21 dicembre 2020

21. dic, 2020

 

21 dicembre 2020

CHI SALE E CHI SCENDE

Siamo giunti alla fine dell’anno e si comincia a tirare le somme. Senza aspettare le statistiche che ci daranno i risultati ufficiali, alcuni dati sono evidentissimi.

L’epidemia

In Occidente stiamo tutti attraversando una seconda ondata, se possibile più diffusa, più dura e più mortale della prima. Uno dopo l’altro i vari Paesi europei e il Nord America sono stati costretti ad alzare rapidamente le vecchie barriere ad ogni movimento per evitare di trovarci in gennaio di fronte ad una situazione ingestibile. Nel terzo e quarto mondo il Covid continua a procedere indisturbato senza grandi picchi positivi o negativi. Purtroppo nell’immensità di quei Paesi una quantità considerevole di morti sfuggirà ad ogni censimento. In tutta l’Asia sud Orientale la situazione è opposta. In Cina la chiusura feroce e senza eccezione alcuna ha fatto scomparire il virus. Il tracciamento accuratissimo e con reazioni immediate spegne immediatamente ogni microscopico focolaio. La vita è tornata normale, a parte un rigorosissimo controllo alle frontiere. Lo stesso si può affermare in tutti gli altri Paesi di quella parte del mondo. Essi hanno regimi politici nettamente diversi uno dall’altro, storie, filosofie e modi di vita altrettanto diversi. Un solo elemento secondo me li unifica e forse spiega cosa stia succedendo nel mondo: in Occidente un individualismo esasperato e un’ altrettanto erronea idea della libertà impediscono qualsiasi misura realmente efficace. Il cosiddetto “lock-down assoluto” della primavera scorsa, che tale non era per le numerosissime eccezioni e la mancanza di reali controlli, era stato capace di schiacciare il virus, ma non di distruggerlo. Che cosa è successo? Al minimo accenno di riapertura esso è riesploso in maniera ancora più violenta e diffusa di prima. Di questo dobbiamo ringraziare quella minoranza di incoscienti le cui fotografie sono comparse questa estate sui giornali. Sarebbero bastate poche, semplici precauzioni: distanziamento, mascherina e pulizia delle mani, ma era una limitazione troppo grande della cosiddetta libertà!

L’economia

Tutte le economie occidentali, è evidente, sono in profondo rosso e il peggio deve ancora venire. Tutti gli errori strutturali, le manchevolezze e le fragilità dovute alla politica dei decenni passati presentano il conto. Negli USA la stessa democrazia sta scricchiolando e tutti i grandi giornali scrivono che la nuova Presidenza e il nuovo Parlamento dovranno introdurre modifiche significative. Noi in Italia stiamo accumulando in piena allegria (è purtroppo inevitabile) una quantità incredibile di debiti che, sommati a quelli pregressi, mettono seriamente in pericolo la possibilità di affrontare i prossimi anni senza dover mettere mano a provvedimenti durissimi che ci impoveriranno tutti, mi auguro in maniera equa. Ciò potrebbe portare a gravi problemi sociali. Le uniche Borse positive rispetto a un anno fa sono New York e Francoforte, segno che il mondo crede alle possibilità crescita, relativa, di quei due Paesi, anche se per motivi diversi. Che succede in Oriente? Messa in archivio rapidamente la crisi del Covid, tutte le economie sono ripartite alla grande e tutto quel mondo (non solo la Cina) si avvia ad acquisire un’incontestabile supremazia.

Perché?

Azzardo una risposta basandomi su poche evidenze. Non è certo la “dittatura cinese” perché questo risultato è comune a tutti i Paesi dell’Asia Orientale, con sistemi politici assolutamente differenti fra loro. Due cose il accomunano fra di loro e li differenziano dal nostro mondo. La prima: un individualismo temperato da una forte prevalenza della necessità del bene comune. Esso ha motivazioni diverse nei vari Paesi ma il risultato è lo stesso. La seconda: il riconoscimento popolare di un’affidabilità dei sistemi di governo di quei Paesi, quali essi siano, e la consapevolezza che essi si prodigano per il bene comune. Queste sono le due gambe su cui si appoggiano provvedimenti anche duri ma credibili.

Appena stamattina, in un dibattito, un uomo politico ha detto “Che male c’è se cinquanta famiglie in un condominio si riuniscono, senza uscire dal palazzo, per farsi gli auguri”. Ma dice sul serio o non ha capito niente? Fra quelle cento persone (almeno), ce ne saranno statisticamente parecchie positive, anche se asintomatiche. Quante di quelle cento ne sarebbero contagiate durante gli inevitabili brindisi? Una ventina almeno, che a loro volta contageranno altre persone e così via. Ma proprio non abbiamo capito niente e continuiamo a opporci alle indicazioni ufficiali!

Chiudo con un paradosso e vi prego di considerarlo come tale e guardare la verità sottostante. Molto spesso gruppi di “black bloc” si intrufolano di nascosto in manifestazioni di per se pacifiche e all’improvviso tirano fuori bastoni, bombe carta ed altre armi e si abbandonano ad atti di violenza inauditi. La polizia interviene e spesso è costretta ad adoperare “le maniere forti” con altrettanti atti di violenza. La gran maggioranza di noi, credo, condanna senza se e senza ma queste azioni. Se per caso gli stessi black bloc, coperti da caschi e mascherine ancora più efficaci, decidessero di adoperare, invece dei bastoni, delle buste di antrace e le spargessero nell’aria? La nostra condanna sarebbe ancora più netta e decisa. I bastoni si vedono, sono armi individuali, ci si può scansare. Una polvere, o un gas sparso nell’aria, invisibile e dal qual non ci si può difendere è quanto di più vigliacco si possa immaginare. Ma che hanno di diverso quelle centinaia di scalmanati urlanti che si radunano per strada senza alcuna mascherina, spesso supportati da uomini “politici”, che urlano a gran voce contro la supposta limitazione della libertà? Ad ogni atto respiratorio essi emetto un gas umido ed oltre uno su dieci di essi butta fuori virus, che vanno a finire sugli altri. Quando la manifestazione finisce, i vecchi contagiati, assieme ai nuovi, vanno in giro in metropolitana o al bar o in un negozio a contagiare gli altri. Cosa c’è di diverso rispetto a quelli che spargono l’antrace? Perché la polizia non deve disperderli in maniera altrettanto decisa? E’ veramente una manifestazione di libertà oppure un attentato alla salute pubblica ed all’economia nazionale? Tutto ciò in Asia, anche nelle democrazie asiatiche, non succede.  

 

17. dic, 2020

17 dicembre 2020

LA PRESENZA CINESE IN AFRICA SI CONSOLIDA

Qualche giorno fa c’è stata la cerimonia per la posa della prima pietra del “Centro per il controllo e la prevenzione delle malattie (CDC)” dell’Unione Africana (AU) ad Addis Abeba. L’opera del costo di 80 m$ è stata offerta dalla Cina. Il commissario per gli affari sociali dell’Unione africana Almira Elfadil, ha dichiarato che l’AU apprezza la cooperazione e il supporto della Cina che si è offerta di realizzare l’opera. Tale cooperazione darà un grande contributo per migliorare la capacità della sanità pubblica in Africa. Il vice ministro del commercio cinese ha dichiarato che quest’opera concretizza gli impegni presi nel vertice di Pechino sulla cooperazione Cina-Africa nel 2018. Elfadil ha anche annunziato che la costruzione dei cinque centri regionali in Egitto, Gabon, Kenya, Nigeria e Zambia inizierà presto. Com’era prevedibile, visti gli attuali rapporti fra la Cina e il blocco occidentale, un funzionario americano citato dal Financial Time ha dichiarato che il progetto verrà utilizzato dalla Cina per spiare i dati genomici dell’Africa.

Cameron Hudson, un membro anziano dell’Africa Center presso l’Atlantic Council ha dichiarato che questo CDC è stato modellato nella forma e nella funzione dell’analogo CDC degli Sati Uniti ad Atlanta. L’esigenza di un CDC in AU era emersa per il ruolo avuto in passato dagli USA durante l’epidemia di Ebola nel 2015, e nel 2016 Cina e USA avevano firmato un memorandum congiunto per sostenere il CDC in Africa. In seguito, a causa della politica di riduzione degli aiuti esteri attuata da Trump e l’aspra rivalità fra Washington e Pechino gli USA hanno mandato a monte il progetto. La Cina invece, secondo le dichiarazioni dell’ex ambasciatore USA in Etiopia, dopo aver regalato la sede dell’AU a Pechino ha avuto gioco facile a fare lo stesso con il CDC ad Addis Abeba.

Per completare il quadro, la Cina ha in passato realizzato per lo più con “grant (a titolo gratuito)” stadi di football in Cameron, Zimbabwe, Tanzania; Mozambico, Malawi, Ghana, Angola e Zambia. Ha anche donato gli edifici del parlamento in Zimbabwe, Repubblica del Congo, Lesotho, Mozambico e Sierra Leone.

Qualche riflessione. Non si tratta certo di beneficenza. La Cina sta ampliando la sua influenza in Africa in maniera rapidissima, però non esiste un solo soldato cinese che li ha “conquistati”. La loro presenza è economica e va in parallelo con la realizzazione di infrastrutture che non potranno “portarsi via”. Cosa ha fatto l’Europa in Africa? Ha costruito i propri imperi con le armi o con veri e propri genocidi come ha fatto anche l’Italia ad esempio in Cirenaica (generale Graziani) o con l’importazione degli schiavi come hanno fatto gli USA.

Ripeto, non è beneficenza ma nessun impero ne ha mai fatta. Ricordiamoci che  Churchill, appena diventato Primo Ministro si trovò a dover fronteggiare la rotta dell’esercito inglese in Francia. Chiese aiuto a Roosevelt ma esso gli fu rifiutato setto ogni forma. L’Europa fu salva solo grazie all’eroismo degli inglesi che misero in mare ogni tipo di natanti disponibile per salvare l’esercito e permettere una resistenza che affrontarono da soli,  quando tutti gli altri stati europei erano complici o soggiogati dall’impero tedesco.

In seguito, dopo Pearl Harbour e l’intervento americano contro il Giappone nel Pacifico, solo allora gli USA intervennero in Europa perché era necessario contrastare in maniera globale l’asse di Germania e Giappone. Vinsero e ci fu il Piano Marshall che permise la rinascita europea, anche questo è vero. Fu beneficenza? Neanche quella. Gli Stati Uniti stavano costruendo il loro “impero” che subentrava a quello britannico in rapida dissoluzione. Questa è la verità, priva di preconcetti e ideologie. Ovviamente dobbiamo essere grati agli Stati Uniti che misero di nuovo in piedi l’Europa in rovina, ma dobbiamo anche guardare la realtà storica.

Oggi Trump ha deciso di cambiare politica, e l’Europa che ha fatto? Si è accodata supinamente, prova che l’impero americano ancora funziona. Solo la Germania tenta di opporre resistenza (per esempio le recenti decisioni sul 5G Huawei). Ma davvero, di fronte ad una competizione fra due culture, due storie, due mondi diversi che si sta verificando per la prima volta nella storia del mondo vogliamo stare lì a guardare? Ma davvero, dopo migliaia di anni di storia, l’Europa vuole subire il dominio di una parte o dell’altra? SVEGLIATI EUROPA E RIPRENDITI L’INDIPENDENZA CHE LA TUA STORIA TI IMPONE  

14. dic, 2020

 Ho partecvipato a un dibattino lanciato dai giornalisti di Linkedin sui cambiamneti da aspettarsi in seguito alla pandemia. Ecco il mio intervento

Tutti i punti analizzati, e molti dei commenti, sono assolutamente condivisibili. Vorrei però approfondire alcuni punti secondo me essenziali.

SMART WORKING. L’isolamento imposto dal Covid ha creato la necessità di massimizzare il lavoro a distanza. Esso è cosa ben diversa dallo “smart working” che implica un cambiamento sostanziale nella regolamentazione del lavoro, nella valutazione delle persone non più basata sulle “ore” ma sul raggiungimento di obiettivi prefissati. Sono assolutamente convinto che si arriverà a questo per i suoi evidenti vantaggi in termini di maggiore possibilità di venire incontro alle esigenze individuali, riduzione del tempo “sprecato” in lunghi trasferimenti casa-ufficio, minore inquinamento delle grandi città dovuto ai trasferimenti etc. Vedo però due grandi problemi. Il primo: parlando di delocalizzazione si conosce il punto di partenza ma non il punto di arrivo. Già molto prima del Covid le grandi multinazionali nel settore dei servizi hanno delocalizzato molteplici attività, specialmente quelle a basso contenuto tecnologico, in Paesi con un costo più basso della manodopera. Si parte dal delocalizzare in una città, poi in un Paese, e si finisce con una delocalizzazione dall’altro lato del mondo. Il secondo e secondo me più importante: lavoro in ufficio non vuol dire solamente “lavorare nello stesso edificio”. Esso significa permettere alle persone di conoscersi, capirsi, condividere idee ed opinioni, discutere i vari aspetti del lavoro e capire a fondo le esigenze degli altri. Tutto ciò si capisce non solo dagli scritti e dalle parole, ma dal linguaggio del corpo, dagli occhi, dagli atteggiamenti, tutti aspetti che sono parte importante della natura umana. Quando ci si deve scambiare idee e non semplicemente informazioni nessuna videoconferenza sostituirà mai una riunione in presenza.

ISOLAMENTO DEGLI INDIVIDUI. Quando vedo i ragazzi di oggi, la generazione non più dei miei figli ma dei miei nipoti, “chattare” via computer con coetanei mai visti, il cui sesso, età abitudini è sempre dichiarato ma mai verificato, mi viene una grande tristezza. Giocare insieme con i vari software ben conosciuti in questa  generazione non  ha niente a che fare con i giochi di qualunque tipo fatti in presenza. Lo stesso si può dire per qualunque forma di dialogo e così pure di visione “in streaming” di film, spettacoli teatrali etc. Qualche anno fa, in crociera in barca con alcuni amici, sbarcammo per cena in un ristorante. Accanto alla sala vera e propria, c’era un piano bar con una serie di divanetti; il mare, la luna, la musica… Una giovane coppia, avranno avuto 25 anni, era seduta lì e ciascuno dei due compulsava il suo cellulare. Mi si strinse il cuore. E’ questo il mondo che vogliamo? Come ci saremmo comportati noi cinquant’anni fa? Gli esseri umani sono fatti per stare assieme, dialogare, amarsi, litigare, ma mai da soli parlando con un computer e credendo di dialogare.

IL MONDO CHE VERRA’. Lavorando nel mondo del petrolio ho passato quasi 50 anni viaggiando in tutti i continenti, a contatto con persone di tutte le razze, culture, religioni, etc. Un po’ per carattere ed un po’ per necessità ho cominciato ad occuparmi di geopolitica e questa è diventata oggi la mia occupazione principale. Come giustamente ha detto Papa Francesco la vera globalizzazione di oggi è quella dei contatti, molto più di quella del commercio e della finanza. La facilità di spostamenti a basso costo dall’altro lato del mondo ha fatto si che una quantità enorme di persone ha avuto modo di visitare Paesi lontani. Nella maggioranza dei casi ciò non ha portato alcun miglioramento nella conoscenza diretta fra mondi di cui prima si vedevano solo fotografie e reportage. Ci si è limitati, questo si, a innumerevoli “selfies” ovviamente pubblicati immediatamente sui “social” ma ciascuno di noi si è portato dietro i propri pregiudizi e i propri stereotipi. Non ci si è resi conto che il mondo era di fronte ad una situazione assolutamente nuova. Tutti gli “imperi” della storia, dall’impero romano fino a quello britannico, sostituito dopo la seconda guerra mondiale dall’”impero americano” prefiguravano un mondo unipolare con una sola cultura ed una sola potenza dominante. La “guerra fredda” in realtà pose a confronto due potenze militari, USA e URSS, alla cui base c'era una sola cultura, quella occidentale di cui anche il Marxismo faceva parte, che avevano preso due strade diverse nell’ambito però dello stesso filone. La diversità oggi è costituita dal fatto che il mondo occidentale si è trovato improvvisamente di fronte ad un altro mondo, completamente diverso ed estraneo al nostro fin dagli albori della civiltà umana. Di esso non sappiamo niente, non lo abbiamo studiato a scuola e non ne parlano i giornali. Chi veramente ha voluto conoscere la Cina, senza preconcetti e stereotipi, sa bene ciò che dico ma sono, siamo in pochi. Ne è prova Matteo Ricci (da noi sconosciuto), il gesuita che ancora oggi fa parte della storia cinese e la successiva cacciata dei suoi successori, di ben altra pasta. Voglio dire che la Cina, e con essa tutto l’estremo oriente  seguono una strada assolutamente diversa dalla nostra e non accetteranno mai una “conversione” alle nostre idee, come noi non accettiamo, giustamente, il viceversa. Purtroppo ciò ha delle implicazioni profonde che il Covid ha evidenziato. Negli USA, ma anche da noi, la Cina ha colpa  delle morti e della crisi economica che imperversano ancora oggi. Su questa base la politica di confronto violento instaurata da Trump ha fatto sicuramente presa sul popolo americano ed il nuovo presidente non potrà che seguire, forse in maniera meno accesa, la politica di confronto e contenimento dell’altro mondo. Come vedete è uno scontro molto diverso dal passato. La Cina se ne è resa conto e sta andando avanti per la sua strada. Ne è prova il recente accordo di RCEP (Comprehensive Economic Partnership), firmato dai dieci Paesi dell’Asean, l’associazione del Sud Est Asiatico, e Cina, Giappone, Corea del Sud, Nuova Zelanda e Australia. Parliamo del più grande patto commerciale del mondo (circa 30% del PIL mondiale). L’obiettivo dichiarato è quello di abbassare i dazi doganali ed aprirsi al mercato dei servizi in una “semi-globalizzazione” del commercio mondiale. Tutto ciò mentre l’Occidente va in direzione opposta, in un isolazionismo anche al suo interno, che contribuirà a perpetuare la crisi economica. Ma c’è di peggio. Gli osservatori più attenti sanno bene che la crisi militare si accentua ogni giorno che passa, con screzi continui e un riarmo rapidissimo da entrambe le parti. Non si tratta di ideali (come del resto dimostra la storia di tutte le guerre) ma del controllo degli stretti che bloccherebbero l’accesso della Cina ai suoi rifornimenti essenziali. Ricordiamoci che quando L’URSS cercò di inserirsi del mar dei Caraibi, di fronte alla Florida , con la fornitura dei missili a Cuba arrivammo sull’orlo di una nuova guerra mondiale. Fortunatamente Kruscev fece marcia indietro, ma stiamo pur certi che la Cina non lo farebbe perché il confronto ha le sue radici in una diversa percezione del mondo. Ecco, questo è il punto essenziale dei prossimi anni: il mantenimento della pace, almeno quello, se non si riuscirà a ricreare il dialogo e la concordia.  

7. dic, 2020

7 dicembre 2020

Joshua Wong condannato

La sentenza è stata emessa, e come avevo previsto nel mio ultimo articolo, Joshua Wong, Ivan Lam e Agnes Chow sono stati condannati rispettivamente a 13, 7 e 10 mesi di carcere. I tre si erano dichiarati colpevoli delle accuse ascrittagli e la sentenza ha avuto effetto immediato. Per la ragazza, molto più provata degli altri, è la prima volta in carcere. La condanna era del resto attesa e, secondo il SCMP, abbastanza mite tenuto conto della risonanza e della gravità dell’assedio notturno al quartier generale della polizia. Il filmato di Wong che, su un podio improvvisato, chiamava tutti ad unirsi aveva fatto il giro del mondo. Il giovane però non si era reso personalmente responsabile di alcuno dei vari atti di violenza di quella notte. I giudici non lo hanno ritento colpevole di aver organizzato la protesta, ma solo di aver incitato altri alla partecipazione.

Più interessanti dell’articolo in se sono però i commenti dei lettori. Tralascio i vari insulti inaccettabili dei seminatori di odio che vediamo anche sui nostri giornali per soffermarmi sugli altri. La maggioranza sostengono che i fatti accaduti sono al di fuori del normale modo di operare della città e che bisogna smetterla e ritrovare l’armonia perduta. Allo stesso tempo dichiarano che si sta facendo un processo “alla migliore gioventù di Hong Kong, ai nostri ragazzi”. Essi non sono stati mossi da alcun interesse personale ed anche la giustizia, di cui nessuno critica l’operato, dovrebbe mostrare clemenza. Bisogna mettersi alle spalle quanto accaduto e ricominciare a lavorare.

E’ anche interessante un articolo, riportato dallo stesso giornale, di tre professori dell’università di Hong Kong, uno dei quali inglese, che vi riassumo brevemente.  Essi partono dal presupposto che ci siano stati, è innegabile, devastazioni e atti di violenza mai visti prima, ma erano scontri fra due fazioni, i bianchi e i neri, e questi ultimi erano attaccati solo per il colore delle loro magliette. La maggior parte però  era costituita da persone che manifestavano pacificamente; Il comportamento civile e ordinato dei cittadini, manifestato per generazioni, era stato violentemente turbato solo da pochi. Blocchi stradali, gas lacrimogeni e scontri con la polizia erano diventati parte della vita normale. Ci sono diffuse perplessità che la legge sulla sicurezza nazionale inciderà sulla vita futura. E’ quindi necessaria una genuina riconciliazione nazionale, altrimenti ogni minima occasione potrà essere  causa di nuovi disordini.  Da quando sono cominciate le violenze ci sono stati diecimila arresti e 2300 persone avviate a processo con varie accuse. Una parte di essi sono stati scagionati mentre altri condannati. Ne ha sofferto grandemente il morale di tutta la popolazione, senza dimenticare lo stress dei condannati e la pena dei loro familiari. “Stiamo parlando di un gruppo di giovani che rappresentano il futuro di Hong Kong, e stanno assistendo a un momento fatale in cui molto del loro futuro è in gioco… Si è costruita un’atmosfera di odio verso la polizia, ma, indipendentemente dalle diverse opinioni sulle cause del conflitto, le tensioni devono essere risolte per il bene di tutti i cittadini di Hong Kong… E’ quindi motivo di disappunto che Carrie Lam, la Chief executive, non abbia ancora fatto alcun passo per riunificare la nostra comunità…. Non dimentichiamo che la maggior parte dei ragazzi arrestati sono buoni cittadini, e il loro supporto sarà essenziale per il futuro di Hong Kong”

Ritengo che questo articolo rifletta benissimo il pensiero della maggioranza dei cittadini di Hong Kong. Mi sono confrontato sia con amici locali, sia con alcuni europei che conoscono bene Hong Kong e sono convinto che la grandissima parte della città voglia il ritorno alla pace sociale e la possibilità di riscostruire un’atmosfera assolutamente distrutta sia dai disordini che dall’epidemia, che nella città non si è ancora risolta, anzi anche lì è partita la seconda ondata. A parte veramente pochissimi casi, gli abitanti hanno molto più interesse al loro sviluppo futuro e ad un progresso stabile che non a ideologie “astratte” che sono abbastanza lontane dalla mentalità di tutti i Cinesi ovunque essi abitino, anche a Singapore che viene considerato da noi un esempio di democrazia occidentale quando ne è ben lontano. E’ necessario però che il governo non chieda nessuna “abiura”. Ciò creerebbe un irrigidimento dei contrari e l’aumento delle divisioni.  Da questo punto di vista l’articolo è esemplare. Non si parla mai di “ragione” o “torto”, ma solamente di ritorno alla “pace sociale e alla concordia”. In questo modo ritorniamo alla vera cultura cinese, anche se possono capirlo in pochi in occidente, che pure affermano di avere una grande conoscenza di quel mondo.

Speriamo che i governanti attuali di Hong Kong, Carrie Lam in primis che mi sembra assolutamente inadatta al suo ruolo, agiscano in questa maniera. Speriamo soprattutto che i politici occidentali, che hanno ben altri intere4ssi che non il futuro di Hong Kong, non si intromettano molto. In caso contrario, ben lungi dal poter fare alcunché, saranno di fronte alla storia gli assassini di questa città unica al mondo

2. dic, 2020

ILARIA CAPUA E IL Covid 19

2 dicembre 2020

Il dieci gennaio 2020 l’OMS diffuse il genoma del nuovo coronavirus, appena sequenziato dagli scienziati cinesi e messo a disposizione del mondo. Sembra oggi una cosa normale, anzi si dibatte se tale annunzio sia stato deliberatamente fatto in ritardo, o anche peggio. Il fatto che tale informazione sia stata resa pubblica è considerato assolutamente ovvio.

Ma è proprio così? Assolutamente no, e se ciò avviene è merito assoluto e personale dell’audacia e della lunga battaglia sostenuta proprio da Ilaria Capua, messa alla gogna, processata e costretta a dimettersi dal Parlamento ed auto esiliarsi in Usa.

Oggi Ilaria Capua vive in Florida, è a capo di un dipartimento di ricerca multi-disciplinare ed è considerata fra i 50 scienziati più influenti a livello mondiale, anche se ancora in questi giorni qualcuno ha dichiarato di non voler dibattere “con una veterinaria”. Bene, nel 2006  la Prof. Capua sequenziò il primo ceppo africano dell’influenza H5N1 (la famosa Aviaria) e lo depositò su un sito accessibile a tutti. Ciò diede inizio a un grande dibattito a livello internazionale sull’opportunità o, ancora di più, l’obbligatorietà di rendere pubbliche le informazioni rilevanti per combattere un’epidemia potenzialmente globale. Per questo dico che se abbiamo saputo subito le caratteristiche genetiche del virus, lo dobbiamo per larga parte anche a lei.

Ma allora le cose non furono così semplici. Nel 2010 fu avviata un’indagine su di lei, ipotizzando i reati di corruzione e addirittura di diffusione di epidemia, reati che, se provati, avrebbero potuto portare a una condanna fino all’ergastolo. In altre parole si ipotizzava che la Capua, in combutta con alcune case farmaceutiche avesse creato un virus per poi vendere il vaccino per curarlo. Inutile dire che Ilaria Capua fu alla fine assolta, ma nel frattempo dovette dimettersi dal Parlamento e ricostruirsi una vita in Florida, dopo aver subito un gigantesco linciaggio morale sulla stampa di cui nessuno chiese scusa, per quanto ne so.

Infine una conclusione molto amara. La storia si ripete; oggi parliamo di nuovo di un virus creato in laboratorio anche se per altri scopi, l’Italia ha perso una grande scienziata ed ancora oggi c’è chi non vuole dialogare con “una veterinaria”