9. nov, 2020

Testo

 

8 novembre 2020

Le bugie del Presidente

E’ ancora troppo presto per parlare sia del quadriennio Trump che di cosa ci si aspetta dal nuovo presidente Biden. Ancona meno si può ipotizzare ciò che accadrà da qui al 20 gennaio, giorno del passaggio di poteri.

Qualche considerazione però si può fare. Trump, prevedendo che i voti per posta, assolutamente legali in America, avrebbero favorito i Democratici e ipotizzando di andare in vantaggio, anche se in maniera  risicata, il giorno delle elezioni sulla base dei soli voti ai seggi, ha cercato da più di un mese di impedire il voto “da remoto” per pretesi brogli possibili. Tutto ciò si è puntualmente verificato e prima ancora della fine dello spoglio sono cominciate denunzie di tutti i tipi. Vere? False? Ne sappiamo poco, gli inviati dei Media italiani in USA non sono entrati nel merito, i giornali americani erano ufficialmente schierati da prima delle elezioni (come è loro tradizione) ed ho preferito fare riferimento alle informazioni della Deutsche Welle (DW), l’emittente pubblica tedesca di radiodiffusioni, un po’ come la BBC World. Dovrebbe essere una fonte più neutrale. Essa ha analizzato una serie di accuse di frode o manipolazioni del voto. Per altro già gli osservatori dell’OSCE il 6 novembre avevano criticato il presidente Trump per le sue accuse infondate di frode effettuata nei voti posatili. Vi riassumo alcuni dati letti appunto su DW.

  • Il figlio di Trump ha retwittato un video che secondo lui mostrava 80 schede postali bruciate.

Questa informazione è diventata virale. Alla verifica è risultato che si trattava di facsimili di schede, bruciati a Virginia Beach. Funzionari della città lo hanno confermato

  • Un Twitter ha dichiarato che nel Wisconsin si è fatta una sospensione dei conteggi durante la notte. La mattina dopo Biden, che era indietro di 100.000 voti, si è improvvisamente trovato avanti di circa 8000 voti. Analoghe accuse si sono verificate in Georgia, Nevada e Pennsylvania, cioè tutti gli stati in bilico. La realtà, come dichiarato da Megan Wolfe, il funzionario responsabile del processo elettorale in Winsconsin, è che i voti postali sono stati raccolti e scrutinati tutti insieme dopo lo scrutinio dei voti ai seggi. I voti postali  erano di gran lunga a favore di Biden. Secondo un survey del Pew research Center (che vi ho citato più volte in passato) precedente alle elezioni, ci si aspettava che il 51% dei democratici avrebbero votato per posta contro il 21% dei repubblicani). Wolfe ha dichiarato in una conferenza stampa “i nostri scrutatori della contea <di Milwaukee, quella “incriminata”> hanno lavorato tutta la notte senza sosta per essere sicuri che tutti i voti validi fossero considerati e contati  accuratamente”
  • Un Twitter di Trump il 5 novembre dichiarava “Ogni voto pervenuto dopo il giorno delle elezioni non deve essere considerato”. Ciò è contrario alle leggi dei vari stati americani, differenti fra di loro ma d’accordo su un punto: non si può votare dopo la giornata elettorale, ma i voti postali possono arrivare in ritardo.
  • Un video mostra una persona che trasporta un carrello in un centro di raccolta dei voti postali. Si è detto che quel carrello conteneva 130.000 voti in scatoloni. Falso. La persona era un dipendente di una TV che trasportava materiale necessario per le riprese. Kelly SoRelle, l’avvocato che aveva ripreso il video, in un’intervista ha dichiarato che quanto era stato successivamente mostrato era “molto simile a quanto visto da lei” 

Vero? Falso?. Nessuno può dirlo fino a che non ci saranno i risultati delle varie inchieste. Una cosa è però assolutamente certa. Se le accuse sono vere si è trattato di un complotto su larga scala che ha coinvolto moltissime persone

Permettetemi però una considerazione. Trump sarà nella pienezza dei suoi poteri fino al 20 gennaio. Come sapete essi sono enormi. Un solo esempio. Il presidente può scatenare un attacco militare senza l’autorizzazione del parlamento, e la valigetta con i codici nucleari starà sempre accanto a lui fino al venti gennaio. Nelle elezioni presidenziali del 2000 successe qualcosa di simile. Si affrontavano Bush e Gore. I voti della Florida erano in contestazione e li stavano ricontando. La legge americana prevede che tutte le operazioni devono essere completate entro una data che mi sembra sia approssimativamente il dieci dicembre. Non essendo stati completati, la parola è passata alla Corte Suprema che ha posto fine al riconteggio e dichiarato Bush vincitore. Al Gore poteva appellarsi al Parlamento ma preferì, con grande senso dello Stato, di dare la “concessione” che normalmente pone fine a tutte le contestazioni.

Trump sta decidendo cosa fare. Molti nel suo Partito e nella sua famiglia gli stanno suggerendo (sembra) di andare avanti nella contestazione solo se è in possesso di prove estremamente importanti a suo favore. Non può infatti un Presidente in carica (e con i suoi poteri) accusare l’organizzazione statale che lui presiede di fatti così gravi in un Paese che si proclama il leader della democrazia occidentale.

Nei giorni tragici in cui Nixon stava per dimettersi, le gravissime preoccupazioni di Kissinger e del generale Haig erano proprio che il Presidente, in preda ad uno stress emotivo spaventoso avrebbe potuto trascinare il Paese ed il mondo in qualche atto sconsiderato. Fortunatamente allora non successe.

Nelle trattative segrete certamente in corso, una buona carta in mano a Biden è il “perdono presidenziale”, una sorta di grazia molto estesa che tradizionalmente fa ogni nuovo Presidente verso il predecessore per metterlo al riparo da potenziali rischi giudiziari una volta tornato un privato cittadino. Biden aveva dichiarato che non lo avrebbe fatto visto il carico di potenziali accuse che potrebbero riversarsi su Trump. Oggi, in nome della “real politik” essa potrebbe tornargli utile.