5. ott, 2022

4 OTTOBRE 2022

E’ LA GUERRA.

Gli avvenimenti di questi ultimi giorni mi hanno costretto a riscrivere una nota già pronta per essere emessa. Non perché fosse sbagliata, sempre dal mio punto di vista, ma perché le annessioni fatte da Putin hanno impresso una svolta, forse irreversibile a tutta la situazione.

Visto che si parla di Ucraina, sono costretto a fare la solita premessa, e darne evidenza, che non sono filo-russo o filo-chiunque, ma semplicemente uno studioso che non considera la situazione odierna come una partita di calcio in cui la passione annulla ogni razionalità. Vi parlo perciò brevemente di quelli che sono i miei sentimenti. Ho affrontato per tutta la primavera e l’estate “un” problema, che è diventato per me “il” problema della mia vita, almeno in questo periodo: sono dovuto entrare nella vita dei rifugiati ucraini che ospito, persone che non vedevano un futuro di fronte a sé, non sapevano come muoversi in un mondo che vedevano a loro ostile. Si tratta di persone di culture, storie, religioni, ambienti sostanzialmente diversi da quelli in cui sono vissuto. Eppure si aggrappavano a me per avere ancora una speranza. Qui il coinvolgimento è stato totale: non mettevo a disposizione una parte dei miei beni come era successo in passato, ma me stesso, assumendomi responsabilità che non avrei mai pensato di dovermi prendere. Il giorno dopo averli conosciuti, essi avevano le chiavi di casa nostra e la sera avevo una bimbetta di quasi due anni in braccio e un bimbo di sette anni  seduto accanto. Li toccavo, li sentivo respirare, cercavo di far sentire loro che si trovavano in una casa, un luogo sicuro dopo gli spaventi subiti. Capii perfettamente a quel punto le parole di papa Francesco che, più o meno, suonavano così “i poveri, i profughi i diseredati, dobbiamo toccarli con le nostre mani, per capire quale dovrebbe essere il nostro dovere”. Tutto ciò, questa mia esperienza così profonda, mi ha reso ancora più fermo nel mio pacifismo. Non un pacifismo che si arrende, ma un pacifismo consapevole che non esiste guerra inevitabile, che qualunque disputa può essere risolta pacificamente cercando di capirsi SINCERAMENTE e di trovare una soluzione che vada bene per tutti. Questo è ciò che chiedono i popoli, di vivere in pace ed in maniera decorosa. Tutto il resto ha a che fare con ideologie, interessi, sopraffazioni che interessano solo ai potenti e a chi vede la guerra, la fame, la carestia, da lontano, molto da lontano, come in un film.

Mi scuso per questo brevissimo incipit che chiarisce da che parte sto in questa guerra che inaspettatamente abbiamo vicino casa. Purtroppo, come ho detto, se si vuole parlare serenamente di Ucraina, bisogna giustificarsi prima di far scadere tutto in una diatriba fra tifosi beceri.

Parto dalla coda: un’intervista molto interessante, fatta da Paolo Valentino, sul Corriere di qualche giorno fa, ad Andrey Meninchenko, un industriale russo  leader mondiale nella produzione dei fertilizzanti con stabilimenti in Europa, anche in Italia. Essa tocca vari aspetti interessanti di cui bisognerebbe parlare ma mi limito ad uno soltanto, citando come mia abitudine, alcune frasi.

Il Presidente lo ha fatto < la mobilitazione e i referendum> perché non aveva scelta. Gli Stati Uniti non sono disponibili a raggiungere un accordo generale sulla sicurezza in Europa. La sola alternativa era riconoscere la propria debolezza e l’impossibilità di raggiungere gli obiettivi dell’Operazione Speciale. Nel sistema attuale equivarrebbe a un suicidio politico. La mobilitazione aggiusterà l’equilibrio delle capacità militari. Quanto all’ammissione delle nuove regioni in Russia, è una cosa molto seria. A mio avviso l’Occidente non ha ancora capito cosa significhi realmente. Una volta acquisita, sarà impossibile da cambiare. Né da Putin né dai suoi successori, per i prossimi 30 o 40 anni. Significherebbe avere una maggioranza qualificata nelle due Camere legislative e questo non credo sia possibile. Comunisti, nazionalisti, una significativa parte del Centro rimarranno nel sistema politico russo per alcune generazioni e queste forze non appoggeranno mai una tale decisione, tanto più sotto pressione esterna. In Occidente c’è l’idea che in Russia tutto è deciso da Putin e che tutti i problemi, in primis quelli di sicurezza, saranno risolti non appena ci sarà un cambio di regime. È un’idea ingenua e pericolosa. E ancora più pericolosa è l’idea che l’isolamento e la pressione economica sulla Russia possano rendere il mondo un posto più sicuro. Quanto alla popolarità del presidente non credo che soffrirà in modo serio. La società russa si adatterà rapidamente alla nuova realtà… <si aspettava la guerra?> No, non in questo momento. Ma è vero che il sistema globale era squilibrato. Il lavoro di riequilibrio dopo la fine della Guerra Fredda non è mai stato completato e in tali casi, le possibilità di una guerra sono alte…Ogni tragedia si può e si deve evitare. Sfortunatamente non abbiamo ancora imparato a risolvere i nostri problemi in modo pacifico… Che il mondo nel quale avevamo vissuto dopo il crollo del blocco sovietico era finito. Che quello che stavamo vivendo non era solo l’inizio di una guerra civile tra due popoli fratelli, ma un potente movimento tettonico in grado di spaccare il mondo, le cui conseguenze saranno avvertite da miliardi di persone che non hanno nulla a che vedere con questo conflitto. C’era un ordine mondiale, dopo la fine della Guerra Fredda, che ha portato crescita, prosperità e pace per molte persone in tutto il mondo. I protagonisti erano USA, Cina, Russia ed Europa, le loro economie erano interconnesse in un ordine multilaterale basato su regole condivise e globalizzazione. Tutto ciò è finito.

Ecco, queste sono le parole di un multimiliardario russo che si era dichiarato contrario alla guerra molto prima che ciò avvenisse e che non è particolarmente nelle grazie di Putin. Penso che condensino bene un’analisi realistica della situazione odierna. Non intendo analizzare di nuovo gli antefatti di questa guerra. Chi fosse interessato potrebbe leggerli nel mio articolo LA GUERRA IN EUROPAII del 9 aprile 2022 in questa stessa pagina GEOPOLITICA del mio sito. Comincerei a sfatare alcuni luoghi comuni “la prima guerra fatta con i metodi del secolo scorso”, “l’intera comunità internazionale condanna l’invasione russa”. Dalla fine della seconda guerra mondiale, il mondo non ha mai avuto un momento di pace: la guerra di Corea, la guerra tra francesi e vietnamiti, la guerra fra americani e vietnamiti, la guerra fra cinesi e vietamiti. E poi le guerre degli Afghani contro gli Inglesi, contro i Russi, contro gli Americani. E poi la rivolta contro lo Scià di Persia che fece arrivare trionfalmente Khomeini dalla Francia con le conseguenze che vediamo anche oggi. E poi la sequenza di guerre in Medio Oriente (una quindicina). E i colpi di stato che hanno continuamente insanguinato l’America Latina. Non vi parlo dell’Africa in cui ci si è sempre combattuti, frequentemente con l’intervento diretto delle grandi potenze. Tutte queste guerre hanno creato centinaia di migliaia di morti civili, la distruzione di città, scuole, ospedali, infrastrutture etc. Cosa c’è di diverso nella brutalità di tutte queste guerre, rispetto alla guerra in Ucraina ed alla seconda guerra mondiale, che è stata la prima ad aver inaugurato questi disastri che coinvolgevano le popolazioni civili?  Solamente che essa avviene in Europa. La seconda frase mette in rilievo l’orgoglio, direi quasi la tracotanza di noi Europei e USA, che pensiamo di identificarci con “il mondo”. Per noi, certo, la guerra è dietro l’angolo, dobbiamo affrontare il “fastidio” che ci verrà creato dalla mancanza di gas. A parte il fatto che siamo in guerra e questo tipo di reazioni ne è parte inevitabile, ma pensate voi veramente che in Tailandia, in Vietnam, in Indonesia, in tutta l’America Latina e in tutta l’Africa si pongano veramente problemi per questa guerra? E parlando delle grandi potenze, pensate che il miliardo di persone che vivono in India sappiano e, sapendolo, si preoccupino di ciò che sta succedendo in Ucraina. E lo stesso vale per il miliardo e mezzo di persone che vivono in Cina. In Cile ad esempio hanno problemi con il cambio della loro costituzione: pensate che spendano un solo minuto per informarsi su cosa sia il Donbass? E in Brasile con le elezioni presidenziali che potrebbero conchiudersi con un colpo di stato? Del resto, anche in Italia, quanta gente sa che cosa è successo in Ucraina dal 2010 ad oggi, del perché molti anni fa (ricordate quando?) sia stato abolito il bilinguismo in un Paese che è bilingue più di quanto sia da noi l’Alto Adige? E allora, torniamo con i piedi per terra. Se questa guerra fosse stata intentata da Russi (o Americani) in Congo per difendere una parte della popolazione contro l’altra, le notizie relative sarebbero state in poche righe in una pagina interna dei giornali.

I media hanno descritto questa guerra come un conflitto epocale fra la democrazia e la dittatura.

Se l’Ucraina perderà, ciò sarà l’inizio del crollo, una ad una, della libertà di tutti i Paesi dell’Europa centrale. E tutto ciò sarà solo l’inizio, perché, galvanizzata dal successo russo, la Cina occuperà tutti i Paesi del Pacifico per poi affrontare e distruggere tutte le nostre democrazie che saranno ridotte in schiavitù. Da ciò nasce la necessità di coalizzarci in una lotta senza quartiere contro la Russia per poi (Biden dixit) dedicarci a punire la Cina.

Non credo che la Russia abbia alcun interesse a impadronirsi dell’Europa Centrale e men che mai che la Cina abbia alcun interesse a sovvertire le nostre democrazie, semmai il contrario. E’ però certamente vero che, almeno per una generazione il mondo non sarà come prima e ne pagheremo tutti le conseguenze. Purtroppo però, oggi, a fare le spese di queste bellissime parole che leggiamo sui nostri giornali sono e saranno le mamme ucraine (ma anche russe) che non vedranno più i loro figli, le mogli che hanno perso i loro mariti, i bambini che resteranno senza padre.

Prima degli ultimi avvenimenti, in questa nota intendevo parlarvi (e lo farò ancora sinteticamente) dell’annuale assemblea generale dell’ONU e del summit dello SCO (Shanghai Cooperation Organization) che si è tenuto quest’anno il 14 e 15 settembre a Samarcanda. Se vogliamo capire qualcosa di questa guerra e di come essa si evolverà sul versante orientale bisogna guardare molto di più a Samarcanda che alla passerella dell’ONU. Intanto cosa è lo SCO? E’ un’organizzazione intergovernativa creata nel 2001 da Cina Kazakistan, Kirghizistan, Russia, Tagikistan e Uzbekistan. Successivamente India e Pakistan hanno aderito nel 2017 e quest’anno l’Iran ha firmato un memorandum di adesione che diverrà effettivo nel 2023. Al summit di Samarcanda quest’anno hanno partecipato anche come osservatori Bielorussia e Mongolia, e come ospiti invitati Armenia, Azerbaigian, Cambogia, Nepal, Sri Lanka, Turchia e Turkmenistan. Anche Bahrain, Maldive, EAU, Kuwait, e Myanmar sono stati aggiunti come partners di dialogo. Uno dei principali obiettivi dell’organizzazione è promuovere la cooperazione tra i suoi stati membri in settori quali il commercio, l’economia, la scienza, l’istruzione etc. Fra gli altri scopi ci sono la collaborazione nella lotta contro il terrorismo interno e internazionale, la lotta alla droga etc. Fra le varie associazioni di stati, lo SCO è quella più frequentemente indicata come “l’anti NATO” ma in realtà ad essa appartengono Paesi che fanno parte di altre alleanze come ad esempio l’India, alleata di USA, Australia e Giappone in funzione strettamente anti-cinese e la Turchia che per il momento partecipa come osservatore ed è addirittura membro della NATO. Lo SCO non è una struttura rigida e formale come la UE, né tanto meno militare, ma piuttosto un forum fra stati asiatici, di discussione e impegni specifici, caso per caso, su base essenzialmente economica. Del resto India e Pakistan sono nemici storici, India e Cina hanno dispute storiche di frontiera, e addirittura alcuni stati membri erano, durante il summit, in guerra fra loro. Li riunisce il comune interesse a promuovere la stabilità della regione e un sistema multipolare di rapporti fra i Paesi del mondo sulla base di interessi nazionali indipendenti. Due Paesi possono essere quindi alleati fra loro su un certo argomento e avversari su un altro. Non esiste, né potrebbe esserci un’ideologia comune fra di loro. Nel complesso però li lega una visione del mondo molto diversa dall’Occidente che invece è oggi, ma è sempre stata, basata su un’affinità ideologica e addirittura religiosa. Tutto ciò si è visto a Samarcanda, dove quasi tutti i Paesi erano rappresentati al massimo livello. La Russia ovviamente ha cercato alleati nella sua guerra contro l’Ucraina. Lo Sco però non ha né appoggiato né si è opposto all’azione di Mosca. Anzi il primo ministro Indiano Modi ha espresso esplicitamente la sua preoccupazione al Presidente Putin “l’era di oggi non è un’era di guerra”, ricevendo una risposta precisa “conosco la tua posizione sul conflitto in Ucraina e le tue preoccupazioni. Faremo tutto il possibile per farla finire presto”. Xi Jinping non ha mai nominato l’Ucraina ma Putin ha dichiarato che Xi aveva “domande e preoccupazioni” sulla guerra. Non ci si poteva aspettare di più. I due leaders non hanno assunto posizioni contrarie alla Russia ed entrambi continuano a supportarla da un punto di vista economico, ma certamente vedono in questa guerra un grande rischio legato ai commerci internazionali che sono fondamentali per entrambi i Paesi. La dichiarazione finale del summit indica l’impegno di creare “un ordine mondiale più rappresentativo, democratico, giusto e multipolare” ma è evidente che la massima priorità dello SCO sia oggi il mantenimento della stabilità in una regione in cui esistono seri problemi, come ad esempio gli scontri di confine in essere fra le truppe kirghise e tagike mentre i due presidenti partecipavano al vertice e avevano un meeting bilaterale. Sempre su questa linea si pone il tentativo di accrescere il potere degli stati minori dell’Asia centrale, gli “stan”, oggi più o meno contesi fra Russia e Cina ed in cui la grande forza economica della Cina appare evidente. Del resto il “decoupling” politico e commerciale che si sta delineando fra la Cina e i Paesi dell’occidente spiega il crescente interesse della Cina verso l’Asia centrale, come mostrato dal potenziamento del meccanismo “C+C5” (Cina più asia Centrale) elevato quest’anno dal livello di ministri degli Esteri a quello di capi di stato. Ciò ovviamente non fa piacere alla Russia, e Pechino, per rassicurarla, ha riconfermato il patto non scritto in cui vengono riconosciuti e rispettati gli interessi reciproci dei due Paesi nella regione. In questo contesto si inserisce l’accordo firmato da Cina, Kirghizistan e Uzbekistan per la costruzione di una ferrovia che unisca i loro tre Paesi. Questa nuova rotta trasporterà circa 10 milioni di tonnellate di merci l’anno , costituirà il “Corridoio centrale” della BRI e accorcerà di 900 km il trasporto delle merci verso l’Europa aggirando la Russia e passando per l’Iran. In chiave forse più politica che strettamente economica si inserisce la proposta di studiare un sistema di pagamenti internazionali fra i Paesi SCO sulla base di loro valute interne evitando di passare attraverso il dollaro o l’Euro, il swift controllato dagli americani, etc. 

Passiamo alla passerella annuale dell’assemblea generale dell’ONU. Tutti si aspettavano le dichiarazioni di USA, Russia e Cina per capire qualcosa sullo sviluppo della crisi, C’è da dire che l’unico leader intervenuto è stato Biden. Il suo discorso, molto lungo, è stato sostanzialmente incentrato sull’Ucraina .Ne trascrivo alcuni punti essenziali:

La Russia ha spudoratamente violato i principi della carta delle nazioni Unite e il divieto di impadronirsi con la forza del territorio di un altro Paese… Il Cremlino sta organizzando un referendum fittizio per cercare di annettersi parti dell’Ucraina, anch’essa una violazione significativa della carta… Putin sostiene di aver dovuto agire perché la Russia era minacciata. Ma nessuno ha minacciato la Russia… Ecco perché 141 nazioni dell’Assemblea Generale si sono riunite per condannare la guerra della Russia… e oggi più di 40 Paesi hanno contribuito con miliardi del proprio denaro per aiutare l’Ucraina a difendersi… Gli Stati Uniti sono determinati a difendere e rafforzare la democrazia in Patria e in tutto il Mondo…

Non manca poi un accenno alla leadership americana per la lotta al cambiamento climatico, ignorando che il Presidente precedente (Trump) era uscito unilateralmente dagli accordi. E il successivo? E non manca il rituale accenno alla Cina che però era secondario in questo caso. Credo che il discorso di Biden sia sostanzialmente sottoscrivibile se non fosse che, come hanno detto vari commentatori internazionali, ciò che oggi Biden imputa alla Russia è stato commesso, in circostanze analoghe, anche dagli USA e la loro credibilità ne viene quindi minata essenzialmente nei Paesi del “terzo mondo”

Il discorso di Labrov, ministro degli Esteri Russo, a differenza di quello di Biden incentrato sul fatto specifico, ponendo le basi delle relazioni internazionali solo sullo sfondo, parla invece essenzialmente di queste ultime, considerando la vicenda ucraina una conseguenza quasi ineluttabile.  Ve ne cito anche qui alcuni passi.

Oggi viene decisa la questione del futuro dell’ordine mondiale. La domanda è se questo sarà un ordine con un egemone, costringendo tutti a vivere secondo le loro famigerate regole, vantaggiose solo per lui. Oppure sarà un mondo giusto e democratico, senza ricatti e intimidazioni verso persone considerate indesiderate…..La Russia sceglie fermamente la seconda opzione… Il modello unipolare di sviluppo mondiale, che serviva gli interessi del “miliardo d’oro” il cui consumo eccessivo è stato fornito per secoli a spese delle risorse dell’Asia, dell’Africa e dell’America Latina, sta diventando vestigia del passato….Oggi la formazione di stati sovrani porta alla formazione di un’architettura multipolare uguale, socialmente orientata e sostenibile…Tuttavia i processi geopolitici sono percepiti da Washington come una minaccia alla loro posizione dominante….Dopo ave dichiarato la vittoria nella guerra fredda, Washington si elevò quasi al rango di messaggero di Dio sulla Terra, che non ha obblighi ma solo diritti sacri di agire per fissare il suo ordine…Quali sono i risultati delle avventure americane in Medio Oriente? … Nominatemi un Paese in cui Washington è intervenuta con la forza e in cui la vita è migliorata di conseguenza… Espandendo la NATO a Est, gli USA hanno deciso di subordinare gli spazi asiatici…. Al vertice NATO di Madrid, l’alleanza “difensiva” ha proclamato “l’indivisibilità della sicurezza delle regioni euro-atlantiche e indo-pacifiche”… la dottrina Monroe sta guadagnando una copertura globale… Washington sta cercando di trasformare il globo nel cortile di casa…. Le restrizioni colpiscono la popolazione civile impedendo loro di accedere a beni essenziali, inclusi medicinali, vaccini, cibo. Un esempio lampante è il blocco americano di Cuba che dura da più di 60 anni…

E poi un breve accenno alla situazione attuale, anche questa sostanzialmente vera, a dimostrazione di quanto complessa sia la realtà ucraina.

Credevamo alle promesse dei leaders occidentali di non espandere la NATO “di un pollice” verso est,… abbiamo sostenuto gli accordi tra l’allora presidente ucraino Yanukovich e l’opposizione per risolvere la crisi nel febbraio 2014… Accordi garantiti da Germania, Francia e Polonia… abbiamo dovuto sopportare la decisione di Kiev di un divieto totale della lingua, dell’istruzione, dei media e della cultura russi…. Forse la Russia ha violato gli interessi dell’occidente chiedendo l’attuazione del pacchetto di misure di Minsk approvato all’unanimità dal Consiglio di sicurezza dell’ONU nel febbraio 2015, ma sepolto da Kiev con la partecipazione di USA e UE?... Secondo questo principio, affermato ai massimi livelli nei documenti OSCE nessuno dovrebbe rafforzare la propria sicurezza a scapito della sicurezza degli altri. Abbiamo avanzato la nostra ultima proposta sulla necessità di rendere giuridicamente vincolanti questi accordi nel dicembre 2021, ma abbiamo ricevuto un arrogante rifiuto…

Mi sono un po’ dilungato nel riassumere questo discorso perché mentre è chiara la posizione occidentale, è interessante conoscere la posizione russa e le sue giustificazioni, visto che Mosca è indiscutibilmente l’aggressore. E Mosca fornisce, dal suo punto di vista, una spiegazione storica volta a dimostrare il tentativo americano di mantenere un mondo unipolare definito dopo la fine della guerra fredda e rivendica invece la necessità di un mondo multipolare senza che vi sia un “regolatore globale” che ne indirizzi e regoli l’andamento.

Il discorso cinese, a livello di ministro degli esteri, anch’esso rivendica la necessità di un multipolarismo “a geometria variabile” fra stati sovrani che cooperino e commercino pacificamente e senza interferenze di alcun tipo all’interno dei propri confini. Da questo punto di vista si avvicina alla posizione russa. Afferma però, è questa la differenza rispetto alla Russia, la necessità della pace ad ogni costo che debba essere ottenuta e mantenuta attraverso negoziati pazienti in cui ognuno comprenda le posizioni degli altri pur difendendo i propri interessi. In sostanza è una riaffermazione della posizione storica e mai mutata dei Cinesi.

E’ interessante la posizione dei “Paesi minori”, quelli che apparentemente sono fuori dalla ribalta internazionale, ma, fatti salvi i colossi India e Cina, costituiscono la maggioranza della popolazione mondiale. Su questo si sofferma il New York Times. Erdogan, l’unico vero negoziatore, ha dichiarato “pensiamo che la guerra non trionferà mai, e un vero processo di pace non vedrà mai un perdente.” Abbiamo bisogno di un’uscita dalla crisi che salvi la dignità di tutti, attraverso un processo di pace che sia ragionevole, equo e applicabile.” Il presidente del Senegal ha chiesto alle grandi potenze di non permettere che le loro rivalità creino altre distruzioni nel continente africano. “L’africa non viole essere di nuovo al centro di una nuova guerra fredda.” Il re Abdullah di Giordania e l’Emiro del Qatar hanno sorvolato sulla guerra e hanno chiesto all’assemblea di risolvere l’eterna causa dei Palestinesi. I presidenti di Korea e Brasile hanno chiesto alla comunità internazionale di soffermarsi sugli effetti umanitari della guerra, specialmente su energia e alimentazione. Essi hanno insistito che il Covid è tutt’altro che scomparso nei Paesi in via di sviluppo. E infine, secondo SCMP, i Paesi che rappresentano circa il 90% dell’umanità non considerano la guerra come la loro battaglia. Essa si traduce solo in ricadute economiche che minano i mezzi di sussistenza e gli standard di vita delle persone se vivono in paesi a reddito più elevato, e la disoccupazione, la fame e le malattie se sono abbastanza sfortunate da vivere nei Paesi poveri. Nel mondo dilagano guerre civili o conflitti a bassa intensità. L’Ucraina gode della copertura dei media 24 ore su 24 mentre altre vittime con la pelle più scura vengono per lo più dimenticate o ignorate. Non stanno con l’Occidente ed è assurdo sostenere che la Russia li minacci quando le loro vite sono già sconvolte e minacciate.

Tutto ciò è stato superato dalla dichiarazione di annessione di alcuni territori ucraini alla Russia e alle conseguenze che esse comporteranno. Credo che a questo punto tutti dovremmo concordare sul fatto che la guerra fra NATO e Russia è ormai in corso, anche se non è stata dichiarata, ha già fatto una quantità gigantesca di vittime, ha distrutto una enorme estensione di territori e soprattutto non se ne vede la fine. Sarà la storia a definire torti e ragioni che però non resusciteranno i morti. Oggi bisogna chiedersi: quando finirà questa guerra? Degenererà in una guerra nucleare con conseguenze catastrofiche per tutto il mondo? Tutto ciò, dando per scontato che anche nella più rosea delle ipotesi il mondo ne uscirà cambiato da un punto di vista politico, e assolutamente sconvolto da un punto di vista economico. Il “decoupling” sarà definitivo, ne conseguirà una crisi economica che colpirà come al solito i più deboli ed il mondo risulterà diviso in due blocchi, molto di più di quanto non lo sia stato nella guerra fredda, con interi continenti sballottati di qua e di là.

Henry Kissinger, il più grande diplomatico oggi vivente, maestro di realpolitik (talvolta a danno dell’Italia come all’epoca delle “convergenze parallele”), e autore dello storico riavvicinamento fra USA e Cina in funzione anti-russa, è spesso interpellato sia dal governo americano che da quello cinese sui problemi più importanti di relazioni internazionali. Egli si è spesso espresso sulla crisi ucraina e può essere utile conoscere come la sua opinione si sia evoluita nel tempo.

5 marzo 2014. Se l’Ucraina vuole sopravvivere e prosperare, non deve essere l’avamposto di nessuna delle due parti contro l’altra; dovrebbe fungere da ponte fra di loro….La Russia deve accettare che costringere l’Ucraina a diventare un satellite, condannerebbe Mosca a ripetere la sua storia di pressioni reciproche con USA e Europa. L’occidente deve capire che per la Russia l’Ucraina non può mai essere solo un Paese straniero. Gli ucraini vivono in un Paese con una storia complessa e poliglotta…l’ovest è in gran parte cattolico, l’est in gran parte russo-ortodosso. L’Occidente parla ucraino, l’est parla principalmente russo. Qualsiasi tentativo da parte di un’ala dell’Ucraina di dominare l’altra porterebbe alla fine alla guerra civile…La radice dei problemi sta negli sforzi dei politi ucraini di imporre la volontà di una parte sull’altra e viceversa. Questa è l’essenza del conflitto fra Yanukovych e Tymoshenko. Noi dobbiamo cercare la riconciliazione, non la dominazione di una fazione sull’altra. La Russia, l’Ovest e le varie fazioni in Ucraina non hanno capito questo concetto. L’Ucraina dovrebbe avere il diritto di fare le sue scelte economiche e politiche incluso l’Unione Europea, Ma non dovrebbe entrare nella NATO, “una posizione che avevo già assunto 7 anni fa (2007)”…

24 maggio 2022 (Washington post) Al Forum di Davos, Kissinger ha esortato gli USA e l’Occidente a non cercare una sconfitta imbarazzante per la Russia, avvertendo che potrebbe peggiorare la stabilità a lungo termine dell’Europa. Kissinger ha anche spinto l’Occidente a convincere l’Ucraina ad accettare i negoziati sulla base di uno “status quo ante”. Le trattative devono iniziare nei prossimi due mesi prima che si creino sconvolgimenti e tensioni che non saranno facilmente superate… Perseguire la guerra oltre quel punto non riguarderebbe la libertà dell’Ucraina, ma una nuova guerra contro la stessa Russia. < questa incredibile preveggenza assoluta non è stata ascoltata> Ursula von der Leyen al contrario, di fronte allo stesso consesso ha dichiarato che la guerra non è soltanto un problema di sopravvivenza dell’Ucraina, ma un dovere dell’intera comunità mondiale!

30 settembre 2022. (Washington Post). Kissinger, parlando al Council of Foreign relations ha dichiarato: la Russia ha perso la guerra, ora dobbiamo impedire la sua escalation nucleare. Potremmo batterla anche in quello scenario ma la natura delle relazioni internazionali e l’intero sistema mondiale ne risulterebbero sconvolti…non possiamo permettere che l’uso di armi nucleari diventi normale…L’Ucraina non deve essere demoralizzata e deve avere un ruolo primario nelle trattative di pace… La sua appartenenza alla UE deve essere assicurata…. Ma un dialogo anche preliminare è essenziale specialmente ora che si parla di nucleare…Quando cadde il Muro di Berlino e cominciò la grande ristrutturazione dell’Est europeo, gli USA cercarono di integrare tutta l’area in un sistema guidato da loro. Non è stato bene cercare di includere l’Ucraina nella NATO. Ciò non è una scusante per l’aggressione di Putin…. Oggi il problema è la ricerca di una pace con Putin e ciò è parte di un discorso più vasto, le relazioni fra Russia e Occidente… Che cosa vorrà fare la Russia? Essere parte dell’Europa o dell’Asia?.... Non abbiamo mai avuto a che fare con un Paese così imponente <la Cina> e la cui filosofia è praticamente opposta alla nostra, I cinesi considerano la storia come un processo continuo che si dipana nell’arco di migliaia di anni. Noi esaminiamo e affrontiamo i singoli problemi che invece sono per loro parti di un processo unico… Una guerra degli USA contro Russia e Cina avrebbe conseguenze peggiori delle guerre mondiali. Chiude con un richiamo a Churchill e al suo lascito che per la politica estera è necessario “Studiare la storia, studiare la storia, studiare la storia” specialmente oggi che “le condizioni per una nostra leadership mondiale si sono deteriorate, in particolare per la diffusione delle armi nucleari” Con queste parole ricorda la sua vecchia lettera a Nixon “Mi auguro che i tuoi successori saranno saggi come te, e non cercheranno mai di porsi contro Russia e Cina insieme

Questa è Realpolitik. Chi siamo, che cosa vogliamo e dove vogliamo arrivare. I nostri governanti ci parlano di ideali (assolutamente veri e validissimi), di sovranità di ogni Paese per come si è cristallizzata 30 anni fa  (perché proprio in quel momento?) ma non ci dicono chiaramente quali obiettivi si pongono. Ci sono pochissimi modi di porre fine alle guerre: la sconfitta totale del nemico come nella seconda guerra mondiale con la presa di Berlino in Occidente e le due bombe atomiche in Oriente; la resa di Putin, un colpo di stato, più o meno provocato, che scalzi Putin, con il rischio che il successore sia ancora più nazionalista e violento. Oppure una trattativa che oggi è forse l’ultima occasione possibile, perché l’Ucraina può dire di aver respinto la Russia e quest’ultima ha già detto di essere pronta, sulle basi attuali, a chiudere la vicenda. Ora la guerra è diventata fra Russia e NATO. La vogliamo veramente? Ma se è così dovrà essere il nostro popolo a deciderlo, non il governo, che non ha mandato per questo.

Chiudo con le parole di Papa Francesco, l’unico ad aver capito questa immane tragedia.

Mi addolorano le migliaia di vittime… Certe azioni non possono mai essere giustificate, mai!... E che dire del fatto che l’umanità si trova nuovamente di fronte alla minaccia atomica? E’ assurdo… Quanto sangue deve ancora scorrere perché capiamo che la guerra non è mai una soluzione, ma solo distruzione?... rinnovo il mio appello affinché si giunga subito al cessate-il-fuoco. Tacciano le armi e si cerchino le condizioni per avviare negoziati capaci di condurre a soluzioni non imposte con la forza, ma concordate, giuste e stabili. E tali saranno se fondate sul rispetto del sacrosanto valore della vita umana, nonché della sovranità e dell’integrità territoriale di ogni Paese, come pure dei diritti delle minoranze e delle legittime preoccupazioni… DOPOI SETTE MESI DI OSTILITA’ SI FACCIA RICORSO A TUTTI GLI STRUMENTI DIPLOMATICI, ANCHE QUELLI FINORA EVENTUALMENTE NON UTILIZZATI, PER FAR FINIRE QUESTA IMMANE TRAGEDIA. LA GUERRA IN SE’ STESSA E’ UN ERRORE E UN ORRORE.

 

 

 

 

 

 

 

 

 

9. apr, 2022

9 aprile 2022

La guerra in Europa II

Vi ho parlato delle emozioni che ho provato, e provo ancora, al cospetto di questa carneficina così vicina a noi. La sento ancora più vicina perché stiamo ospitando una giovane mamma e i suoi due bimbi: Paolo otto anni e Anastasia, due anni, fuggiti da Kiev e arrivati fortunosamente a Roma dopo quasi tre settimane di peregrinazioni. Della mamma so solo che quando vede in televisione i disastri e i morti nel suo Paese mormora “Perché, perché questa guerra, questi morti? Con i Russi eravamo amici, ogni Ucraino ha parenti e amici in Russia e viceversa”. Non ho parole capaci di rispondere a queste domande in maniera tale la spiegare la morte di un bambino. Peggio il bambino che ho visto due volte piangere in un angolo, ma non come fanno i bimbi: piangeva silenziosamente come un adulto. Una sensazione terribile! Stiamo facendo di tutto con mia moglie per farli sentire a casa propria, ma chissà se riusciranno mai a rimuovere questo trauma. E non sono solo loro, ma milioni di bambini. Nei giorni che ho trascorso all’immigrazione centrale di Roma ne ho visti a decine, di tutte le età. Questa è la guerra! E questo è ciò che produce su povere vittime innocenti che vorrebbero solo vivere in pace. Se poi allarghiamo lo sguardo ci rendiamo conto che ciò che vediamo oggi perché succede dietro casa nostra, in questi stessi giorni succede in tanti altri Paesi di cui ci scordiamo facilmente. Questa è la guerra! E non posso fare a meno di chiedermi “Perché sono stato così pronto a ricevere questa famiglia, a me del tutto sconosciuta, e non mi sono mai posto il problema di ospitare i profughi afghani o tanti altri che ogni giorno arrivano in Italia?” Non ho risposte, o meglio ho brutte risposte…. E non si può non pensare alla filosofia di Nietzsche, alla distruzione di tutti i valori, di ogni regola, di ogni morale e alla guerra che non è più dettata dalla sopravvivenza come in Schopenhauer ma guerra come volontà di potenza! Da tutto ciò, non dimentichiamolo sono nate le tragedie del ‘900.

Come vi ho detto però, abbiamo il dovere di capire perché queste cose succedono, senza limitarci a una risposta consolatoria per noi “Putin è impazzito ed è diventato un nuovo Hitler”. Dobbiamo capirne i motivi dicevo, ma non dobbiamo però limitarci solamente a posizioni dettate dai nostri sentimenti e dalle nostre emozioni; essi sono necessari per portare soccorso ai deboli, alle persone aggredite come in questo caso il popolo ucraino. Ciò non serve, o non serve da solo, per trovare una soluzione alla guerra e cercare la possibilità di una pace che non sia solo la tregua di un momento. Voglio proporvi le mie opinioni sull’argomento. Questa situazione sta diventando ogni giorno più grave, il coinvolgimento dell’occidente si sta facendo sempre più diretto e non è più indirizzato solo a supportare gli Ucraini nella loro difesa contro l’Orso Russo, ma a permettere una contro-offensiva capace di respingere la Russia fino ai confini precedenti al 2014. Tale volontà, spiegabile nel popolo ucraino (o in gran parte di esso), sta poco a poco degenerando in una guerra di livello ben più alto fra NATO e Russia con l’utilizzo di armamenti molto più sofisticati e in prospettiva di armi atomiche a bassa intensità (inferiori a quelle della seconda guerra mondiale) ma capaci di distruggere intere città in un colpo solo. Tutta l’Europa ne uscirebbe distrutta (Russia inclusa) ma gli USA ne uscirebbero indenni come nelle due guerre mondiali. Ovviamente ne uscirebbe indenne anche la Cina. Ciò serve a delimitare il campo di chi ha più interesse a fare una pace: Parigi, Roma, Berlino, Madrid etc. oltre a Mosca e San Pietroburgo.

L’analisi deve essere fatta sia da un punto di vista politico che da una prospettiva storica. Dall’insieme delle due si può tentare di capire ciò che è negoziabile e ciò che non lo è fra tutte le parti coinvolte.

 

I precedenti storici. Tutti noi abbiamo studiato a scuola la cultura e le vicende della Russia, per cui mi limiterò a sottolineare solo alcuni punti. Tralasciando l’antichità, nel VII secolo gli Slavi cominciarono a essere predominanti riaspetto a tutte le altre etnie che si erano succedute e già nel IX secolo si formò il primo nucleo realmente “Russo”, il principato “Rus’ di Kiev”. Il legami di amore e odio ma di sicura interazione fra le future Ucraina e Russia risalgono quindi alle loro origini. Nel X secolo Vladimir I portò il Cristianesimo nel suo regno da Bisanzio con cui aveva stretti legami, e, badiamo bene, non da Roma. Con l’invasione mongola nel 1237 tutta la struttura si disgrega in vari principati tributari dei “Khan” e questo periodo comincia a chiudersi nel XV secolo fino all’indipendenza ufficiale sancita nel 1480. In quel periodo infatti il Granducato di Mosca si affrancò dal dominio mongolo e si affermò sugli altri potentati. Sempre in quel periodo Ivan il Grande sposò la nipote dell’ultimo imperatore di Bisanzio e sancì il mito della “terza Roma”, cioè la Russia erede dell’impero Romano e della civiltà romano-bizantina. Sempre di quel periodo è il rifiuto di ogni autorità del “Papa di Roma” e la dichiarazione di un’autorità derivante direttamente da Dio, da cui prende le mosse l’assolutismo russo. Nel 1613 Michele di Russia diede inizio alla dinastia dei Romanov che regnò fino al 1917. Durante il periodo imperiale la Russia si estese fino all’estremo lembo orientale della Siberia artica e più oltre incluse l’Alaska nel continente americano, quest’ultimo possedimento poi venduto agli USA nel 1867. Più importante per noi è la relazione continua con i potentati europei con influenze reciproche notevoli, anche se in un clima di persistente diffidenza che non si esaurì mai. La Russia partecipò con ruoli di primo piano a tutte le guerre europee e diede un notevole contributo alla sconfitta di Napoleone (ricordate Guerra e Pace?) e al congresso di Vienna che diede inizio alla restaurazione dei regni precedenti. Nonostante l’influenza europea però l’impero russo non comprese la rivoluzione industriale che diede una gigantesca svolta al mondo intero e ai rapporti di forza fra i vari Stati. All’inizio del XX secolo l’impero dei Romanov era rimasto molto conservatore, con un sistema agricolo, industriale e sociale cristallizzato ai secoli precedenti, un po’ come la Cina nello stesso periodo. La prima guerra mondiale fu la goccia che fece traboccare il vaso. Già dal 1905 (sanguinosa manifestazione di Pietrogrado) i Bolscevichi avevano iniziato la loro ribellione che tentava di applicare per la prima volta in Europa le teorie sociali ed economiche di Marx ed Engels. Con la vittoria dei Bolscevichi, e la caduta dell’impero, la Russia firmò un trattato di pace con la Germania e si ritirò dalla guerra. Gli Inglesi a quel punto, avendo bisogno di un fronte orientale, e preoccupati di un possibile allargamento delle teorie leniniste negli stati occidentali cercarono in tutti i modi di rimettere sul trono la monarchia. Si innescò quindi una disastrosa guerra civile sostenuta dalle potenze occidentali che si esaurì con la definitiva vittoria dei sovietici all’inizio degli anni ’20. Alla morte di Lenin nel 1924 Stalin assunse il potere e lo trasformò in una vera e propria dittatura con l’eliminazione sistematica di tutti gli oppositori. In politica estera il patto Molotov-Ribbentrop concordò una reciproca non aggressione con la Germania nazista ma fu di breve durata; la Germania attaccò la Russia in quello che fu il più duro e sanguinoso teatro di guerra in Europa, la seconda guerra mondiale. Dopo un breve periodo di ecclissi la Russia era ritornata un grande impero con un ruolo primario nel  mondo, una delle due potenze dominanti. Stalin in sostanza aveva ricostruito l’impero storico. Cominciò la Guerra Fredda fra gli USA (e la NATO) e il blocco comunista (con il Patto di Varsavia). Ricordiamo tutti ciò che avvenne nei decenni successivi, ma la Russia non era in grado di sostenere la sfida a tutto campo con gli USA e, pur mantenendo una grande potenza militare (soprattutto nucleare) cominciò a cedere. Gorbachev, consapevole di ciò, iniziò un periodo di grandi riforme (ricordiamo tutti la glasnost e la perestrojka) ma il sistema collassò. Eltsin andò al potere, crollò il muro di Berlino e tutti conosciamo bene gli avvenimenti successivi. In questo rapido excursus ho cercato di farvi notare che negli ultimi cinque secoli la Russia dall’impero degli Zar, fino a Gorbachev ebbe un ruolo assolutamente primario nello scenario europeo e poi mondiale. Essa si riteneva l’erede naturale dell’impero romano e quindi aveva un ruolo storico che nessuno poteva mettere in dubbio. Eltsin ne sancì il crollo e la ridusse al ruolo di una piccola potenza regionale, fuori dai grandi giochi internazionali, monopolio degli Stai Uniti e successivamente riservati a USA e Cina. Putin, una volta ristabilita una certa stabilità ed una lenta crescita economica, ritenne che questo non potesse essere il destino della “grande madre Russia”. Essa doveva continuare a ricoprire il suo ruolo come parte a tutto titolo di un’Europa che doveva tornare grande.Ed in questo fu aiutato da Kirill, patriarca di Mosca e di tutte le Russie che, a sua volta ha una grande influenza in tutto il mondo ortodosso. Sarebbe troppo lungo occuparsi anche di quest’aspetto ma non si può ignorare l’influenza che esso ha sulla popolazione russa, profondamente religiosa, specialmente quella dispersa nell’immenso territorio. Anche la religione è diventata un fattore di contrapposizione. Il metropolita di Kiev, dipendente dal Patriarcato di Mosca, si è infatti staccato da esso  e nel 2019 è stato proclamato (dal Patriarca di Costantinopoli) patriarca di una nuova chiesa autocefala, ritenuta scismatica da Mosca. Oggi esistono perciò due chiese ortodosse in Ucraina, a loro volta in lotta fra loro.  E’ questa in conclusione la missione che Putin si è assunta per passare alla storia prima di terminare il suo regno che si approssima alla fine. 

 

La politica dei due blocchi, più uno.

La conferenza di Yalta poco prima della fine della guerra determinò la spartizione delle zone di influenza del mondo fra le potenze vincitrici e pose le basi per la fondazione dell’ONU. Quest’ultima idea si è rivelata intrinsecamente fallace, come ho cercato di spiegare nella mia nota precedente. La prima però, almeno all’inizio, funzionò bene nel teatro occidentale e di questo ci occuperemo. Il continente americano rimase nella zona esclusiva di influenza degli USA, mentre per l’Europa la “spartizione” fu più difficile. La parte occidentale rimase “dominio esclusivo” USA, i Paesi dell’URSS e soprattutto del costituendo Patto di Varsavia fecero parte del “blocco sovietico”. La Iugoslavia titina fu influenzata da quest’ultimo, ma in maniera più defilata. Due punti rimasero assolutamente critici: la Germania divisa, come la stessa Berlino, in quattro “zone di occupazione” delle potenze vincitrici e l’Italia, tutta nell’orbita americana come una “marca di frontiera”. Essa infatti si distingueva perché confinante con la Iugoslavia, e soprattutto perché da noi c’era il Partito comunista più forte dell’intero blocco occidentale, guidato in maniera carismatica da Palmiro Togliatti che durante la guerra era stato un altissimo funzionario nell’organizzazione internazionale dell’URSS. Non parlo di ciò che successe in Africa e Asia perché non ci interessa direttamente. Questo “armistizio” però durò molto poco perché i due blocchi, contrapposti da un fortissima differenza ideologia (ricordiamo il Maccartismo in USA) oltre che di potere, cominciarono rapidamente a scontrarsi. Nel 1949 fu fondata la NATO come accordo di difesa comune contro le possibili aggressioni del blocco sovietico. I due blocchi non arrivarono mai allo scontro diretto e mi limito a citarvi solo qualche punto. Cuba. Fidel Castro il 1° gennaio 1959 estromise il dittatore dell’epoca Fugencio Batista e prese il potere. Gli USA di Kennedy cercarono di ribaltarlo senza successo e quest’ultimo si rivolse a Mosca che subito “corse in aiuto”. Quando Kruscev tentò di istallare dei missili a novanta miglia dalle coste americane Kennedy minacciò una guerra nucleare immediata se le navi sovietiche non avessero invertito la rotta, e Kruscev si ritirò. La pace era salva. Non Cuba che però è tuttora sottoposta a un durissimo embargo americano. Essa non costituisce alcun pericolo per gli USA ma si rifiuta di accettare la sua permanenza sotto “l’ombrello americano” e ne paga le conseguenze. Altri Paesi sudamericani che cercarono di svincolarsi dal concetto delle “zone di influenza” si trovarono oggetto di colpi di stato (Cile ad esempio) a cui dovettero soccombere. Anche in Europa ci furono tentativi di svincolarsi dal “protettorato” sovietico e finirono anch’essi nel sangue. Ricondiamo tutti la rivolta d’Ungheria e più ancora la primavera di Praga. Noi in Italia, proprio per la posizione critica, “di frontiera” eravamo sotto un controllo ferreo. Esso non degenerò in scontro aperto per la lungimiranza e il senso dello stato sia di De Gasperi che di Togliatti che si fermarono sempre in tempo prima di una nuova guerra civile. Il controllo americano però diventò sempre più presente, anche se discreto. Prova ne sono il gran numero di basi americane sul nostro territorio, pari solo a quelle che esse hanno in Germania e le “scoperte” che si fanno ancora ai nostri giorni, come quella di “gladio” l’organizzazione militare clandestina che abbiamo scoperto pochi anni fa.

I due “imperatori” però, pur digrignando i denti, non arrivarono mai allo scontro diretto preferendo la “guerra per procura” supportando cioè conflitti in Paesi terzi. La progressiva, enorme, crescita economica americana, e la contemporanea corsa al riarmo dei due eserciti con costi sempre più alti, contribuì al collasso del blocco sovietico. A quel tempo in Russia si era esaurito il ciclo della gerontocrazia storica ed era asceso al potere Gorbachev, un giovane dirigente che portò una ventata di “freschezza” e realismo nel sistema esistente. Dall’altro lato c’era Reagan, a cui poi subentrò Bush padre. Entrambi, specialmente il primo, capirono che era il momento di raccogliere il frutto degli anni di contrapposizione e di arrivare ad un accordo che però permettesse alla Russia di non uscirne umiliata. Di quei tempi è la “passeggiata nel bosco” dei due leaders e il progressivo riavvicinamento. Fu forse l’unico, breve, momento di pace fra USA e Russia. Da esso sortì un accordo per cui gli USA non avrebbero dovuto trarre vantaggio dalla nuova politica di “Glasnost e Perestroika” del presidente sovietico che avrebbe provocato a breve la dissoluzione sia dell’URSS che del Patto di Varsavia. La caduta improvvisa e assolutamente pacifica del muro di Berlino è dovuta a questo patto tacito che ora viene negato anche se un recentissimo articolo dell’influente giornale tedesco Der Spiegel ne ha trovato le prove negli archivi britannici.  https://www.dropbox.com/s/a3hwixg90kwke2x/NATO%27s%20Eastward%20Expansion_%20Is%20Vladimir%20Putin%20Right_%20-%20DER%20SPIEGEL.pdf?dl=0                                                                  

Non è possibile negare però il trattato INF che risolse il problema dei missili nucleari a medio raggio istallati da USA e URSS sul territorio europeo. Per la prima volta tali armi non venivano ridotte o ritirate ma totalmente eliminate dal continente. Inoltre esisteva un sistema di ispezioni sia sul territorio europeo che su quello sovietico per la verifica dell’osservanza del trattato. Questa è la vera prova che le due parti non intendevano molestarsi. Negli anni successivi la NATO si allargò progressivamente a quasi tutti i Paesi confinanti con Russia, Nel 1990 il territorio della ex-DDR entrò nella NATO; è il primo allargamento a territori precedentemente nell’are di influenza sovietica. Negli anni successivi sono stati inclusi, in varie ondate Ungheria, Polonia, repubblica Ceca; Estonia, Lettonia, Lituania, Slovenia, Slovacchia, Bulgaria, Romania; Albania, Croazia; Montenegro; Macedonia del Nord. La Russia, sprofondata nella più grave crisi economica della sua storia, non aveva alcun modo di reagire. Col tempo però, come sempre, le cose cambiarono da entrambi i lati: Xi Jinping, appena entrato in carica, dedicò il suo primo viaggio all’estero proprio all’incontro con Putin. In sintesi i due Paesi riconobbero che un accordo sarebbe stato essenziale per entrambi. La potenza economica della Cina avrebbe supportato la crescita russa e quest’ultima avrebbe aiutato la Cina con forniture  via terra, essenzialmente gas e petrolio, di cui la Cina aveva un grande bisogno. Già allora infatti la politica di Obama “pivot to Asia” (di cui vi parlai a suo tempo) lasciava prevedere l’accerchiamento via mare che oggi è il fulcro della politica americana nel Pacifico. Di ciò ho una prova diretta perché, avendo lavorato per molti anni in Russia e moltissimi in Cina, fui avvicinato ad altissimo livello da entrambi con la stessa proposta “Noi due siamo obbligati ad andare d’accordo ma non ci amiamo e non ci capiamo, siamo culturalmente troppo differenti.” “Vieni a lavorare con noi come “interprete” degli accordi economici che dovremo realizzare insieme”. Preferii la Cina e, fino al gennaio 2020, li aiutai nella loro collaborazione con russi e americani. Il colpo finale della convivenza russo-americana fu dato però da Trump, che annunziò il ritiro unilaterale dall’accordo nell’autunno 2018 e ne usci formalmente e unilateralmente il 2 agosto 2019. In questa maniera Putin avrebbe avuto le testate convenzionali e nucleari americane a meno di dieci minuti da Mosca, così come Parigi, Belino, Roma etc. avrebbero avute le testate russe Gli USA però, il vero rivale, potrebbero imporre e gestire di nuovo una guerra europea senza alcun rischio di bombe straniere sul proprio territorio, come per altro sempre nella propria storia (a parte una piccola guerra con la Gran Bretagna nel XIX secolo che portò le truppe inglesi a Washington). Nessuno infatti ancora oggi prevede una vera guerra nucleare basata su missili intercontinentali e bombe nucleari strategiche ad altissimo potenziale. L’equilibrio delle forze, infatti, e la capacità di un “secondo colpo” da entrambi porterebbero ad una sicura distruzione del globo.

La vera domanda è però la seguente: questa guerra, questa strage di innocenti era prevedibile ed evitabile?

Basta analizzare i due presupposti, quello storico ed essenzialmente quello politico per capire che la Russia prima o poi avrebbe reagito alla politica occidentale di accerchiamento. Ma l’Occidente si accorse che qualcosa di grave stava succedendo? E cosa fece per evitarlo? Sono queste le domande fondamentali a cui dobbiamo rispondere perché se è vero che “l’omicida ha sempre torto, chi lo ha istigato al delitto è ugualmente colpevole”.

Tralascio la storia di ciò che è successo in Ucraina nell’ultimo decennio e del passaggio piò o meno violento fra i vari regimi che si sono via via succeduti, prima inclinati verso la Russia per poi spostarsi rapidamente verso l’Unione Europea e soprattutto la NATO. Quest’analisi, di indubbio valore storico, non ci farebbe fare alcun passo avanti per rispondere alle nostre domande. Mi limito solo a dire che il governo attuale è stato sicuramente eletto dalla popolazione. Vi cito invece tre documenti che sono a mio avviso molto più pertinenti. Il primo è il discorso di Putin alla conferenza di Monaco del 2007. In quell’occasione infatti il Presidente russo, sia pure in maniera “tranquilla” comincia a delineare la sua strategia futura          https://www.dropbox.com/s/t1sa280koitgp9a/L%27intervento%20di%20Putin%20alla%20Conferenza%20di%20Monaco%20%28testo%20integrale%29.pdf?dl=0  La traduzione automatica non è perfetta ma ben comprensibile  Gli altri due invece fanno riferimento agli ultimi, febbrili mesi quando la Russia iniziò la mobilitazione dell’esercito, le “manovre militari” al confine dell’Ucraina. Il primo è un dossier del servizio studi del Senato della Repubblica Italiana, un elenco dettagliato con precisi richiami e link ai vari avvenimenti dall’ottobre 2021 al 24 febbraio 2022, data di inizio dell’invasione.  https://www.dropbox.com/s/xip5s6o7vqzuo3n/Dossier%20Servizio%20Studi.pdf?dl=0          Da questo si evince che Putin aveva chiesto varie volte in maniera chiarissima che condizione essenziale per un accordo fosse l’assoluta garanzia che l’Ucraina non sarebbe mai entrata nella NATO. Sulle altre richieste si poteva trattare. Con altrettanta chiarezza l’Occidente dichiarava questa richiesta IRRICEVIBILE perché ogni Paese sovrano aveva il diritto di stabilire le proprie alleanze e le proprie politiche di sicurezza. Credo che mai negli ultimi secoli i presupposti di una guerra siano stati più chiari ed espliciti. Il secondo è un altro discorso di Putin alla nazione il 22 febbraio 2022, due giorni prima della dichiarazione di guerra, in cui spiega in maniera dettagliatissima e ovviamente dal suo punto di vista, tutti i motivi  per i quali stava per iniziare le ostilità. In questo discorso Putin mette insieme la sua analisi storica e quella politica di cui vi ho parlato qui sopra. In essa alcune cose sono vere, altre no o comunque da verificare; alcuni aspetti sono condivisibili altri no. Comunque non si può parlare di come risolvere questo dramma senza studiare seriamente tutti i punti di vista. https://www.dropbox.com/s/x2rzwub97niq8ez/Donbass%20sovrano%2C%20il%20discorso%20di%20Putin%20alla%20nazione_%20cosa%20vuole%20davvero%20lo%20Zar.pdf?dl=0                   Fate attenzione: Putin annunziò questo discorso al Cancelliere tedesco qualche ora prima di pronunziarlo.  C’era a mio avviso ancora una possibilità per evitare la guerra. Le richieste di Putin, base del negoziato, erano state inviate ufficialmente all’Occidente da oltre due mesi sotto forma di una bozza di due trattati. Vi invito caldamente a leggere sia il documento del Senato che questo discorso se volete farvi un’idea chiara e rispondere voi stessi alla domanda “Si poteva intavolare un negoziato formale serio?”. La mia risposta è netta “SI”, come è altrettanto netta la precisazione “Senza alcuna sicurezza che ci sarebbe stato un risultato positivo”. Ma si doveva provare Ci siamo trovati di fronte ad una serie di dichiarazioni pubbliche inutili e fuori dalla realtà. L’Occidente diceva “L’Ucraina è uno stato sovrano ed ha il pieno diritto di chiedere l’ingresso nella NATO nei termini e nei tempi previsti dai trattati dell’organizzazione”. E poi “Rimandate nelle loro caserme le truppe che avete dislocato in prossimità del confine”.  La prima affermazione è una bellissima utopia che nessun Paese al di fuori di USA, Russia e Cina può permettersi. La seconda richiedeva un’apertura di credibilità che non aveva alcuna base.   E la Russia rispondeva “Abbiamo il pieno diritto di disporre le nostre truppe sul nostro territorio a nostro piacimento.” E poi “Vi abbiamo dato abbastanza tempo per poter rispondere ufficialmente alle nostre proposte” Mentre la seconda affermazione aveva un senso, la prima si presentava come una sfida aperta agli USA “Trattiamo subito e in fretta perché il nostro esercito può invadere l’Ucraina in un’ora. Se quindi tutti questi morti sono responsabilità diretta di Putin che ha scatenato la guerra, non possiamo quindi affermare che l’Occidente non abbia responsabilità. Tutti sapevano perfettamente che eravamo sull’orlo di una guerra devastante e gli USA con i suoi vassalli, Germania, Francia, Italia e compagni, non hanno fatto niente per evitarla. Anche essi, anche noi, visto che ci riteniamo una democrazia, siamo collettivamente e individualmente responsabili dei bambini morti. E’ facile oggi piangere, ma bisognava fare qualcosa prima.

Oggi si dice che Chamberlain non ottenne niente con la sua politica di “appeasement” e la seconda guerra mondiale ci fu lo stesso. Permettetemi di dire che le due situazioni sono molto diverse. Allora, di fronte alla Germania nazista c’erano eserciti e Paesi grandi e ben preparati alla guerra. Oggi Biden aveva dichiarato più volte che non avrebbe in nessun caso fatto intervenire la NATO (cioè gli USA) in una guerra contro la Russia. L’Ucraina era quindi disperatamente sola contro la Russia e la leggenda di Davide che sconfigge Golia è appunto una leggenda.

La guerra è purtroppo iniziata. La domanda finale è oggi: cosa si può fare e cosa succederà? La risposta, a mio avviso è in mano agli USA e all’Europa. Esistono varie possibilità.

1                    Sperare o indurre un colpo di stato che elimini Putin, nell’ipotesi che il successore sia disponibile a ritirarsi in buon ordine. Se pensiamo a una rivolta popolare non abbiamo capito niente della Russia. Potrebbe ribellarsi l’esercito, ma difficilmente i nuovi leaders accetterebbero la sconfitta da parte di un piccolo Paese. Piuttosto adoprerebbero le armi moderne e sofisticate ancora tenute fuori dalla guerra.

2                    Armare sempre di piu l’Ucraina, anche con dispositivi offensivi. Se per ipotesi essa riuscisse a ricacciare la Russia fuori dal Donnbass e dalla Crimea fino ai propri confini, ciò sarebbe veramente la fine di Putin, del suo entourage, dei vertici militari, degli oligarchi etc. Pensiamo che tutti questi accetterebbero una tale disfatta prima di aver utilizzato tutte le armi a loro disposizione, incluso l’arma atomica? Saremmo nella situazione già descritta da Putin “Rischio della sicurezza nazionale”

3                    Intervenire direttamente nella guerra con truppe NATO. Saremmo più o meno nella situazione precedente. Quali Paesi accetterebbero di mandare i propri eserciti a far guerra alla Russia? Qui non si parla della Libia o dell’Afghanistan, ma della Russia. Nei vari Parlamenti si direbbe “E’ preferibile sacrificare l’Ucraina oppure rischiare una bomba atomica su Roma, Parigi, o Berlino?” Una sola sarebbe sufficiente.

4                    Iniziare subito una trattativa con Mosca avendo ben presente però che nessuna delle due parti, in particolare la Russia può risultare perdente. In altre parole Putin deve ottenere qualcosa di più rispetto a ciò che già possiede. Ciò significa che l’Ucraina deve restare chiaramente furi dalla NATO con garanzie ben precise da Paesi terzi. Niente manovre congiunte con eserciti NATO. Crimea e Donnbass più altri territori come per esempio la striscia per congiungere la Crimea alla “madrepatria” devono restare fuori dall’Ucraina. Al massimo si potrebbe ottenere un referendum popolare, sotto controllo internazionale, che darebbe quasi certamente un risultato favorevole alla Russia per buona parte delle regioni che ho menzionato. Inoltre ci sarebbe da discutere circa il disarmo delle repubbliche baltiche. Dobbiamo però renderci conto che Putin oggi ha rinunziato all’idea della “marcia trionfale” ed ha ripiegato sul più realistico obiettivo di consolidare ed allargare ciò che già possiede. Se riuscisse ad occupare Odessa cosa non facile e costosa dal punto di vista delle perdite umane di entrambe le parti”, difficilmente vi rinunzierebbe. E’ quindi assolutamente necessario fare in fretta. L’Europa dovrebbe farsi carico di una proposta congiunta alla Russia e poi spingere gli USA ad accettarla. In parallelo potrebbe accettare la richiesta americana di rifiuto dei prodotti petroliferi russi, gas incluso, unica azione che potrebbe creare danni alla Russia. Soffriremmo? Certo, ma non si può fare una guerra dal salotto di casa e noi stiamo facendo proprio questo

CERTO ABBIAMO IN OGNI CASO OTTENUTO UN BEL RISULTATO! QUESTO VUOL DIRE LASCIARE LA POLITICA AGLI INCOMPETENTI. COMUNQUE ANDRANNO LE COSE NE PAGHEREMO LE CONSEGUENZE PER MOLTI DECENNI. TUTTI I RAPPORTI MONDIALI NE USCIRANNO CAMBIATI E L’ECONOMIA DEI NOSTRI PAESI NE SOFFRIRA’ MOLTO. IL “SECOLO BREVE”, CHE RITENEVAMO FINITO CON LA CADUTA DEL MURO DI BERLINO, TERMINERA’ SOLO CON QUESTA GUERRA, SPERIAMO SENZA TROPPI DANNI.

 

    

16. mar, 2022

16 marzo 2022

La guerra in Europa I

Ogni giorno nel mondo ci sono ovunque guerre, morti, distruzioni, fame. Diamo una scorsa appena ai giornali che ce ne parlano e passiamo ad altro. Questa volta però la guerra è in Europa, a casa nostra. Pensavamo che dopo i due disastri delle guerre mondiali non sarebbe più successo. Avevamo ottenuto un vaccino perfetto e perenne che avrebbe protetto noi e i nostri figli da ogni guerra. E invece è successo! La notte sembra di sentire il fragore delle cannonate, perché esse arrivano proprio da dietro l’angolo. Sentiamo i pianti dei feriti. Questa è la guerra ed essa deve essere condannata sempre e dovunque perché non è accettabile che un essere umano voglia sopraffarne un altro con la forza. Ho scritto e riscritto questa nota, con una grande paura di non trovare le parole adatte, di essere iscritto come sta già accadendo in questi giorni, in una delle due categorie “guelfi o ghibellini” oppure “romanisti o laziali” in cui da secoli ci sentiamo obbligati a dividerci. Sono stato anche tentato di rinunziare a esprimermi, ma mi è sembrata una viltà infantile. E allora, eccomi qui, con una nota in due parti: la prima è una dichiarazione, senza se e senza ma, di ciò che sento, e credo che sia lo stesso per tutti voi. La seconda sarà un’analisi in prospettiva storica di cosa potremmo fare per ristabilire nel nostro continente una pace che è durata oltre settant’anni e che possa durare per altrettanto tempo senza farci precipitare di nuovo nella spirale di guerre sostanzialmente continue che ci ha flagellato per oltre mille anni.

L’articolo 11 della nostra Costituzione dichiara “ L’Italia ripudia la guerra come strumento di offesa alla libertà degli altri popoli e come mezzo di risoluzione delle controversie internazionali; …..”. Le costituzioni degli altri stati europei e, più in generale, della grande maggioranza degli stati del mondo esprimono gli stessi concetti. La Russia nell’invadere l’Ucraina ha torto assoluto senza se e senza ma; non esistono argomentazioni che possano giustificare la morte di innocenti. I Russi hanno torto come avevano torto quando cercarono di istallare i loro missili a Cuba, a 90 miglia dalle coste americane, portandoci a un passo da una disastrosa guerra atomica. Hanno torto come avevano torto gli USA a far guerra al Vietnam provocando la morte di centinaia di migliaia di civili. Come avemmo torto noi Europei a far guerra alla Libia destabilizzando un Paese che ancora oggi non riesce più a trovare un suo punto di equilibrio. E potrei andare avanti all’infinito.

Dell’articolo 11 della nostra costituzione tutti noi ricordiamo però solo le parole iniziali. Se ci limitassimo ad esse, e le mettessimo in pratica alla lettera, dovremmo evitare un nostro intervento militare per qualunque massacro che succedesse in altri Paesi. Ciò sarebbe forse altrettanto colpevole. La seconda parte di quel bellissimo articolo recita però “consente, in condizioni di parità con gli altri stati, alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le Nazioni; promuove e favorisce le organizzazioni internazionali rivolte a tale scopo”. Queste parole, ignorate dai più, dovrebbero porre le basi per quella che, a mio avviso, è l’unica possibile soluzione alle innumerevoli crisi che affliggono il nostro mondo fra cui quella dell’Ucraina che ci sembra molto più grave per il semplice motivo che avviene dietro casa nostra. Esiste però una domanda da farsi: quale organizzazione internazionale può avere il diritto di assicurare la pace e la giustizia nel mondo? Non può essere certamente uno stato, per quanto grande e potente esso sia. Non può essere neanche un’alleanza fra stati che condividono valori e interessi simili. Alcuni, pochissimi, diritti possono essere definiti come veramente primari e universali, considerati tali dalla generalità dei cittadini del mondo: la vita, la protezione dalla fame, la salute, l’istruzione, un lavoro e pochi, pochissimi altri. Essi però hanno un aspetto in comune. Nessuno, assolutamente nessuno,  se ne cura realmente. Non è un paradosso. Nel mondo esistono oltre un miliardo di persone costrette a vivere con meno di 1 dollaro al giorno, e che muoiono per la mancanza di medicine il cui costo si misura in centesimi. In questo stesso mondo si spendono ogni anno quasi 2000 miliardi in armamenti, e non menziono quanto viene speso in oggetti assolutamente voluttuari. Quanto viene dedicato, nel bilancio delle “nazioni civili del primo mondo” alla soluzione di questi problemi? Inezie, meno dell’1% del PIL. L’esempio più evidente è costituito dalle centinaia di poveretti che dormono sotto i ponti o nelle stazioni delle principali città europee. La motivazione è sempre la stessa “Non abbiamo abbastanza soldi neanche per i nostri cittadini” Eppure ci mobilitiamo subito per correre in supporto di diritti diversi da quelli che ho menzionato.

Esistono altri valori che fanno parte della nostra storia e della nostra cultura e mi riferisco all’Europa. Essi si sono costruiti poco a poco nell’arco di due millenni o poco più e sono tuttora in evoluzione. Se noi oggi parliamo di libertà di fede, di pensiero, di parola, di sistema democratico, è perché tutto ciò è il distillato di centinaia di anni, direi millenni della nostra storia. Nel passato quante guerre si fecero per portare la nostra fede agli “infedeli”, quante streghe furono mandate al rogo, quanti Paesi furono “civilizzati” con la violenza! Non mi pare che difendessimo in maniera corretta diritti che oggi saremmo disposti a considerare universali. Si trattava, e si tratta oggi, dei valori di noi Europei e basta.  Certamente essi non erano condivisi dagli “infedeli” che vivevano a Gerusalemme, o dai Paesi Africani e Sud-Americani che non avevano alcuna voglia di essere “civilizzati”. E ciò vale anche per l’intera India “colonizzata” dall’impero britannico. Dobbiamo quindi stare molto attenti a definire universale un valore che è invece frutto solo della nostra storia, della nostra cultura e limitatamente ad un certo tempo. Il capitalismo liberale non è un valore universale e non è “la fine della storia” come sostenne Fukuyama in un libro che vi ho citato più volte. La democrazia come la intendiamo noi oggi (ben diversa da come la consideravamo fino a solo un secolo fa in condizioni economiche e sociali diverse) non è un valore universale come ci viene dimostrato ogni giorno nei Paesi in cui abbiamo cercato di imporla con la forza: la Libia, la Somalia, l’Iraq, il Vietnam, l’Afghanistan,  etc.  E non è considerata un valore in Paesi grandi e importanti come la Cina, la Russia, l’India, il Pakistan, l’Indonesia ed altri che incidentalmente costituiscono la maggioranza della popolazione mondiale. Ancora di più, i più anziani di noi certamente ricordano che fino alla prima metà degli anni ’50 il lavoro minorile era ben presente in Italia. Oggi ne saremmo scandalizzati. Infine i nostri sistemi occidentali prevedono che il governo sia “il consiglio di amministrazione della maggioranza” secondo la felice espressione di un giornalista, ed esso tuteli gli interessi e le idee di chi lo ha scelto. E gli altri? Aspettano di potere fare, disfare, modificare a proprio piacimento se risulteranno vincitori nella successiva legislatura. Inoltre chiunque sia maggiorenne e incensurato può diventare ministro delle finanze, degli esteri o financo Primo ministro anche senza alcuna competenza, anche analfabeta. Può essere questo un valore universale? Con ciò voglio dire che a livello di singole nazioni non è accettabile che una sola, o un gruppo di esse, possano arrogarsi il diritto di dichiarare universali i propri valori e, sulla base di essi, obbligare con la forza altri popoli o altri governi ad accettarli. Anche in questo caso la guerra non può, non deve essere in nessun caso il metodo di soluzione dei problemi. Possiamo cercare di mediare, di convincere, ma niente di più.

E allora siamo alla paralisi? Non possiamo impedire a nessuno di violare i principi di una normale convivenza? La mia risposta, e credo che dovrebbe essere la risposta di tutti proprio sulla base delle  nostre idee, della nostra cultura, del concetto stesso di democrazia che proclamiamo senza spesso sapere che cosa voglia dire è la seguente: NO. NON DA SOLI.

Proprio per risolvere questa problematica, alla fine della seconda guerra mondiale fu creato l’ONU in sostituzione della Società delle Nazioni, ormai obsoleta. In questa assise 193 nazioni, quasi tutti gli Stati del mondo, hanno la possibilità di confrontarsi, di dibattere, di censurare, e, se necessario, imporre con la forza tutte le azioni necessarie per mantenere una pacifica convivenza fra i popoli. La sua carta fondativa è stata approvata da tutti i i suoi membri che ne hanno accettato le regole al loro ingresso. L’ONU però non ha istituzionalmente alcun potere pratico di imporre alcunché. Credo che sia il caso di spendere qualche parola senza entrare in tecnicismi, inutili in questa nota. L’Assemblea generale, ha la possibilità di dibattere qualsiasi argomento proposto e di esprimere opinioni, suggerimenti, appelli ma niente di più. Vale a dire, il mondo, il rappresentante democratico di tutti gli abitanti di questo pianeta, non ha alcun potere!  Esiste un altro organo che ha il potere di decidere, imporre le sue decisioni anche inviando eserciti nei Paesi in guerra per mettere in pratica le proprie risoluzioni. E’ il Consiglio di Sicurezza che, secondo l’art. 24 dello statuto dell’ONU ha “la responsabilità principale del mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. Esso deve, fra l’altro, determinare l’esistenza di una minaccia alla pace o di un atto di aggressione, e decidere le azioni da intraprendere: anche azioni militari contro un possibile aggressore. Sarebbe una soluzione perfetta. Una decisione presa con la maggioranza di nove dei quindici componenti del consiglio, in modo assolutamente democratico e con l’autorità che le deriva dal fatto di rappresentare l’intero mondo, potrebbe imporre la pace. Esiste un però, tale da rendere inutile l’intera istituzione!  Dieci dei quindici componenti sono eletti ogni due anni dall’assemblea generale. Gli altri cinque sono membri permanenti, inamovibili e, peggio, ciascuno di essi può, da solo, bloccare qualunque decisione che il Consiglio possa prendere. E chi sono questi membri che, quasi per diritto divino, possono, da soli, bloccare le decisioni del mondo intero? USA, Francia, Gran Bretagna, Russia e Cina, per il fatto di essere i (principali) vincitori della seconda guerra mondiale. E’ ciò che sta succedendo oggi in Ucraina, ma è successo quasi sempre negli anni e nei decenni trascorsi. E’ questa la democrazia che proclamiamo e in base alla quale un numero ridotto di Paesi normalmente largamente minoritario, o addirittura uno solo può imporre con la forza le proprie idee. Faccio un solo esempio, ormai storico, di ciò che dico. Il Presidente Eisenhower, il vincitore della seconda guerra mondiale, all’avvento al potere di Castro pose sotto embargo Cuba, dicendo “Affamiamoli e ci penseranno loro stessi a rovesciare il dittatore”. Da allora, dopo un tentativo di invasione supportato dagli Americani, dopo un embargo sempre più duro, dopo ben 28  risoluzioni dell’assemblea generale volte a porre termine a tale iniquità e sempre disattese, nell’ultima di esse gli USA sono stati sconfitti di nuovo con 181 voti a favore, due contrari (USA e Israele), e tre astenuti (Colombia, Ucraina e UAE). Di fatto tutto il mondo è rimasto impotente, e tale embargo ancora resiste. A confronto, nella risoluzione di giorni fa, in una situazione certamente più grave, i risultati, che ci sono sembrati clamorosi, “senza precedenti” sono stati ben più modesti. Ci sono stati infatti 141 voti a favore,5 contrari (Russia, Bielorussia, Eritrea, Corea del Nord, Siria), e ben 34 astenuti sparsi in tutti i continenti: Africa (Algeria, Angola, Burundi, Centrafrica, Congo, Madagascar, Mali, Mozambico, Namibia, Senegal, Sud Africa, Sud Sudan, Sudan, Tanzania, Uganda, Zimbabwe), America (Bolivia, Cuba, Salvador, Nicaragua), Medio Oriente (Armenia, Iran, Iraq, Kazakistan, Kyrgyzstan, Tajikistan), Asia (Bangladesh, Cina, India, Laos, Mongolia, Pakistan, Sri Lanka, Vietnam). Questa maggioranza, vasta comunque anche se non propriamente plebiscitaria, è stata ottenuta solo ammorbidendo il testo delle risoluzione da “condanna” a “deplorazione”, Possiamo dire che il mondo intero nel primo caso, e gran parte di esso (con la vistosa assenza di India, Cina, Bangladesh e Pakistan che da soli valgono oltre 3 miliardi di abitanti) decide qualcosa ma un solo Paese è in grado di bloccarlo. Potrei fare decine di esempi di questo tipo, riferibili a ciascuno dei membri permanenti. Ho parlato di Cuba perché è quello che dura da più tempo. E allora, smettiamola di parlare di libertà, di sovranità dei popoli, di diritti umani universali e affrontiamo la verità, per dura che sia. Il mondo è diviso in due o tre blocchi e chi è più forte vuole imporre la sua volontà con i propri metodi. La nostra specie umana, ora che ne ha acquisito la possibilità tecnica,  merita di autodistruggersi e può solo scegliere come farlo: con l’atomica, con la devastazione climatica, con le epidemie etc. eppure continuiamo tutti a pretendere di avere la verità in tasca. Ma quale verità? Con quale diritto diciamo che la nostra è LA VERITA’. Stiamo pur certi che il pianeta sopravviverà all’estinzione della nostra specie, come è sempre sopravvissuto a ben altre catastrofi, e si ripopolerà con specie più capaci di convivere.

Credo che dobbiamo tutti raggiungere una convinzione profonda: esistono a mio avviso due sole alternative. La prima, auspicabile ma molto difficile da realizzare, è quella di dotare l’ONU o qualsiasi altra organizzazione rappresentativa di tutti i Paesi del mondo, di una possibilità reale di fare da arbitro nelle controversie internazionali e di imporne la sentenza. L’altra possibilità è quella di dividere il mondo in parti assolutamente impermeabili l’una all’altra e capaci di ignorare qualsiasi cosa succeda in un altro blocco. Rendiamoci conto che non esiste una sola verità; che noi, i Cinesi, i Russi o, in futuro gli Indiani o altri grandi popoli non possediamo la verità. Per millenni abbiamo pensato che noi Europei, e in seguito gli Americani, fossimo possessori della VERITA’, ci siamo posti allo stesso livello di DIO. I risultati si vedono: la storia del mondo non credo che abbia mai visto 50 anni consecutivi di pace, ma solo guerre, morti, distruzioni e rovine. Noi amiamo ricordare solo il “progresso” ma a che costo esso è stato ottenuto! E ogni volta c’era qualcuno che pensava di possedere la verità. Oggi però in ogni momento può succedere che un Paese, anche non grandissimo, possa, messo alle strette, usare l’arma atomica. Già oggi si sussurra che la Russia potrebbe decidere di usare una bomba atomica “tattica”. Che parola gentile! Non una di quelle gigantesche, capaci di immani disastri, ma una “piccolina, quasi dolce, capace di fare danni piccoli, limitati, solo a una piccola regione”! E oggi noi abbiamo deciso di evitare di imporre la “no fly zone” sull’Ucraina solo perché ciò significherebbe una guerra diretta fra NATO e Russia, con possibilità che la Russia, meno forte, possa decidere di usare l’atomica! Ma potremmo deciderlo anche noi, per porre fine a una guerra che si protraesse troppo a lungo con molti morti anche dalla nostra parte. Vi rendete conto di che parliamo? Può il mondo essere alla mercé della distruzione totale della nostra specie per la decisione di qualcuno, chiunque esso sia? Non si può neanche ipotizzare la prospettiva di una tale guerra fra gli “imperatori”! Purtroppo però sperare della ragionevolezza dell’uomo è un’utopia, è cosa vana.

L’Ucraina, tutto il suo popolo, ha deciso di non arrendersi e di combattere contro l’aggressore. Noi abbiamo il DOVERE, L’OBBLIGO MORALE, di aiutarli senza sindacare questa loro decisione. Stiamo fornendo loro armi, equipaggiamenti, cibi, medicine. Stiamo accogliendo i loro profughi, ma a loro non basta come non basterebbe a noi al loro posto. Un popolo che muore non può accontentarsi solo di questo. Non può vedere i nostri dibattitti mentre loro sono sotto le bombe.  Abbiamo applicato una serie di sanzioni economiche, ma noi, come individui, come famiglie, ne abbiamo avuto danni importanti? Continuiamo ad andare al cinema, a teatro, a vedere le partite di calcio, al ristorante, con l’eccezione di pochi, realmente poveri, come per altro già lo erano. E certamente non soffriremo troppo per la mancanza del caviale russo e della vodka sulle nostre tavole. Le nostre case sono riscaldate e le automobili continuano a muoversi nelle città. Gli esperti sono tutti concordi nell’affermare che l’aumento del prezzo del gas sia dovuto a fenomeni speculativi perché esso ci arriva nelle stesse quantità in cui ci arrivava prima dell’invasione.  NON POSSIAMO ASSISTERE SENZA FAR NIENTE. Dobbiamo dimostrare ai nostri fratelli ucraini, europei, figli della nostra stessa cultura, che stiamo facendo tutto il possibile. Dopo avere a lungo riflettuto e dopo essermi documentato per quanto potevo, sono arrivato alla conclusione che esiste ancora una carta che possiamo e a mio avviso dovremmo giocare. L’EMBARGO DEL GAS RUSSO a livello europeo! Decenni addietro, all’epoca del blocco delle forniture petrolifere non facemmo guerre, affrontammo la situazione. Ricordiamo tutti le domeniche a piedi, le targhe alterne etc. E allora perché non correre questo rischio? Se la Russia bloccasse le sue estrazioni, cadrebbe in una crisi terribile. Potrebbe ovviamente vendere il gas alla Cina, e quest’ultima lo comprerebbe. Se però facesse ciò, il gas, o il petrolio che essa compra oggi in Medio Oriente tornerebbero sui mercati mondiali, e quindi sarebbero disponibili. Inoltre l’Europa (nel suo insieme) è il maggior compratore di gas sul mercato mondiale e quindi non sarebbe facile ai produttori negare un reale supporto. Abbiamo già cominciato, noi e i tedeschi, a mettere in funzione le centrali a carbone, e noi stessi abbiamo alcune centrali a combustibile liquido ferme perché non convenienti da un punto di vista economico. Gli USA, i Paesi europei etc. potrebbero aiutarsi l’un l’altro, potremmo fare insomma tante cose, che non eliminerebbero però tutti i rischi e non ci darebbero la certezza di un inverno COMODO. E’ questa la parola chiave. Siamo disponibili a fare sacrifici che però potrebbero turbare la nostra vita tranquilla? Ecco, sono d’accordo che non dobbiamo rischiare una catastrofe nucleare, ma penso che sia nostro dovere rischiare una crisi economica (come tante altre in passato) per dare un aiuto reale all’Ucraina, per far loro constatare che anche noi stiamo soffrendo per aiutarli e non ci limitiamo a chiacchierarne comodamente in televisione o a fare manifestazioni che servono solamente a tranquillizzare le nostre coscienze. Oggi i governi europei esitano ad adottare questa misura perché hanno paura di reazioni, anche violente, dei cittadini. E se fossero i cittadini a chiedere a gran voce l’adozione di questa misura? Sarebbe certo un grande esempio di democrazia consapevole.

Oggi ho dato libero sfogo alle mie sensazioni di cittadino del mondo, ma, vi prego di credermi, questa guerra mi ha sconvolto nel profondo e mi ha fatto molto pensare. Nella parte seconda di questa nota cercherò di analizzare più serenamente ciò che sta succedendo in Ucraina da una prospettiva storica, vale a dire andando indietro nel tempo e non fermandosi a ieri o avantieri. Sarebbe puerile affermare che la responsabilità della prima guerra mondiale sia attribuibile all’attentatore di Sarajevo. Ci viene più difficile analizzare la seconda guerra mondiale perché è ancora troppo vicina a noi. Ma, limitandoci alla parte Euro-Atlantica, dovremmo chiederci come abbia fatto la Germania, uno dei Paesi più colti e civili d’Europa a portare liberamente al potere Hitler. Certo, Hitler, una volta al potere, sappiamo bene cosa ha fatto, ma PERCHE’ è andato al potere? E allora bisogna tornare indietro al congresso di Versailles del 1919 che pose fine alla prima guerra mondiale. La Germania fu umiliata, distrutta economicamente e culturalmente, obbligata a pagare danni di guerra impossibili. Un popolo con la storia e la cultura tedesca non poteva accettare a lungo questa forma di schiavitù. Ciò non giustifica assolutamente quello che è successo, ma forse spiega il retroterra, l’humus, in cui ha potuto formarsi, crescere e affermarsi il nazismo. Molti media parlano di disturbi mentali di Putin o di malattie curate con farmaci che ne abbiano limitato la lucidità. Ma non scherziamo: un Paese, qualunque sia il suo governo, non è mai in balia di una sola persona. Quando si ipotizzò che Nixon negli ultimi, terribili, giorni del suo mandato potesse compiere un atto inconsulto e scatenare una guerra, Kissinger e il generale Haig sondarono i vertici militari ed avrebbero concordato di disobbedire a decisioni “pazze” del Presidente. Fortunatamente non ce ne fu bisogno. Ma pensate che se oggi ci fosse un minimo rischio che Putin non fosse più in grado di esercitare il suo ruolo, il suo entourage, specie militare, esiterebbe a esautorarlo? E lasciamo infine perdere l’idea assurda di una rivolta del popolo russo. Essa non appartiene a questo secolo.  

Ecco io, per quello di cui sono capace, vorrei cercare di capire perché oggi, apparentemente di punto in bianco, la Russia abbia deciso un’azione che ritenevamo impossibile nella civilissima Europa. Solo così infatti questi disastri possono insegnarci qualcosa che non sia la risposta oggi più ovvia: “dobbiamo mettere la Russia in condizione di non nuocere!” Pensavamo di averlo fatto alla fine della guerra fredda ma mi pare evidente che ci eravamo sbagliati. E solo capendo ciò potremo ristabilire la pace in Europa.

 

 

23. set, 2021

23 settembre 2021

La sfortuna di nascere in Afghanistan – Parte seconda

L’inviato di un giornale italiano a Kabul intervista alcuni abitanti. Le loro risposte ci danno un indizio per la nostra analisi: “Vent’anni fa mi obbligarono a indossare il burqa. Stavolta no. O almeno non ancora. Spero che adesso non ci saranno più i terribili attentati che hanno per decenni funestato il Paese. Oggi sono loro i padroni. Averne paura non serve a nulla. Se decidono di ammazzarci tutti, nessuno potrà impedirglielo”. A un’altra chiede “dal precedente governo riceveva qualche sussidio?” e la risposta è altrettanto illuminante “No nulla. Erano politici corrotti al soldo dell’America, che hanno favorito soltanto le élite. Sono fuggiti tutti con la coda fra le gambe, con valigie cariche di dollari. Non so cosa aspettarmi dai talebani, ma spero che non siano ladri come chi li ha preceduti” Un insegnante “Dai Talebani non avremo nulla perché sono troppo poveri perché offrano qualcosa agli Afghani.”. Infine un proprietario di una piccola impresa edile “Quello che più mi preoccupa dei talebani è che non sono gente di città. L’avevano già dimostrato tra il 1996 e il 2001, quando non riparavano le strade, non costruivano nulla… Temo che non siano cambiati” Pietro Del Re, di Repubblica, racconta il suo viaggio in macchina dal confine Uzbeko fino a Kabul, in un Afghanistan ormai in mano all’esercito talebano “Provenendo dall’Uzbekistan, che pure non è la Svizzera, l’Afghanistan più remoto e rurale è un cazzotto nello stomaco: ricorda l’Africa più malandata e depressa… cime di varie forme e altezze, alcune ocra, altre viola, altre ancora giallo pastello.. ed ecco i villaggi di fango rappreso che spesso si confondono con le pareti su cui sembrano appesi…. Improvvisamente scompare pure l’asfalto e cominciano i 50 chilometri più penosi del viaggio, con buche profonde e pesanti massi in mezzo all’autostrada che si è trasformata in un tratturo…”

Chiudo con una esortazione non saprei dire se disperata, arrabbiata o rassegnata di una donna “Andatevene, andatevene tutti, Russi, Americani, Europei, siete venuti a portarci bombardamenti, morti e feriti. Ora non vi interessiamo più e ve ne andate, in fretta come siete venuti. Dimenticateci” (Fig. 7, 8A, 8B, 8C)

Abbiamo sbagliato qualcosa?

L’undici settembre 2001 gli USA subirono il primo attacco militare della storia sul loro territorio. Per la verità gli Inglesi erano arrivati a incendiare la residenza ufficiale del Presidente, ma in tutt’altro contesto. Questa volta si trattò di un vero assalto militare (non importa se i soldati non erano in divisa) realizzato con una precisione ed una capacità che nessuno poteva aspettarsi. C’erano stati altri attentati di Al Qaeda in giro per il mondo con esplosioni e morti, ma, a parte la normale pietà umana, erano tutt’altra cosa. La ricostruzione dettagliata degli avvenimenti in quel giorno tragico fatta a distanza di vent’anni dimostra l’assoluta incapacità e la mancanza di coordinamento fra autorità civili e militari. La realtà (si evince dalle registrazioni delle comunicazioni) è che nessuno riteneva possibile anche solo ipotizzare che gli Americani potessero essere attaccati a casa loro. La stessa Casa Bianca ne uscì indenne perché i passeggeri del quarto aereo si ribellarono e costrinsero i dirottatori ad un gigantesco suicidio con tutte le persone a bordo. Passato lo sgomento la reazione fu immediata: tutta la popolazione si strinse attorno al Presidente e alla bandiera chiedendo un contrattacco esemplare. Si sapeva chi fosse il colpevole, Al Qaeda, e si sapeva dove si nascondesse, in Afghanistan. Gli Americani, nonostante avessero armato e supportato i Talebani (e lo stesso Bin Laden) durante la loro guerra contro i Russi, chiesero che egli fosse consegnato immediatamente. I Talebani rifiutarono e fu la guerra: una guerra senza se e senza ma, una risposta militare ad un attacco militare privo di alcun preavviso, una replica di Pearl Harbour. Gli USA il sette novembre iniziarono un violento attacco all’Afghanistan, Credo che nessuno al mondo protestò per questa azione; al più alcuni Paesi inviarono i soliti protocollari inviti alla moderazione etc. I motivi della guerra c’erano tutti. Poco dopo l’esercito americano attaccò l’Iraq. Questa volta le prove che forse avrebbero giustificato l’invasione si rivelarono false, fabbricate ad arte. Il Medio Oriente e l’Asia Centrale erano in fiamme.

Dal sito del Ministero della Difesa Italiano “L’Operazione, supportata dalle risoluzioni ONU nr. 1368, 1373 e 1386 del 2001, si prefiggeva lo scopo di disarticolare e distruggere l’organizzazione terroristica AL QA’IDA, interdire l’accesso e l’utilizzo, da parte di gruppi terroristici, di Weapons of Mass Destruction (WMD) <le armi di distruzione di massa irakene>, scoraggiare determinati Paesi a continuare a sostenere, in modo diretto o indiretto, il terrorismo internazionale. Dopo qualche anno, o al massimo all’inizio del 2006 quando il comando della missione passò alla NATO, l’obiettivo descritto si poteva ragionevolmente considerare compiuto. La guerra era finita E allora perché restare e addirittura aumentare più e più volte i militari sul campo? Perché ben tre Presidenti americani si intestardirono a continuare stragi e bombardamenti coinvolgendo tutto l’Occidente? E perché improvvisamente, dopo altri quindici anni decisero di andar via? Perché non nel 2003, 2006, 2010 o, al contrario nel 2030? Questo secondo me fu un errore gigantesco. Voglio esprimervi la mia opinione. Innanzi tutto, un Paese che ne ha invaso un altro con un atto di guerra, non può, immediatamente dopo, proclamarsi il pacificatore di quel Paese e cercare di farlo continuando con i bombardamenti. Non è mai successo in tutta la storia moderna. La seconda è molto più profonda: il sistema politico e sociale che l’Occidente ha sviluppato e modificato in ogni momento della sua storia fino ad oggi, è sempre rimasto un patrimonio solamente dell’uomo cristiano e bianco. Nell’era moderna si è cercato di esportarlo ma ha solo causato genocidi: pensate a Maya, Aztechi, Pellerossa, e poi ai Maori in Australia o ai Nativi canadesi. Tutti scomparsi o quasi. E ancora oggi lo stesso sta succedendo in Amazzonia. Di recente ci siamo impegnati in Libia, Iraq, Siria, Africa Sub-sahariana, ma siamo riusciti solo a destabilizzare quei Paesi. Dobbiamo quindi riflettere a lungo su questo e chiederci se siamo capaci di convincere senza violenza altri popoli ad adottare i nostri sistemi, o addirittura se è possibile che altri Paesi che hanno storie millenarie diverse dalle nostre e culture altrettanto diverse possano adottare i nostri i sistemi senza che ciò sia nei fatti una violenza paragonabile allo schiavismo. Chi siamo noi per dire che il nostro mondo liberal-democratico-capitalista-cristiano di oggi sia il migliore dei mondi possibili? Da dove ci deriva questo diritto, quest’autorità giuridica e morale, che  ci pone a un livello superiore a quello di altri esseri umani tanto da trattarli come sub-umani da addestrare? Noi non siamo Dio anche se spesso a livello politico pensiamo di esserlo.

 

La situazione femminile

Sgombriamo il campo da equivoci, considero sia il Burka che il niqāb abbinato all’abaya, che coprono completamente il corpo femminile considerandolo una cosa da nascondere, una costrizione disgustosa e indegna del genere umano come lo intendiamo noi. Peggio ancora: coprirlo per evitare di sottoporlo agli occhi concupiscenti del maschio è qualcosa per me incomprensibile. Vuol dire infatti accusare se stessi di non essere capaci  di guardare una qualsiasi donna se non come un oggetto di desiderio. Peggio delle bestie. Vorrei esaminare però anche questo argomento da un punto di vista molto più profondo. Da ragazzo vivevo nel Sud-Italia, Alle scuole medie (scuole pubbliche non quelle private, in genere religiose) ero in una classe solo maschile, la classe accanto era solo femminile. Al liceo (classe mista) le ragazze indossavano obbligatoriamente il grembiule nero. Io avevo una “fidanzatina” che poi cinquant’anni fa è diventata mia moglie (abbiamo appena celebrato le nozze d’oro). Tutte le volte che uscivamo per fare una passeggiata eravamo accompagnati da suo fratello più piccolo. Tutte le donne andavano alla Messa (allora molto frequentata talvolta per ragioni di convenienza sociale) con il capo coperto. Nei piccoli centri poi le donne di una certa età erano quasi tutte vestite a nero e con uno scialle nero in testa. Al Nord le cose erano un po’ diverse e anticipavano di qualche anno ciò che succedeva al Sud. Anche nell’ambito sociale le cose erano molto diverse da oggi. La prima donna nominata ministro fu in Italia Tina Anselmi nel 1976, Nilde Iotti fu la prima presidente del Parlamento nel 1979. La prima manager di una grande industria fu Marisa Bellisario che nel 1981 fu chiamata a dirigere l’Italtel. Peccato però che quando questa, risanata dalla sua situazione disastrosa, stava per fondersi con la Telettra nella Telit la Fiat negò alla Bellisario il consenso a dirigere la nuova azienda. Il fatto però più eclatante e simbolico è che in Italia lo stupratore che sposava la sua vittima non era punibile come pure i suoi complici. Questa legge barbara fu abrogata solo grazie al clamore suscitato da una giovane, Franca Viola, che rifiutando l’imposizione dell’aguzzino, lo mandò in galera. Ma ciò avvenne nel 1981, sedici anni dopo il fatto. Dopo altri quindici anni (trenta in totale) nel 1996 lo stupro da “reato contro la morale” fu riconosciuto in Italia “reato contro la persona”. Solo allora finalmente, siamo ripeto nel 1996, la donna in Italia non fu più considerata un oggetto. Non scrivo questo per uno sfoggio di erudizione ma per dirvi che ogni Paese nel mondo ha il suo “orologio” che può essere modificato solamente dal suo popolo. Pensate forse che se la Francia, o l’Inghilterra o gli USA, ci avessero invaso negli anni ’60 o negli anni ’70 per cercare di imporci ciò che già succedeva nei loro Paesi e non in Italia dove i barbari indigeni erano liberi di stuprare le loro donne sarebbero stati accolti pacificamente? Pensateci profondamente, non limitatevi a dire “che c’entra”, “c’entra si”. Concludo questo paragrafo dicendo che ciò che a noi come alle donne di Kabul sembra una barbarie, non lo è assolutamente per la gran parte della popolazione afghana che vive nelle campagne, non ha mai studiato e conosce solo ciò che è stato loro tramandato dai loro padri. Esse non sanno neanche che cosa sia l’università. (FIG 4, 5, 6, 7, 8)

I giornali ci hanno fatto vedere solo una piccola parte non rappresentativa della realtà del Paese e non per nulla ciò che vi ho raccontato dell’Italia avveniva sostanzialmente nel Sud, mentre a Milano le cose già andavano molto diversamente.  A Kabul la mentalità prevalente era già occidentalizzata molto prima che gli occidentali portassero con le armi “la libertà”  (fig. 9)). Poi, come spesso succede, il cambiamento dei costumi si muove “due passi avanti e uno indietro” e le campagne seguono con ritardo le città. Se guardiamo infine altri Paesi mussulmani, ci rendiamo conto che la realtà in Arabia Saudita è assolutamente analoga a quella dell’Afghanistan, però è un “Paese buono” per la politica dell’Occidente, quindi intoccabile anche se taglia a fette i giornalisti (non in senso figurato). In Iran, “Paese cattivo”, a Teheran le ragazze portano sul capo un foulard colorato che è come un vezzo. La sera nelle strade poi esse sono libere di andare in giro con amiche senza essere accompagnate dal garante (ho fatto personalmente un filmato che lo dimostra). Nelle campagne però esse sarebbero considerate delle “svergognate  che porteranno il Paese alla perdizione.” Il governo deve barcamenarsi fra le due culture che hanno “orologi” diversi. Più vicino a noi, la Turchia, parte della NATO, è governata da Erdogan che non possiamo certo considerare un democratico. Anche in Turchia, a Istanbul la maggioranza ha sempre votato contro Erdogan e le donne sono assolutamente libere di non portare alcun tipo di velo. Se però andiamo nelle sterminate aree della campagna Anatolica ove dominano le varianti più estremiste dell’islamismo e dove Erdogan trova la sua maggioranza ci rendiamo conto che una donna di Istanbul sarebbe considerata una svergognata.  In conclusione la legge non può fermare ma solo rallentare (o accelerare)  ed uniformare il cambiamento della cultura e dei costumi di un popolo, ma allo stesso tempo nessuna violenza è mai riuscita e mai riuscirà a far cambiare a un popolo i propri costumi. La storia del mondo, anche quella italiana ne è una prova. E in Afghanistan? Con quale onestà intellettuale ci stracciamo le vesti perché i Talebani non hanno ammesso donne al governo? Solo perché da noi è successo ieri, deve succedere un minuto dopo in tutto il mondo? I più vecchi fra noi (uomini o donne) non fecero mai  manifestazioni negli anni ’60 perché non avevamo donne ministri, e ancora oggi per avere alcune donne in parlamento dobbiamo ricorrere a quella farsa delle quote rosa, facendo delle donne oggetti protetti da esporre come allo zoo. In futuro, non so quando, anche noi Italiani ci adegueremo a ciò che già succede in Germania da molti anni. Anche in Afghanistan dopo molto più tempo alcune cose cambieranno. L’Afghanistan profondo in questi vent’anni ha visto solo soldati, bombardamenti, morte e distruzione e nessuno (a parte alcune ONG) si curava di dar loro un po’ di cibo e un medico per curarli. Quando avranno risolto i problemi fondamentali dell’esistenza, potranno occuparsi di altri diritti che richiedono preliminarmente almeno un tetto, la salute e la pancia piena.

 

Cosa avremmo dovuto fare, e non abbiamo fatto

Riassumendo. Gli USA hanno legittimamente invaso l’Afghanistan assieme ai Paesi Occidentali come ritorsione per la strage delle Torri gemelle e per distruggere Al Qaeda una volta per sempre. Chiusa la parte puramente militare della guerra si sono assunti l’incarico di democratizzare e liberalizzare l’Afghanistan. Hanno però adoperato sostanzialmente gli stessi metodi “di guerra”. Hanno costituito un governo che era totalmente estraneo ai costumi del Paese basati sul tribalismo spinto all’estremo, con delle elezioni che non significavano niente per la gran parte della popolazione; l’ultima ha avuto una partecipazione del 25% degli aventi diritto ed il vincitore è stato proclamato dopo cinque mesi. Sono riusciti a ottenere qualcosa nelle poche città (ove per altro quelle idee già circolavano) ma hanno ignorato totalmente le campagne che per gli occupanti sostanzialmente non esistevano. Hanno addestrato un grande esercito che si è dissolto senza combattere come neve al sole, dimostrando che il governo e la stessa gerarchia militare non avevano alcuna presa sul Paese.  Un documento interessantissimo su tutto ciò sono gli “Afghan Papers” preparato da un’agenzia federale americana per capire cosa è andato storto in questi vent’anni di guerra. Il Washington Post ha ottenuto la pubblicazione di gran parte di esso, contenente oltre 2000 pagine di interviste a più di quattrocento persone che hanno avuto un ruolo diretto nel conflitto, sia militari che civili. A queste si sono aggiunte un’altra serie di memo ed altri documenti interni dell’ex segretario alla Difesa provenienti dal National Security Archive. Tutti questi documenti rivelano una storia segreta e immediata di come tre presidenti non siano riusciti in tanti anni a mantenere le loro promesse di porre fine alla guerra. Essi evidenziano quattro temi fondamentali.

-          I militari fornirono sempre informazioni rosee circa l’andamento della guerra, ben sapendo che sarebbe stato impossibile vincerla.

-          Gli USA non avevano alcuna comprensione della realtà afghana e di conseguenza non avevano un’idea chiara di ciò che stavano facendo.

-          Tutta l’operazione non aveva una strategia e obiettivi ben definiti

-          Riversarono una quantità immensa di denaro in uno stato molto fragile, generando corruzione.

Per chi fosse interessato, è  facilissimo trovare su internet questa ampia documentazione.

Detto ciò è giusto che io dica che cosa avremmo dovuto fare. Si può condensare in poche parole. Fare gradualmente sparire già dieci anni fa gli Americani dalla direzione strategica delle attività sul campo: essere sarebbero dovute essere affidate ad una missione civile quanto più internazionale possibile, a cui l’ONU avrebbe dovuto fornire una copertura militare per il minimo necessario a garantire la sicurezza. Truppe di varie nazionalità potevano essere presenti, ma non sotto il comando americano.

Questa missione avrebbe dovuto anzitutto mettersi in contatto con tutti i clan, i gruppi tribali e religiosi che compongono la realtà afghana, inclusi, agli estremi, i talebani da un lato e i tagiki del Panshir dall’altro. Unico a essere lasciato fuori doveva essere ISIS-Khorasan, la cellula generata da una metastasi della guerra in Iraq e fautrice del “Califfato” mirante alla propagazione armata delle proprie idee al di fuori dell’Afghanistan. Favorire una pacificazione fra tutti i gruppi e gruppuscoli su basi da loro definite e lasciare a loro in brevissimo tempo il governo del Paese, chiedendo solo la lotta al terrorismo e il rispetto di alcuni (pochi) diritti fondamentali. Fra questi diritti poteva essere inclusa l’abolizione del Burka, mantenendo però allo stesso tempo altre forme più moderate di velo, la garanzia a uomini e donne dell’istruzione senza fossilizzarsi sull’abolizione delle loro “idee bandiera” come la separazione dei sessi nelle classi scolastiche e nei luoghi di lavoro. La cosa secondo me più importante da chiedere sarebbe stata invece la diffusione in tutto il territorio dei diritti fondamentali: la vita, la salute, l’istruzione, un lavoro etc. Sono questi principi infatti il motore dello sviluppo e senza di esse è inutile parlare d’altro. Purtroppo noi nel ricco Occidente non abbiamo un’idea chiara che senza il soddisfacimento di questi bisogni primordiali è inutile (anzi offensivo) parlare d’altro.

E  passiamo alla parte economica. Tutto l’occidente sta sbagliando di nuovo in maniera gigantesca. Da un lato grida all’immensa crisi umanitaria che sta per scoppiare e dall’altro ha bloccato i fondi afghani depositati legalmente nelle banche estere. Il governo non ha quindi neanche un minimo di fondi in valuta internazionale per comprare cibo e medicine di cui hanno un drammatico bisogno. Nel frattempo stiamo a discutere sul miglior modo di legare lo sblocco dei fondi e gli aiuti economici al rispetto di alcune regole da noi considerate assolutamente prioritarie. Stiamo in sostanza applicando la stessa strategia lanciata dal Presidente Eisenhower per Cuba e poi resa sempre più dura dai suoi successori. Essa era molto semplice “Affamiamo il popolo ed esso si libererà dei suoi oppressori” Sono passati sessant’anni e questa strategia non ha funzionato e funzionerebbe ancora meno in Afghanistan. La missione di cui ho parlato sopra dovrebbe concordare col governo locale e gestire assieme ad esso aiuti alimentari, sanitari, e soprattutto realizzare un minimo di infrastrutture senza le quali esso non potrà mai svilupparsi. Intendo dire strade e ponti ormai distrutti, ferrovie, centrali elettriche, edilizia popolare, pozzi etc. in modo da favorire l’agricoltura e i commerci. Dovrebbe realizzare ciò che Arlacchi  aveva fatto approvare all’ONU: la sostituzione della coltivazione di papavero da oppio con colture alimentari moderne. In questa maniera si potrebbe sperare di alzare il livello di vita del Paese, senza mai dare loro l’impressione che vogliamo fare i padroni in casa loro.

In sostanza un gigantesco piano Marshall con una grande differenza: l’Europa era un popolo con la stessa cultura e le stesse idee degli Americani ed era stato invaso dalle truppe Alleate in un momento in cui una grandissima parte degli Europei li accoglieva in maniera consenziente. Qui è tutto il contrario ed estremamente più difficile. Siamo entrati come invasori, siamo scappati abbandonando quelle persone che hanno collaborato con noi e sono quindi considerate “collaborazionisti” nel senso più negativo possibile. Sarebbe stata una sfida gigantesca che avrebbe determinato per l’America e l’Occidente lo stesso entusiasmo che aveva creato in Europa. Purtroppo non credo che sarà più possibile.

 

Che cosa succederà?

La posizione americana è chiara: combattere ISIS ed anche Al Qaeda (se dovesse riprendere consistenza) senza mettere piede sul territorio afghano, mediante bombardamenti mirati essenzialmente effettuati da droni. Una delle clausole segrete dell’accordo di Doha potrebbe essere proprio la promessa di un aiuto dei talebani per combattere il nemico comune. Talebani e ISIS non hanno niente in comune. Per questi ultimi i Talebani sarebbero addirittura “agenti al soldo degli Stati Uniti” infatti, come ho già detto ISIS deriva la sua ideologia dalle dottrine salafi-jidahiste influenzate dai filoni wahabiti del Golfo. Il loro scopo ultimo è un califfato che si estenda in tutto il mondo islamico. I talebani al contrario sono essenzialmente nazionalisti: vogliono essere liberi di governare il loro territorio senza presenze straniere e applicare le loro dottrine, sia pure aggiornate rispetto a vent’anni fa. Esistono però altri problemi. Intanto in A. si contano ben undici gruppi terroristici di matrici diverse provenienti anche dai Paesi circostanti. Il movimento talebano stesso non è assolutamente compatto ma una galassia di gruppi più o meno estremisti e disponibili a parlare con gli americani. Gli USA fecero liberare Baradar perché fosse il negoziatore talebano di Doha. Sapevano che egli rappresentava l’ala moderata e in effetti un accordo è stato raggiunto e anche osservato da entrambe le parti. I T. hanno protetto la partenza delle truppe straniere e dei locali che volevano espatriare, purché tutti andassero via entro il 31 agosto. Questa data è stata rispettata, con il solo incidente dell’auto-bomba dell’ISIS. Tutti pensavano che Baradar sarebbe stato il capo dello Stato ma al contrario è solamente il vice e il vero uomo di potere rappresenta l’ala più aggressiva. Pare che ci sia stato già un grande diverbio fra le due parti e addirittura si era diffusa la voce che Baradar fosse stato ucciso. Una fonte talebana ha però dichiarato che nel loro mondo “un diverbio non vuol dire la morte di una delle parti “ e che Baradar è vivissimo. Questo è però il quadro politico e un atteggiamento rigido da parte americana potrebbe drammaticamente rafforzare l’ala oltranzista. Già il bombardamento dei terroristi dell’ISIS da parte del drone americano ha suscitato grandi proteste dei T. Ancora peggio: l’auto distrutta non era  (come dichiarato inizialmente dal comando americano) un’auto bomba pronta per un altro attacco ma un’auto carica di recipienti pieni d’acqua che un dipendente di una ONG americana stava portando alla sua famiglia. Invece di tre vittime adulte sembra che le vittime reali siano state dieci fra cui sette bambini di età variabile fra 3 e 16 anni. A parte questo però sorgono diversi dubbi sulla reale possibilità delle forze armate di effettuare azioni realmente mirate sulla base di fotografie effettuate da droni ed esaminate a 10000 chilometri di distanza. Purtroppo  senza il supporto dei T. l’intelligence americana sul territorio non sembra presente. Il rischio quindi di nuove fiammate che potrebbero propagarsi anche in Occidente sarebbe molto serio se il nuovo governo si mostrasse tollerante rispetto alla possibilità che il Paese diventi approdo di foreign fighters da addestrare e mandare all’estero come nuovi nuclei “infetti”. Bisogna quindi sperare anzitutto  che i depositi della Banca Nazionale, bloccati per il mancato riconoscimento del nuovo governo, vengano sbloccati in fretta. Inoltre è secondo me auspicabile che  la decisione dei G7 più altri alleati di non fornire alcun aiuto se non in cambio di un’accettazione verificabile del “governo inclusivo”, e delle altre condizioni poste fino ad ora, venga revocata in nome della realtà. Non è pensabile infatti che le condizioni poste vengano accettate; i T. sono abituati a vivere in estreme ristrettezze e non accetterebbero di svendere le loro idee in cambio di pochi soldi, anzi diventerebbero molto più oltranzisti. Vi sembra morale imporre uno scambio fra l’abolizione del burka e la morte per fame e malattie di decine di migliaia di poveri disgraziati che non hanno alcuna colpa? E pensiamo di poter riuscire con questo “ricatto” a ottenere ciò che non abbiamo ottenuto in vent’anni di occupazione?  Gino Strada aveva ragione e infatti le sue strutture continuano a esistere e salvare vite anche nel Panshir dove i feriti dei due fronti sono ricoverati uno accanto all’altro e i loro compagni accettano di entrare disarmati.

Ma esiste un altro attore in gioco: la Cina. Essa si trova presa fra due fuochi. Da un lato intervenire militarmente con la quasi certezza di fare la fine degli inglesi, dei Russi e per ultimi degli Americani. Dall’altro “non impiccarsi da soli” come hanno fatto in tanti Paesi, anche dove erano pesantemente presenti come il Venezuela, Cuba etc. In quei Paesi però non era a rischio la propria sicurezza interna e quindi si sono “ritirati in buon ordine” aspettando che i vari giochi più o meno guidati dagli Americani arrivassero ad una conclusione. Qui però la situazione è molto diversa, l’A. si incunea direttamente fino al confine cinese ed inoltre ha una linea di confine lunghissima con il Tagikistan che a sua volta dall’altro lato confina con lo Xinjiang, una regione estremamente sensibile per la Cina.

Già nel luglio scorso la Cina ha ricevuto a Tianjin una delegazione di alto livello dei T. presieduta da Baradar. Dal lato cinese, a testimoniare l’importanza del colloquio, c’era il ministro degli esteri Wang Yi. Quest’ultimo ha dichiarato (ancora i T. avevano occupato solo la parte nord-Orientale dell’A.) che la Cina sosterrà la sovranità e l’integrità territoriale dell’A., ma ha anche chiesto ai Talebani di tagliare qualsiasi collegamento con il movimento islamico del Turkestan Orientale (ETIM). “ETIM – ha detto – è un’organizzazione terroristica internazionale riconosciuta come tale dal consiglio di sicurezza dell’ONU e rappresenta una minaccia diretta alla sicurezza nazionale e all’integrità territoriale della Cina.” “Combattere ETIM è responsabilità comune della comunità internazionale e spero che i Talebani afghani taglieranno ogni legame con i gruppi terroristici come ETIM.” “I talebani afghani possono contribuire a un’efficace repressione di questi gruppi e svolgere un ruolo attivo nella stabilità e nello sviluppo regionale” Il portavoce dei talebani Mohammad Naem ha detto che gli incontri si sono concentrati sulle questioni politiche, economiche e di sicurezza che le due nazioni devono affrontare, così come sul processo di pace. Ha assicurato alla Cina che il territorio afghano non sarà utilizzato per minacciare la sicurezza di altre nazioni, in cambio della promessa cinese di non interferire negli affari interni dell’Afghanistan, ma di aiutarli a costruire la pace e risolvere i problemi.

Il problema dell’Afghanistan è comunque molto sentito da tutti i Paesi confinanti e dalla stessa Russia. Il 3 settembre il Pakistan aveva già organizzato una riunione in video con Iran, Cina, Turkmenistan, Uzbekistan e Tagikistan dopo che i suoi rappresentanti avevano incontrato separatamente i singoli governi. Tutti hanno convenuto che la pace, la stabilità e lo sviluppo dell’A. sono necessari per la pace di tutti i Paesi circostanti ed essi si devono adoperare per questo risultato in maniera coordinata e rispettando la sovranità dell’A. Un’analoga riunione, a più alto livello è stata ripetuta recentemente.

Il gruppo più appropriato per gestire la situazione futura dell’A. è però lo SCO (Organizzazione per la cooperazione di Shanghai), nata nel 2003 come sviluppo di un’organizzazione precedente e che ora include Cina, Russia, Kazakistan, Kirghizistan, Tagikistan, Uzbekistan, India e Pakistan come membri effettivi. A questi si aggiungono come osservatori, Bielorussia, Iran, Mongolia e Afghanistan. Quest’ultimo è uscito negli anni scorsi ma si presume che rientrerà a breve. La Sco nacque in seguito alle preoccupazioni espresse dai Paesi dell’Asia centrale riguardo la sicurezza dell’area, specificamente terrorismo e fondamentalismo. I rapporti interni allo SCO, già complessi per gli interessi contrastanti di Russia e Cina, si sono vieppiù complicati per la presenza sul territorio afghano di truppe e basi aeree occidentali. I T. ritornati di nuovo al potere con facilità, non hanno però pacificato le varie fazioni esistenti sul territorio e addirittura all’interno del governo stesso. Un articolo su “The Diplomat” riporta le opinioni di Ahmad Bilal Khalil, uno studioso di politica afghana, di nazionalità afghana ma formatosi nelle università pakistane. Dopo aver descritto la storia delle relazioni fra SCO e A., ABK spiega le ragioni per le quali entrambi devono cooperare dopo la partenza degli americani, per instaurare una politica di “neutralità multi-allineata”. L’A. geograficamente è parte integrante dello SCO, anzi ne è al centro. Confina con quattro stati aderenti allo SCO, Cina, Pakistan, Tagikistan e Uzbekistan e la sua politica estera coinvolge direttamente anche gli altri quattro. Trenta dei 150 gruppi etnici della regione sono presenti in A. ed hanno forti legami transfrontalieri che superano i confini politici. Non dimentichiamo infatti che negli anni ’90 una guerra civile in A. ha avuto un ruolo determinante nella guerra civile in Tagikistan, subbugli in Kashmir, insurrezione in Cecenia e l’ascesa di estremisti e separatisti in Xinjiang, responsabili di vari attentati in tutta la Cina. Da un punto di vista economico nel 2018 oltre l’87% delle importazioni afghane e il 57% delle esportazioni erano con i Paesi SCO. Infine la partenza degli USA che suscitavano grandi preoccupazioni in alcuni Paesi SCO, dovrebbe rendere più facile l’inclusione dell’A. nello SCO e la collaborazione per la stabilizzazione e la crescita del Paese. Un punto di vista molto interessante ci viene da uno studio pubblicato il 16 luglio 2021 da Chris Devonshire-Ellis della Dezan Shira & Associates, una società internazionale con 28 uffici in tutta l’Asia che assiste gli investitori stranieri nella regione. Alla data della pubblicazione Kabul non era ancora caduta e i T. non avevano ancora formato il governo, che per altro è ancora sostanzialmente “provvisorio” e include solo T. dei vari indirizzi, ma non membri di altre etnie. Secondo l’autore la preoccupazione principale dello SCO è costituita da possibili rapporti che il governo talebano potrebbe avere con Al Qaeda, e ISIS, fino al punto da lasciarli operare dall’A. nei Paesi esteri. Purtroppo inoltre alcune fazioni interne ai T. potrebbero reclamare modifiche ai confini del Paese su base essenzialmente etnica e questa è la principale preoccupazione della Russia che sta organizzando manovre militari al confine dell’A. volte a prevenire eventuali incursioni. Del resto Russia e Cina hanno ideato lo SCO pochi mesi prima l’11 settembre proprio per difendersi da attacchi afghani. Il problema della detenzione degli Uiguri dello Xinjiang è una risposta agli sviluppi in Afghanistan, non una forma di genocidio. Secondo il Global terrorism Database, dal 2001 la Cina ha avuto 134 “incidenti terroristici” relativi a gruppi separatisti uiguri, e 1458 persone sono morte in incidenti principalmente nello Xinjiang ma anche a Shijiazhuang, Pechino, Tianjin, Kunming e Guangzhou. Anche la Russia non è stata immune da questi attacchi. La metropolitana di Mosca è stata bombardata nel 2010 dai terroristi , con 38 morti in due esplosioni consecutive; a Volgograd un attentatore suicida ha ucciso 50 persone in un supermercato. ISIS ha rivendicato gli attentati nella metropolitana di San Pietroburgo con 15 vittime e l’esplosione di un Airbus diretto alla stessa città con 224 morti. Anche Russia e Cina hanno quindi le stesse preoccupazioni che hanno spinto gli USA. In un recente incontro i T. hanno chiesto al ministro russo Lavrov di allentare le sanzioni russe e dell’ONU nei loro confronti sulla base della risoluzione 2513 del Consiglio di sicurezza. Da notare però che fino al 2022 il presidente del comitato ONU per queste sanzioni è l’India, e questa potrebbe usare il suo potere come arma nei confronti del Pakistan piuttosto che risolvere il problema Afghano. In Pakistan, infatti, vivono 44 milioni di Pashtun, contro 14 milioni in A. e 3.5 milioni in India. Quest’ultima quindi, con un risorgente governo Indù non è la più indicata per risolvere conflitti etnici e religiosi.

Tornando a Russia e Cina l’obiettivo principale è lo sviluppo dei commerci e la stabilità politica mentre gli USA avevano diverse priorità  anche se esistevano interessi economici, come i gasdotti che avrebbero dovuto congiungere i giacimenti Turkmeni con il Pakistan attraverso l’A. Il progetto naufragò perché i T. ritenevano sfavorevoli le condizioni proposte. I piani russo-cinesi prevedono invece la costruzione di una ferrovia trans-afghana fra l’Uzbekistan e i porti pakistani di Karachi e Gwadar collegando quindi l’A al corridoio economico Cina-Pakistan in corso di realizzazione e di assoluta importanza strategica per la Cina. Esistono in embrione altri progetti come l’inclusione dell’A. negli accordi economici sempre più stretti fra l’unione economica eurasiatica (tra Bielorussa, Kazakistan, Russia, Armenia e Kirghizistan in vigore dal 2014) e Cina, India e Pakistan. Sullo sfondo resta ovviamente lo sfruttamento dei grandi giacimenti di rame e terre rare che interessano la Cina e dei giacimenti di minerali ferrosi in superficie che interessano l’India.

Funzionerà il “metodo cinese” di non interferenza negli affari interni salvo forse i più eclatanti, a ottenere gli obiettivi proposti: stabilizzare il Paese, bloccare la rinascita del terrorismo, creare uno sviluppo economico che, solo, potrebbe modernizzare un Paese ancora per larga parte medievale? Oppure, dopo Inghilterra, Russia, e USA la Cina sarà la prossima vittima caduta nel cimitero degli Imperi? Se fosse così il ritiro degli americani si rivelerebbe una trappola per i propri avversari oggi piuttosto che una fuga come ci appare oggi. Ci vorranno anni per saperlo.

23. set, 2021

Fig. 4 C Kabul - L'Università