune. Talebani e ISIS non hanno niente in comune. Per questi ultimi i Talebani sarebbero addirittura “agenti al soldo degli Stati Uniti” infatti, come ho già detto ISIS deriva la sua ideologia dalle dottrine salafi-jidahiste influenzate dai filoni wahabiti del Golfo. Il loro scopo ultimo è un califfato che si estenda in tutto il mondo islamico. I talebani al contrario sono essenzialmente nazionalisti: vogliono essere liberi di governare il loro territorio senza presenze straniere e applicare le loro dottrine, sia pure aggiornate rispetto a vent’anni fa. Esistono però altri problemi. Intanto in A. si contano ben undici gruppi terroristici di matrici diverse provenienti anche dai Paesi circostanti. Il movimento talebano stesso non è assolutamente compatto ma una galassia di gruppi più o meno estremisti e disponibili a parlare con gli americani. Gli USA fecero liberare Baradar perché fosse il negoziatore talebano di Doha. Sapevano che egli rappresentava l’ala moderata e in effetti un accordo è stato raggiunto e anche osservato da entrambe le parti. I T. hanno protetto la partenza delle truppe straniere e dei locali che volevano espatriare, purché tutti andassero via entro il 31 agosto. Questa data è stata rispettata, con il solo incidente dell’auto-bomba dell’ISIS. Tutti pensavano che Baradar sarebbe stato il capo dello Stato ma al contrario è solamente il vice e il vero uomo di potere rappresenta l’ala più aggressiva. Pare che ci sia stato già un grande diverbio fra le due parti e addirittura si era diffusa la voce che Baradar fosse stato ucciso. Una fonte talebana ha però dichiarato che nel loro mondo “un diverbio non vuol dire la morte di una delle parti “ e che Baradar è vivissimo. Questo è però il quadro politico e un atteggiamento rigido da parte americana potrebbe drammaticamente rafforzare l’ala oltranzista. Già il bombardamento dei terroristi dell’ISIS da parte del drone americano ha suscitato grandi proteste dei T. Ancora peggio: l’auto distrutta non era  (come dichiarato inizialmente dal comando americano) un’auto bomba pronta per un altro attacco ma un’auto carica di recipienti pieni d’acqua che un dipendente di una ONG americana stava portando alla sua famiglia. Invece di tre vittime adulte sembra che le vittime reali siano state dieci fra cui sette bambini di età variabile fra 3 e 16 anni. A parte questo però sorgono diversi dubbi sulla reale possibilità delle forze armate di effettuare azioni realmente mirate sulla base di fotografie effettuate da droni ed esaminate a 10000 chilometri di distanza. Purtroppo  senza il supporto dei T. l’intelligence americana sul territorio non sembra presente. Il rischio quindi di nuove fiammate che potrebbero propagarsi anche in Occidente sarebbe molto serio se il nuovo governo si mostrasse tollerante rispetto alla possibilità che il Paese diventi approdo di foreign fighters da addestrare e mandare all’estero come nuovi nuclei “infetti”. Bisogna quindi sperare anzitutto  che i depositi della Banca Nazionale, bloccati per il mancato riconoscimento del nuovo governo, vengano sbloccati in fretta. Inoltre è secondo me auspicabile che  la decisione dei G7 più altri alleati di non fornire alcun aiuto se non in cambio di un’accettazione verificabile del “governo inclusivo”, e delle altre condizioni poste fino ad ora, venga revocata in nome della realtà. Non è pensabile infatti che le condizioni poste vengano accettate; i T. sono abituati a vivere in estreme ristrettezze e non accetterebbero di svendere le loro idee in cambio di pochi soldi, anzi diventerebbero molto più oltranzisti. Vi sembra morale imporre uno scambio fra l’abolizione del burka e la morte per fame e malattie di decine di migliaia di poveri disgraziati che non hanno alcuna colpa? E pensiamo di poter riuscire con questo “ricatto” a ottenere ciò che non abbiamo ottenuto in vent’anni di occupazione?  Gino Strada aveva ragione e infatti le sue strutture continuano a esistere e salvare vite anche nel Panshir dove i feriti dei due fronti sono ricoverati uno accanto all’altro e i loro compagni accettano di entrare disarmati.

Ma esiste un altro attore in gioco: la Cina. Essa si trova presa fra due fuochi. Da un lato intervenire militarmente con la quasi certezza di fare la fine degli inglesi, dei Russi e per ultimi degli Americani. Dall’altro “non impiccarsi da soli” come hanno fatto in tanti Paesi, anche dove erano pesantemente presenti come il Venezuela, Cuba etc. In quei Paesi però non era a rischio la propria sicurezza interna e quindi si sono “ritirati in buon ordine” aspettando che i vari giochi più o meno guidati dagli Americani arrivassero ad una conclusione. Qui però la situazione è molto diversa, l’A. si incunea direttamente fino al confine cinese ed inoltre ha una linea di confine lunghissima con il Tagikistan che a sua volta dall’altro lato confina con lo Xinjiang, una regione estremamente sensibile per la Cina.

Già nel luglio scorso la Cina ha ricevuto a Tianjin una delegazione di alto livello dei T. presieduta da Baradar. Dal lato cinese, a testimoniare l’importanza del colloquio, c’era il ministro degli esteri Wang Yi. Quest’ultimo ha dichiarato (ancora i T. avevano occupato solo la parte nord-Orientale dell’A.) che la Cina sosterrà la sovranità e l’integrità territoriale dell’A., ma ha anche chiesto ai Talebani di tagliare qualsiasi collegamento con il movimento islamico del Turkestan Orientale (ETIM). “ETIM – ha detto – è un’organizzazione terroristica internazionale riconosciuta come tale dal consiglio di sicurezza dell’ONU e rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e all’integrità territoriale della Cina.” “Combattere ETIM è responsabilità comune della comunità internazionale e spero che i Talebani afghani taglieranno ogni legame con i gruppi terroristici come ETIM.” “I talebani afghani possono contribuire a un’efficace repressione di questi gruppi e svolgere un ruolo attivo nella stabilità e nello sviluppo regionale” Il portavoce dei talebani Mohammad Naem ha detto che gli incontri si sono concentrati sulle questioni politiche, economiche e di sicurezza che le due nazioni devono affrontare, così come sul processo di pace. Ha assicurato alla Cina che il territorio afghano non sarà utilizzato per minacciare la sicurezza di altre nazioni, in cambio della promessa cinese di non interferire negli affari interni dell’Afghanistan, ma di aiutarli a costruire la pace e risolvere i problemi.

Il problema dell’Afghanistan è comunque molto sentito da tutti i Paesi confinanti e dalla stessa Russia. Il 3 settembre il Pakistan aveva già organizzato una riunione in video con Iran, Cina, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan dopo che i suoi rappresentanti avevano incontrato separatamente i singoli governi. Tutti hanno convenuto che la pace, la stabilità e lo sviluppo dell’A. sono necessari per la pace di tutti i Paesi circostanti ed essi si devono adoperare per questo risultato in maniera coordinata e rispettando la sovranità dell’A. Un’analoga riunione, a più alto livello è stata ripetuta recentemente.

Il gruppo più appropriato per gestire la situazione futura dell’A. è però lo SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai), nata nel 2003 come sviluppo di un’organizzazione precedente e che ora include Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India e Pakistan come membri effettivi. A questi si aggiungono come osservatori, Bielorussia, Iran, Mongolia e Afghanistan. Quest’ultimo è uscito negli anni scorsi ma si presume che rientrerà a breve. La Sco nacque in seguito alle preoccupazioni espresse dai Paesi dell’Asia centrale riguardo la sicurezza dell’area, specificamente terrorismo e fondamentalismo. I rapporti interni allo SCO, già complessi per gli interessi contrastanti di Russia e Cina, si sono vieppiù complicati per la presenza sul territorio afghano di truppe e basi aeree occidentali. I T. ritornati di nuovo al potere con facilità, non hanno però pacificato le varie fazioni esistenti sul territorio e addirittura all’interno del governo stesso. Un articolo su “The Diplomat” riporta le opinioni di Ahmad Bilal Khalil, uno studioso di politica afghana, di nazionalità afghana ma formatosi nelle università pakistane. Dopo aver descritto la storia delle relazioni fra SCO e A., ABK spiega le ragioni per le quali entrambi devono cooperare dopo la partenza degli americani, per instaurare una politica di “neutralità multi-allineata”. L’A. geograficamente è parte integrante dello SCO, anzi ne è al centro. Confina con quattro stati aderenti allo SCO, Cina, Pakistan, Tagikistan e Uzbekistan e la sua politica estera coinvolge direttamente anche gli altri quattro. Trenta dei 150 gruppi etnici della regione sono presenti in A. ed hanno forti legami transfrontalieri che superano i confini politici. Non dimentichiamo infatti che negli anni ’90 una guerra civile in A. ha avuto un ruolo determinante nella guerra civile in Tagikistan, subbugli in Kashmir, insurrezione in Cecenia e l’ascesa di estremisti e separatisti in Xinjiang, responsabili di vari attentati in tutta la Cina. Da un punto di vista economico nel 2018 oltre l’87% delle importazioni afghane e il 57% delle esportazioni erano con i Paesi SCO. Infine la partenza degli USA che suscitavano grandi preoccupazioni in alcuni Paesi SCO, dovrebbe rendere più facile l’inclusione dell’A. nello SCO e la collaborazione per la stabilizzazione e la crescita del Paese. Un punto di vista molto interessante ci viene da uno studio pubblicato il 16 luglio 2021 da Chris Devonshire-Ellis della Dezan Shira & Associates, una società internazionale con 28 uffici in tutta l’Asia che assiste gli investitori stranieri nella regione. Alla data della pubblicazione Kabul non era ancora caduta e i T. non avevano ancora formato il governo, che per altro è ancora sostanzialmente “provvisorio” e include solo T. dei vari indirizzi, ma non membri di altre etnie. Secondo l’autore la preoccupazione principale dello SCO è costituita da possibili rapporti che il governo talebano potrebbe avere con Al Qaeda, e ISIS, fino al punto da lasciarli operare dall’A. nei Paesi esteri. Purtroppo inoltre alcune fazioni interne ai T. potrebbero reclamare modifiche ai confini del Paese su base essenzialmente etnica e questa è la principale preoccupazione della Russia che sta organizzando manovre militari al confine dell’A. volte a prevenire eventuali incursioni. Del resto Russia e Cina hanno ideato lo SCO pochi mesi prima l’11 settembre proprio per difendersi da attacchi afghani. Il problema della detenzione degli Uiguri dello Xinjiang è una risposta agli sviluppi in Afghanistan, non una forma di genocidio. Secondo il Global terrorism Database, dal 2001 la Cina ha avuto 134 “incidenti terroristici” relativi a gruppi separatisti uiguri, e 1458 persone sono morte in incidenti principalmente nello Xinjiang ma anche a Shijiazhuang, Pechino, Tianjin, Kunming e Guangzhou. Anche la Russia non è stata immune da questi attacchi. La metropolitana di Mosca è stata bombardata nel 2010 dai terroristi , con 38 morti in due esplosioni consecutive; a Volgograd un attentatore suicida ha ucciso 50 persone in un supermercato. ISIS ha rivendicato gli attentati nella metropolitana di San Pietroburgo con 15 vittime e l’esplosione di un Airbus diretto alla stessa città con 224 morti. Anche Russia e Cina hanno quindi le stesse preoccupazioni che hanno spinto gli USA. In un recente incontro i T. hanno chiesto al ministro russo Lavrov di allentare le sanzioni russe e dell’ONU nei loro confronti sulla base della risoluzione 2513 del Consiglio di sicurezza. Da notare però che fino al 2022 il presidente del comitato ONU per queste sanzioni è l’India, e questa potrebbe usare il suo potere come arma nei confronti del Pakistan piuttosto che risolvere il problema Afghano. In Pakistan, infatti, vivono 44 milioni di Pashtun, contro 14 milioni in A. e 3.5 milioni in India. Quest’ultima quindi, con un risorgente governo Indù non è la più indicata per risolvere conflitti etnici e religiosi.

Tornando a Russia e Cina l’obiettivo principale è lo sviluppo dei commerci e la stabilità politica mentre gli USA avevano diverse priorità  anche se esistevano interessi economici, come i gasdotti che avrebbero dovuto congiungere i giacimenti Turkmeni con il Pakistan attraverso l’A. Il progetto naufragò perché i T. ritenevano sfavorevoli le condizioni proposte. I piani russo-cinesi prevedono invece la costruzione di una ferrovia trans-afghana fra l’Uzbekistan e i porti pakistani di Karachi e Gwadar collegando quindi l’A al corridoio economico Cina-Pakistan in corso di realizzazione e di assoluta importanza strategica per la Cina. Esistono in embrione altri progetti come l’inclusione dell’A. negli accordi economici sempre più stretti fra l’unione economica eurasiatica (tra Bielorussa, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan in vigore dal 2014) e Cina, India e Pakistan. Sullo sfondo resta ovviamente lo sfruttamento dei grandi giacimenti di rame e terre rare che interessano la Cina e dei giacimenti di minerali ferrosi in superficie che interessano l’India.

Funzionerà il “metodo cinese” di non interferenza negli affari interni salvo forse i più eclatanti, a ottenere gli obiettivi proposti: stabilizzare il Paese, bloccare la rinascita del terrorismo, creare uno sviluppo economico che, solo, potrebbe modernizzare un Paese ancora per larga parte medievale? Oppure, dopo Inghilterra, Russia, e USA la Cina sarà la prossima vittima caduta nel cimitero degli Imperi? Se fosse così il ritiro degli americani si rivelerebbe una trappola per i propri avversari oggi piuttosto che una fuga come ci appare oggi. Ci vorranno anni per saperlo.