Uno sguardo al futuro prossimo

4. giu, 2020

4 giugno 2020

Uno sguardo al futuro prossimo

In questi tre mesi di non-vita ho molto guardato dentro me stesso come penso sia accaduto a tante persone. Alcuni ne sono usciti distrutti per le attività economiche in crisi profonda e il loro futuro diventato improvvisamente nero, altri con relazioni familiari già traballanti a cui la convivenza forzata ed inaspettata ha dato il colpo di grazia. Io fortunatamente faccio parte di quel gruppo, temo abbastanza ristretto, a cui l’età, la buona salute, un saldissimo rapporto familiare e, non ultima, una buona situazione economica ha dato la possibilità di osservare il mondo che lascerà alla generazione futura.

Diciamocelo francamente, è un brutto mondo in cui tutto dovrà essere rifondato. Io, voglio dirlo chiaramente ancora una volta, credo fermamente nei valori con i quali sono nato e nei quali sono stato educato e mi sono formato. Non c’è alcun merito in ciò. Essi sono frutto di 2500 anni di storia che si è via via evoluta, talvolta con sussulti violenti ma senza negare mai se stessa. Credo nella libertà dell’individuo, il diritto innanzitutto di vivere, di essere curato, di avere un lavoro che crei dignità e benessere, e poi di pensare e di agire. Tutto ciò in un giusto equilibrio con la necessità di proteggere e salvaguardare i diritti della società che ci circonda. Credo quindi nell’uguaglianza vera delle persone, indipendentemente dal colore della pelle, della religione, del luogo in cui per avventura e senza alcun merito o demerito essi sono nati. Nego quindi ogni forma di razzismo, ogni forma di pena di morte, la coercizione del pensiero altrui, la guerra come espressione (di solito non dichiarata) del potere che fatalmente si trasforma in colonialismo. Tutto ciò, ripeto fino allo sfinimento, dipende per larghissima parte dal luogo in cui sono nato e sono stato educato. Un solo esempio banalissimo: nasco in Italia e quindi cattolico; se fossi nato in Germania sarei stato luterano, in Grecia ortodosso, in Oriente buddista, in Medio Oriente mussulmano. Crescendo forse sarei diventato agnostico ma difficilmente avrei cambiato formalmente religione. Ciò perché nella mia mente, nella mia anima, o dovunque siano collocati i principi più profondi del mio essere, essi sono il distillato di questo meraviglioso mondo greco-latino, mediterraneo in cui sono vissuto.

Questi principi, saldissimi quanto la mia stessa vita, mi permettono di capire ed accettare, il che non vuol dire condividere, chi per avventura sia nato e si sia formato in un mondo ed in una storia  assolutamente diversa dalla mia. Accetto quindi che in India, in Cina, in Giappone abbiano un modo di pensare il vivere civile in maniera assolutamente diversa da noi e fra di loro. Che non credano nell’”uno vale uno” come da noi, che credano in un diverso equilibrio fra il bene pubblico e quello privato, nell’importanza della meritocrazia nel governo dei popoli, nella forma importante quanto la sostanza, nell’importanza dei matrimoni legati non solo all’affinità e all’amore ma anche alla propria nascita. Credo infine che i popoli che trovano la loro stabilità in strutture di tipo tribale abbiano il diritto di autoregolarsi, come dimostra il fatto che tutte le volte che il nostro mondo ha cercato di cambiarle, si sono creati destabilizzazione e interminabili guerre civili.

Tutto ciò purtroppo viene negato dal nostro mondo, quello che formalmente proclama i diritti in cui crediamo (fra cui il diritto altrui di pensare diversamente) e nei fatti li nega platealmente. Non può esistere una “verità universale” come dicono i nostri media e, se esistesse, non sarebbe conoscilbile. Perché dovrebbe esistere? Nessuno è mai stato capace di dimostrare in maniera razionale quale essa sia. Si tratta di una forma di fideismo analogo al “Dio lo vuole” del famoso film “Brancaleone alle crociate”.

Partendo da questo punto di vista analizzo il mondo a cui appartengo e che ci circonda. Cerco per quanto possibile di confrontare le fonti in modo da arrivare a capire per quanto possibile il punto di vista delle varie parti in causa. E’ questa la parte più difficile del mio “lavoro” perché molto spesso l’analisi di ciò che altri hanno detto e spesso la cronistoria dei fatti sono largamente travisate, sia dai politici che dai media. I politici, è comprensibile, cercano di affermare le posizioni che difendono e talvolta i loro interessi personali. Ciò li porta a far dire ad altri ciò che in realtà non è il loro pensiero. Per i media il possibile motivo è più complesso e talvolta assolutamente deprecabile. Da un lato sono obbligati a pubblicare i loro articoli o a parlare in televisione ogni giorno e talvolta più volte al giorno senza avere il tempo materiale di leggere qualcosa di più delle agenzie. L’altro aspetto è che, nel nome di quella verità universale, si da per assodato senza alcun briciolo di prova ciò che assodato non è. Ciò detto torno a parlarvi della situazione che si sta sempre più delineando e delle nubi sempre più scure all’orizzonte.

Venti di guerra

Parto da un articolo del “The Guardian” del 20 maggio che si riferisce a UK ma si applica benissimo anche a noi. Ve ne riassumo i punti salienti. Gli USA stanno decisamente distaccando se stessi, e la parte del mondo su cui hanno influenza, dalla Cina. Molti fra i Paesi in via di sviluppo, legati ad essa dalla “BRI”, ne restano invece ancor più aggrappati a causa dei debiti e dei possibili aiuti. La Cina sta inoltre sostituendo gli USA nelle assisi internazionali da cui gli Americani si ritirano. A prova di ciò il Guardian cita ciò che è appena successo all’assemblea dell’OMS e alle sue conclusioni. Ci stiamo avviando ad un mondo in cui due sistemi sociali, uno autoritario e l’altro democratico, si confrontano in maniera sempre più violenta. Tony Blair dieci anni fa scriveva che UK, assieme all’EU di cui faceva parte, in partnership con gli Stati Uniti avrebbe dovuto offrire alla Cina un nuovo modello di cooperazione globale, attraverso regole accettabili da entrambe le Parti. Il Guardian parla poi del possibile posizionamento del suo Paese, e conclude “<UK should> work with Germany, France, the EU, India, Australia and others to achieve a relationship with China that rejects both China and American bullying” Sono convinto da sempre, ma ancor di più ora, che l’unica maniera in cui i Paesi Europei possano evitare di essere stritolati in questa guerra fra le due potenze, sia quella di unirsi. Penso che la proposta congiunta di Merkel e Macron, se approvata, segnerebbe una vera rivoluzione all’interno della UE ed il suo fine ultimo sarebbe la creazione di una UE realmente unita e capace di negoziare alla pari con USA e Cina senza rendere i singoli Paesi vassalli di uno dei due imperi. Per la Merkel sarebbe il modo di chiudere la sua lunga storia politica entrando direttamente nei libri di storia.

Già nel mio ultimo articolo avevo paventato la possibilità di una nuova guerra (auspicabilmente) fredda, anche se ci sono segnali di possibili scontri aeronavali nei mari intorno alla Cina. Non penso che si tratti più di semplici segnali. Oggi mi limito ad elencarvi ciò che sta succedendo.

  • Trump ha dichiarato “ tagliare tutte le relazioni con la Cina ci farebbe risparmiare 500 miliardi” ed ha aggiunto che ha deciso di non avere più comunicazioni dirette con Xi JinPing. Ricorderete che in Gennaio, quando aveva una grande esigenza di firmare l’accordo per la Fase 1 delle relazioni commerciali con la Cina Trump ha lodato per ben 15 volte (il conto è del New York Times) il Presidente cinese “A nome del popolo americano, voglio ringraziare il Presidente Xi”, “loro hanno fatto un lavoro veramente professionale” riferendosi al modo in cui la Cina stava gestendo l’epidemia.
  • FBI e le altre agenzie americane hanno lanciato un allarme sulle possibili intrusioni dello spionaggio cinese negli istituti americani di ricerca sui vaccini. Il livello di protezione di questi istituti è simile alla protezione assicurata alla NASA e alle altre organizzazioni americane durante la “corsa allo spazio” con l’URSSS.
  • Il fondo pensioni federale non è più autorizzato ad acquistare fondi o azioni con partecipazioni in aziende cinesi
  • Embargo tecnologico. Per esempio Huawei non può più installare il software Android sui propri telefoni cellulari.
  • Il disegno di legge “Forging Operational Resistance to Chinese Expansion (FORCE)”, in discussione al Senato, prevede stanziamenti per la costruzione o l’ampliamento di basi militari attorno alla Cina (quindi chiaramente offensive come i missili sovietici a Cuba). Esso prevede inoltre lo spostamento sul territorio americano produzioni oggi effettuate in Cina.
  • Blocco dei finanziamenti cinesi alle Università americane
  • Pressioni sempre maggiori sui Paesi alleati perché si allineino a questa politica. Due esempi: Pompeo ha ottenuto il congelamento da parte di Israele della partecipazione di un’azienda di Hong Kong alla gara per la realizzazione di un dissalatore; la minaccia pesantissima all’Australia (il più fedele fra i Paesi vassalli) perché blocchi le trattative del Victoria State per alcuni investimenti nell’ambito della BRI
  • La fornitura di sei sottomarini e altri sistemi d’arma a Taiwan, e i passaggi dimostrativi sempre più frequenti di navi militari nei mari intorno alla Cina e nello stretto di Taiwan. Queste azioni sarebbero equivalenti al passaggio di navi militari cinesi ne mare fra Florida e Cuba e la fornitura di armi a quest’ultima.
  • Il tentativo di due stati Americani di poter processare in Patria la Cina e i leaders cinesi per violazione dei diritti umani, un’arma che gli USA adoperano in maniera assolutamente discrezionale verso Paesi a loro avversari.
  • Questa lista potrebbe continuare ancora ma credo che sia abbastanza chiara per capire come la situazione stia arrivando a un punto molto pericoloso.

La Cina d’altronde risponde in maniera più cauta alle roboanti dichiarazioni di Trump ma comincia a far vedere le sue reazioni.

  • Una volta risolta almeno temporaneamente la vicenda dell’ OMS (WHO) in maniera ad essa favorevole con l’approvazione della mozione europea appoggiata da circa 140 Paesi su 180, lancia i primi segnali di reazione contro le accuse dei “Five Eyes” il sistema di spionaggio messo insieme da USA, Canada, Australia, UK e Nuova Zelanda  per dimostrare, senza riuscirci, le colpe Cinesi nell’epidemia di Covid 19. La Cina ha bloccato le importazioni di alcuni prodotti alimentari australiani ed ha posto un dazio dell’80% sulle importazioni di carni di cui è il principale consumatore.
  • La situazione di Hong Kong. Come avevo cercato di dirvi, la Cina aveva il massimo interesse, più di chiunque altro, a risolvere la situazione di Hong Kong in maniera pacifica. Infatti il prolungamento delle dimostrazioni avrebbe certamente determinato (come è successo) la sconfitta del KMG, il partito favorevole al mantenimento dello status-quo con la Cina, nelle elezioni di Taiwan. Oggi al Parlamento di Pechino si sta parlando dell’emanazione di una legge contro le azioni di sovversione a Hong Kong. Ancora non si conosce il testo della legge e neppure chi dovrà applicarla. Sarà molto diverso, infatti, se dovrà occuparsene il sistema giudiziario di HK, assolutamente libero e indipendente, o questa legge ricadrà nella giurisdizione diretta di Pechino. Ve ne parlerò in seguito quando avrò disponibili elementi più certi. Bisognerà anche capire perché la Cina ha scelto questo momento per occuparsene dopo che da almeno 15 anni abbiamo assistito a periodiche proteste, molto spesso violente, dei cittadini di Hong Kong. Una cosa è certa, e forse è questo il movente principale: si tratta di un pesantissimo avvertimento agli USA e al mondo di ciò che succederebbe se Taiwan dovesse compiere atti riguardanti l’indipendenza dell’isola. Un esempio marginale potrebbe spiegare quanto ho detto. Per quanto si sa, il vilipendio all’inno nazionale cinese ed alla bandiera cinese è punito in maniera molto pesante (anche con il carcere). Certamente questo è un reato in tutti i Paesi del mondo. In Italia purtroppo nessun magistrato (che io ricordi) ha chiesto l’autorizzazione a procedere contro Bossi quando diceva che “con la bandiera Italiana si puliva ….”  ma continuo a  pensare che fosse un episodio molto, molto grave ed un’offesa a chi è morto per quella bandiera. Tre anni di carcere (questa sembra essere la nuova legge a HK) mi pare però eccessivo e non avrebbe senso se non ci fosse qualche altro motivo sottostante.

Cerchiamo di volare alto

Simon Tisdall, editorialista del Guardian, risponde a un’affermazione di Hu XiJin, editorialista del Global Times cinese “ Se i 100000 morti americani fossero stati in Cina, la Casa Bianca sarebbe stata distrutta dai cittadini” e si chiede in maniera molto più appropriata “Come mai, a parte poche proteste marginali, i popoli di tutto il mondo non si sono ribellati violentemente contro i loro governanti di ogni segno politico e colore che si sono rivelati incapaci di dare una risposta appropriata ai loro cittadini, specie le classi più disagiate?”. E’ una domanda importante a cui risponde dicendo che, secondo le opinioni di economisti, scienziati ed esperti di tutto il mondo, questa epidemia costituisce uno spartiacque e niente sarà più come prima. Non cita però le solite motivazioni che tutti abbiamo letto, ma qualcosa di più serio e generale “Che ci piaccia o no – egli dice – siamo all’alba di una nuova rivoluzione”.” Sarà violenta, ideologica e incontrollabile come le rivoluzioni del ventesimo secolo nate dalle idee di Marx, Mao, Castro e Guevara, oppure una modifica non violenta ma ugualmente profonda e rapida del modo in cui questo mondo interdipendente dovrà funzionare? La sua risposta è che tutto dipenderà dalla maniera in cui le ode d’urto e gli effetti di questa pandemia si evolveranno. Tisdall, in una maniera che io condivido profondamente, si rifà al passato remoto e in questo caso al Libro V della “Politica” di Aristotele. Il grande filosofo scrive che giustizia e uguaglianza sono le fondamenta di uno stato e la disuguaglianza, essendo una forma importante di ingiustizia è la causa principale delle rivoluzioni. Io aggiungerei che “uguaglianza” è una delle tre parole alla base della rivoluzione francese, e che questa parola appare nelle costituzioni di tutto il mondo. Perché tutto ciò? Oggi assistiamo ad una grande ingiustizia sociale fra Paesi ricchi e Paesi in via di sviluppo ed all’interno di uno stesso Paese fra le varie classi sociali. La pandemia e la conseguente crisi economica mondiale hanno acuito tutto ciò. Il CEO di JP Morgan Jamie Dimon considera l’epidemia “ una sveglia per gli uomini d’affari e il governo, a pensare, agire, e investire per il bene comune”. Non ce lo aspetteremmo da un capitalista americano, piuttosto da un socialista europeo. E’ necessario, secondo moltissimi sociologi ed economisti porre mano a un’agenda rivoluzionaria che includa azioni efficaci per affrontare la povertà, le differenze fra il Nord e il Sud del mondo, il problema del clima, dell’energia, delle risorse d’acqua. In sostanza la “doughnuts economics”, cioè “ assicurare che a nessuno manchi ogni elemento necessario alla vita (cibo, casa, salute, lavoro, libertà politica etc.) facendo in modo di non superare i limiti che ci vengono posti da questo pianeta (clima stabile, fertilità dei suoli, inquinamento, strato dell’ozono etc.)” come sintetizzato da Kate Raworth e sinteticamente descritto nelle fig. allegata.

Torno al Guardian. In America l’amministrazione Trump ha dimostrato l’inadeguatezza di un sistema creato due secoli fa. E’ necessaria una seconda rivoluzione americana che, a partire dal sistema elettorale ormai anacronistico ricostruisca una democrazia accessibile a tutti, e un coinvolgimento globale del Paese. In UK, l’inadeguatezza nella gestione della pandemia ha dimostrato una crisi dell’attuale sistema rappresentativo e della coesione nazionale. Per sopravvivere come “Regno Unito” sarà necessaria una riforma epocale come quella del 1832. In Europa il vecchio sistema deve essere rifondato per evitare il rischio di essere travolto dal populismo e dal nazionalismo. Anche in Russia e Cina sarà necessario un ripensamento totale per evitare che i due sistemi siano travolti dalla recessione economica.

Per sopravvivere sarà necessario dare di nuovo un ruolo alle Nazioni Unite, ritornare all’idealismo della conferenza di San Francisco del 1945 e lavorare insieme. Purtroppo oggi stiamo andando in direzione opposta.

Michael Vatikiotis è un giornalista, scrittore e membro di varie organizzazioni diplomatiche non governative che si è occupato di Asia e rapporti internazionali fin dal 1987. E’ stato editorialista del Far Eastern Economic Review per 16 anni ed oggi è direttore per l’Asia del “Centro per il Dialogo umanitario”, una fondazione privata di base a Ginevra. Vive a Singapore. Ha scritto due saggi molto interessanti. Nel primo, del marzo scorso, egli sostiene che le autocrazie in Asia trovano sostegno nell’erosione delle istituzioni democratiche occidentali che una volta potevano essere uno standard di libertà e giustizia.  L’ondata di democrazia che dall’Europa Occidentale si diffuse in Europa Orientale e Asia negli anni ’70 e ’80, portò ad una crescita notevole dei principi democratici nel mondo. <Su questo vedi anche il bel libro “Il tramonto del liberalismo Occidentale” di Edward Luce che ho citato più volte>. Con la nascita dei movimenti populisti in Occidente questo esempio si è andato spegnendo. Gli USA, una volta esempio di democrazia, sotto l’amministrazione Trump hanno creato seri dubbi sulla reale esistenza di questi principi. V. cita una serie di esempi. Il più importante è dato dall’ atteggiamento americano verso l’India. Durante la sua visita di mesi addietro Trump non menzionò a Modi il supporto alle violenze contro i mussulmani e la minaccia al loro diritto di avere una cittadinanza in India; né parlo della repressione dei dissidenti in Kashmir. Sempre durante la sua visita un magistrato che stava investigando sulle azioni della polizia durante le dimostrazioni  fu rimosso. Ci fu un accenno americano anche timido alla minaccia all’indipendenza del sistema giudiziario, uno dei principi fondamentali di un sistema democratico quale l’India dichiara di essere? Niente di tutto ciò. Discorso analogo si può fare per eventi accaduti in Tailandia, Malesia, etc. In Asia si ha l’impressione che il supporto americano in questi Paesi sia dettato solamente dall’obiettivo di creare una cintura contro la Cina che viene definita da Pompeo il diavolo, il più grande pericolo per il mondo intero. Non sembra che in USA si dia alcun peso all’oppressione di quasi 200 milioni di mussulmani, il 15% della popolazione indiana. In Asia ci sono certamente molte perplessità circa la richiesta della Cina all’America di non ingerirsi negli affari della regione, giacché anche la Cina chiude un occhio su gli stessi abusi di cui vi ho parlato. La stessa UE è stata molto incerta nel condannare la messa al bando delle opposizioni in Cambogia nel 2017. Visto dal punto di vista dei governi asiatici bisogna smettere di guardare a occidente come modello a cui ispirarsi. Ne è un esempio ciò che accade in Indonesia che organizza regolarmente una serie di incontri a Bali per un “forum della democrazia” che riunisca i leaders dei Paesi emergenti. I leaders indonesiani vorrebbero ad esempio supportare l’Afghanistan nel suo tentativo di realizzare un sistema che garantisca i diritti umani. Trump al contrario ha raggiunto un accordo molto controverso con i Talibani, ignora il pericolo che essi costituiscono e mira solo a ritirare le sue truppe dopo averlo invaso come reazione 1ll’11 settembre. Gli stessi leaders europei e americani chiudono gli occhi di fronte ai trattamenti repressivi e inumani dei rifugiati di tutto il mondo. Come ci si può stupire quindi del progressivo scivolamento verso i tradizionali “valori Asiatici”?

Il secondo articolo, di qualche giorno fa, ne è la continuazione ideale, alla luce del coronavirus. Anche in questo caso V. si domanda “cambierà qualcosa dopo questa epidemia?” La sua risposta è netta “certamente non cambierà la conflittualità mondiale, anzi tutte le divisioni fra potenze, regioni del mondo, Paesi confinanti ne verranno esacerbate e si creeranno nuovi argomenti di divisione in analogia con la fine del secondo conflitto mondiale che determinò, immediatamente dopo la sua conclusione, la guerra fredda” V. sostiene la necessità immediata di anticipare le nuove linee di faglia create dalla pandemia e di creare in Asia un nuovo sistema atto a contenere i dissidi e risolvere i problemi prima che si determinino nuove catastrofi. Un esempio è costituito dal vaccino anti-Covid. Ancora non si sa se, quando e da chi esso sarà prodotto, ma già assistiamo al conflitto fa Trump e Macron su chi debba esser il primo a procurarsi le quantità necessarie al proprio Paese, che saranno forse prodotte da Sanofi. Nelle nostre società così profondamente ineguali come sarà risolta la distribuzione del vaccino che assicurerà un passaporto per la vita e contro la disoccupazione? Quando esso sarà disponibile per il cittadini del Terzo e Quarto mondo? La stessa pressione per lo “smart working” stando a casa, non è una mancanza di attenzione verso i poveri e i marginalizzati che saranno certamente gli ultimi della fila mondiale? L’OMS è stata marginalizzata, le sue decisioni e i suoi allarmi sono largamente ignorati e lo stesso Consiglio di Sicurezza dell’ONU non riesce a far approvare una risoluzione di tregua globale. E’ necessario quindi che l’Asia faccia da se e trovi la maniera di condividere metodi e risorse per proteggere la propria salute e la propria sicurezza. L’Asia è il posto dove il virus è nato ed anche la regione dove esso è stato contenuto più efficacemente, anche con metodi diversi. Bisogna anzitutto coordinare le diverse metodologie e abbassare le barriere per un’azione efficace. Questo gruppo potrebbe basarsi sul nucleo storico dei dieci Paesi dell’Asean , a cui dovrebbero aggiungersi altri Paesi come il Bangladesh che ospita quasi un milione di rifugiati Rohingya pur essendo uno dei Paesi più poveri del mondo, e poi Cina, India Giappone e Corea (sia sud che Nord). possibilmente anche Australia e Nuova Zelanda, sul modello degli “ad-hoc Bali process”. Questo schema darebbe la possibilità alla Cina di abbandonare la sua politica difensiva fin ora adottata nella lotta alla pandemia. Soprattutto, mettendo da parte la “tossica rivalità geopolitica fra USA e Cina” dall’equazione regionale si potrebbe ottenere una reale cooperazione cinese. “Non è più tempo per manovre assertive nel mar Cinese Meridionale e confronto fra le marine militari americana e cinese”. I Paesi dell’Asia vogliono che essi smettano la loro guerra a spese degli altri Paesi che sono strattonati da una parte e dall’altra. Tutto ciò è un sogno difficile da realizzarsi ma forse è l’unico per poter evitare una catastrofica guerra del Sud contro il nord del mondo. E’ questo sogno il vero futuro?

A mio parere il nuovo mondo dovrebbe vedere la rinascita dell'Europa, unita, forte, rispettata da Occidente e Oriente e unica capace di fare da punto di equilibrio fra due mondi incapaci di comprendersi e portatori di valori antitetici. Un'Europa che non rinunzi ai propri valori che al contrario devono essere la sua base fondativa. Un'Europa capace di creare un dialogo costruttivo fra tutte le parti in causa evitando populismi, estremismi e pretese di dominio mondiale. Purtroppo sono molto pessimista

4. giu, 2020
11. mag, 2020

11 maggio 2020

Il mondo al risveglio dall’epidemia

1             La pandemia: tutto si ferma

Sembra un secolo e sono passati solo pochi mesi! “Riavvolgiamo il film” per un attimo e torniamo a gennaio scorso. Cosa succedeva in quei giorni? Ci ricordiamo solo una cosa: si parlava in maniera confusa, una notizia di fondo pagina, che una nuova epidemia era appena scoppiata in Cina. Trump mandava i soliti twitter a cui ormai ci ha abituati e ci raccontava di aver parlato con Xi JinPing varie volte, che stavano affrontando il problema in maniera trasparente e che gli staff medici di entrambi i Paesi stavano cooperando in maniera molto attiva. Comunque non c’era alcun problema per gli Stati Uniti. E a parte questo? Cosa stava succedendo in quei giorni? Non ci ricordiamo niente, ma allora i giornali erano pieni di notizie di politica estera.

L’argomento più importante era l’impeachment del Presidente Trump. Vi ricordo solo qualche data. Il 10 gennaio Nancy Pelosi annunziava che stava per mandare al Senato l’atto di accusa e molti americani sostenevano che l’aumento della tensione con l’Iran fosse un tentativo di distogliere l’attenzione dei media; il 20 gennaio alcuni sondaggi indicavano che secondo il 51% degli Americani Trump avrebbe dovuto dimettersi. Non vado oltre sull’argomento perché non è questo il tema di oggi.

Negli stessi giorni, il 15 gennaio alle 18.07 alla Casa Bianca Trump e il vice Premier Cinese Liu He dopo 18 mesi di un aspro conflitto commerciale firmavano un accordo per la fase 1 che avrebbe dovuto mettere termine alla battaglia commerciale “Il mondo ci sta guardando oggi” diceva Trump davanti ad un parterre affollatissimo fra cui spiccava anche Henry Kissinger, l’artefice dell’apertura americana alla Cina ed ancora ascoltatissimo interlocutore di Xi JinPing. I punti salienti dell’accordo sancivano che la Cina accettava di acquistare in un biennio 200 miliardi di $ di beni e servizi americani addizionali. In cambio l’America accettava di sospendere l’ulteriore aumento previsto di dazi sulle esportazioni cinesi. Entrambe le Parti lasciavano inalterati quelli già applicati in vista di una seconda fase dell’accordo. Ci sono inoltre una serie di regole volte a bloccare il furto o il trasferimento forzato di proprietà intellettuale e l’apertura del mercato cinese ai servizi finanziari internazionali. Nella realtà, secondo molti osservatori l’elefante aveva partorito un topolino. Niente infatti cambiava sostanzialmente, anzi a leggere l’accordo traspariva l’enorme diffidenza fra le parti, la difficoltà di imporne l’applicazione come pure la scarsa possibilità che la Cina aumentasse le sue importazione (di cui si stabilivano in dettaglio i vari settori e l’ammontare di ciascuno di essi) “a condizioni di mercato”. I commentatori più obiettivi sostennero che i risultati dell’accordo erano “significativi, ma modesti…” Dal momento che gli USA volevano raggiungere un compromesso non potevano insistere sugli argomenti più difficili, non si poteva fare di più. A questo punto sorgevano due domande: perché Trump aveva voluto questo accordo e chi ne era stato il vincitore. Trump durante la campagna elettorale aveva criticato tutti i suoi predecessori di aver sempre dimostrato un atteggiamento perdente verso l’avversario cinese. La sua amministrazione avrebbe rimesso a posto le cose. Oggi, alla vigilia delle nuove elezioni, e sotto attacco per la storia dell’impeachment, poteva dire che l’economia americana era ai massimi storici, che aveva imposto alla Cina dazi stratosferici riducendone le esportazioni in USA, e che con questo accordo otteneva un ulteriore export di prodotti americani senza cedere niente. Anzi, durante i negoziati per la fase due partiva avvantaggiato per la presenza massiccia dei dazi (che non aveva revocato) e la possibilità di un ulteriore aumento di essi. Xi JinPing, dal canto suo, aveva dimostrato di saper resistere senza troppi danni alla guerra commerciale da parte dell’avversario grazie alla propria capacità di diversificare i mercati di sbocco e di aumentare il mercato interno. Ne era una prova l’accordo firmato nei termini proposti dalla propria delegazione. In realtà non c’erano stati vincitori, ma certamente dei perdenti. Le due economie erano state colpite marginalmente ma alcuni settori americani (il mondo agricolo ad esempio) ne avevano dovuto sopportare il peso. L’economia mondiale aveva ridotto la sua crescita ma non in maniera uniforme; alcuni Paesi, essenzialmente il Vietnam e parzialmente Taiwan e Messico ne avevano tratto significativi benefici. Nessuno dubitava che questa non fosse altro che una semplice tregua. La battaglia sarebbe cominciata di nuovo dopo le elezioni di novembre che Trump era sicuro di vincere. Questa tregua sarebbe servita comunque alla Cina per stabilizzare le sue istituzioni finanziarie e accelerare la politica già iniziata di trasformazione da “fabbrica del mondo” tipica di un Paese in via di sviluppo, verso un grande aumento dei consumi interni e di un’economia di servizi, lasciando a Paesi con un livello economico più basso la produzione di beni a bassa intensità tecnologica. In sostanza il Piano “China 2025” doveva essere mantenuto e, se possibile, accelerato per fronteggiare la nuova prevedibile guerra commerciale.

Tutte le Borse del mondo festeggiarono la pace raggiunta con un significativo balzo in avanti, specie in alcuni settori. Nessuno, almeno in Occidente, pensava allo Tsunami in arrivo: il coronavirus.

Nel frattempo in America i Democratici si preparavano alla battaglia elettorale. Bernie Sanders vinceva alla grande nei primi Stati in cui si era votato per le primarie. Joe Biden andava molto peggio di quanto si era previsto, Obama dietro le quinte cercava di supportare il suo ex-Vicepresidente, soprattutto proponendo un accordo fra i candidati che potesse in qualche modo fronteggiare l’avversario. Nessuno dimenticava infatti che il mancato supporto proprio di Sanders era stato uno dei fattori determinanti per la sconfitta di Hillary Clinton. Anche qui sembrava tutto già scritto. Nessuno pensava a ciò che sarebbe successo solo pochi giorni dopo.

Le sommosse a Hong Kong andavano scemando di intensità ma, come gli osservatori più acuti avevano previsto, il KMG (dato per favorito) aveva perso di nuovo a Taiwan le elezioni politiche. La Presidente in carica aveva avuto buon gioco ad indicare la situazione di HK come la fine destinata a Taiwan se avesse adottato una politica accomodante verso Pechino. Ciò aveva immediatamente inasprito la situazione “attraverso lo stretto” con manifestazioni di forza cinesi ed altrettanti show-down della flotta americana.

E poi, come un gigantesco tornado, arrivò il corona virus e niente fu come prima.

Ho creduto opportuno ricordare tutto ciò perché, da quel momento in poi, nessuno, proprio nessuno, si occupò di argomenti che fino ad allora riempivano le prime pagine dei giornali.

 

2             Si riparte e la guerra ricomincia

Vi ho parlato ampiamente della storia del corona virus, di come l’epidemia si stesse sviluppando e di come vicende mediche e lotta politica fossero strettamente legate l’un l’altra. E’ inutile parlarne ulteriormente. In Cina sembra che, almeno temporaneamente, l’epidemia si sia calmata, in Europa ci si sta avviando sulla stessa strada, a parte forse UK un po’ più indietro per aver adottato all’inizio una linea “negazionista”. Negli USA, anch’essi “negazionisti” per lungo tempo, il corona virus sta divampando in maniera violentissima anche se, facendo un confronto come sarebbe corretto con i dati complessivi della UE invece che con quelli dei singoli Paesi, la differenza è molto meno eclatante. Cosa stia succedendo e cosa succederà in Africa non è di molto interesse per l’opinione pubblica mondiale, come al solito direi. Ci sarebbe da scrivere molto su questo argomento ma non è il tema di oggi.

Purtroppo in USA siamo in un anno elettorale e gli Americani come sempre eleggeranno il nuovo Presidente sulla base di quello che egli è stato capace di fare nel primo mandato in politica interna: la crescita economica, la disoccupazione e in maniera molto più ridotta la politica sanitaria. Trump si sentiva estremamente sicuro di vincere una volta che i suoi problemi giudiziari erano stati definitivamente risolti. L’opposizione Democratica era disorientata, sconfitta, e i vari “padri nobili” già pensavano a costruire un candidato capace di vincere le elezioni del 2024. L’epidemia ha bloccato la crescita economica e, molto peggio, una volta esplosa ha bloccato le attività di moltissime imprese creando un numero enorme di disoccupati, 21.5 milioni nel solo mese di aprile, a causa della mancanza strutturale di ammortizzatori sociali. Questo è il vero motivo per cui Trump, che stupido non è, ha cercato di negare l’esistenza del virus e di sostenere la politica del “tutto va avanti normalmente” fino a che ha potuto. La bomba purtroppo gli è esplosa in mano ed oggi la sua rielezione non è sicura come lo era due mesi fa. Se da un lato sta inondando il Paese di dollari come non era mai stato fatto nella storia americana, dall’altro ha un estremo bisogno di trovare un colpevole su cui indirizzare l’attenzione generale e soprattutto deve, come sempre nella storia americana, far stringere tutto il popolo dietro il suo comandante all’ombra della bandiera a stelle e strisce. E’ questa la forza del popolo americano, dimostrata in tutte le sue crisi.

E qui torna in campo il corona virus nei suoi riflessi politici

In piena epidemia e lasciando basita la comunità internazionale, Trump ha sferrato un violento attacco all’OMS accusandolo di avere aiutato la Cina a coprire sia l’origine che la pericolosità del virus e poi ha deciso di sospendere i finanziamenti all’organizzazione. Trump per la verità non è nuovo a questo progressivo disimpegno da tutti gli organismi internazionali. Ne ricordo solo alcuni: ha smesso di finanziare il fondo delle Nazioni Unite per la popolazione con la scusa che sosteneva gli aborti forzati in Cina (prontamente smentito dall’organizzazione stessa), ha tagliato i fondi all’agenzia dell’ONU per i rifugiati palestinesi, ha tagliato i fondi di aiuti per Gaza, ha sospeso i pagamenti all’Organizzazione dell’aviazione civile internazionale, ha portato fuori gli USA dall’Unesco e dal Consiglio ONU per i diritti umani, ha annunziato di voler rivedere i fondi versati all’ONU. Infine, non ha nominato il suo rappresentante alla Appeal Court del WTO a cui ha minacciato di tagliare i fondi.

Questa volta però la situazione è più grave perché siamo nel mezzo di una pandemia e l’azione americana, al di là dei suoi riflessi economici, è una grave delegittimazione dell’unica organizzazione capace di uniformare e coordinare in qualche modo gli sforzi per venirne a capo. La reazione dell’OMS è stata duplice. Mike Ryan, capo del Programma Emergenze Sanitarie ha sostenuto che “Il corona virus è di origine naturale, come è accaduto in passato con Ebola e la SARS. Noi non abbiamo ricevuto alcun dato o evidenza specifica dal governo americano in relazione alla supposta origine del virus. Dunque, dal nostro punto di vista <l’affermazione> rimane una pura supposizione… Come qualunque organizzazione che si basi su fatti, saremmo molto interessati a ricevere ogni informazione a supporto dell’origine del virus… se questi dati ed evidenze sono disponibili, il governo degli Stati Uniti dovrà decidere se e quando vorrà condividerle con noi. In mancanza di esse l’OMS non può operare in alcun modo”.

In parallelo, durante una delle regolari conferenze stampa l’OMS ha fatto una lista delle informazioni pressoché giornaliere che sono state fornite al mondo intero sui dati e lo sviluppo di questo virus. Essa include anche l’elenco delle visite che emissari dell’OMS stesso hanno fatto in Cina ed a cui hanno partecipato specialisti americani. La trascrizione della parte essenziale di questa dichiarazione è allegata al termine di questa nota. Inoltre vi invio il link della missione in Cina di una delegazione dell’OMS (WHO) dal 16 al 24 febbraio 2020. Di questa numerosa delegazione fanno parte esperti di tutto il mondo, fra cui CLIFFORD LANE, Clinical Director, National Institute of Allergy and Infectious Diseases, US National Institutes of Health, Bethesda, United States; ed anche TIM ECKMANNS, Head of Unit, Healthcare-associated infections, Surveillance of Antibiotics Resistance and Consumption, Robert Koch Institute, Berlin, Germany. Entrambi sono rappresentanti di istituzioni di assoluto prestigio Occidentali.

https://www.dropbox.com/s/22a0hznlbuhf5mg/who-china-joint-mission-on-covid-19-final-report.pdf?dl=0

Vi consiglio di dare un’occhiata a questo rapporto, se non altro per rendervi conto del lavoro fatto e di come questi scienziati abbiano potuto valutare la situazione e, soprattutto, di come abbiano avuto modo di riferire direttamente alle istituzioni sanitarie dei loro Paesi le loro personali valutazioni e le loro impressioni.

Ma cosa ha detto Trump? Credo che lo sappiate tutti. In estrema sintesi, lui e Mike Pompeo, hanno sostenuto che il virus era stato “fabbricato” artificialmente in un laboratorio specializzato di altissima sicurezza a Wuhan, ed in via subordinata che esso fosse sfuggito per errore dallo stesso laboratorio dove stavano studiando un vaccino per la SARS. Infine, in ogni caso, qualunque sia stata la causa, la Cina ha deliberatamente nascosto informazioni vitali per il mondo intero e quindi è responsabile sia da un punto di vista politico che giudiziario di fronte ai Paesi danneggiati.

Per la verità Mike Pompeo è stato capace di contraddirsi anche durante la stessa intervista. Si tratta dell’americana ABC news in cui la giornalista Martha Raddaz intervista Pompeo. Ve ne trascrivo la parte che ho trovato in un report della CNN del 5/5/2020

Raddaz                  Do you believe it was manmade or genetically modified?

Pompeo                 Look, the best experts so far seem to think it was manmade. I have no reason to disbelieve that at this point

Rad                        Your –Your office of the DNI says the consensus, the scientific consensus was not manmade or genetically modified

Pom                       That’s right /--/--/ I agree with that. Yes I’ve – I’ve seen their analysis. I’ve seen the summary that you saw that was released publicly. I have no reason to doubt that that is accurate at this point

Rad                        OK, so just to be clear, you do not think it was manmade or genetically modified.

Pom                       I’ve seen what the intelligence community has said. I have no reason to believe that they’ve got wrong.

A parte questa intervista che fa pensare, trattandosi del più alto funzionario dell’amministrazione americana, resta il fatto che lo stesso Trump ha detto più volte di avere a disposizione prove inconfutabile e che presto le renderà pubbliche. Si tratta di un fatto di gravità eccezionale. Esaminiamo infatti i vari casi:

  • Si tratta di un virus costruito in laboratorio, probabilmente come arma biologica. E’ una situazione equiparabile a un atto di guerra, che sia sfuggito intenzionalmente o meno. Gli USA hanno fatto guerra all’Iraq, accusato di aver prodotto armi di distruzione di massa. Questa accusa si rivelò poi falsa, ma se oggi nei riguardi della Cina fosse vera, perché una reazione così misteriosa e reticente. Non se la sentono di fare una guerra? Rendessero pubbliche le prove! Convocassero immediatamente una riunione del Consiglio di sicurezza dell’0NU denunziando la violazione cinese di tutte le leggi internazionali in materia! Chiedessero al mondo intero di isolare la Cina dal contesto internazionale come responsabile della morte di centinaia di migliaia di persone e di danni incalcolabili all’economia del mondo intero! Niente di tutto ciò. Accuse senza prove, e ritenute impossibili da tutti i virologi incluso il Prof. Fauci, il massimo esperto di virologia americano.
  • Potrebbe trattarsi di un virus sul quale, in quel laboratorio di Wuhan, si stavano effettuando dei tentativi di trovare un vaccino. Tale virus avrebbe infettato qualcuno all’interno del laboratorio e questa persona, uscendo sarebbe stato il famoso, introvabile “paziente 1”. E’ ha mio avviso un’ipotesi possibile. Infatti si tratterebbe di un virus “naturale”, come dicono tutti gli studiosi, isolato in laboratorio e poi sfuggito di mano. I Cinesi, in maniera più o meno consapevole ne sarebbero responsabili, ma, una volta scoperta la verità, avrebbero cercato di spegnere l’incendio senza riuscirci. Il “drammatico errore” di cui parla Trump. Anche in questo caso, visto che non lo fa la Cina, anzi essa nega assolutamente tale possibilità, dovrebbero essere gli USA a dare le prove in loro possesso. Niente di tutto ciò! Solamente accuse che, fatte in questo modo, hanno lo stesso valore delle analoghe indicazioni cinesi che il virus è stato importato in Cina dall’estero durante i giochi mondiali militari svoltisi proprio a Wuhan. Propendere per una o l’altra ipotesi sarebbe secondo me assolutamente aprioristico  e direi fideistico.
  • Resta la terza delle ipotesi fatte dall’amministrazione americana, l’unica di cui, in mancanza di prove, vale la pena discutere. L’epidemia è scoppiata a Wuhan per cause naturali, anche se oggi qualcuno sostiene che il “paziente 1” sia stato infettato nel Guandong qualche mese prima e poi andato ad infettare Wuhan. Secondo l’amministrazione americana, i Cinesi avrebbero deliberatamente mantenute segrete informazioni essenziali per avere tempo di fare incetta sul mercato interno e sui mercati internazionali di tutto il materiale sanitario necessario per far fronte all’epidemia. Esaminiamo questo punto. L’OMS, presunto complice del governo cinese, ha dato comunque evidenza che le informazioni cinesi sono state tempestive. Secondo le ultime informazioni disponibili (da indagini ex-post) sembra che i primi casi si siano verificati nella seconda metà di novembre ma non identificati in maniera diversa da normali polmoniti. Successivamente, nella seconda metà di dicembre si cominciò a sospettare che si trattasse di una “polmonite anomala” e il 31 dicembre le organizzazioni cinesi fecero una comunicazione all’OMS, seguita il 10 gennaio dall’identificazione del virus  e del suo genoma. All’interno del Paese le cose andarono in maniera diversa e nel periodo fra il 30 dicembre e l’inizio di gennaio alcuni medici che dichiararono pubblicamente il rischio di un’epidemia furono tacitati in maniera per noi inaccettabile. Questo non ha avuto alcuna influenza sul resto del mondo. Ciò non toglie però che, come ho detto tempo fa, già nella prima settimana di gennaio l’esistenza di una “infezione polmonare di Wuhan” era di dominio pubblico a Pechino. Qual è la conclusione? Il tempo intercorso fra i primi casi (accertati ex post) e la comunicazione all’estero (circa un mese) mi sembra assolutamente ragionevole ed in linea con quanto successo in Europa dove per altro si sapeva dell’esistenza del virus dal primo gennaio. Su che basi si pensa ad un complotto?
  • Parliamo però di ciò che è successo in America. Qui l’operazione di disinformazione è stata dimostrata dalla stampa. Il Guardian, giornale inglese di assoluta autorevolezza ha elencato tutte le volte in cui il Presidente Trump ha deliberatamente ignorato informazioni ricevute dal suo staff, dal CDC (l’OMS americano) e dai servizi segreti che lo informavano dell’esistenza e della gravità dell’epidemia. Vi riporto qui solo alcune dichiarazioni, le altre sono in allegato; leggetele perché sono molto interessanti

8 Gennaio The center for disease control and Prevention (CDC) <Americano> issues an alert advising that it “is closely monitoring a reported cluster of pneumonia of unknown aetiology (PUE) with possible epidemiologic links to a large wholesale fish and live animal market in Wuhan City, Hubei Province, China”

18 Gennaio The health secretary, Alex Azar, calls Trump at is Mar-a_Lago resort in Florida and briefs him on the coronavirus threat, but “Trump spent much of the conversation wanting to talk about vaping”

21 Gennaio A man in his 30s who had travelled to China is hospitalized in Everett, Washington. He tests positive for Covid-19

22 Gennaio While attending the Davos conference, Trumps makes his first public comment about coronavirus. “We have it totally under control”

30 Gennaio Aznar warns Trump about the looming threat. Trump dismisses him as “alarmist”

23 Febbraio. “There is an increasing probability of a full-blown Covid-19 pandemic that could infect as many as 100 million Americans, with a loss of life of as many as 1-2 million souls”. Navarro, the economic adviser, writes in a memo obtained by Axios

27 Febbraio. “It’s going to disappear”, Trump says in a White House briefing “One day it’s like a miracle, it will disappear”

9 Marzo. White House official say the United States will have tested 1 million people that week and thereafter perform 4 million tests per week. The number was false. Through 12 March, CDC had completed 4000 tests.

 

L’elenco completo del Guardian è in Allegato . Il tentativo di Trump di nascondere la verità all’America e al mondo è del tutto evidente e lo dimostrano tutti i giornali americani. Al di là delle implicazioni politiche, tutto ciò può avere una forte ricaduta non solo elettorale ma anche giuridica visto che l’impatto sulle vite umane, su Wall Street e sull’economia americana è stato certamente gigantesco. Una scommessa non riuscita che non dovrebbe essere permessa in un Paese democratico. Bisogna però dire che nessun Paese Occidentale è emerso per trasparenza. Per parlare dell’Italia (ma situazioni analoghe si sono verificate anche in altri Paesi europei), solo oggi i dati dell’ISTAT e le inchieste della magistratura dimostrano che i morti per il Covid-19 sono stati molti di più di quelli che risultano dalle statistiche ufficiali e che vari dipendenti e funzionari delle RSA sono stati intimiditi e costretti addirittura a non indossare le mascherine per non creare paura ai degenti. Esiste un vecchissimo proverbio dialettale che suona così “Qui il più pulito ha la rogna”. Esso è perfettamente applicabile a tutti i Paesi del mondo (Cina inclusa), ma l’occidente preferisce chiudersi in maniera auto-assolutoria all’interno di un mondo ideale di democrazia che non esiste più da molti decenni invece di affrontare la verità e cercare di ritornare alla “purezza” dei vecchi principi, aggiornati ovviamente alla realtà di oggi.

3             Cosa dobbiamo aspettarci

Torniamo alla “dura realtà”. Trump e l’America tutta hanno bisogno, per motivi diversi, di trovare un colpevole e non ne esiste uno migliore della Cina. Esso viene via via definito “un Paese Comunista”, “un Paese governato da una cricca che impone la sua volontà al popolo”, “un Paese dove la libertà non esiste”, “un Paese che ignora i più elementari diritti umani”, “un regime imperialista che ha assoggettato l’Africa e vuole comprarsi l’Europa”, “un regime che vuole imporre la sua egemonia al mondo intero”. Potrei andare avanti all’infinito con un florilegio di slogan che, indipendentemente se veri o falsi, fanno un’enorme presa sul popolo americano, “il cavaliere bianco voluto da Dio per portare la pace, la libertà e la ricchezza al mondo intero”, anche questo è uno slogan, ma gli Americani ci credono.

Ciò comporta due conseguenze: anzitutto la fiducia del popolo americano nei confronti della Cina è ai minimi storici. Oggi il 66% degli americani non si fidano e, cosa più importante, quest’idea è comune sia ai repubblicani (72%) che ai democratici (62%) (vedi figura). La seconda conseguenza, molto legata all’animo americano è “la Cina deve essere punita”, un’idea perfettamente in linea con le necessità personali del Presidente Trump.

Soffermiamoci su questo punto.

  • Almeno due stati Americani hanno chiesto che venga tolta alla Cina l’immunità sovrana in modo da poterla trascinare in un tribunale americano, processarla sulla base di leggi americane da applicare sia ai leaders cinesi (in sede penale) che ai beni delle grandi società di stato presenti in America e più in generale nei Paesi Occidentali. Credo sia evidente a tutti che sarebbe un’azione inaccettabile a qualsiasi stato sovrano, del tutto equivalente ad un atto di guerra.
  • L’amministrazione americana sta valutando la possibilità di alzare alle stelle i dazi sulle importazioni sulla base di interpretazioni unilaterali dell’accordo firmato a gennaio.
  • L’amministrazione americana sta studiando la possibilità di imporre per legge alle società americane presenti in Cina di ritirarsi dal Paese. Ciò è stato fatto recentemente con l’obbligo alle società americane operanti in Venezuela di sospendere le estrazioni petrolifere e quindi di pagare al Paese le relative Royalties.
  • Esiste una proposta di non rimborsare a scadenza i Treasury bonds americani in mano cinesi, o come minimo non pagarne gli interessi.

Fino a qui, a parte il primo punto, parliamo sostanzialmente di provvedimenti economici e ce ne sarebbero anche altri in discussione , ma ne esistono di ben più pericolosi e torniamo al Mar della Cina e alle altre acque che la circondano. Voi tutti sapete, ed io stesso ve ne ho parlato varie volte in questi due anni, che è il punto di più insanabile frizioni fra i due Paesi. Gli argomenti in discussione sono sostanzialmente tre.

  • Il problema di Taiwan di cui abbiamo parlato anche di recente;
  • Lo stretto di Malacca, attraverso il quale transita il 45% del commercio mondiale, ma anche l’80% delle importazioni petrolifere cinesi. Entrambi i Paesi, per motivi assolutamente simmetrici vogliono mantenerne il controllo. In particolare gli USA, chiudendo quello stretto impedirebbero rifornimenti energetici vitali per la Cina. Questo aspetto, come vi ho già detto è il motore principale dell’accordo strategico con la Russia che fornisce petrolio e gas alla Cina via terra dalla Siberia, ed è anche uno dei motori della Via della seta, attraverso il corridoio Cina-Pakistan ed il suo terminale portuale che le permette di liberarsi dal cappio attorno a Malacca.
  • Il problema della sovranità di molti isolotti e scogli alcuni dei quali sommersi, sparpagliati in quel mare. Parecchi Paesi rivendicano la sovranità su di essi. Oltre la Cina, il Vietnam, le Filippine, la Malesia, l’Indonesia, Brunei e Taiwan. Ci sono state nel tempo svariate scaramucce fra questi Paesi. Ovviamente l’America non dovrebbe averci niente a che fare, ma essa, sempre nella sua qualità di “imperatore del mondo” fa transitare i suoi mezzi militari attraverso quei mari per rivendicarne la libertà di navigazione. Ovviamente si tratta di una provocazione militare, analoga a quella che farebbero i Cinesi se facessero transitare una loro portaerei nel canale che divide la Florida da Cuba. E’ assolutamente la stessa situazione, ma se avvenisse, essa verrebbe considerata un atto di guerra, come la famosa crisi fra Kennedy e Kruscev che ci portò a poche ore dalla terza guerra mondiale. In quell’occasione la ragione prevalse ed oggi non credo che i Cinesi avrebbero alcuna intenzione di fare una cosa del genere.

Il primo aprile 2001 un aereo spia della marina militare americana con 24 uomini a bordo viene intercettato nei cieli di Hainan da due caccia cinesi che tentano di farlo atterrare. Si determina una collisione, il caccia precipita causando la morte del pilota ed il quadrimotore americano, seriamente danneggiato, è costretto ad effettuare un atterraggio di emergenza ad Hainan. I Cinesi arrestano l’equipaggio, prendono possesso dell’aeroplano e cominciano ad esaminarlo. Anche in questo caso è una situazione simile all’abbattimento dell’U2 americano nei cieli russi sempre all’epoca della guerra fredda. Scambi di accuse fra i due Paesi, ma usando parole volutamente ambigue per poter permettere ad entrambi i governi di “salvare la faccia”. E così fu, gli interessi in gioco erano troppo grandi per creare una grossa crisi e tutto si risolse con il “profondo dispiacere di George W. Bush” per la morte del pilota cinese ed il ritorno in patria dell’equipaggio americano.

Incidenti di questo tipo, questa volta navali, si sono ripetuti almeno due volte nell’ultimo anno. In entrambi i casi una nave militare americana effettuava un passaggio dimostrativo in acque rivendicate dai Cinesi, mentre gli americani le considerano internazionali. Una nave militare cinese cercò di ostacolarla ed i filmati fanno vedere le navi vicinissime, al punto che gli equipaggi piazzarono degli enormi parabordi per minimizzare i danni, considerati quasi inevitabili. In entrambi i casi la nave americana virò all’ultimo momento e la collisione fu evitata, ma ci furono grandi proteste da entrambi i lati.

Oggi però la situazione è molto più grave. Gli americani hanno effettuato una spedizione navale dimostrativa in grande stile, sollevando le proteste cinesi ed i Cinesi hanno risposto due volte, sia con un’analoga parata militare, sia con “un’esercitazione militare” dei suoi due sottomarini nucleari, uno dei quali ha lanciato, in immersione, un missile balistico capace di trasportare armi nucleari a grande distanza. Tutto ciò ovviamente diffuso in tutto il mondo da entrambe le parti con filmati “celebrativi”. La Cina infine ha diffuso un altro filmato in Cinese e inglese che illustra le capacità delle varie armi, inclusa specialmente la difesa territoriale. Fino a qua comunque si tratta di manifestazioni muscolari spettacolari da entrambe le parti, volte non tanto a spaventare l’avversario, ma piuttosto dal lato americano ad intimorire i propri alleati a non sbagliare le loro scelte anzi a serrare i ranghi dietro il “comandante”. Dal lato cinese, che non può ovviamente immaginare un attacco al territorio americano, serve a dimostrare la prepotenza americana e la propria capacità di difesa. L’aspetto preoccupante è piuttosto un altro. L’agenzia Reuters scrive

“An internal Chinese report warns that Beijing faces a rising wave of hostility ….that could tip relations with the Unites States into confrontation. The report, presented early last month by the Ministry of State Security to Top Beijing leaders including President Xi Jinping, concluded that global anti/China sentiment is at its highest since the 1989 Tiananmen Square crackdown. As a result, Beijing faces a wave of anti-China sentiment led by the United States in the aftermath of the pandemic and needs to be prepared in a worst/case scenario for armed confrontation between the two global powers, according to people familiar with the report’s content, who declined to be identified given the sensitivity of the matter. Reuters has not seen the briefing paper, but it was described by people who had direct knowledge of its findings”

Vista la serietà della Reuters la credibilità di questa informazione è abbastanza indiscutibile. In parallelo, da informazioni private che non ho potuto verificare, risulterebbe che, fra le varie opzioni di “punizione”, in America sia allo studio la possibilità di un attacco ad una delle isole contese nel mar della Cina. Una possibile scusa sarebbe in questo caso, l’accordo con uno degli stati che reclamano il proprio diritto sull’isoletta in oggetto. Sarebbe forse un escamotage valido per “salvare la faccia” ma verrebbe comunque percepito come atto di guerra ed esporrebbe lo stato “complice” a ritorsioni cinesi. Io non penso che ciò si verificherà almeno in maniera deliberata ma un incidente come quello del 2001 porterebbe a conseguenze molto più gravi.

Ovviamente ci sono “pontieri” da entrambe le parti. In Cina per esempio esistono esortazioni a trascurare per il momento rivendicazioni eccessive su Taiwan perché “sarebbe troppo costoso”

La stessa cosa vale per i due negoziatori dell’accordo Fase 1 che si sono sentiti al telefono e hanno concordato di continuare a collaborare per l’applicazione dell’accordo, nonostante il ritardo dovuto all’esplosione della pandemia e la chiusura sostanziale del commercio internazionale.

Infine la notizia forse più significativa. La riporta l’agenzia France Press (AFP) in una nota da Pechino dell’8 Maggio. Secondo quanta riporta Al Arabiya  “China said Friday it supports the establishment of a panel led by the World Health Organization to review the global response to the coronavirus pandemic…. The review should be conducted in an open, transparent and inclusive manner at an appropriate time after the pandemic is over.”

Certamente questa ricerca sarebbe utilissima sia per la scienza che per la politica. Ma i Cinesi parlano di “global response. Essa porterebbe alla luce certamente ritardi ed errori da parte cinese, ma anche tutti i ritardi, gli errori ed anche la disinformazione deliberata che si è verificata in Occidente. Cito ad esempio ciò che è successo in America ed anche da noi, in Italia, con la scoperta notevolmente tardiva dell’esistenza dell’epidemia, con i dati assolutamente errati della mortalità e con le intimidazioni, ormai note, al personale delle RSA. Lo accetteranno le nostre democrazie? Sarebbe una dimostrazione estremamente importante del fatto che la democrazia non teme di mostrare i suoi errori. Non penso però che ciò succederà perché siamo tutti troppo convinti della nostra superiorità morale e di conseguenza la richiesta di dare dimostrazioni di sorta sarebbe vissuta come una “diminutio” inaccettabile.

Nel frattempo, secondo quanto riporta il Financial Times in un articolo del 27 aprile, scienziati della Columbia University e della Sun Yan Sen University di Guanzhou stanno effettuando una ricerca congiunta in Cina sulle origini del corona virus. Ma la politica ed i media internazionali non hanno alcun interesse a parlare di queste cose.

4             Conclusioni

Io non credo che si arriverà ad uno scontro armato. Non lo vogliono i Cinesi e credo che non lo vogliano neanche molti generali del Pentagono. Essi sanno infatti che i Cinesi non sono come i Russi all’epoca di Kruscev, ed i Cinesi che sono oggi esasperati nei confronti degli americani non si tirerebbero indietro.

E’ realistico però che ci possa essere un vero “decoupling” imposto dal governo USA. Esso non sarebbe altro che la continuazione di tutta la politica dell’amministrazione Trump, da un lato neo-isolazionista, ma dall’altro vetero-imperialista. Si inasprirà il blocco di forniture critiche per la Cina come i microchips della Qualcomm. Si imporrà in qualche modo la riduzione delle importazioni americane di prodotti intermedi, come ad esempio parti dei cellulari Apple. Ovviamente si continuerà a fare pressioni su tutto il mondo per evitare l’adozione del sistema 5G messo a punto da Huawei. Probabilmente i Cinesi reagiranno e si innescherà una nuova guerra commerciale.

Del resto, se Trump per cercare di vincere le elezioni di novembre si trova abbastanza con le spalle al muro, anche Xi JinPing è debole in questo momento. Non si tratta del modo in cui ha affrontato l’epidemia e del rigido lock-down, ma di qualcosa di molto più profondo. Il “patto sociale” fra il leader e il popolo in Cina si basa su un concetto millenario: “io popolo ti cedo parte della mia libertà, ma tu mi devi assicurare benessere, sicurezza, istruzione”. Il sistema di governo cinese si basa su risultati incontrovertibili, mai ottenuti nella storia del mondo: 750 milioni di persone sono passati da una situazione peggiore di quella di molti Paesi africani, fame, malattie, disoccupazione etc. ad una relativa prosperità. Per ottenere questo hanno accettato regole severissime come la politica del figlio unico o limiti alla libertà di movimento. Se questo trend non continuerà o, peggio, si invertirà sarà molto più facile disarcionare il numero uno che affrontare una grave sommossa. Del resto, dopo Tienanmen, il Segretario del PCC fu posto a rigidissimi arresti domiciliari e vi restò fino alla morte.

La Cina quindi non vuole certo una guerra e cercherà di essere conciliante, ma non può  dimenticare l’orgoglio irriducibile dei Cinesi “Il territorio cinese può essere conquistato ma non può essere dato via…Il popolo cinese può essere massacrato, ma non si arrenderà mai”  Queste sono alcune parole del manifesto degli studenti il 4 maggio 1919 durante le manifestazioni di piazza Tienanmen, e settant’anni dopo nella stessa piazza, e sotto il quadro delle manifestazioni del ’19, altri studenti si sacrificarono. La Cina è obbligata quindi a continuare a crescere ancora senza cedere niente agli Americani.

Trump sarà capace di imporre vere e proprie sanzioni contro la Cina, come ha fatto con la Russia, l’Iran, il Venezuela etc.? Ci proverà senz’altro ma dovrà riuscire a tirarsi dietro i Paesi Europei, altrimenti, di fronte ad una neutralità europea sarà costretto ad abbandonare questa strada.

Ci stiamo avviando quindi, con molta probabilità, verso una nuova, gigantesca crisi globale, di cui faranno le spese i Paesi più deboli, e noi siamo fra quelli. Certamente, ci verranno fatti balenare davanti agli occhi “specchietti e collanine” come si faceva con i popoli da ridurre in schiavitù. I popoli europei se cadranno in questa trappola diverranno schiavi di questo o quell’impero. Uniti, potranno invece essere l’ago della bilancia mondiale ed i veri garanti della pace

Ma non ci spero troppo .

11. mag, 2020
11. mag, 2020