25. gen, 2021

LA CRISI AMERICANA 1

 

25 gennaio 2021

LA CRISI AMERICANA 1

Sapevamo tutti che Trump avrebbe cercato fino all’ultimo minuto di ostacolare l’ingresso di Biden alla Casa Bianca ma, confessiamolo, nessuno si aspettava ciò che abbiamo visto il 6 gennaio in diretta sulle televisioni di tutto il mondo.

Si è anche detto, con stupore e sgomento, “E’ la più grande crisi della democrazia americana”. Su questo non sono d’accordo. Infatti, tralasciando la sanguinosa guerra civile che vide affrontarsi il Nord contro il Sud, ben quattro Presidenti americani furono assassinati: Lincoln, Garfield, McKinley, Kennedy. Vi furono inoltre una serie di attentati alla vita di Presidenti che sopravvissero: Jackson, Theodore Roosevelt, Franklin Roosevelt, Harry Truman, Gerald Ford, Ronald Reagan.  E non possiamo certo ignorare l’ assassino di Bob Kennedy, Martin Luther King etc. che non erano Presidenti ma personaggi estremamente importanti della vita politica americana. La violenza quindi è una costante nella storia degli Stati Uniti. Chiudo dicendo che alcuni di questi assassini rimasero avvolti nel mistero. Ne cito uno solo che tutti ricordiamo: il presidente Kennedy e il mistero della “pallottola che viaggiava a zig-zag”. La commissione Warren non risolse il mistero, le indagini del procuratore di Atlanta, molto ben avviate su un’altra pista, furono bloccate e si disse addirittura che il  successore di Kennedy, il Presidente Johnson, non ne fosse del tutto estraneo.

Questa volta il Campidoglio di Washington è stato invaso, ci sono stati cinque, forse sei morti ma il tentativo di prendere in ostaggio Pence e Nancy Pelosi (primo e seconda in caso di successione emergenziale a Trump) non è riuscito.

In conclusione dobbiamo dire che la vita politica americana è costellata di episodi anche molto più gravi di quanto non lo sia stato quello del sei gennaio. Purtroppo tutti noi abbiamo una visione molto idealizzata degli Stati Uniti come faro dell’umanità. Credo che ciò sia dovuto al fatto che in Italia si ha un’idea molto superficiale di ciò succede al di là delle nostre frontiere. Cerchiamo però di capire meglio che cosa, come e perché tutto ciò è successo.

Dobbiamo tornare un po’ indietro nel tempo, alla fine del 2019. Trump, come tutti i commentatori internazionali, era arci sicuro di vincere le elezioni. L’economia andava abbastanza bene, la sua battaglia per “America first” contro l’Europa, la Cina e le istituzioni internazionali per non parlare di Canada e Messico, nonostante gli scarsissimi risultati ottenuti soddisfaceva buona parte della popolazione, i suprematisti bianchi, i razzisti, i seguaci delle strampalate teorie complottistiche di  QAnon  erano dalla sua parte. Poi arrivò il Covid, Trump lo ignorò  nonostante  fosse stato informato più volte dai suoi collaboratori del rischio possibile, anzi imminente, ma continuò a lodare Xi Jinping perché aveva bisogno di firmare l’accordo commerciale il 15 gennaio 2021; dopo insistette nel suo approccio “negazionista” quando probabilmente era già troppo tardi. La vittoria, prima scontata, cominciò a sfuggirgli di mano e la sua strategia di vita “attacca, colpisci tanto più forte quanto più sei debole, afferma tutto e il contrario di tutto” questa volta non si è rivelata vincente. L’economia, il principale motore per vincere le elezioni in America è andata giù di colpo, i disoccupati sono cresciuti a dismisura. I morti sono stati certamente tanti, ma non quanto pensiamo noi in Italia. Il numero di decessi per 100.000 abitanti è infatti minore di quanto  sia da noi.

La strategia di Biden, sia nella scelta della sua vice Presidente, sia nella ricerca spasmodica di mandare al voto quanti più elettori possibile, si è rivelata vincente: Trump infatti ha perso nonostante abbia ricevuto molti più voti che non nelle elezioni precedenti, ma non sono stati sufficienti. I voti per posta sono stati l’arma vincente di Biden. Non perché ci siano stati brogli, ma perché i neri, gli ispanici ed in genere le minoranze sono da sempre riluttanti ad andare a votare. Vi siete mai chiesti perché in America si vota fin dal ‘700 di martedì? Perché le minoranze non avevano il permesso di andare a votare nei giorni di lavoro. La democrazia era un fatto che doveva essere riservato ai Bianchi.

Trump si rese conto subito della trappola in cui era caduto e per questo cercò  di opporsi in tutti i modi al voto postale che è tradizionale negli USA; cercò tutte le strade possibili, anzitutto di impedire e poi di bloccare i voti per posta. I suoi rappresentanti presentarono un’infinità di ricorsi a tutti i livelli, fino alla Corta Suprema. Essi furono tutti respinti sia nel metodo che nel merito. Anche la Corte Suprema che lui aveva creato “a sua immagine e somiglianza” gli si oppose.

Sconfitto nella battaglia dei ricorsi, gli restava un’ultima possibilità. Il parlamento doveva prendere atto dei voti dei grandi elettori, certificarli e nominare il Presidente e il Vice Presidente. Non solo, ma aveva solamente qualche giorno di tempo per farlo, scaduto il quale i voti popolari sarebbero stati ignorati e la parola sarebbe tornata ai deputati che avrebbero votato non “per teste” ma per stati, come le elezioni “classiche”. Si creava quindi un’altra possibilità di ribaltare il risultato.

Il sistema elettorale americano è vecchio, diverso da stato a stato e può dare adito (è successo più volte in passato) a diverse distorsioni. Quattro volte il Presidente eletto non è stato quello che ha avuto più voti dai cittadini. E’ il caso di Adams, Hayes, Harrison, Bush. Due furono molto contestati. Il più recente è quello di Bush contro Al Gore. Quest’ultimo, pur avendo più voti, era in svantaggio in Florida, perdente per circa 1300 voti (meno dello 0.5%). Chiese il riconteggio, come previsto, ma esso non si sarebbe potuto completare entro la data prevista, il solito 12 dicembre. Iniziarono quindi varie contese legali arrivando fino alla corte suprema della Florida ed a quella Federale che si espressero in maniera diversa. Non solo: iniziò una contesa fra le due corti su chi fosse intitolato a prendere la decisione. Durante questo ping-pong il riconteggio continuava e si era giunti a una differenza di 370 voti. La Corte Suprema federale pose la parola fine in base al principio del “porto sicuro, la data certa”, arrivare cioè comunque ad una soluzione entro la data prevista, e dichiarò nullo il riconteggio. Alla fine Al Gore mise fine alla vicenda e “conceded” riconobbe la vittoria di Bush.

Ben diversa fu la vittoria di Hayes contro Tilden, una delle elezioni più contestate della storia americana. Tilden ebbe la maggioranza elettorale ( circa 250.000 voti su un totale di circa 8.300.000). Ebbe anche 184 Grandi Elettori contro 165 assegnati ad Hayes ed una maggioranza che allora era di 185. Restavano 20 voti provenienti da Florida, Louisiana, Sud Carolina e Oregon. Nei primi tre stati ciascuna delle due parti in causa dichiarò di avere vinto, mentre in Oregon un grande elettore fu addirittura sostituito perché dichiarato illegale. Non si riusciva a trovare una soluzione e, pur di non lasciare ancora il Paese senza Presidente, si giunse al “Compromesso del 1877” per cui la commissione elettorale assegnò ad Hayes tutti i 20 voti elettorali ( a Tilden ne sarebbe bastato uno solo). Il Presidente avrebbe dovuto accettare una serie di richieste dell’altro candidato, cosa che effettivamente fece. Le idee di Trump non erano quindi campate per aria: era necessario convincere Pence a bloccare la certificazione, o comunque ritardare la nomina del presidente. Qualche giorno sarebbe bastato e le sue possibilità sarebbero tornate in gioco.

Vediamo ora cosa successe in quei giorni fatidici.

31 dicembre 2020  Il sindaco e il capo della polizia locale mandano una richiesta scritta per avere il supporto della guardia Nazionale (DCNG)

2 gennaio 2021. Il facente funzioni di Segretario alla Difesa (A/SD) parla col capo degli Stati Maggiori riuniti (CJCS) circa la richiesta.

3 gennaio 2021. Il dipartimento della difesa (DOD) conferma alla Polizia che non esiste alcuna richiesta di supporto del dipartimento. A/SD incontra alcuni membri del Gabinetto per discutere il supporto di DOD alle varie forze dell’ordine. A/SD e CJCS incontrano il Presidente. Il Presidente si dichiara d’accordo sull’attivazione di DCNG

4 gennaio 2021. A/SD, assieme a CJCS e DOD rivede il piano di azione preparato in caso di richiesta dalle autorità locali e approva l’attivazione di 350 membri di DCNG per supportare la richiesta del sindaco. Essi dovranno essenzialmente controllare gli incroci, le stazioni Metro etc.

5 gennaio 2021. Il sindaco scrive ad A/SD confermando di non aver bisogno di ulteriore supporto., 255  DCNG arrivano in città

6 gennaio 2021 le comunicazioni diventato continue e convulse. Alle 13.05 A/SD riceve comunicazione di dimostranti in movimento verso Capitol Hill. Alle 13.34 il sindaco fa una richiesta urgente di nuove forze .Alle 13.49 il capo della polizia fa una richiesta di supporto immediato. Alle 14.22 in una conference call si discute la situazione e la richiesta di ulteriore supporto. Alle 14.30 A/SD, CJCS ed altri si riuniscono per esaminare la richiesta. Alle 15.00 viene chiesto a DCNG di preparare le forze disponibili, in attesa dell’autorizzazione allo spiegamento. Seguono comunicazioni confuse e contraddittorie fino a quando 154 DCNG arrivano a Capitol Hill ed iniziano le operazioni di supporto. Alle 17,45 A/SD firma l’autorizzazione per il dispiegamento di reparti della Guardia Nazionale provenienti dagli Stati vicini.

Come vedete era tutto previsto da vari giorni. Ricordate la manifestazione a Washington di “Black Lives Matter” il 2 giugno 2020?  In quel giorno le forze militari a protezione della Casa Bianca, di Capitol Hill e della “passeggiata” di Donald Trump erano in numero gigantesco. Il 6 gennaio si è come minimo “cincischiato” permettendo l’invasione del Campidoglio. E non si può dire che non fosse previsto.

Questa è la sequenza di comunicazioni fra le persone preposte alla protezione del Campidoglio e della democrazia. Il comandante in capo Donald Trump ( parte attivissima in occasione delle manifestazioni di giugno) era del tutto assente.

Diamo ora un’occhiata a cosa succedeva nelle strade, attorno a Capitol Hill e poi al suo interno.

6 gennaio Prima mattina. I sostenitori di Trump cominciano a radunarsi nell’ “Ellisse”, la piazza vicino la Casa Bianca, dove è previsto un comizio del Presidente

12.00. Trump inizia il suo comizio di oltre un’ora ripetendo le sue accuse sempre più violente circa “la vittoria rubata”  “Noi non riconosceremo mai la loro vittoria  –grida Trump-  Non succederà mai. Non si può fare quando c’è stato un furto. La nostra nazione ne ha abbastanza.  Non lo accetteremo oltre”. Trump spera fino all’ultimo che Pence blocchi la certificazione al Senato, ma quando si rende conto che ciò non succederà e che Pence non è più dalla sua parte, il dado è tratto. “Andiamo fino al Campidoglio e appoggiamo i nostri coraggiosi senatori e deputati. Non potremo mai riprenderci il nostro Paese con la debolezza, dobbiamo mostrare la forza e voi dovete essere forti”

Poco dopo le 13.00. Al grido di “USA, USA” che risuonerà per tutto il pomeriggio i sostenitori di Trump spingono a terra le transenne intorno al perimetro del Campidoglio. Si vedono numerosi poliziotti che indietreggiano e poi scappano, insultati come “traditori”. Dimostrazioni violente iniziano in altri stati come vedete nelle foto che seguono a questa nota. Inizia  la riunione congiunta di Deputati e Senatori per certificare i voti dei grandi elettori e proclamare eletti Biden e Harris. 12 senatori e circa 120 deputati si oppongono ai risultati di alcuni Stati. I Deputati escono dall’aula del senato e si riuniscono separatamente mentre in Senato inizia la discussione.

Ore 14.12. I dimostranti cominciano ad arrampicarsi ed entrare da una finestra che hanno sfondato e dilagano per il Campidoglio al grido di “trascinateli fuori” e “impiccateli

Ore 14.13. La scorta di Pence entra nell’aula e lo scorta fuori in un posto sicuro. Il Presidente pro-tempore, senatore dell’Iowa, ne prende il posto ma viene immediatamente portato fuori anche lui. E’ il terzo nella linea di successione dopo Pence e Nancy Pelosi. I rivoltosi sono al piano di sotto e si avventano sulle scale. Il poliziotto Eugene Goodman, uno degli eroi della giornata, è in cima alle scale e riesce a farsi inseguire verso una direzione “sicura”, lontana dai parlamentari. A qualche metro di distanza, al di là di una porta, c’è ancora Pence che riesce a mettersi in salvo.

Ore 14,28 Dall’altro lato del Palazzo i rivoltosi cercano, e trovano rapidamente, l’ufficio di Nancy Pelosi e vi irrompono. E’ praticamente impossibile trovarlo senza un’indicazione precisa e c’è un indagine in corso per stabilire chi, dall’interno, li abbia guidati. Due deputate, appartenenti a QAnon, sono sospettate.

Ore 14.40. I Parlamentari stanno evacuando le aule e si barricano dove possono. Durante il loro cammino passano in vista dei dimostranti da cui sono divisi da un cordone di poliziotti.

Ore 14.53. 41 minuti dopo l’ingresso dei rivoltosi dalla finestra sfondata, l’ultimo dei Parlamentari viene evacuato e portato in un luogo sicuro. 41 minuti di terrore, conclusi con cinque, forse sei morti fra polizia e dimostranti ma i Parlamentari, il simbolo della democrazia occidentale ne sono usciti indenni.

E’ la cronistoria della fase cruciale. Successivamente viene dichiarato il coprifuoco totale a partire dalle 18.00. Arriva, come ho detto sopra, la Guardia nazionale e i dimostranti si ritirano senza ulteriori violenze.

Ma cosa c’è dietro la storia di questo incredibile ritardo che avrebbe potuto portare a qualcosa di decisamente tragico?

Le indagini sono in corso soprattutto per capire se, e perché, Trump non abbia dato, o comunque non abbia dato direttamente alla guardia nazionale l’ordine di intervenire. I giornali americani cercano faticosamente di scoprirlo con pressanti richieste di dichiarazioni a tutte le persone potenzialmente “informate dei fatti”. Le risposte sono estremamente reticenti e nessuno dirà niente a meno che non venga interrogato direttamente in un improbabile processo giudiziario a Trump. Io mi permetto di dirvi la mia basandomi, come faccio spesso, su quanto mi deriva dall’esperienza storica. Vi ricordate i giorni tragici precedenti le dimissioni del Presidente Nixon? Tutti, come in questi giorni, temevano una reazione inconsulta ed un ipotizzabile attacco aereo a potenziali nemici, con il simultaneo “sblocco della sicura” delle armi atomiche attraverso la famosa “valigetta”. In questo modo la guerra avrebbe messo da parte ogni accusa. Solo dopo molti anni si seppe cosa successe in quei giorni. Kissinger e il generale Haig concordarono con il capo del Norad e gli altri comandi militari di disobbedire ad un eventuale ordine di Nixon in tal senso. Ovviamente la cosa doveva restare segreta perché si trattava formalmente di un vero colpo di stato militare. Fortunatamente Nixon si dimise pacificamente ma nessuno saprà mai cosa i tre si siano detti in segreto.

Torniamo a noi e guardiamo la successione degli avvenimenti. Nell’arco di pochi minuti succedono tre cose. Un tweet  “per ordine del Presidente Trump la Guardia Nazionale sta intervenendo per riportare in sicurezza il Campidoglio; Biden interviene in televisione e chiede formalmente a Trump di mantenere il suo giuramento ed ordinare ai suoi supporters di ritirarsi immediatamente dal Campidoglio; Trump pubblica un breve messaggio preregistrato in cui chiede ai “patrioti” di ritirarsi in buon ordine. Pensateci bene! Trump, l’uomo che ha inventato la politica via tweet rinunzia ad annunziare direttamente l’ordine? Del resto Trump non prende parte alla serie di telefonate di cui ho parlato prima.

Secondo me Pence, direttamente o indirettamente dice a Trump che la partita è finita. Lo informa che i vertici militari hanno avuto da Pence e Pelosi (numero due e tre degli USA) l’ordine di mobilitarsi ed hanno accettato, Biden sta per fare una sostanziale ingiunzione a Trump di intervenire per porre fine all’assedio. Trump, se vuole evitare guai peggiori, è meglio che acceda alla richiesta. Trump deve decidere rapidamente.  Si sta facendo un colpo di stato contro di lui? Da un punto di vista formale si, perché è ancora lui al potere, ma nessuno mai processerà Pence, Pelosi e il Capo degli Stati maggiori riuniti. Al contrario, forse Trump vedrà i militari alla porta della Casa Bianca per ordine del Parlamento. E Trump accettò. Il Parlamento si riunì verso le 20.30 per completare i lavori e proclamare eletti Biden e Harris.

Andò tutto liscio con approvazione unanime? Niente affatto. 11 senatori e un centinaio di deputati fecero mettere a verbale la loro opposizione. E’ un fatto straordinariamente importante che ci porta ad un’altra domanda: con il 20 gennaio e l’ingresso di Biden alla Casa Bianca è finito il Trumpismo? Assolutamente no. Trump ha in buona parte incanalato e cavalcato divisioni e istanze profonde e irrisolte che attraversano la società americana. Ma di questo parleremo nella prossima nota.