8. gen, 2021

Testo

 

6 gennaio 2021

Cina 2035, e oltre

  1. 1.       Il capitombolo cinese

Nel gennaio 2017 ci furono due eventi, passati quasi inosservati al momento e invece probabilmente destinati a rimanere nei libri di storia e segnare un cambiamento epocale. Il primo fu l’ingresso alla Casa Bianca di Donald Trump. Ci aspettavamo un cambiamento rispetto alla presidenza Obama, ma certamente non così profondo e direi sconvolgente per la democrazia americana. Il secondo, ancora più inosservato per il grande pubblico fu l’ingresso di Xi Jinping al Forum di Davos, il cuore del capitalismo internazionale. Era la prima volta di un leader cinese. Fu l’insieme dei due eventi a dare una scossa sensazionale al mondo intero. Xi infatti si presentò al mondo come il campione della globalizzazione, dei liberi commerci che avrebbero portato un miglioramento immenso ai rapporti internazionali. Era, questo, il ruolo storico degli Stati Uniti, a cui sembrava che Trump abdicasse con l’applicazione della sua politica di “America first”. Molti osservatori cominciarono a guardare alla Cina con curiosità e interesse ipotizzando che si fosse finalmente arrivati alla “fine della storia” con la rinunzia  cinese a tutta la sua storia per aderire finalmente ai principi ed ai metodi occidentali.

Sono passati quattro anni. La presidenza Trump sta terminando in maniera disordinata e scomposta, lasciando un’America mai così divisa all’interno, fuori da molti trattati e organizzazioni internazionali, ed anche abbastanza divisa dai suoi storici alleati. In linea di principio sarebbe il momento più adatto alla Cina per acquisire quello standing internazionale a cui chiaramente mirava Xi Jinping quattro anni fa.

E invece la popolarità della Cina non è mai stata a un livello così basso nell’opinione pubblica internazionale. Come mai? “Si tratta di un insieme di crescente considerazione cinese in se stessi e di una decrescente capacità di mascherarla; essi non sentono la necessità di rassicurare gli altri. E’ stato un approccio perdente che ha creato loro un danno significativo” sostiene Zack Cooper membro dell’istituto delle Imprese americane ed ex consigliere della Casa Bianca. Se infatti la Cina avesse giocato meglio le sue carte, costruendosi una graduale fiducia internazionale proprio quando essa calava nei confronti dell’America, oggi ne avrebbe raccolto i frutti acquistando un ruolo guida in parecchi settori tecnologici, indebolendo le alleanze americane con alcuni Paesi Asiatici, e contribuendo a mantenere l’Europa più focalizzata e coesa in se stessa. Era esattamente la strategia cinese delineata all’inizio della presidenza di Xi Jinping e la sua visone di un mondo multipolare fra realtà continentali allo stesso livello. Ve ne avevo parlato molti anni fa in tre articoli che la descrivevano.

Oggi invece molti Paesi del mondo sostengono in maniera più o meno esplicita la politica americana di “controllo della libertà di navigazione nei mari circostanti la Cina”; si stanno allineando alla decisione americana di escludere il gigante delle tecnologie di telecomunicazioni Huawei dal circuito internazionale; e non si oppongono al tentativo di isolare la Cina dal commercio globale. Taisu Zhang, professore dell’università americana di Yale sostiene “sarebbe bastato che la Cina avesse mantenuto la sua linea tradizionale per farla assurgere oggi a un ruolo riconosciuto di primo piano nell’agone internazionale. Gli europei non aspettavano altro”.

Tutte le più importanti agenzie di rilevazioni internazionali confermano il crollo della reputazione cinese, oltre che in USA, anche in Giappone, Sud Corea, Australia, parte del Sud-Est asiatico e dei Paesi europei. Non esiste un solo motivo a spiegare tutto ciò, ma un insieme di essi: le accuse rivolte loro per le pretese responsabilità nel Covid-19, la situazione di Hong Kong e dello Xinjiang, il “confronto militare” con gli Americani nel Mar della Cina, la corsa alla supremazia tecnologica, le scaramucce militari con l’India, la guerra commerciale con l’Australia, e così via.

Si tratta di percezioni, talvolta (non sempre) contestabili, ma ben orchestrate dalla diplomazia americana. Esse hanno avuto facile presa in un’opinione pubblica che sa ben poco della realtà cinese, si basa su una diffidenza storica, altrettanto nutrita da luoghi comuni. Talvolta esistono addirittura notizie false, come quella che Pechino avesse preso il controllo del porto di Mombasa in Kenya, diffusasi a macchia d’olio ancorché smentita da entrambi i governi. La stessa politica di aiuti con le mascherine anti-virus “era piena di buone intenzioni, ma certamente mal gestita” come sostiene Yu Jie membro della Chatham House di Londra.

Concludo con le parole di David Shambaugh, professore di politica cinese alla George Washington University: l’immagine della Cina nel mondo sta precipitando in un declino storico, ma ciò è dovuto essenzialmente al loro modo di presentarsi. Le potenze in ascesa tendono sempre a sovrastimare le loro possibilità. E’ stato così per il Regno Unito, per gli Usa e per il Giappone. La situazione cinese è anche complicata dalla sua ascesa rapidissima e di una grandezza impressionante accompagnata solo da sforzi modesti per spiegare al mondo i loro obiettivi. Ciò è dovuto al fatto che la loro politica estera è figlia di quella interna e fatta per far presa sulle grandi masse insoddisfatte della politica americana dei dazi ed ancora memori del colonialismo e delle umiliazioni subite fino a settant’anni fa.  

 

  1. 2.       Il nuovo piano di sviluppo.

Alla fine di ottobre 2019, si è tenuto, nel silenzio quasi totale dei nostri media, il quinto plenum del diciannovesimo comitato centrale del PCC. Si tratta invece di uno degli eventi più importanti di un intero ciclo politico. Esso dura in carica cinque anni, è composto oggi da 376 membri (204 permanenti e 172 supplenti). I suoi membri sono eletti dal congresso nazionale del Partito che conta circa 2000 delegati. Il Plenum avviene a porte chiuse ed il suo compito, alla fine di ogni quinquennio, è di approvare il piano di sviluppo per il ciclo successivo che verrà portato all’approvazione della prossima sessione plenaria dell’assemblea Nazionale del Popolo, l’organo legislativo del Parlamento cinese che si riunirà a Pechino nel marzo prossimo.

La presentazione di questo piano è il frutto di un lungo lavoro di analisi ed estesissimi sondaggi e proposte popolari.

https://www.dropbox.com/s/qqquu7a4dsvxa9j/www.xinhuanet%20XxjwsmE007022_20201026_CBVFN0A001_3.mp4?dl=0

 Il link qui allegato, per chi è interessato, da un’idea di questo lavoro che costituisce la pianificazione per il prossimo ciclo, e questa volta, come vedremo, molto di più. E ‘interessante perché da un’idea del sistema di governo cinese, totalmente diverso dal nostro.

Parto da un articolo del Global Times il 29  ottobre, giorno della chiusura delle riunioni. Esso è una delle voci dirette del PCC, ma in questo caso un po’ più semplice da leggere di quanto non siano i comunicati scarni e ufficiali di Xinhua.

Il Plenum ha adottato la proposta per il quattordicesimo piano quinquennale (2021 – 2025) per lo sviluppo economico e sociale, e gli obiettivi a lungo termine, fino al 2035  <e quest’ultima è una novità>. A valle di un decisivo progresso nei cinque anni trascorsi e la vittoria strategica sul Covid-19, la leadership ci ha fornito un quadro positivo per il futuro del Paese. Esso fissa obiettivi di sviluppo radicali rispettivamente per i prossimi cinque e quindici anni, tali da trasformare la nazione più popolosa del pianeta in una potenza socialista moderna nei settori economici, tecnologici,  sulla sicurezza, la governance … entro il 2035.

Questa volta alcuni obiettivi, specialmente nel settore economico riflettono un approccio cauto e pragmatico per quanto riguarda la crescita, mentre altri obiettivi come ad esempio  la riduzione dei gas che creano l’effetto serra sottolineano la forte determinazione di perseguire una crescita basata essenzialmente sulla qualità. E’ importante sottolineare a questo punto che il piano, come al solito, verrà pubblicato solo dopo l’approvazione definitiva dell’assemblea legislativa il prossimo marzo, quindi per ora sono note solo le linee generali.

Secondo le anticipazioni fornite, la Cina raddoppierà il proprio GDP entro il 2035. Non sono stati forniti dati precisi di crescita nel prossimo quinquennio, a differenza di ciò che è avvento in passato. La crescita prevista per quello che si sta chiudendo era prevista di circa il 6.5%. Probabilmente non si riuscirà a raggiungerla del tutto a causa del Covid-19 che ha provocato una grossa frenata nel corso del 2020.

 

  1. 3.       Proviamo a decifrare quanto deciso

Questo piano ha un chiaro focus sulla visione a medio termine dello sviluppo cinese. Ciò è importante da due punti di vista: il 2035 si pone a metà strada fra il centenario della fondazione del PCC (2021) e il centenario della fondazione della repubblica Popolare Cinese (2049), una data fortemente simbolica quindi, e voi sapete quanto i simbolismi siano importanti nel mondo orientale. Inoltre esso getta uno squarcio di luce su ciò che potrebbero essere i piani personali di Xi nel governo della nazione. Il progetto strategico di Xi, parte della “national rejuvenation”, è fin dall’inizio quello di “costruire un Paese socialista moderno, prospero, forte, democratico, culturalmente avanzato e armonioso entro il 2049” Ci riuscirà? E’ la grande domanda a cui cercherà di rispondere nel piano del marzo prossimo che oggi si comincia a intravedere.

Sviluppo economico.Il decennio appena concluso riveste una grande importanza per la Cina. Il Paese è riuscito a eradicare totalmente il livello di “povertà assoluta” e il reddito medio pro capite (pur nelle ancora evidenti disparità) è raddoppiato arrivando a circa $ 10.000. Si passerà ora da uno sviluppo rapido a uno sviluppo focalizzato sulla qualità e l’efficienza. Secondo Xi “questa sarà la chiave per prevenire e dissolvere i rischi nascosti e rispondere in maniera attiva alle problematiche derivanti dalla situazione internazionale. In termini quantitativi non vengono fissati numeri precisi ma ci si aspetta che il GDP pro capite nel 2035 ponga la Cina al livello delle "nazioni moderatamente prospere”. Alcuni professori dell’Accademia cinese di Scienze sociali hanno ipotizzato una crescita media dal 2021 al 2035 pari a 4.81%/anno. In questo modo il GDP pro capite sarebbe di 13852 $ nel 2025, contro un limite minimo indicativo pari a$12.000 per i Paesi ad alto reddito secondo la WB e circa $22000 nel 2035 vicino al valore medio dei paesi ad alto reddito, sempre secondo la WB. Ciò sarebbe in linea con quanto delineato nel piano.

Crescita e sviluppo guidati dalla domanda interna. E’ il concetto già sviluppato della “dual circulation strategy”, una strategia che implica il contemporaneo sviluppo del mercato internazionale e di quello interno, fino ad ora lasciato indietro. Ciò dovrebbe permettere una maggiore resilienza nei confronti degli shock derivanti dal contesto geopolitico. Si fa a questo proposito l’esempio dell’incentivazione alla produzione ed acquisto di automobili di nuova concezione. Da notare che questo è un punto specifico dell’accordo raggiunto qualche giorno fa fra Cina e EU. Altro punto importante, citato più volte, è lo sviluppo del mondo rurale ed il bilanciamento dello sviluppo fra le province costiere e quelle interne, specialmente nella parte orientale  (Xinjiang). Il concetto enfatizzato agli investitori esteri è proprio quello di “investire in Cina per la Cina”. E’ esattamente ciò che stanno facendo ormai da vari anni le grandi fabbriche automobilistiche, specialmente tedesche, ma non solo.

Innovazione e indipendenza tecnologica. La linea fu tracciata con il piano “China 2025” che creò sconcerto, paura e un’immediata reazione americana. Nessuno si aspettava  (e non capisco perché) che la Cina potesse aspirare ad una leadership tecnologica. Ce ne erano già tutti i presupposti ma il mondo si ostinava a considerare la Cina come il Paese del “prezzo basso e infima qualità”. Oggi questo piano riceve un nuovo impulso e mira soprattutto all’autosufficienza in alcuni settori in cui ha una certa dipendenza dall’estero come i microchips e, in tutt’altro settore, i motori per i grandi aerei civili in cui la Cina ha paura di soggiacere al duopolio Boeing-Airbus, entrambi potenzialmente soggetti ai diktat americani. Sempre nel settore della R&D a medio termine vengono confermate sette “frontiere”. L’intelligenza artificiale, i computer e le altre applicazioni che sfruttano la teoria quantistica, i circuiti integrati micronizzati, gli studi sulla medicina del futuro, le scienze neurali, agricoltura e allevamento biologici, tecnologia spaziale. Vengono incentivate le collaborazioni fra pubblico e privato, anche a livello internazionale.

Riforma del mercato. Il nuovo piano indica notevoli cambiamenti, di cui qualcosa si vede già oggi. Il nuovo codice civile che già vede i privati sempre più spesso vincitori in cause contro la burocrazia statale; l’introduzione della “lista vietata” per gli investimenti esteri, una completa inversione rispetto al passato in cui era tutto vietato (senza alcuna possibilità di discussione) a parte alcuni casi in cui si poteva cercare di ottenere l’approvazione; la salvaguardia degli investimenti esteri e la protezione della proprietà intellettuale per altro già in atto per i grandi investimenti, di cui vi avevo parlato per esperienza assolutamente diretta. Quattro settori beneficeranno di incentivi particolari: energia, ferrovie, telecomunicazioni e servizi pubblici.

Inoltre sarà modernizzato il settore dei servizi: dalla salute, al sostegno all’infanzia e alla vecchiaia, la cultura, il turismo, lo sport, la previdenza sociale.

Produzioni avanzate. Un punto fra tutti: la diffusione capillare del 5G e delle sue applicazioni in tutti i settori

Urbanizzazione e sanità pubblica  Anche da questo punto di vista si prevede uno sviluppo dei settori rurali: nuove case popolari, sanità facilitata per tutti, maggiore diffusione dell’istruzione per i primi nove anni etc.

Ambiente l’obiettivo è raggiungere il picco di emissioni nel 2030 e diventare “carbon neutral” nel 2060, come annunziato da Xi Jinping all’assemblea generale dell’ONU nel settembre scorso

 

In due parole, la conclusione che si può trarre da quanto sopra è semplice. La Cina è consapevole di aver superato due tremendi ostacoli: prima la guerra commerciale scatenata dal presidente Trump che non ha avuto alcun effetto sostanziale sulla sua economia. Secondo e più importante. Essere riusciti a riprendersi dalla gravissima epidemia di Covid meglio e più in fretta di qualunque altro Paese. A questo punto, basandosi sulla nuova politica di crescita del mercato interno, Xi Jinping non nutre dubbi sostanziali sul futuro; ci potranno essere oscillazioni ma l’obiettivo sarà raggiunto. La Cina ha una popolazione circa quadrupla degli Stati Uniti. Riuscendo ha raggiungere un GDP pro capite pari a quasi metà di quello americano, arriverà ad un GDP circa doppio di quello dei suoi avversari. A questo punto, con un mercato così ampio e potente, nessuno potrà ignorare la sua esistenza. Bisognerà solamente mantenere la stabilità e la pace sociale che, a partire dal 1980, sono sempre state le grandi preoccupazioni del Paese. Ricordate le parole che mi ripeté più volte il “grande vecchio” quaranta anni fa. Se la Cina non collasserà al suo interno, in due generazioni sarà alla ribalta del mondo. Mai previsione fu più azzeccata.  Guardate da questo punto di vista alle riforme costituzionali di quattro anni fa. Tutti parlavano di “xi Jinping imperatore a vita” ignorando le altre modifiche, volte ad aumentare la presenza del Partito nelle grandi imprese pubbliche e private. Era questa la vera svolta: un orecchio capillare, ovunque, sui bisogni, le aspirazioni, gli orientamenti della popolazione da riportare agli organi di governo locale e centrale in modo da indirizzare l’attività politica.

Esistono però altri problemi, comuni ad alcuni Paesi europei, in special modo l’Italia. La popolazione in età di lavoro (16-59 anni) ha già raggiunto il picco ed ha cominciato a decrescere nel 2012. In parallelo la popolazione totale del Paese raggiungerà il suo picco fra il 2025 e il 2030 per poi iniziare a calare. Facendo tesoro delle esperienze altrui i governanti cinesi sono preoccupati che ciò possa portare a un declino sia dal lato della produzione che dei consumi, ponendo a rischio l’intero piano di sviluppo. A questo proposito il Piano sembra indirettamente prevedere dei correttivi sia nei confronti del mercato con incentivi alla politica degli investimenti e riduzione dei dazi doganali, sia all’interno favorendo la mobilità del lavoro e migliorando la sicurezza sociale.

 

  1. 4.       Qual è la visione politica e sociale di Xi Jinping?

A questa domanda prova a rispondere un lungo articolo sull’Economist del 13 agosto 2020, di poco precedente alla riunione del plenum. Secondo il giornale, la conflittualità americana nei confronti della Cina sta rapidamente salendo di livello. Essa dipende non tanto e non solo dalle necessità elettorali di Trump, quanto dalla sua strategia generale: è necessario esercitare la massima pressione sulla Cina perché il suo “capitalismo di stato” è molto più debole di quanto sembri. Il Paese cresce solo per un mix di debito, sussidi, clientelismo e furto di proprietà intellettuale, che non può durare a lungo. La Cina sarà costretta a cedere, o, come ha dichiarato Mike Pompeo “Le nazioni del mondo amanti della libertà indurranno la Cina a cambiare”. E’ un ritornello, vecchio, semplice ma sbagliato. La tesi dell’Economist si può riassumere in una frase “Xi Jinping sta reinventando il capitalismo di stato di questo decennio”. Il suo programma è fare in modo che i mercati e l’innovazione funzionino meglio all’interno di limiti ben definiti e sotto la sorveglianza attenta del PCC: il suo mix di autocrazia, tecnologia e dinamismo potranno spingere la crescita per molti anni. Guardiamo il passato. Il GDP cinese nel ’95 era il 2% di quello mondiale, ora è il 16% fra lo scetticismo generale, gli esperti sostenevano che la crescita edilizia delle “città fantasma” avrebbe portato il sistema alla bancarotta, gli statisti parlavano di dati economici truccati, e gli speculatori prevedevano una grande crisi finanziaria. La Cina invece ha sconfitto tutte le predizioni perché ha saputo adattare il capitalismo di stato, cambiandone la forma. Vent’anni fa per esempio l’enfasi era sulle esportazioni, ma oggi queste sono solo ilo 17% del GDP, e nessuno dava credito alla crescita impetuosa di giganti come Alibaba e Tencent.

La politica di Xi fin dal 2012 è stata orientata ad aumentare la presa del Partito e ridurre il dissenso in patria e all’estero. La sua agenda economica è volta ad aumentare l’ordine e la resilienza ai pericoli. La nuova “Xinomics” si fonda su tre elementi: un controllo ferreo sul ciclo economico ed il debito. Al contrario di quanto accaduto nella crisi del 2008, lo stimolo del governo durante la crisi del Covid è stato di circa il 5% del GDP, meno della metà dell’analoga manovra americana. Il secondo è una macchina amministrativa statale più efficiente le cui regole si applicano a tutto il sistema economico. Il nuovo codice civile (come dicevo sopra) è molto più adatto ad un mercato moderno. Condanne per bancarotta e violazione dei brevetti, una volta rare, sono oggi frequenti. Oggi si può aprire una nuova società in nove giorni (io una quindicina di anni fa ci impiegai sei mesi). Regole più chiare permettono al mercato di muoversi in maniera più regolare, aumentando la produttività. Il terzo, fondamentale elemento è costituito dallo sfumare il confine fra aziende statali e private, le società di stato sono state obbligate ad aumentare il loro ritorno finanziario ed attrarre investitori privati. Allo stesso tempo lo stato esercita un controllo strategico sulle imprese private, per mezzo delle organizzazioni di partito all’interno di esse. Allo stesso tempo Xi Jinping ha meglio organizzato il piano China 2025 focalizzandolo sulle aree dove la Cina è più vulnerabile alle pressioni straniere e dove, al contrario, può aumentare la sua influenza all’estero. Ciò implica un’accresciuta autosufficienza in alcuni settori chiave. “Ciò ha funzionato benissimo in questi anni, ma lo farà anche in futuro?” si chiede il giornale. “La storia infatti ci indica che un sistema decisionale diffuso, confini aperti e libertà di parola sono ingredienti magici!”.  “Una cosa deve essere chiara – è la conclusione -  l’America e i suoi alleati dovranno prepararsi a un lungo confronto fra i due sistemi. Il contenimento proposto da Trump non funziona. La Cina non è l’Unione Sovietica, possiede un’economia grande, moderna, sofisticata e integrata con il resto del mondo”  L’Occidente deve migliorare la sua capacità diplomatica, oggi assente, e creare una serie di regole che permettano una cooperazione con la Cina su alcuni settori chiave come la lotta ai cambiamenti climatici e alle pandemie, ed un sereno commercio internazionale. Ciò non implica alcun cedimento sulle posizioni relative ai diritti umani e la sicurezza nazionale.

  1. 5.       Le prime avvisaglie del futuro

Mentre l’America è alle prese con la problematica successione di Trump che si sta trasformando sempre di più in una crisi istituzionale e tutto l’Occidente è alle prese con l’epidemia che non accenna a ridursi, la strategia cinese si sta sviluppando senza sosta. Vi cito solo alcuni argomenti che tratteremo in futuro.

  • Il Regional Comprehensive Economic Partnership  (RCEP), l’accordo di libero scambio firmato nel novembre scorso che riunisce Australia, Brunei, Cambogia, Cina, Indonesia, Giappone, Laos, Malesia, Birmania, Nuova Zelanda, Filippine, Singapore, Corea del Sud, Tailandia e Vietnam. I 15 Paesi membri rappresentano circa il 30% della popolazione mondiale e del GDP. E’ il più grande blocco commerciale del mondo ed entrerà in vigore una volta che ci saranno le ratifiche dei vari stati (entro circa due anni). I negoziati erano iniziati nel 2012
  • L’accordo commerciale appena raggiunto, dopo sette anni di negoziati, fra la Cina e l’Unione Europea. Esso presenta numerosi aspetti di novità atti a permettere una più facile e completa penetrazione europea in quell’immenso mercato, sia in termini di esportazioni che di investimenti
  • Il terzo punto, passato sotto silenzio nella stampa italiana, merita qualche spiegazione in più. Si tratta della nuova legge sulla difesa nazionale, entrata in vigore il primo gennaio di quest’anno che modifica la precedente. Essa ha ampliato i poteri della Commissione Militare Centrale in parallelo indebolendo il ruolo dello State Council nella formulazione della politica militare. La nuova legge fornisce alla CMC le basi legali per rispondere alle sfide dell’accelerazione degli scontri fra Cina e Stati Uniti. Vi ricordo che Deng Xiaoping, durante tutto il periodo in cui aprì la Cina all’iniziativa privata e la trasformò in quella che è oggi, non accettò mai la carica di segretario generale del PCC, e tenne rigorosamente per se per una decina d’anni quella di capo della CMC. Oggi questo ruolo e ricoperto da Xi Jinping.  L’ultimo convegno a Pechino non ha iniziato la lunga procedura che prelude alla nomina del nuovo segretario generale, segno abbastanza preciso che Xi riceverà l’incarico per il terzo mandato. Non potrà però mantenere questa carica ancora per molto, mentre non sarebbe inusuale che, una volta dimessosi, continuerà a mantenere la presidenza del CMC e quindi riservarsi la supervisione dall’alto della politica Cinese.