17. feb, 2021

La crisi americana II

 

16 febbraio 2021

La crisi della democrazia americana

Il Senato degli Stati Uniti ha definitivamente bloccato il processo contro Donald Trump con 57 voti a favore contro 43 contrari. Non si è quindi raggiunta la maggioranza qualificata richiesta anche se sette senatori repubblicani hanno votato a favore della prosecuzione del processo. Subito dopo Trump ha pubblicato una dichiarazione di cui vi allego un estratto:

Voglio per prima cosa ringraziare i miei avvocati…..Il mio più profondo ringraziamento ai Senatori e membri del Congresso che hanno orgogliosamente difeso la Costituzione e i sacri principi giuridici che sono il cuore del nostro Paese. La nostra repubblica è basata su uno stato di diritto , l’indispensabile salvaguardia delle nostre liberà…E’ una triste costatazione che un partito politico in America ha la possibilità di denigrare lo stato di diritto, diffamare le forze dell’ordine,… e trasformare la giustizia in un mezzo di vendetta politica…io sono stato, sono, e sarò sempre un portabandiera dell’incrollabile stato di diritto, degli eroi delle forze dell’ordine, e dei diritti degli Americani di dibattere pacificamente i problemi all’ordine del giorno senza malizia e odio…Questa è stata un’altra fase della caccia alle streghe nella storia del nostro Paese… Il nostro storico, patriottico e meraviglioso movimento per rendere l’America di nuovo grande è appena cominciato. Nei mesi a venire avrò molte cose da condividere con voi, e sono ansioso di continuare il nostro incredibile viaggio assieme per ottenere la grandezza americana per tutto il nostro popolo. Non è mai successo niente di simile! Abbiamo molto lavoro davanti a noi, e presto risorgeremo con una visione luminosa, radiante e senza limiti del futuro dell’America. Se saremo insieme, non c’è niente che non potremo raggiungere. Noi siamo un popolo, una famiglia, e una grande nazione sotto la protezione di Dio, ed è nostro dovere conservare questa magnifica eredità per i nostri figli e le generazioni future. Possa Dio benedire Voi e gli Stati Uniti d’America per sempre.

Nella mia ultima nota ho cercato di analizzare l’assalto A Capitol Hill del 6 gennaio scorso per verificare le responsabilità come minimo morali di Donald Trump e la maniera in cui si sia riusciti all’ultimo momento a uscire da una situazione estremamente grave. Come è stato chiarito da molti senatori, non era possibile ottenere il processo per Trump ma era necessario che il mondo e la storia fossero messi di fronte alla gravità di ciò che è avvenuto. E’ questa l’essenza della democrazia, la capacità cioè di aprirsi all’opinione pubblica anche nei suoi aspetti negativi. Avevo detto, e continuo a esserne convinto, che i fatti del 6 gennaio non siano “il più grave attentato alla democrazia” della storia americana e citavo vari esempi, il più recente dei quali è l’assassinio di J.F. Kennedy a cui fece seguito quelli del fratello Robert. Questo evento fa da sempre parte della mia vita e mi permetto una digressione personale. Nel 1964, eletto presidente del Circolo di Cultura del mio Liceo, riuscii a trovare il breve filmato, fatto da uno spettatore dei fatti, che è alla base di tutte le inchieste. Decisi di andare più a fondo e ne feci oggetto di un dibattito con tutti gli studenti. Come prevedibile l’Aula Magna era strapiena e interessatissima. Il dibattito si infuocò immediatamente con il pubblico diviso in due parti, la destra e la sinistra. Eravamo ancora lontani dal ’68 ma i giovani avevano cominciato a occuparsi di politica. Alla fine praticamente tutti si congratularono. L’indomani fui convocato in Presidenza e ammonito a seguire i canoni degli anni precedenti e “non occuparmi di politica”. Espressi le mie ragioni; il Preside, che era un bravuomo, ne convenne e mi suggerì di andarci cauto. Da allora continuai a interessarmi della “commissione Warren” che indagò sul caso, dei risultati e dei dibattiti che ne seguirono e misero tutto a tacere. Il famoso film JFK dopo vari anni ritornò sul caso e mostrò le incongruenze e l’alto numero di eventi che mettevano in dubbio la teoria della commissione, il più noto dei quali era “il mistero della pallottola che andava a zig-zag”. Qualche giorno fa ho voluto rivedere questo film famoso e ne sono rimasto ancora più colpito. C’era una ricostruzione convincente dei fatti. L’autore cercava di dimostrare la tesi che si era trattato di un vero colpo di stato, perfettamente riuscito, che aveva portato all’escalation della guerra del Vietnam, a qualche milione di morti e alla “perdita della verginità” del popolo americano. Esso si rese conto per la prima volta di essere dalla “parte sbagliata della storia”, l’oppressore imperialista e violento e non “il popolo mandato da Dio per sacrificarsi e portare gli ideali di Pace, libertà e prosperità in tutto il mondo.” Non voglio qui dire che il colpo di stato sia realmente avvenuto, ma è un fatto che una quantità enorme di documenti sia ancora coperta da segreto di Stato dopo quasi sessant’anni, due generazioni. Non è questa la democrazia. Se qualcosa di grave è avvenuto gli Americani e il mondo intero ne devono essere messi al corrente.  Purtroppo qui, in Italia, siamo avvezzi ai misteri irrisolti con documenti scomparsi o coperti da segreto di stato.

Tornando ai fatti di gennaio credo che siamo tutti d’accordo nel dire che questa volta la democrazia ha vinto, tutto il mondo ha assistito in diretta agli avvenimenti e continua a seguire il dibattito e le indagini in corso.

I media e i centri di ricerca americani stanno dibattendo per capire cosa abbia creato questa crisi gravissima e se essa potrà ripetersi alle elezioni di mid-term fra due anni a poi alle prossime presidenziali fra quattro. Il tentativo di caratterizzare “l’elettore di Trump” non porta a risultati definitivi. I sondaggi ci dicono che solo il 41% si sono dichiarati evangelici, contro un 24% di atei, agnostici o senza interessi religiosi specifici; il 71% si dichiarano conservatori, contro un 26% di liberali o moderati; il 45% sostiene l’importanza che “ogni anziano abbia diritto a un’assistenza medica pubblica; solo il 34% sostiene che il cambiamento climatico non sia reale (uno dei cavalli di battaglia di Trump). Esistono però alcuni aspetti unificanti dell’elettorato trumpiano: l’ 89% sostiene che i datori di lavoro debbano certificare al governo federale che ogni impiegato assunto abbia un regolare permesso di lavoro negli USA; il 96% ritiene che per avere sostegni governativi ciascuno debba dimostrare di aver fatto ogni sforzo compatibile con la sua salute per trovare una fonte di reddito; più del 90% ritengono che gli afro-americani, le minoranze etniche e le donne abbiano una maggiore facilità, non dovuta,  di aver successo oggi in America; infine quasi il 90% degli elettori di Trump è convinto che “l’America sia la più grande nazione del mondo e che gli Americani stiano perdendo la fede “nelle idee che hanno fatto grande questa nazione.” Inoltre, secondo un’altra analisi pubblicata qualche giorno fa, analizzando le dichiarazioni di tutte le persone arrestate o sotto inchiesta si vede che solo una piccola parte dei rivoltosi è direttamente collegata con le frange di estrema destra, che non si tratta in generale di sbandati senza lavoro ma di appartenenti alla classe media e che essi sono diffusi abbastanza uniformemente in contee dove Biden ha vinto oppure dove ha perso.

Sulla base di questi sondaggi, sociologi, politologi ed anche storici si stanno cimentando per capire le ragioni profonde delle divisioni che hanno storicamente attraversato la società americana fin dalle sue origini con momenti in cui sembrano sparite e successive periodiche fiammate. Capitol Hill non è infatti scoppiata d’improvviso ma è stata preceduta da numerosi scontri razziali di cui “Black life matter” offre una testimonianza evidente.

Il Washington Post ha pubblicato una testimonianza molto toccante del Reverendo Sharon Risher. Ve ne cito un estratto:

la fotografia simbolo del tentativo insurrezionale è quella di un uomo che fa irruzione nel Campidoglio brandendo una bandiera dell’esercito confederato (i Sudisti durante la guerra civile), nella speranza di ribaltare un’elezione decisa in larga parte dai Neri. Tutta la storia americana è raccolta in quella foto. A me ricordano il giorno in cui mia madre fu colpita a morte mentre pregava in una chiesa di Charleston assieme ad altri otto Neri americani, fra cui due miei cugini e uno dei mei amici d’infanzia. L’assassino appariva in una foto con la bandiera confederale in spalla. Ma le analogie fra i due fatti non finiscono qui. Entrambi gli attacchi avevano provocato morti, erano perpetrati, almeno in parte, da suprematisti bianchi. L’assassino di mia madre aveva un fucile e i sovversivi di Capitol Hill avevano armi sufficienti per uccidere tutti i membri della Camera e del Senato. Questa connessione fra armi e suprematismo percorre tutta la nostra storia. Nel 1866 lealisti confederati attaccarono la Convenzione costituzionale in Louisiana nel tentativo di bloccare le votazioni per la liberazione degli schiavi: 34 morti. Nel 1898 un gruppo armato bianco proclamò a Wilmington una “Dichiarazione di indipendenza Bianca:60 morti. Nel 1921 una sommossa di residenti bianchi a Tulsa provocò la morte di 300 persone con la sola colpa di essere neri. Nel 1955 Emmett Till fu torturato e ucciso con un colpo alla testa da guardie private bianche. E tutt’oggi uccisioni di massa, dalla chiesa di Charleston, al supermarket di El Paso, al tempio Sikh di Oak Creek, sono stati commessi da suprematisti armati. Se la bandiera confederata è il primo simbolo del suprematismo, il fucile è la sua arma. Si è cercato di eliminare la bandiera confederata, simbolo dell’odio ma negli ultimi 25 anni non si è mai approvata una legge che proibisca la libera disponibilità delle armi. “Vi ho raccontato la mia storia per dirvi che se vogliamo fare i conti con l’odio in America, dobbiamo anzitutto eliminare le armi.”

Il suprematismo bianco e l’odio razziale hanno attraversato tutta la storia americana e, nonostante gli sforzi fatti da molti Presidenti che si sono succeduti, non si è mai riusciti a debellarlo. Cambiano le forme ma non la sostanza. E non si tratta solo di episodi isolati ma di qualcosa che pervade tutta la società. Esiste in questi giorni una statistica incontestabile: i morti di Covid sono percentualmente doppi nella popolazione nera che in quella bianca. Come mai?

Quali allora sono le cause profonde di quanto è successo e l’uscita di scena (momentanea?) di Trump che effetto ha avuto?

Un saggio di Francis Fukuyama (il maggior teorico della supremazia della democrazia americana di cui vi ho parlato spesso) ci può aiutare a capire. Esso è apparso su Foreign Affairs di settembre 2018 e ha il pregio di non essere stato scritto sotto la pressione emotiva dei fatti. FF parte dalla costatazione del successo del nazionalismo populista in questi anni in tutto il mondo e specificamente in UK con la BREXIT e in USA col successo abbastanza inaspettato di Trump nelle elezioni presidenziali; se ne chiede il perché e l’influenza che ciò possa avere sul resto del mondo. Esiste, secondo FF, un motivo specifico che è andato via via affermandosi: la crescita delle politiche identitarie.  Il ventesimo secolo può essere spiegato essenzialmente nei suoi aspetti economici: la Sinistra era focalizzata sui lavoratori, i sindacati, i programmi di welfare e la politica di redistribuzione del reddito. La Destra, all’opposto era maggiormente interessata alla riduzione dell’intervento pubblico e allo sviluppo dell’iniziativa privata. In tempi più recenti gli obiettivi sono cambianti. La Sinistra ha cercato di promuovere gli interessi di vasti gruppi marginalizzati, come le minoranze etniche, gli immigrati, i rifugiati, le donne e i gruppi LGBT. La Destra invece ha ridefinito i suoi interessi nella protezione patriottica dell’identità nazionale tradizionale che è molto spesso connessa direttamente alla razza, all’identità etnica e religiosa. Le politiche identitarie possono spiegare ciò che oggi succede nel mondo, molto più di quanto veniva spiegato da Carlo Marx in poi come riflesso dei conflitti economici. In tutto il mondo i leaders politici hanno mobilitato i loro seguaci in base all’idea che la loro dignità è stata colpita e deve essere recuperata. Il movimento Black Lives Matter è nato da una serie di omicidi <pubblicizzati ad arte secondo FF, ma non sono d’accordo> di Afroamericani e ha attirato l’attenzione del resto del mondo sulle vittime della brutalità della polizia. Nei campus universitari e negli uffici è venuto alla luce il problema del sexual harrasment, i diritti dei transgender sono balzati alla ribalta come un fattore di grande discriminazione. Molte delle persone che hanno votato per Trump rimpiangevano il buon tempo antico quando il loro posto nella società era chiaro e non messo in dubbio. Sempre di più infatti essi pensano che le loro identità basate sui valori del passato: nazione, fede religiosa, identità nazionale, sessuale, di genere etc. non ottengano più un’attenzione adeguata. Le società democratiche si sono viste quindi spezzettate in segmenti molto più piccoli basati su una molteplicità di identità, a scapito di un concetto “unitario” di società. FF riparte dal concetto socratico di “thumos” applicato alla democrazia liberale (già alla base del saggio “La fine della storia”) e al bisogno di essere riconosciuti uguali agli altri (isotimia) contrapposto a quello di essere superiori agli altri (megalotimia). Le grandi  lotte politiche della storia americana, la schiavitù, la segregazione razziale, i diritti dei lavoratori, i diritti delle donne muovevano da questo principio. Queste e altre discriminazioni continuano però a esistere, anzi alcune si sono accresciute negli ultimi trent’anni come l’incredibile disparità dei redditi. A tutto ciò si è sommato un altro aspetto, fondamentale per capire il successo di Trump. Le crisi economiche di questo secolo e la perdita di potere economico della classe media bianca hanno fatto sì che questo gruppo sociale percepisse una perdita di visibilità e di dignità e accusasse il governo di dare vantaggi non dovuti ad altri gruppi sociali. Questa connessione fra la perdita di reddito e di dignità ha fatto si che il richiamo conservatore di nazionalismo e religione, si appropriasse di principi di eguaglianza economica tipici della sinistra. Il “trumpismo” diceva a questi gruppi che essi erano parte essenziale di una grande  nazione e che stranieri, immigrati, elites etc. stavano cospirando contro di loro. “ Il tuo Paese non è più tuo – si diceva – e tu non sei più rispettato nel tuo Paese” e “Tu sei parte di una grande comunità di credenti che è stata tradita dai non credenti. Questo tradimento ti ha fatto impoverire ed è un crimine contro Dio”

Trump ha cavalcato questi sentimenti fin dal momento in cui è entrato in politica durante la presidenza Obama e grazie a lui il movimento nazionalista bianco è cresciuto. Essi chiedevano “perché è politicamente accettabile parlare dei diritti dei Neri, delle donne, e dei gay e non è possibile parlare dei diritti dei Bianchi senza essere classificati come razzisti?” E’ chiaro che parlare dei diritti delle minoranze è oggettivamente diverso rispetto a sostenere i diritti di gruppi che sono sempre stati privilegiati, ma ciò urtava contro le percezioni di cui si parlava prima.

Questo è il problema oggi in America. Il problema della minoranza nera, irrisolto negli ultimi due secoli, a causa del multiculturalismo si è invece allargato ad altri gruppi sociali che si incrociano l’un l’altro. Non ci sono solo i Bianchi, i Neri, i Latinos, le Donne, i Ricchi e i Poveri, ma ci sono ad esempio le donne nere ricche, e gli uomini bianchi poveri. Questi gruppi invece di tendere all’omogeneizzazione si vanno sempre più polarizzando. Le ricette classiche della democrazia “la maggioranza governa e la minoranza controlla e si oppone” non bastano più a governare un Paese come gli Stati Uniti  dove queste problematiche sono presenti molto più che nei Paesi europei, storicamente molto più omogenei. L’invito di Trump ai suoi seguaci dopo l’assoluzione al Senato è una dimostrazione che Biden avrà davanti a se un problema enorme da risolvere nei prossimi due anni, prima delle elezioni di mid-term che potrebbero indebolire la sua presidenza nei successivi due anni. Dobbiamo tutti sperare che ci riesca per il bene del nostro mondo