14. dic, 2020

CHE MONDO SARA' DOPO IL COVID?

 Ho partecvipato a un dibattino lanciato dai giornalisti di Linkedin sui cambiamneti da aspettarsi in seguito alla pandemia. Ecco il mio intervento

Tutti i punti analizzati, e molti dei commenti, sono assolutamente condivisibili. Vorrei però approfondire alcuni punti secondo me essenziali.

SMART WORKING. L’isolamento imposto dal Covid ha creato la necessità di massimizzare il lavoro a distanza. Esso è cosa ben diversa dallo “smart working” che implica un cambiamento sostanziale nella regolamentazione del lavoro, nella valutazione delle persone non più basata sulle “ore” ma sul raggiungimento di obiettivi prefissati. Sono assolutamente convinto che si arriverà a questo per i suoi evidenti vantaggi in termini di maggiore possibilità di venire incontro alle esigenze individuali, riduzione del tempo “sprecato” in lunghi trasferimenti casa-ufficio, minore inquinamento delle grandi città dovuto ai trasferimenti etc. Vedo però due grandi problemi. Il primo: parlando di delocalizzazione si conosce il punto di partenza ma non il punto di arrivo. Già molto prima del Covid le grandi multinazionali nel settore dei servizi hanno delocalizzato molteplici attività, specialmente quelle a basso contenuto tecnologico, in Paesi con un costo più basso della manodopera. Si parte dal delocalizzare in una città, poi in un Paese, e si finisce con una delocalizzazione dall’altro lato del mondo. Il secondo e secondo me più importante: lavoro in ufficio non vuol dire solamente “lavorare nello stesso edificio”. Esso significa permettere alle persone di conoscersi, capirsi, condividere idee ed opinioni, discutere i vari aspetti del lavoro e capire a fondo le esigenze degli altri. Tutto ciò si capisce non solo dagli scritti e dalle parole, ma dal linguaggio del corpo, dagli occhi, dagli atteggiamenti, tutti aspetti che sono parte importante della natura umana. Quando ci si deve scambiare idee e non semplicemente informazioni nessuna videoconferenza sostituirà mai una riunione in presenza.

ISOLAMENTO DEGLI INDIVIDUI. Quando vedo i ragazzi di oggi, la generazione non più dei miei figli ma dei miei nipoti, “chattare” via computer con coetanei mai visti, il cui sesso, età abitudini è sempre dichiarato ma mai verificato, mi viene una grande tristezza. Giocare insieme con i vari software ben conosciuti in questa  generazione non  ha niente a che fare con i giochi di qualunque tipo fatti in presenza. Lo stesso si può dire per qualunque forma di dialogo e così pure di visione “in streaming” di film, spettacoli teatrali etc. Qualche anno fa, in crociera in barca con alcuni amici, sbarcammo per cena in un ristorante. Accanto alla sala vera e propria, c’era un piano bar con una serie di divanetti; il mare, la luna, la musica… Una giovane coppia, avranno avuto 25 anni, era seduta lì e ciascuno dei due compulsava il suo cellulare. Mi si strinse il cuore. E’ questo il mondo che vogliamo? Come ci saremmo comportati noi cinquant’anni fa? Gli esseri umani sono fatti per stare assieme, dialogare, amarsi, litigare, ma mai da soli parlando con un computer e credendo di dialogare.

IL MONDO CHE VERRA’. Lavorando nel mondo del petrolio ho passato quasi 50 anni viaggiando in tutti i continenti, a contatto con persone di tutte le razze, culture, religioni, etc. Un po’ per carattere ed un po’ per necessità ho cominciato ad occuparmi di geopolitica e questa è diventata oggi la mia occupazione principale. Come giustamente ha detto Papa Francesco la vera globalizzazione di oggi è quella dei contatti, molto più di quella del commercio e della finanza. La facilità di spostamenti a basso costo dall’altro lato del mondo ha fatto si che una quantità enorme di persone ha avuto modo di visitare Paesi lontani. Nella maggioranza dei casi ciò non ha portato alcun miglioramento nella conoscenza diretta fra mondi di cui prima si vedevano solo fotografie e reportage. Ci si è limitati, questo si, a innumerevoli “selfies” ovviamente pubblicati immediatamente sui “social” ma ciascuno di noi si è portato dietro i propri pregiudizi e i propri stereotipi. Non ci si è resi conto che il mondo era di fronte ad una situazione assolutamente nuova. Tutti gli “imperi” della storia, dall’impero romano fino a quello britannico, sostituito dopo la seconda guerra mondiale dall’”impero americano” prefiguravano un mondo unipolare con una sola cultura ed una sola potenza dominante. La “guerra fredda” in realtà pose a confronto due potenze militari, USA e URSS, alla cui base c'era una sola cultura, quella occidentale di cui anche il Marxismo faceva parte, che avevano preso due strade diverse nell’ambito però dello stesso filone. La diversità oggi è costituita dal fatto che il mondo occidentale si è trovato improvvisamente di fronte ad un altro mondo, completamente diverso ed estraneo al nostro fin dagli albori della civiltà umana. Di esso non sappiamo niente, non lo abbiamo studiato a scuola e non ne parlano i giornali. Chi veramente ha voluto conoscere la Cina, senza preconcetti e stereotipi, sa bene ciò che dico ma sono, siamo in pochi. Ne è prova Matteo Ricci (da noi sconosciuto), il gesuita che ancora oggi fa parte della storia cinese e la successiva cacciata dei suoi successori, di ben altra pasta. Voglio dire che la Cina, e con essa tutto l’estremo oriente  seguono una strada assolutamente diversa dalla nostra e non accetteranno mai una “conversione” alle nostre idee, come noi non accettiamo, giustamente, il viceversa. Purtroppo ciò ha delle implicazioni profonde che il Covid ha evidenziato. Negli USA, ma anche da noi, la Cina ha colpa  delle morti e della crisi economica che imperversano ancora oggi. Su questa base la politica di confronto violento instaurata da Trump ha fatto sicuramente presa sul popolo americano ed il nuovo presidente non potrà che seguire, forse in maniera meno accesa, la politica di confronto e contenimento dell’altro mondo. Come vedete è uno scontro molto diverso dal passato. La Cina se ne è resa conto e sta andando avanti per la sua strada. Ne è prova il recente accordo di RCEP (Comprehensive Economic Partnership), firmato dai dieci Paesi dell’Asean, l’associazione del Sud Est Asiatico, e Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Parliamo del più grande patto commerciale del mondo (circa 30% del PIL mondiale). L’obiettivo dichiarato è quello di abbassare i dazi doganali ed aprirsi al mercato dei servizi in una “semi-globalizzazione” del commercio mondiale. Tutto ciò mentre l’Occidente va in direzione opposta, in un isolazionismo anche al suo interno, che contribuirà a perpetuare la crisi economica. Ma c’è di peggio. Gli osservatori più attenti sanno bene che la crisi militare si accentua ogni giorno che passa, con screzi continui e un riarmo rapidissimo da entrambe le parti. Non si tratta di ideali (come del resto dimostra la storia di tutte le guerre) ma del controllo degli stretti che bloccherebbero l’accesso della Cina ai suoi rifornimenti essenziali. Ricordiamoci che quando L’URSS cercò di inserirsi del mar dei Caraibi, di fronte alla Florida , con la fornitura dei missili a Cuba arrivammo sull’orlo di una nuova guerra mondiale. Fortunatamente Kruscev fece marcia indietro, ma stiamo pur certi che la Cina non lo farebbe perché il confronto ha le sue radici in una diversa percezione del mondo. Ecco, questo è il punto essenziale dei prossimi anni: il mantenimento della pace, almeno quello, se non si riuscirà a ricreare il dialogo e la concordia.