LA CRISI AMERICANA

17. feb, 2021

 

16 febbraio 2021

La crisi della democrazia americana

Il Senato degli Stati Uniti ha definitivamente bloccato il processo contro Donald Trump con 57 voti a favore contro 43 contrari. Non si è quindi raggiunta la maggioranza qualificata richiesta anche se sette senatori repubblicani hanno votato a favore della prosecuzione del processo. Subito dopo Trump ha pubblicato una dichiarazione di cui vi allego un estratto:

Voglio per prima cosa ringraziare i miei avvocati…..Il mio più profondo ringraziamento ai Senatori e membri del Congresso che hanno orgogliosamente difeso la Costituzione e i sacri principi giuridici che sono il cuore del nostro Paese. La nostra repubblica è basata su uno stato di diritto , l’indispensabile salvaguardia delle nostre liberà…E’ una triste costatazione che un partito politico in America ha la possibilità di denigrare lo stato di diritto, diffamare le forze dell’ordine,… e trasformare la giustizia in un mezzo di vendetta politica…io sono stato, sono, e sarò sempre un portabandiera dell’incrollabile stato di diritto, degli eroi delle forze dell’ordine, e dei diritti degli Americani di dibattere pacificamente i problemi all’ordine del giorno senza malizia e odio…Questa è stata un’altra fase della caccia alle streghe nella storia del nostro Paese… Il nostro storico, patriottico e meraviglioso movimento per rendere l’America di nuovo grande è appena cominciato. Nei mesi a venire avrò molte cose da condividere con voi, e sono ansioso di continuare il nostro incredibile viaggio assieme per ottenere la grandezza americana per tutto il nostro popolo. Non è mai successo niente di simile! Abbiamo molto lavoro davanti a noi, e presto risorgeremo con una visione luminosa, radiante e senza limiti del futuro dell’America. Se saremo insieme, non c’è niente che non potremo raggiungere. Noi siamo un popolo, una famiglia, e una grande nazione sotto la protezione di Dio, ed è nostro dovere conservare questa magnifica eredità per i nostri figli e le generazioni future. Possa Dio benedire Voi e gli Stati Uniti d’America per sempre.

Nella mia ultima nota ho cercato di analizzare l’assalto A Capitol Hill del 6 gennaio scorso per verificare le responsabilità come minimo morali di Donald Trump e la maniera in cui si sia riusciti all’ultimo momento a uscire da una situazione estremamente grave. Come è stato chiarito da molti senatori, non era possibile ottenere il processo per Trump ma era necessario che il mondo e la storia fossero messi di fronte alla gravità di ciò che è avvenuto. E’ questa l’essenza della democrazia, la capacità cioè di aprirsi all’opinione pubblica anche nei suoi aspetti negativi. Avevo detto, e continuo a esserne convinto, che i fatti del 6 gennaio non siano “il più grave attentato alla democrazia” della storia americana e citavo vari esempi, il più recente dei quali è l’assassinio di J.F. Kennedy a cui fece seguito quelli del fratello Robert. Questo evento fa da sempre parte della mia vita e mi permetto una digressione personale. Nel 1964, eletto presidente del Circolo di Cultura del mio Liceo, riuscii a trovare il breve filmato, fatto da uno spettatore dei fatti, che è alla base di tutte le inchieste. Decisi di andare più a fondo e ne feci oggetto di un dibattito con tutti gli studenti. Come prevedibile l’Aula Magna era strapiena e interessatissima. Il dibattito si infuocò immediatamente con il pubblico diviso in due parti, la destra e la sinistra. Eravamo ancora lontani dal ’68 ma i giovani avevano cominciato a occuparsi di politica. Alla fine praticamente tutti si congratularono. L’indomani fui convocato in Presidenza e ammonito a seguire i canoni degli anni precedenti e “non occuparmi di politica”. Espressi le mie ragioni; il Preside, che era un bravuomo, ne convenne e mi suggerì di andarci cauto. Da allora continuai a interessarmi della “commissione Warren” che indagò sul caso, dei risultati e dei dibattiti che ne seguirono e misero tutto a tacere. Il famoso film JFK dopo vari anni ritornò sul caso e mostrò le incongruenze e l’alto numero di eventi che mettevano in dubbio la teoria della commissione, il più noto dei quali era “il mistero della pallottola che andava a zig-zag”. Qualche giorno fa ho voluto rivedere questo film famoso e ne sono rimasto ancora più colpito. C’era una ricostruzione convincente dei fatti. L’autore cercava di dimostrare la tesi che si era trattato di un vero colpo di stato, perfettamente riuscito, che aveva portato all’escalation della guerra del Vietnam, a qualche milione di morti e alla “perdita della verginità” del popolo americano. Esso si rese conto per la prima volta di essere dalla “parte sbagliata della storia”, l’oppressore imperialista e violento e non “il popolo mandato da Dio per sacrificarsi e portare gli ideali di Pace, libertà e prosperità in tutto il mondo.” Non voglio qui dire che il colpo di stato sia realmente avvenuto, ma è un fatto che una quantità enorme di documenti sia ancora coperta da segreto di Stato dopo quasi sessant’anni, due generazioni. Non è questa la democrazia. Se qualcosa di grave è avvenuto gli Americani e il mondo intero ne devono essere messi al corrente.  Purtroppo qui, in Italia, siamo avvezzi ai misteri irrisolti con documenti scomparsi o coperti da segreto di stato.

Tornando ai fatti di gennaio credo che siamo tutti d’accordo nel dire che questa volta la democrazia ha vinto, tutto il mondo ha assistito in diretta agli avvenimenti e continua a seguire il dibattito e le indagini in corso.

I media e i centri di ricerca americani stanno dibattendo per capire cosa abbia creato questa crisi gravissima e se essa potrà ripetersi alle elezioni di mid-term fra due anni a poi alle prossime presidenziali fra quattro. Il tentativo di caratterizzare “l’elettore di Trump” non porta a risultati definitivi. I sondaggi ci dicono che solo il 41% si sono dichiarati evangelici, contro un 24% di atei, agnostici o senza interessi religiosi specifici; il 71% si dichiarano conservatori, contro un 26% di liberali o moderati; il 45% sostiene l’importanza che “ogni anziano abbia diritto a un’assistenza medica pubblica; solo il 34% sostiene che il cambiamento climatico non sia reale (uno dei cavalli di battaglia di Trump). Esistono però alcuni aspetti unificanti dell’elettorato trumpiano: l’ 89% sostiene che i datori di lavoro debbano certificare al governo federale che ogni impiegato assunto abbia un regolare permesso di lavoro negli USA; il 96% ritiene che per avere sostegni governativi ciascuno debba dimostrare di aver fatto ogni sforzo compatibile con la sua salute per trovare una fonte di reddito; più del 90% ritengono che gli afro-americani, le minoranze etniche e le donne abbiano una maggiore facilità, non dovuta,  di aver successo oggi in America; infine quasi il 90% degli elettori di Trump è convinto che “l’America sia la più grande nazione del mondo e che gli Americani stiano perdendo la fede “nelle idee che hanno fatto grande questa nazione.” Inoltre, secondo un’altra analisi pubblicata qualche giorno fa, analizzando le dichiarazioni di tutte le persone arrestate o sotto inchiesta si vede che solo una piccola parte dei rivoltosi è direttamente collegata con le frange di estrema destra, che non si tratta in generale di sbandati senza lavoro ma di appartenenti alla classe media e che essi sono diffusi abbastanza uniformemente in contee dove Biden ha vinto oppure dove ha perso.

Sulla base di questi sondaggi, sociologi, politologi ed anche storici si stanno cimentando per capire le ragioni profonde delle divisioni che hanno storicamente attraversato la società americana fin dalle sue origini con momenti in cui sembrano sparite e successive periodiche fiammate. Capitol Hill non è infatti scoppiata d’improvviso ma è stata preceduta da numerosi scontri razziali di cui “Black life matter” offre una testimonianza evidente.

Il Washington Post ha pubblicato una testimonianza molto toccante del Reverendo Sharon Risher. Ve ne cito un estratto:

la fotografia simbolo del tentativo insurrezionale è quella di un uomo che fa irruzione nel Campidoglio brandendo una bandiera dell’esercito confederato (i Sudisti durante la guerra civile), nella speranza di ribaltare un’elezione decisa in larga parte dai Neri. Tutta la storia americana è raccolta in quella foto. A me ricordano il giorno in cui mia madre fu colpita a morte mentre pregava in una chiesa di Charleston assieme ad altri otto Neri americani, fra cui due miei cugini e uno dei mei amici d’infanzia. L’assassino appariva in una foto con la bandiera confederale in spalla. Ma le analogie fra i due fatti non finiscono qui. Entrambi gli attacchi avevano provocato morti, erano perpetrati, almeno in parte, da suprematisti bianchi. L’assassino di mia madre aveva un fucile e i sovversivi di Capitol Hill avevano armi sufficienti per uccidere tutti i membri della Camera e del Senato. Questa connessione fra armi e suprematismo percorre tutta la nostra storia. Nel 1866 lealisti confederati attaccarono la Convenzione costituzionale in Louisiana nel tentativo di bloccare le votazioni per la liberazione degli schiavi: 34 morti. Nel 1898 un gruppo armato bianco proclamò a Wilmington una “Dichiarazione di indipendenza Bianca:60 morti. Nel 1921 una sommossa di residenti bianchi a Tulsa provocò la morte di 300 persone con la sola colpa di essere neri. Nel 1955 Emmett Till fu torturato e ucciso con un colpo alla testa da guardie private bianche. E tutt’oggi uccisioni di massa, dalla chiesa di Charleston, al supermarket di El Paso, al tempio Sikh di Oak Creek, sono stati commessi da suprematisti armati. Se la bandiera confederata è il primo simbolo del suprematismo, il fucile è la sua arma. Si è cercato di eliminare la bandiera confederata, simbolo dell’odio ma negli ultimi 25 anni non si è mai approvata una legge che proibisca la libera disponibilità delle armi. “Vi ho raccontato la mia storia per dirvi che se vogliamo fare i conti con l’odio in America, dobbiamo anzitutto eliminare le armi.”

Il suprematismo bianco e l’odio razziale hanno attraversato tutta la storia americana e, nonostante gli sforzi fatti da molti Presidenti che si sono succeduti, non si è mai riusciti a debellarlo. Cambiano le forme ma non la sostanza. E non si tratta solo di episodi isolati ma di qualcosa che pervade tutta la società. Esiste in questi giorni una statistica incontestabile: i morti di Covid sono percentualmente doppi nella popolazione nera che in quella bianca. Come mai?

Quali allora sono le cause profonde di quanto è successo e l’uscita di scena (momentanea?) di Trump che effetto ha avuto?

Un saggio di Francis Fukuyama (il maggior teorico della supremazia della democrazia americana di cui vi ho parlato spesso) ci può aiutare a capire. Esso è apparso su Foreign Affairs di settembre 2018 e ha il pregio di non essere stato scritto sotto la pressione emotiva dei fatti. FF parte dalla costatazione del successo del nazionalismo populista in questi anni in tutto il mondo e specificamente in UK con la BREXIT e in USA col successo abbastanza inaspettato di Trump nelle elezioni presidenziali; se ne chiede il perché e l’influenza che ciò possa avere sul resto del mondo. Esiste, secondo FF, un motivo specifico che è andato via via affermandosi: la crescita delle politiche identitarie.  Il ventesimo secolo può essere spiegato essenzialmente nei suoi aspetti economici: la Sinistra era focalizzata sui lavoratori, i sindacati, i programmi di welfare e la politica di redistribuzione del reddito. La Destra, all’opposto era maggiormente interessata alla riduzione dell’intervento pubblico e allo sviluppo dell’iniziativa privata. In tempi più recenti gli obiettivi sono cambianti. La Sinistra ha cercato di promuovere gli interessi di vasti gruppi marginalizzati, come le minoranze etniche, gli immigrati, i rifugiati, le donne e i gruppi LGBT. La Destra invece ha ridefinito i suoi interessi nella protezione patriottica dell’identità nazionale tradizionale che è molto spesso connessa direttamente alla razza, all’identità etnica e religiosa. Le politiche identitarie possono spiegare ciò che oggi succede nel mondo, molto più di quanto veniva spiegato da Carlo Marx in poi come riflesso dei conflitti economici. In tutto il mondo i leaders politici hanno mobilitato i loro seguaci in base all’idea che la loro dignità è stata colpita e deve essere recuperata. Il movimento Black Lives Matter è nato da una serie di omicidi <pubblicizzati ad arte secondo FF, ma non sono d’accordo> di Afroamericani e ha attirato l’attenzione del resto del mondo sulle vittime della brutalità della polizia. Nei campus universitari e negli uffici è venuto alla luce il problema del sexual harrasment, i diritti dei transgender sono balzati alla ribalta come un fattore di grande discriminazione. Molte delle persone che hanno votato per Trump rimpiangevano il buon tempo antico quando il loro posto nella società era chiaro e non messo in dubbio. Sempre di più infatti essi pensano che le loro identità basate sui valori del passato: nazione, fede religiosa, identità nazionale, sessuale, di genere etc. non ottengano più un’attenzione adeguata. Le società democratiche si sono viste quindi spezzettate in segmenti molto più piccoli basati su una molteplicità di identità, a scapito di un concetto “unitario” di società. FF riparte dal concetto socratico di “thumos” applicato alla democrazia liberale (già alla base del saggio “La fine della storia”) e al bisogno di essere riconosciuti uguali agli altri (isotimia) contrapposto a quello di essere superiori agli altri (megalotimia). Le grandi  lotte politiche della storia americana, la schiavitù, la segregazione razziale, i diritti dei lavoratori, i diritti delle donne muovevano da questo principio. Queste e altre discriminazioni continuano però a esistere, anzi alcune si sono accresciute negli ultimi trent’anni come l’incredibile disparità dei redditi. A tutto ciò si è sommato un altro aspetto, fondamentale per capire il successo di Trump. Le crisi economiche di questo secolo e la perdita di potere economico della classe media bianca hanno fatto sì che questo gruppo sociale percepisse una perdita di visibilità e di dignità e accusasse il governo di dare vantaggi non dovuti ad altri gruppi sociali. Questa connessione fra la perdita di reddito e di dignità ha fatto si che il richiamo conservatore di nazionalismo e religione, si appropriasse di principi di eguaglianza economica tipici della sinistra. Il “trumpismo” diceva a questi gruppi che essi erano parte essenziale di una grande  nazione e che stranieri, immigrati, elites etc. stavano cospirando contro di loro. “ Il tuo Paese non è più tuo – si diceva – e tu non sei più rispettato nel tuo Paese” e “Tu sei parte di una grande comunità di credenti che è stata tradita dai non credenti. Questo tradimento ti ha fatto impoverire ed è un crimine contro Dio”

Trump ha cavalcato questi sentimenti fin dal momento in cui è entrato in politica durante la presidenza Obama e grazie a lui il movimento nazionalista bianco è cresciuto. Essi chiedevano “perché è politicamente accettabile parlare dei diritti dei Neri, delle donne, e dei gay e non è possibile parlare dei diritti dei Bianchi senza essere classificati come razzisti?” E’ chiaro che parlare dei diritti delle minoranze è oggettivamente diverso rispetto a sostenere i diritti di gruppi che sono sempre stati privilegiati, ma ciò urtava contro le percezioni di cui si parlava prima.

Questo è il problema oggi in America. Il problema della minoranza nera, irrisolto negli ultimi due secoli, a causa del multiculturalismo si è invece allargato ad altri gruppi sociali che si incrociano l’un l’altro. Non ci sono solo i Bianchi, i Neri, i Latinos, le Donne, i Ricchi e i Poveri, ma ci sono ad esempio le donne nere ricche, e gli uomini bianchi poveri. Questi gruppi invece di tendere all’omogeneizzazione si vanno sempre più polarizzando. Le ricette classiche della democrazia “la maggioranza governa e la minoranza controlla e si oppone” non bastano più a governare un Paese come gli Stati Uniti  dove queste problematiche sono presenti molto più che nei Paesi europei, storicamente molto più omogenei. L’invito di Trump ai suoi seguaci dopo l’assoluzione al Senato è una dimostrazione che Biden avrà davanti a se un problema enorme da risolvere nei prossimi due anni, prima delle elezioni di mid-term che potrebbero indebolire la sua presidenza nei successivi due anni. Dobbiamo tutti sperare che ci riesca per il bene del nostro mondo

25. gen, 2021

 

25 gennaio 2021

LA CRISI AMERICANA 1

Sapevamo tutti che Trump avrebbe cercato fino all’ultimo minuto di ostacolare l’ingresso di Biden alla Casa Bianca ma, confessiamolo, nessuno si aspettava ciò che abbiamo visto il 6 gennaio in diretta sulle televisioni di tutto il mondo.

Si è anche detto, con stupore e sgomento, “E’ la più grande crisi della democrazia americana”. Su questo non sono d’accordo. Infatti, tralasciando la sanguinosa guerra civile che vide affrontarsi il Nord contro il Sud, ben quattro Presidenti americani furono assassinati: Lincoln, Garfield, McKinley, Kennedy. Vi furono inoltre una serie di attentati alla vita di Presidenti che sopravvissero: Jackson, Theodore Roosevelt, Franklin Roosevelt, Harry Truman, Gerald Ford, Ronald Reagan.  E non possiamo certo ignorare l’ assassino di Bob Kennedy, Martin Luther King etc. che non erano Presidenti ma personaggi estremamente importanti della vita politica americana. La violenza quindi è una costante nella storia degli Stati Uniti. Chiudo dicendo che alcuni di questi assassini rimasero avvolti nel mistero. Ne cito uno solo che tutti ricordiamo: il presidente Kennedy e il mistero della “pallottola che viaggiava a zig-zag”. La commissione Warren non risolse il mistero, le indagini del procuratore di Atlanta, molto ben avviate su un’altra pista, furono bloccate e si disse addirittura che il  successore di Kennedy, il Presidente Johnson, non ne fosse del tutto estraneo.

Questa volta il Campidoglio di Washington è stato invaso, ci sono stati cinque, forse sei morti ma il tentativo di prendere in ostaggio Pence e Nancy Pelosi (primo e seconda in caso di successione emergenziale a Trump) non è riuscito.

In conclusione dobbiamo dire che la vita politica americana è costellata di episodi anche molto più gravi di quanto non lo sia stato quello del sei gennaio. Purtroppo tutti noi abbiamo una visione molto idealizzata degli Stati Uniti come faro dell’umanità. Credo che ciò sia dovuto al fatto che in Italia si ha un’idea molto superficiale di ciò succede al di là delle nostre frontiere. Cerchiamo però di capire meglio che cosa, come e perché tutto ciò è successo.

Dobbiamo tornare un po’ indietro nel tempo, alla fine del 2019. Trump, come tutti i commentatori internazionali, era arci sicuro di vincere le elezioni. L’economia andava abbastanza bene, la sua battaglia per “America first” contro l’Europa, la Cina e le istituzioni internazionali per non parlare di Canada e Messico, nonostante gli scarsissimi risultati ottenuti soddisfaceva buona parte della popolazione, i suprematisti bianchi, i razzisti, i seguaci delle strampalate teorie complottistiche di  QAnon  erano dalla sua parte. Poi arrivò il Covid, Trump lo ignorò  nonostante  fosse stato informato più volte dai suoi collaboratori del rischio possibile, anzi imminente, ma continuò a lodare Xi Jinping perché aveva bisogno di firmare l’accordo commerciale il 15 gennaio 2021; dopo insistette nel suo approccio “negazionista” quando probabilmente era già troppo tardi. La vittoria, prima scontata, cominciò a sfuggirgli di mano e la sua strategia di vita “attacca, colpisci tanto più forte quanto più sei debole, afferma tutto e il contrario di tutto” questa volta non si è rivelata vincente. L’economia, il principale motore per vincere le elezioni in America è andata giù di colpo, i disoccupati sono cresciuti a dismisura. I morti sono stati certamente tanti, ma non quanto pensiamo noi in Italia. Il numero di decessi per 100.000 abitanti è infatti minore di quanto  sia da noi.

La strategia di Biden, sia nella scelta della sua vice Presidente, sia nella ricerca spasmodica di mandare al voto quanti più elettori possibile, si è rivelata vincente: Trump infatti ha perso nonostante abbia ricevuto molti più voti che non nelle elezioni precedenti, ma non sono stati sufficienti. I voti per posta sono stati l’arma vincente di Biden. Non perché ci siano stati brogli, ma perché i neri, gli ispanici ed in genere le minoranze sono da sempre riluttanti ad andare a votare. Vi siete mai chiesti perché in America si vota fin dal ‘700 di martedì? Perché le minoranze non avevano il permesso di andare a votare nei giorni di lavoro. La democrazia era un fatto che doveva essere riservato ai Bianchi.

Trump si rese conto subito della trappola in cui era caduto e per questo cercò  di opporsi in tutti i modi al voto postale che è tradizionale negli USA; cercò tutte le strade possibili, anzitutto di impedire e poi di bloccare i voti per posta. I suoi rappresentanti presentarono un’infinità di ricorsi a tutti i livelli, fino alla Corta Suprema. Essi furono tutti respinti sia nel metodo che nel merito. Anche la Corte Suprema che lui aveva creato “a sua immagine e somiglianza” gli si oppose.

Sconfitto nella battaglia dei ricorsi, gli restava un’ultima possibilità. Il parlamento doveva prendere atto dei voti dei grandi elettori, certificarli e nominare il Presidente e il Vice Presidente. Non solo, ma aveva solamente qualche giorno di tempo per farlo, scaduto il quale i voti popolari sarebbero stati ignorati e la parola sarebbe tornata ai deputati che avrebbero votato non “per teste” ma per stati, come le elezioni “classiche”. Si creava quindi un’altra possibilità di ribaltare il risultato.

Il sistema elettorale americano è vecchio, diverso da stato a stato e può dare adito (è successo più volte in passato) a diverse distorsioni. Quattro volte il Presidente eletto non è stato quello che ha avuto più voti dai cittadini. E’ il caso di Adams, Hayes, Harrison, Bush. Due furono molto contestati. Il più recente è quello di Bush contro Al Gore. Quest’ultimo, pur avendo più voti, era in svantaggio in Florida, perdente per circa 1300 voti (meno dello 0.5%). Chiese il riconteggio, come previsto, ma esso non si sarebbe potuto completare entro la data prevista, il solito 12 dicembre. Iniziarono quindi varie contese legali arrivando fino alla corte suprema della Florida ed a quella Federale che si espressero in maniera diversa. Non solo: iniziò una contesa fra le due corti su chi fosse intitolato a prendere la decisione. Durante questo ping-pong il riconteggio continuava e si era giunti a una differenza di 370 voti. La Corte Suprema federale pose la parola fine in base al principio del “porto sicuro, la data certa”, arrivare cioè comunque ad una soluzione entro la data prevista, e dichiarò nullo il riconteggio. Alla fine Al Gore mise fine alla vicenda e “conceded” riconobbe la vittoria di Bush.

Ben diversa fu la vittoria di Hayes contro Tilden, una delle elezioni più contestate della storia americana. Tilden ebbe la maggioranza elettorale ( circa 250.000 voti su un totale di circa 8.300.000). Ebbe anche 184 Grandi Elettori contro 165 assegnati ad Hayes ed una maggioranza che allora era di 185. Restavano 20 voti provenienti da Florida, Louisiana, Sud Carolina e Oregon. Nei primi tre stati ciascuna delle due parti in causa dichiarò di avere vinto, mentre in Oregon un grande elettore fu addirittura sostituito perché dichiarato illegale. Non si riusciva a trovare una soluzione e, pur di non lasciare ancora il Paese senza Presidente, si giunse al “Compromesso del 1877” per cui la commissione elettorale assegnò ad Hayes tutti i 20 voti elettorali ( a Tilden ne sarebbe bastato uno solo). Il Presidente avrebbe dovuto accettare una serie di richieste dell’altro candidato, cosa che effettivamente fece. Le idee di Trump non erano quindi campate per aria: era necessario convincere Pence a bloccare la certificazione, o comunque ritardare la nomina del presidente. Qualche giorno sarebbe bastato e le sue possibilità sarebbero tornate in gioco.

Vediamo ora cosa successe in quei giorni fatidici.

31 dicembre 2020  Il sindaco e il capo della polizia locale mandano una richiesta scritta per avere il supporto della guardia Nazionale (DCNG)

2 gennaio 2021. Il facente funzioni di Segretario alla Difesa (A/SD) parla col capo degli Stati Maggiori riuniti (CJCS) circa la richiesta.

3 gennaio 2021. Il dipartimento della difesa (DOD) conferma alla Polizia che non esiste alcuna richiesta di supporto del dipartimento. A/SD incontra alcuni membri del Gabinetto per discutere il supporto di DOD alle varie forze dell’ordine. A/SD e CJCS incontrano il Presidente. Il Presidente si dichiara d’accordo sull’attivazione di DCNG

4 gennaio 2021. A/SD, assieme a CJCS e DOD rivede il piano di azione preparato in caso di richiesta dalle autorità locali e approva l’attivazione di 350 membri di DCNG per supportare la richiesta del sindaco. Essi dovranno essenzialmente controllare gli incroci, le stazioni Metro etc.

5 gennaio 2021. Il sindaco scrive ad A/SD confermando di non aver bisogno di ulteriore supporto., 255  DCNG arrivano in città

6 gennaio 2021 le comunicazioni diventato continue e convulse. Alle 13.05 A/SD riceve comunicazione di dimostranti in movimento verso Capitol Hill. Alle 13.34 il sindaco fa una richiesta urgente di nuove forze .Alle 13.49 il capo della polizia fa una richiesta di supporto immediato. Alle 14.22 in una conference call si discute la situazione e la richiesta di ulteriore supporto. Alle 14.30 A/SD, CJCS ed altri si riuniscono per esaminare la richiesta. Alle 15.00 viene chiesto a DCNG di preparare le forze disponibili, in attesa dell’autorizzazione allo spiegamento. Seguono comunicazioni confuse e contraddittorie fino a quando 154 DCNG arrivano a Capitol Hill ed iniziano le operazioni di supporto. Alle 17,45 A/SD firma l’autorizzazione per il dispiegamento di reparti della Guardia Nazionale provenienti dagli Stati vicini.

Come vedete era tutto previsto da vari giorni. Ricordate la manifestazione a Washington di “Black Lives Matter” il 2 giugno 2020?  In quel giorno le forze militari a protezione della Casa Bianca, di Capitol Hill e della “passeggiata” di Donald Trump erano in numero gigantesco. Il 6 gennaio si è come minimo “cincischiato” permettendo l’invasione del Campidoglio. E non si può dire che non fosse previsto.

Questa è la sequenza di comunicazioni fra le persone preposte alla protezione del Campidoglio e della democrazia. Il comandante in capo Donald Trump ( parte attivissima in occasione delle manifestazioni di giugno) era del tutto assente.

Diamo ora un’occhiata a cosa succedeva nelle strade, attorno a Capitol Hill e poi al suo interno.

6 gennaio Prima mattina. I sostenitori di Trump cominciano a radunarsi nell’ “Ellisse”, la piazza vicino la Casa Bianca, dove è previsto un comizio del Presidente

12.00. Trump inizia il suo comizio di oltre un’ora ripetendo le sue accuse sempre più violente circa “la vittoria rubata”  “Noi non riconosceremo mai la loro vittoria  –grida Trump-  Non succederà mai. Non si può fare quando c’è stato un furto. La nostra nazione ne ha abbastanza.  Non lo accetteremo oltre”. Trump spera fino all’ultimo che Pence blocchi la certificazione al Senato, ma quando si rende conto che ciò non succederà e che Pence non è più dalla sua parte, il dado è tratto. “Andiamo fino al Campidoglio e appoggiamo i nostri coraggiosi senatori e deputati. Non potremo mai riprenderci il nostro Paese con la debolezza, dobbiamo mostrare la forza e voi dovete essere forti”

Poco dopo le 13.00. Al grido di “USA, USA” che risuonerà per tutto il pomeriggio i sostenitori di Trump spingono a terra le transenne intorno al perimetro del Campidoglio. Si vedono numerosi poliziotti che indietreggiano e poi scappano, insultati come “traditori”. Dimostrazioni violente iniziano in altri stati come vedete nelle foto che seguono a questa nota. Inizia  la riunione congiunta di Deputati e Senatori per certificare i voti dei grandi elettori e proclamare eletti Biden e Harris. 12 senatori e circa 120 deputati si oppongono ai risultati di alcuni Stati. I Deputati escono dall’aula del senato e si riuniscono separatamente mentre in Senato inizia la discussione.

Ore 14.12. I dimostranti cominciano ad arrampicarsi ed entrare da una finestra che hanno sfondato e dilagano per il Campidoglio al grido di “trascinateli fuori” e “impiccateli

Ore 14.13. La scorta di Pence entra nell’aula e lo scorta fuori in un posto sicuro. Il Presidente pro-tempore, senatore dell’Iowa, ne prende il posto ma viene immediatamente portato fuori anche lui. E’ il terzo nella linea di successione dopo Pence e Nancy Pelosi. I rivoltosi sono al piano di sotto e si avventano sulle scale. Il poliziotto Eugene Goodman, uno degli eroi della giornata, è in cima alle scale e riesce a farsi inseguire verso una direzione “sicura”, lontana dai parlamentari. A qualche metro di distanza, al di là di una porta, c’è ancora Pence che riesce a mettersi in salvo.

Ore 14,28 Dall’altro lato del Palazzo i rivoltosi cercano, e trovano rapidamente, l’ufficio di Nancy Pelosi e vi irrompono. E’ praticamente impossibile trovarlo senza un’indicazione precisa e c’è un indagine in corso per stabilire chi, dall’interno, li abbia guidati. Due deputate, appartenenti a QAnon, sono sospettate.

Ore 14.40. I Parlamentari stanno evacuando le aule e si barricano dove possono. Durante il loro cammino passano in vista dei dimostranti da cui sono divisi da un cordone di poliziotti.

Ore 14.53. 41 minuti dopo l’ingresso dei rivoltosi dalla finestra sfondata, l’ultimo dei Parlamentari viene evacuato e portato in un luogo sicuro. 41 minuti di terrore, conclusi con cinque, forse sei morti fra polizia e dimostranti ma i Parlamentari, il simbolo della democrazia occidentale ne sono usciti indenni.

E’ la cronistoria della fase cruciale. Successivamente viene dichiarato il coprifuoco totale a partire dalle 18.00. Arriva, come ho detto sopra, la Guardia nazionale e i dimostranti si ritirano senza ulteriori violenze.

Ma cosa c’è dietro la storia di questo incredibile ritardo che avrebbe potuto portare a qualcosa di decisamente tragico?

Le indagini sono in corso soprattutto per capire se, e perché, Trump non abbia dato, o comunque non abbia dato direttamente alla guardia nazionale l’ordine di intervenire. I giornali americani cercano faticosamente di scoprirlo con pressanti richieste di dichiarazioni a tutte le persone potenzialmente “informate dei fatti”. Le risposte sono estremamente reticenti e nessuno dirà niente a meno che non venga interrogato direttamente in un improbabile processo giudiziario a Trump. Io mi permetto di dirvi la mia basandomi, come faccio spesso, su quanto mi deriva dall’esperienza storica. Vi ricordate i giorni tragici precedenti le dimissioni del Presidente Nixon? Tutti, come in questi giorni, temevano una reazione inconsulta ed un ipotizzabile attacco aereo a potenziali nemici, con il simultaneo “sblocco della sicura” delle armi atomiche attraverso la famosa “valigetta”. In questo modo la guerra avrebbe messo da parte ogni accusa. Solo dopo molti anni si seppe cosa successe in quei giorni. Kissinger e il generale Haig concordarono con il capo del Norad e gli altri comandi militari di disobbedire ad un eventuale ordine di Nixon in tal senso. Ovviamente la cosa doveva restare segreta perché si trattava formalmente di un vero colpo di stato militare. Fortunatamente Nixon si dimise pacificamente ma nessuno saprà mai cosa i tre si siano detti in segreto.

Torniamo a noi e guardiamo la successione degli avvenimenti. Nell’arco di pochi minuti succedono tre cose. Un tweet  “per ordine del Presidente Trump la Guardia Nazionale sta intervenendo per riportare in sicurezza il Campidoglio; Biden interviene in televisione e chiede formalmente a Trump di mantenere il suo giuramento ed ordinare ai suoi supporters di ritirarsi immediatamente dal Campidoglio; Trump pubblica un breve messaggio preregistrato in cui chiede ai “patrioti” di ritirarsi in buon ordine. Pensateci bene! Trump, l’uomo che ha inventato la politica via tweet rinunzia ad annunziare direttamente l’ordine? Del resto Trump non prende parte alla serie di telefonate di cui ho parlato prima.

Secondo me Pence, direttamente o indirettamente dice a Trump che la partita è finita. Lo informa che i vertici militari hanno avuto da Pence e Pelosi (numero due e tre degli USA) l’ordine di mobilitarsi ed hanno accettato, Biden sta per fare una sostanziale ingiunzione a Trump di intervenire per porre fine all’assedio. Trump, se vuole evitare guai peggiori, è meglio che acceda alla richiesta. Trump deve decidere rapidamente.  Si sta facendo un colpo di stato contro di lui? Da un punto di vista formale si, perché è ancora lui al potere, ma nessuno mai processerà Pence, Pelosi e il Capo degli Stati maggiori riuniti. Al contrario, forse Trump vedrà i militari alla porta della Casa Bianca per ordine del Parlamento. E Trump accettò. Il Parlamento si riunì verso le 20.30 per completare i lavori e proclamare eletti Biden e Harris.

Andò tutto liscio con approvazione unanime? Niente affatto. 11 senatori e un centinaio di deputati fecero mettere a verbale la loro opposizione. E’ un fatto straordinariamente importante che ci porta ad un’altra domanda: con il 20 gennaio e l’ingresso di Biden alla Casa Bianca è finito il Trumpismo? Assolutamente no. Trump ha in buona parte incanalato e cavalcato divisioni e istanze profonde e irrisolte che attraversano la società americana. Ma di questo parleremo nella prossima nota.

 

25. gen, 2021

Se il 6 gennaio ci fosse stato lo stesso dispiegamento di forze...

25. gen, 2021
25. gen, 2021