3. set, 2021

Testo

 

2 settembre 2021

LA SFORTUNA DI NASCERE IN AFGHANISTA

 

La tragedia degli ultimi giorni

L’Afghanistan è crollato in dieci giorni! Il 6 agosto i Talebani occupavano la prima provincia e il 15 cadeva Kabul. Una disfatta totale e del tutto imprevista nei tempi, se non nei risultati. L’esercito e la diplomazia americana paventavano un’occupazione in almeno tre mesi quando ormai mancavano pochi giorni.

Noi tutti, in Italia, in Europa, ma credo anche in USA avevamo appena iniziato a godere qualche giorno di serenità, sia pur condizionata da green pass e mascherine e dibattevamo su questa “limitazione ingiustificata della nostra libertà”, quando improvvisamente tutti i media ci hanno sommerso di notizie tragiche, notizie di donne e bambini uccisi o violati nella loro psiche e nel loro corpo. In che mondo viviamo!

Alcuni articoli in particolare mi hanno colpito nell’intimo. Una signora, intervistata, raccontava la sua avventura. Lei e il marito avevano deciso che il loro bambino doveva a tutti i costi espatriare per sperare in un futuro e avevano concordato un piano dettagliato, per quanto disperato: avrebbero tentato di passare tutti, se non ci fossero riusciti il padre sarebbe rimasto e avrebbe  aiutato gli altri ad andare. In caso estremo avrebbero consegnato il bimbo a qualcuno che lo portasse da qualche parte fuori dal Paese, solo, in un mondo sconosciuto, dove si parlava una lingua sconosciuta, a dovere affrontare la vita, e che vita. Io sono padre di due figli e nonno di quattro nipoti in tenera età. Cerco di capire cosa voglia dire abbandonare un figlio al proprio destino, senza poterlo più rivedere,  aiutare, coccolare, baciare. Terribile, inumano.

Gli altri due erano, più umanamente accettabili nella loro tragicità. Nel primo una donna raccontava la sua odissea per arrivare dalla sua città fino all’aeroporto, aiutata da tutti i familiari. L’altra era una fotografia di un nostro giovane diplomatico (trent’anni), ultimo rimasto a Kabul, che in aeroporto cercava di gestire il rimpatrio degli Italiani e di un certo numero di Afghani che la nostra politica autorizzava a far espatriare. Bene, la foto lo ritraeva mentre teneva in braccio un bambino afghano che gli era stato passato e in un certo senso “affidato” da un’altra coppia di genitori. E’ la seconda volta in meno di un anno che i nostri diplomatici, si fanno notare per il loro aiuto disinteressato (e non dovuto) ai più deboli. Sono giovani entrambi: il primo, l’ambasciatore in Congo Luca Attanasio ha perso la vita; l’altro il console Tommaso Claudi è ancora lì a rischiare la sua. ONORE A ENTRAMBI CHE RAPPRESENTANO IL MEGLIO DEI NOSTRI VALORI.

 

Dov’è l’Afghanistan?

Penso che molti di noi non abbiano idea di dove sia questo Paese, se sia grande o piccolo, da che razza di gente sia abitato etc. Forse qualcuno, per assonanza del nome “xxxStan ”si rende conto che deve stare da qualche parte in Asia ed essere abitato, o meglio dominato, da un gruppo di persone violente e semiselvagge, che hanno sottomesso il resto della popolazione. Purtroppo dubito che anche buona parte dei nostri rappresentanti in Parlamento che pure ogni anno devono votare il rinnovo della missione militare italiana abbia qualche informazione più dettagliata. Non ho fatto ricerche approfondite e può darsi che mi sbagli ma l’unico dossier dettagliato della Camera dei Deputarti da me trovato risale al 10 aprile 2008. E’ opportuno, direi necessario, che ognuno di noi, di fronte ad una così grande tragedia e in attesa di un’ondata pressoché certa di migranti che arriveranno alle nostre frontiere, se ne faccia un’idea abbastanza precisa. E’ anche questo un portato della democrazia di cui ci fregiamo: una scelta consapevole nel bene e nel male degli orientamenti del nostro Paese.

L’Afghanistan confina con Iran, Turkmenistan, Uzbekistan, Tagikistan, Pakistan ed ha un piccolo ma importantissimo corridoio diretto verso la Cina. Già la sua posizione, e il fatto che è una grande via di accesso verso il subcontinente indiano spiega perché sia sempre stato un crocevia di interessi e di guerre. Inoltre, la presenza del Tagikistan e del Pakistan, oltre che l’Iran e il corridoio diretto verso lo Xinjiang creano da sempre grandi motivi di preoccupazione da parte della Cina. Di entrambi questi argomenti parleremo più avanti.  L’A. ha una superficie poco più che doppia di quella italiana,  e una popolazione poco più della metà di quella del nostro Paese. Morfologicamente il Paese è prevalentemente montuoso e attraversato dalla catena altissima dell’Hindu Kush; in essa si aprono i passi di Khiber e Bolan che sono stati  fin dal più remoto passato le porte d’accesso verso l’India. La popolazione, sparsa in piccoli villaggi, è per lo più dedicata all’agricoltura ma con metodi di pura sussistenza vista la mancanza di qualunque infrastruttura e alla pastorizia . Solo una porzione ridotta vive in grandi agglomerati urbani. Una menzione a parte merita la coltivazione del papavero da oppio di cui l’A. è il maggior produttore mondiale. Sembra un paradosso, ma su di questo si basa l’intera economia del Paese.  Non posso a questo punto fare a meno di citare Pino Arlacchi, il cui nome risulta oggi sconosciuto ai più. Sociologo, professore universitario, parlamentare etc. Arlacchi fu dal 1997 al 2002 sottosegretario generale dell’ONU, direttore dell’ufficio per il controllo delle droghe e la prevenzione del crimine. Egli nel 1998 fece approvare all’assemblea generale una strategia per la riduzione del consumo di droga, e soprattutto l’eliminazione graduale delle colture di oppio e coca in tutto il mondo. In particolare, per quanto riguarda l’Afghanistan egli propose di agire su due fronti: supportare un’agricoltura più moderna e redditizia e nello stesso tempo comprare e distruggere l’intera produzione di oppio del Paese. Secondo Arlacchi  questa azione duplice sarebbe riuscita nel tempo a ridurre la produzione di droga e sostituirla con un’agricoltura moderna. Inutile dire che non se ne fece nulla perché gli interessi contrari palesi e nascosti erano troppo grandi.

Le infrastrutture in pratica non esistono in A. le strade esistenti, poche ed abbastanza fatiscenti, sono state rese praticamente inutilizzabili dal passaggio di mezzi pesanti e spesso cingolati per le esigenze militari, i ponti distrutti dai bombardamenti. Il Paese non ha mai avuto ferrovie. Solo recentemente, durante l’occupazione americana e grazie la sua assistenza è stato costruito solo un tratto di 75 chilometri dalla frontiera con l’Uzbekistan in direzione della città di Herat. Infine non bisogna ignorare che ricerche prima sovietiche e poi americane hanno appurato che il Paese è ricco di ferro e soprattutto di rame ed ha riserve molto importanti di Niobio e Litio. L’A. potrebbe quindi risolvere il problema dell’estrema povertà se si riuscisse a pacificarlo e a sfuttarle adeguatamente.

Per ultimo accenno al fatto molto importante che in A. esiste una molteplicità di etnie. La più importante è costituita dai Pashtun, ma sono numerosi anche Tagiki, Hazara, Uzbeki, e in percentuali più ridotte, Turkmeni, Baluchi, e le popolazioni nomadi. Anche la religione determina un complicato “guazzabuglio”. Nel VI secolo a.C. nacque proprio in A. il culto zoroastriano. In seguito dall’india si diffuse il Buddismo, ma nel VII secolo d.C l’espansione del mondo islamico arrivò in A. Quest’ultima oggi è la religione più diffusa, a maggioranza sunnita (80%) rispetto agli sciiti (19%) ed altre minoranze. Ciascuno di questi gruppi è a sua volta suddiviso in varie “correnti”. Esistono piccole presenze di altre religioni tollerate solo per individui non mussulmani di nascita; per questi ultimi è vietata l’apostasia punita con la pena di morte. Tutto ciò da una prima idea della complessità del Paese. Stranamente esiste a Kabul ed è ancora attiva grazie a un sacerdote barnabita una chiesa cattolica attigua all’ambasciata italiana, aperta nel 1919 come ringraziamento del governo locale all’Italia che era stata la prima in quell’anno a firmare un trattato di amicizia con l’A. A questo proposito proprio oggi il portavoce del governo talebano ha invitato l’Italia a riaprire l’ambasciata, proprio per la storica amicizia fra i due Paesi e la grande cultura del nostro Paese.

 

Afghanistan, cimitero degli imperi

Una volta chiarito anche se in maniera rapida e superficiale di chi stiamo parlando è necessario uno sguardo alla storia dell’A. e delle sue traversie fin dall’antichità.  Già Alessandro Magno nel 327 a.C. attraversò il Kyber inseguendo i suoi sogni di conquista. Lì incontrò la feroce resistenza locale e, colpito dalla freccia di un arciere afghano, riuscì a mala pena a salvarsi ed arrivare in vita al fiume Indo. Fu per me una grandissima emozione quando arrivai, stanco e accaldato, in macchina in un posto sperduto del Pakistan e all’improvviso mi trovai di fronte i resti di una città greca! Lì, in fondo al mondo dove io ero arrivato a fatica, era passato un intero esercito con le salmerie e tutto ciò che era necessario a una tale distanza da casa. Passano mille anni e Gengis Khan e i suoi soldati cominciarono ad attraversare il Kiber e costruirono il loro gigantesco impero, ma dopo aver raggiunto un difficile accordo con le indomite tribù afghane. Si possono ancora vedere le torri di segnalazione che erano in grado di trasferire in meno di un’ora, con fiaccole e fumo, messaggi da Calcutta a Bukara. Nello stesso periodo Marco Polo attraversò il Paese e ne descrisse alcune città durante il suo viaggio verso il Turkmenistan e la Cina.  Nel 1385 Tamerlano si impadronì del Paese e per un certo periodo vi fu una fioritura delle arti, la poesia, l’architettura la pittura delle miniature etc. Herat continuò a prosperare nel XVI secolo ed in quest’epoca diede in natali a grandi poeti dell’Asia centrale quali Jami e Alisher NavaiIn. L’imperatore moghul Babur scelse Kabul come capitale ma ben presso iniziò la sua decadenza. Nel 1774 fu fondato il regno dell’Afghanistan ma durò poco. Pochi anni dopo il Kyber e l’intero A. divennero il fulcro del “Grande Gioco” fra il Regno Unito e l’impero russo per il controllo dell’Asia centrale e dell’India. La prima guerra afghana cominciò nel 1839 quando una grande armata britannica invase l’A. per bloccare le incursioni russe rimpiazzando l’emiro esistente con un altro di suo gradimento. A causa delle rivolte afghane nel 1849 gli inglesi furono costretti a ritirarsi da Kabul con una colonna di militari e civili nel tentativo di raggiungere la guarnigione di Jalalabad, distante 150 chilometri. Solo una persona vi arrivò sano e salvo e successivamente alcuni prigionieri furono liberati dopo alcuni mesi. Secondo lo storico Louis Dupree citato in un articolo di Foreign  Affairs di novembre 2001  quattro fattori contribuirono al disastro del Regno Unito (ricordiamo che nello stesso periodo gli Inglesi portarono avanti con successo la guerra dell’oppio): l’occupazione del territorio afghano da parte di truppe straniere, la collocazione sul trono di un impopolare emiro, le dure azioni degli afghani sostenuti dai britannici contro loro nemici locali, e la riduzione dei sussidi pagati ai capi tribù dagli agenti politici britannici. Gli inglesi avrebbero ripetuto gli stessi errori nella seconda guerra afghana (1878-81) , così come i sovietici il secolo dopo. Foreign Affairs chiude dicendo (nel 2001) “Gli Stati Uniti farebbero bene a prenderli in considerazione oggi”    La storia, come sempre, non insegna niente alla politica, e si ripete nei secoli. Gli inglesi ci riprovarono ancora una volta nel 1917 ma il risultato non cambiò e con la fine della prima guerra mondiale finì finalmente “il Grande Gioco”. Dopo la seconda guerra mondiale, l’A. fu libero di dedicarsi ai soliti conflitti interni fino a quando l’ultimo re, Zahir Sha, fu deposto nel 1973, dopo di che il Paese iniziò una rapida spirale verso l’anarchia. Alla fine del 1979 l’URSS decise di intervenire direttamente. Ovviamente essi seguirono la stessa strategia degli inglesi: un impopolare “emiro” posto sul trono, Kabul occupata e messa in sicurezza etc. Si pensava che quella dei Russi sarebbe stata una rapida incursione, senza che gli Americani intervenissero (era l’epoca di Jimmy Carter e degli ostaggi americani in Iran). Carter invece reagì con le classiche armi USA: sanzioni economiche, boicottaggio delle Olimpiadi di Mosca, consegna di grandi quantità di armi ai ribelli contro l’occupazione sovietica. Agli USA si unirono con varie motivazioni U.K., Pakistan, Arabia Saudita, Egitto e Cina. Le forniture di armi americane arrivarono in quantità sempre più imponenti ai mujahideen, i “soldati di Dio” afgani. La base operativa era a Peshawar, in Pakistan, dove i sette leaders della resistenza rappresentanti dei vari potentati locali cercavano di coordinarsi sotto la regia della CIA. L’esercito sovietico, forte di 120.000 soldati, fronteggiava 250.000 mujahideen e, nonostante abbia inflitto perdite immense alla popolazione civile (si parla di 1.5 milioni di feriti e più di 6 milioni di internati) cominciò a non reggere l’urto. I Sovietici cominciarono ad utilizzare i micidiali elicotteri MI-24D e il nuovo presidente ,Reagan pressato dal Congresso decise di fornire ai ribelli, ai quali si era aggregato anche il gruppo di Osama Bin Laden, i missili terra-aria Stinger. Gorbachev diede infine l’ordine di ritirarsi. Era il 1989, l’anno di piazza Tienanmen e della caduta del muro di Berlino.

Gli Americani avevano vinto dunque questa guerra “per interposti Afghani” ma avevano armato, addestrato e supportato i propri nemici. E infatti cominciarono gli attentati di Al Qaeda in varie parti del mondo che culminarono l’undici settembre.

 

La guerra dell’America e della NATO

L’esercito afghano, formato da 330mila effettivi armati e addestrati per più di dieci anni dagli americani, si è dissolto in dieci giorni. Mentre scrivo, 31 agosto, l’ultimo soldato americano è decollato dall’aeroporto della capitale dopo più di 19 anni: quattro volte la durata della seconda guerra mondiale. In realtà, ed è l’unica, ovvia spiegazione, non ci sono stati combattimenti significativi, ma il “tutti a casa” tipico di quando un esercito diserta. E del resto lo stesso presidente Ashraf Ghani  era già fuggito all’estero, si dice in un elicottero stipato di banconote. Era un disastro annunciato, ed è incredibile che gli Americani ancora pochi giorni prima della caduta di Kabul ipotizzassero una resistenza di almeno tre mesi, determinando la fuga precipitosa (e incompleta) dei residenti stranieri e dei militari, ma lasciando a terra una parte dei profughi che avevano promesso di evacuare per evitare che fossero accusati di “collaborazionismo”. Questi ultimi corrono  grandi rischi nei prossimi mesi come alla fine di tutte le guerre civili.

Gli avvenimenti si sono concatenati inesorabilmente e prevedibilmente: all’inizio della primavera finisce il raccolto del papavero da oppio, principale sostentamento della popolazione, e quindi i giovani tornano a ingrossare le fila dei talebani per la consueta stagione estiva della guerra; Trump aveva già concordato il ritiro americano per maggio 2021 e Biden lo aveva rinviato solo a settembre come concordato con i ribelli, una parte dei quali ritornavano in patria dai loro rifugi in Pakistan. Il supporto aereo si era già ridotto e il 2 luglio era stata abbandonata la base americana di Bagram; già in giugno erano cominciati i primi combattimenti in 26 delle 34 provincie del Paese. Oggi, solo nelle valli del Panjshir all’estremo Nord-Est dell’A. le truppe di Massoud, il figlio del “Leone dell’Afghanistan” che aveva già combattuto i Talebani anche prima dell’intervento americano, stanno tendando di resistere. La loro richiesta di supporto all’Occidente è stata negata e nessuno sa veramente come andrà a finire. Come molti osservatori internazionali sostengono, abbiamo assistito alla replica della fuga da Saigon nel 1975. Di questo parleremo nella seconda parte.

Ricostruiamo la storia di questi vent’anni. L’undici settembre 2001 l’attentato di Al Qaeda a New York ha un risultato molto superiore alle migliori aspettative degli attentatori. Le Torri gemelle infatti collassano e 3000 persone rimangono sotto le macerie. Mai forze straniere avevano provocato tanti morti nel territorio americano e tutto il Paese, e addirittura tutto il mondo occidentale, addolorato, attonito e stupito per tanto disastro promise vendetta: Al Qaeda non poteva farla franca. La base dell’organizzazione era in A. in prossimità del confine con il Pakistan, ottimo rifugio in caso di necessità. Il governo americano chiese ai Talebani la consegna di Osama Bin Laden e di fronte al loro rifiuto il 7 ottobre 2001 George W. Bush diede avvio all’operazione Enduring Freedom  (libertà duratura) che in breve tempo ebbe ragione dell’esercito talebano che governava il Paese dal 1996. Donald Rumsfeld nel maggio 2003 dichiarò che l’obiettivo di eliminare Al Qaeda era stato raggiunto, anche se Bin Laden era ancora nascosto da qualche parte in Pakistan, che “i combattimenti principali erano conclusi” e che da allora sarebbe cominciata la ricostruzione del Paese. Era un cambio di rotta e di strategia assolutamente sostanziale, credo molto di più di quanto lo stesso governo americano prevedesse. L’obiettivo dei degli USA e dei Paesi alleati non era più militare (che aveva già avuto un sostanziale successo) ma molto più complesso: si trattava di ricostruire dalle fondamenta un Paese nuovo, che per millenni aveva vissuto combattendo tutti gli stranieri che lo avevano invaso, basato su strutture tribali, su basi etniche e con conflitti anche religiosi. Cosa volevano realizzare? Un Paese “moderno, liberal-democratico, avanzato, con diritti analoghi a quelli occidentali, con libertà di esprimere liberamente le proprie opinioni, governato da un sistema giuridico laico, con uguaglianza di genere, etc.”. Una grande utopia, mai realizzata in nessun Paese in cui l’occidente ci ha provato. Era infine una situazione identica a quella oggi vigente in altri Paesi in cui la donna non ha alcun diritto, il sistema giuridico è basato sulla Sharia, etc. e nei quali l’Occidente non ha mai tentato una tale operazione. Ne è una prova lampante l’Arabia Saudita in cui chiunque, locale o straniero, voglia vivere o operare deve rigidamente adeguarsi alle regole locali e infatti anche l’azienda di cui ho fatto parte ha firmato numerosi contratti miliardari (in dollari) accettando che essi fossero regolati dalla Sharia. Lo stesso avviene normalmente anche a società americane. Era un compito possibile? Si poteva ottenere un risultato operando più a lungo o in maniera diversa? Ne parleremo nella seconda parte di questa nota fra qualche settimana. Tornando alle operazioni belliche nel 2004 il Mullah Omar lanciò l’anatema contro gli americani e il governo “collaborazionista” di Hamid Karzai, promettendo che si sarebbe ripreso il Paese. Negli USA l’opposizione interna cominciò a protestare contro un’azione che aveva cambiato volto e che si svolgeva in parallelo a quella in Iraq, con morti e feriti e con i reduci che tornavano in Patria psicologicamente distrutti da una guerra di cui non capivano più il senso. Stava nascendo una situazione analoga a quella del Viet Nam: anche lì combattevano contro una popolazione locale che in gran parte non li voleva e dovendo assistere ogni giorno a moltitudini di civili, incluso donne e bambini, morti o feriti dalla armi di quei soldati che erano lì per “liberarli” come dicevano i loro comandanti. La situazione si andava sempre di più aggravando e nel 2008 le truppe americane impegnate in A. erano aumentate dell’80% arrivando a giugno a 48000 soldati, già aumentati a settembre quando Bush ne inviò altri 4500. Barak Obama fu eletto presidente a novembre 2008 anche sulla base della promessa che avrebbe portato a termine la guerra. Il suo obiettivo era di andarsene entro luglio 2011 e invece subito dopo il suo ingresso alla Casa Bianca fu costretto a inviare altri 20000 soldati. In settembre, un documento delle forze armate sosteneva che sarebbero serviti almeno 500000 soldati e cinque anni di tempo per sconfiggere la guerriglia. Era un ribaltamento di quanto Obama aveva promesso e anche il suo vice Joe Biden si opponeva sostenendo che l’America doveva ritirarsi dall’A. abbandonando le sue posizioni idealiste che avevano cambiato volto alla guerra. Chi gli avrebbe detto che sarebbe stato proprio lui tredici anni dopo a chiudere la guerra! Era chiaro che il governo americano ed i generali avevano posizioni radicalmente diverse. Obama prese la decisione finale e mandò via il generale McChrystal, capofila dell’opposizione, che aveva pubblicamente “maltrattato” sia Biden che Robert Gates (ministro della Difesa).

Non riuscì però a “tirar fuori gli stivali dei soldati dal territorio Afghano” durante i suoi due mandati anche se ne cominciò la riduzione subito dopo l’uccisione di Bin Laden in Pakistan. A questo punto la guerriglia riprese forza e raggiunse il suo massimo nell’estate 2015. Anche Trump, eletto nel 2016 promise il ritiro dall’A. ma come i suoi predecessori inviò ulteriori truppe. Nel 2019, in linea con la  sua strategia anti-cinese che richiedeva un notevole sforzo anche militare su quel fronte, iniziò i negoziati con i Talebani a Doha in febbraio e firmò l’accordo con il Mullah Abdul Ghani Baradar esattamente un anno dopo, in febbraio 2020, senza neanche invitare (Andrea Marinelli – Corriere della Sera) al negoziato e financo alla firma quello che l’Occidente considerava (e considera ancora oggi) il governo afghano rappresentato allora dal presidente Ashraf Ghani  (che protestò immediatamente). Non mi pare che nessuno abbia detto, ma lo ritengo un aspetto fondamentale, che questa fu l’ultima dimostrazione di quanto il governo americano non tenesse in alcun conto la democrazia rappresentativa e il governo legittimo che dichiarava di sostenere. Gli Americani avevano “scaricato” il regime legittimo al potere e negoziavano con i rappresentanti del nuovo potere. Molto diverso sarebbe stato se tale negoziato (l’uscita degli USA e della NATO) dal Paese fosse stato condotto dai rappresentanti del governo, ovviamente supportati dagli americani, con i rappresentanti dei rivoltosi . Comunquel’accordo prevedeva il ritiro completo delle truppe il 1° maggio 2021. Fu il nuovo Presidente Biden, quello che da vice Presidente aveva supportato il ritiro oltre dieci anni  prima, a dover mantenere gli impegni presi dal suo predecessore nei confronti dei talebani e del popolo americano che era stufo della guerra. Decise solamente di spostare la data al 31 agosto come richiesto dai comandi militari che non volevano un’uscita affrettata e ritenevano la nuova data sufficiente per svolgere tutto in tranquillità Questa fu l’ultima, suprema dimostrazione di come il governo americano (ignorando anche l’opinione dei suoi alleati come aveva fatto con il governo afghano), non fosse stato capace in vent’anni di  capire nulla del Paese che aveva occupato militarmente.  La guerra è finalmente finita, almeno per gli occupanti ma che cosa si lasciano dietro? I costi umani sono elevatissimi. Gli USA hanno perso 2248 militari più 3846 contractors di società private che li affiancavano. Noi italiani abbiamo avuto 54 morti e 625 feriti; circa 50000 uomini e donne sono stati inviati in quei territori nell’arco di vent’anni. Il loro sacrificio è servito a qualcosa? Abbiamo il dovere di chiedercelo, nei loro confronti ed in quello dei loro familiari In termini economici la guerra è costata agli americani oltre 2200 miliardi, più quasi un centinaio al resto della coalizione. Il PIL dell’A. è inferiore a venti miliardi. Che cosa sarebbe successo se le forze occupanti avessero utilizzato solo la metà di tale somma per un aiuto reale alle popolazioni? Ben più gravi sono le perdite dei locali. Oltre 60000 soldati e più di 40 mila civili fra cui molte donne e molti bambini. Oltre a ciò, il numero dei feriti e di quelli resi inabili per il resto della vita è assolutamente incalcolabile. Qual è il bilancio che essi faranno di questi anni terribili, come di quelli dell’occupazione russa e di tutte le precedenti? Non lo sapremo mai. All’Italia questa guerra è costata quasi nove miliardi di cui 320 milioni per la cooperazione, poco più del 10% (e siamo fra quelli che hanno prestato più attenzione a questo aspetto).

Abbiamo tutti il dovere di porci alcune domande:

-          Perché siamo andati via oggi e non cinque anni fa o fra cinque anni?

-          Abbiamo distrutto (forse) Al Qaeda e poi tentato di costruire un Paese nuovo, ma abbiamo adoperato gli stessi metodi in entrambe le fasi. E‘ stata una scelta corretta o abbiamo sbagliato qualcosa?

-          L’Afghanistan è uno dei Paesi più poveri del mondo. La sua popolazione è in massima parte dispersa in piccoli villaggi dispersi nel territorio. Noi ci siamo concentrati sulle poche città, più ricche e acculturate. Conosciamo la vera realtà del Paese? Capiamo cosa pensano i milioni di persone che vedevano solo passare eserciti armati e bombardamenti aerei e non hanno avuto alcun beneficio?

-          Come mai un esercito armato e addestrato per vent’anni si è dissolto senza combattere di fronte all’avanzata dei Talebani?

-          Infine la cosa più importante: cosa succederà nei prossimi mesi o nei prossimi anni?

Ne parleremo fra qualche giorno.

Come ho detto più volte in passato, se crediamo veramente alla democrazia e ai nostri principi, non possiamo esimerci dal porci queste domande. Il nostro governo siamo noi, e le sue decisioni sono le nostre. Possiamo e dobbiamo avere un’opinione, altrimenti cosa è per noi la democrazia?