21. lug, 2020

Testo

20 LUGLIO 2020

Stiamo assistendo alla morte di Hong Kong. E chi è l’assassino?

Antefatto

L’articolo 23 della Basic Law di HK (di cui vi ho già parlato in passato) prevede che HK “deve promulgare leggi che proibiscano alto tradimento, secessione, sedizione, sovvertimento nei riguardi del Governo Centrale del Popolo, o furto di segreti di stato, che proibisca ad organizzazioni politiche straniere di condurre attività politiche a HK, e che proibisca a organizzazioni politiche di HK di stabilire legami con organizzazioni politiche straniere”. Questo articolo della “costituzione” di HK concordata da UK e Cina non è stato mai posto in essere. Nel 2003 il governo di HK aveva cercato di promulgare una legge in tal senso ma essa era naufragata a causa delle proteste della popolazione.Le recenti gigantesche manifestazioni che hanno paralizzato HK prima del corona virus hanno colto impreparata la Cina che era impossibilitata a muoversi per cercare di non turbare le elezioni politiche a Taiwan in cui tutti i sondaggi prevedevano la vittoria del partito favorevole a mantenere lo status quo fra Taiwan e Cina. Una volta che le elezioni nell’isola andarono diversamente con la vittoria del partito indipendentista, come prevedibile la Cina mise in pratica ciò che il governo locale non aveva fatto nei vent’anni precedenti …. Chiaramente a modo suo. Il 28maggio 2020 l’Assemblea Nazionale del Popolo autorizzò il Comitato Permanente (NPCSC) a scrivere e promulgare una legge per la sicurezza nazionale a HK sulla base di un certo numero di principi raccolti in sette articoli. Un’ampia campagna di stampa dei giornali cinesi supportò questa decisione “a causa delle sempre più frequenti richieste di indipendenza da parte di gruppi di cittadini che si erano resi responsabili di azioni terroristiche”. Questa legge però non poteva essere promulgata sulla base dell’art. 23 della costituzione di HK quindi si ricorse all’escamotage di inserirla nell’Annesso III che non richiedeva approvazione da parte del Parlamento di HK. Quest’aspetto ha suscitato dubbi di incostituzionalità in alcuni giuristi di HK, infatti il punto cruciale è l’art.18 che prevede la possibilità di NPCSC di agire autonomamente nei casi “concernenti la difesa e gli affari esteri, come pure altri aspetti al di fuori dell’autonomia di HK”. Comunque alla fine questa legge, preparata a Pechino senza alcun intervento da parte del governo di HK fu promulgata il 30 giugno 2020 alle 23.00, ora di Pechino, con entrata in vigore immediata. Da notare che questa legge è scritta in cinese e la versione inglese, pubblicata da Xinhua  è un puro riferimento ma non ha alcun valore legale. Questo aspetto, assieme al fatto  che NPCSC è l’unico autorizzato ad un’interpretazione autentica della legge (concetto già applicato in passato), sono due punti essenziali che destano grandi preoccupazioni ai giuristi di HK, come vedremo nel seguito. Il 6 luglio infine, una volta che questa legge fu incardinata a HK furono effettuate alcune modifiche all’art.43. Come chiunque può convenire, non è possibile analizzare e giudicare una legge senza leggerne il testo completo. E’ quindi quantomeno singolare che Mike Pompeo, il 20 maggio abbia dichiarato che la promulgazione della legge sarebbe stata “una campana a morte” per l’autonomia di HK, che il Parlamento americano abbia approvato all’unanimità il primo luglio una mozione, precedentemente approvata dal Senato,  in cui si chiedevano sanzioni contro la Cina per la legge che mette in pericolo l’autonomia della città e riduce le sue libertà. Nancy Pelosi dichiarava che “è necessaria una risposta urgente alla vigliacca promulgazione di una legge che pone fine al principio di un Paese, due sistemi”  e infine il Parlamento europeo abbia condannato il 20 giugno la nuova legge come un assalto globale alla libertà del territorio e chiesto alla EU di imporre sanzioni contro la Cina

Cap. 1.0 - Principi generali: l’autodeterminazione dei popoli

Se ci lasciamo trascinare dai nostri sentimenti il giudizio sui rapporti Cina-Hong Kong è scontato, ma una situazione politica di tale complessità deve essere analizzata, a mio avviso, anche sulla base di concetti razionali per quanto possibile. Cerchiamo quindi di guardare tutto ciò sulla base di alcuni principi generali e della storia. Il principio fondamentale da considerare è “l’autodeterminazione dei popoli”. Secondo questo principio ogni popolo ha diritto di scegliere come organizzarsi, anche in maniera indipendente da altri popoli. Bisogna quindi riferirsi al concetto di “popolo” che ha varie accezioni ma principalmente l’etnia, la lingua e la storia. Questo in teoria. In pratica Woodrow Wilson proclamò che questo principio sarebbe stato uno dei pilastri del Congresso di Versailles nel 1919, ma esso fu spesso disatteso proprio nel caso della Cina che chiedeva la restituzione dello Shandong rimasto invece all’occupante giapponese, e dell’Italia a cui fu assegnato il Sud Tirolo (la provincia di Bolzano). Oggi mentre viene pacificamente accettato il diritto di una colonia o di uno stato occupato ad affrancarsi dall’occupante, diventa molto più discutibile l’autosecessione all’interno di uno stato esistente per il contrasto fra due principi : l’autodeterminazione dei popoli appunto e l’intangibilità dei confini nazionali. La secessione su base etnica, linguistica storica, culturale etc., salvo pochissimi casi non è riconosciuta. Non è compito di questa nota entrare in un’analisi dettagliata di diritto internazionale che comunque lascia sempre il tempo che trova, guidato com’è, questo principio, dalla politica internazionale e dalla convenienza momentanea delle parti in causa. Chiediamoci piuttosto se nei nostri giudizi siamo sicuri di applicare sempre, per quanto possibile, il principio dell’autodeterminazione. Oppure li pieghiamo molto più spesso di quanto si creda a sentimenti, convenienze, analisi senza basi etc. Prima di passare a un’analisi della situazione di Hong Kong da questo punto di vista mi riferirò a situazioni a noi molto più vicine, e cercherò di analizzare la loro problematica da questo punto di vista.

1.1 Catalogna.

Il 1° ottobre 2017  si è tenuto un referendum per l’indipendenza, preventivamente dichiarato illegale con sentenza unanime della corte costituzionale spagnola. Esso quindi non è stato riconosciuto dal governo centrale che ha ordinato l’intervento delle forze di polizia per impedirne lo svolgimento. Tutti noi abbiamo davanti agli occhi la trasmissione da parte delle reti televisive di tutto il mondo delle forze di polizia che sfondavano le porte delle scuole per sequestrare le schede, disperdevano con la violenza le folle dei votanti ed eseguivano numerosi arresti. Nonostante ciò il referendum ottenne il 43% dei votanti (un record vista la situazione) ed il “si” ottenne oltre il 90% dei voti. Il successivo 10 ottobre il governo della Catalogna dichiarò la costituzione dello stato repubblicano indipendente di Catalogna. Tale risoluzione fu approvata il 27 ottobre dal parlamento catalano. Il governo di Madrid, destituì il presidente Puigdemont che fuggì in Belgio per evitare l’arresto, sciolse il parlamento e commissariò la Catalogna. Gli altri dirigenti politici furono arrestati, processati e credo che siano ancora in carcere. Fu chiesta, ma non ottenuta, l’estradizione di  Puigdemont  che è ancora in esilio.

In quel periodo io sostenni il diritto di effettuare il referendum e riconoscerne i risultati. Forse non sarebbe passato, ma proprio in base al principio dell’autodeterminazione esso era a mio avviso assolutamente legittimo. Infatti la Catalogna ha sicuramente una lingua diversa che viene insegnata nelle scuole assiema al Castigliano (lo Spagnolo) e comunemente parlata dalla popolazione. Ha una letteratura ed una cultura diversa. Quanto alla sua storia, ve la riassumo brevemente. Durante la dominazione carolingia si sviluppò una cultura catalana sotto l’egemonia della contea di Barcellona, di fatto indipendente fin dal X secolo. Con il matrimonio fra Raimondo Berengario IV di Barcellona e Petronilla di Aragona la contea si unì dinasticamente al regno di Aragona. In pratica però la contea di Barcellona e le altra contee catalane adottarono un’entità politica comune, conosciuta come Principato di Catalogna ; esso sviluppò un sistema istituzionale autonomo che limitava il potere reale. Successivamente, attraverso altri matrimoni il potere si spostò verso la Castiglia che diventò dominante. Tuttavia, fino all’avvento dei Borboni la Catalogna continuò a godere di una notevole indipendenza politica e leggi proprie. Dalla fine del XIX secolo si è organizzato un movimento politico di autodeterminazione catalano, inizialmente rivendicando una semplice autonomia per poi passare ad una più radicale posizione indipendentista. Negli anni venti del Novecento ci fu un tentativo di proclamazione della repubblica catalana stroncato prontamente con la forza. Durante la guerra civile la Catalogna sostenne con forza la parte repubblicana, sconfitta da Francisco Franco. All’inizio di questo secolo ripresero le rivendicazioni e arriviamo finalmente ai giorni nostri.

Secondo me il principio di autodeterminazione dei popoli sarebbe in questo caso pienamente applicabile, ma nessun governo democratico Occidentale, né l’Unione Europea e neppure la nostra opinione pubblica nazionale supportarono in alcun modo questa richiesta. Perché? In base a quali principi? Non dimentichiamolo nell’apprestarci a valutare la situazione di Hong Kong.

Al contrario, quando alcuni anni fa la Scozia indisse un referendum per la sua indipendenza dal Regno Unito, esso venne accordato. Gli elettori scelsero, anche se con una maggioranza risicata, di mantenere l’unità e tutto si risolse democraticamente. Forse la situazione si ripresenterà quando la Brexit sarà definitiva. Staremo a vedere. Perché in Catalogna si è usata la violenza per impedire ciò che in Scozia è stato accettato? E chi ha avuto ragione? Vi faccio però un altro esempio, che mi attirerà molte critiche, ma vi prego di leggerlo e riflettere con attenzione.

1.2 Bolzano e l’Alto Adige.

Alla caduta dell’impero romano, questa regione fu via via occupata da popoli germanici: ostrogoti, Longobardi, Bavari. Carlo Magno li sconfisse e pose tutti sotto il dominio Carolingio. Nel XII secolo i Conti del Tirolo presero il potere e Mainardo II diede alla regione i confini, a cavallo delle Alpi, che poi si mantennero sostanzialmente immutati fino al 1918. Nel frattempo, a partire dal 1363 il Tirolo fu assorbito dagli Asburgo che, con l’eccezione del periodo napoleonico, lo mantenne fino al termine della prima guerra mondiale e al disfacimento dell’Impero. Dalla fine dell’impero romano quindi la Provincia di Bolzano non ha avuto alcun legame linguistico, storico o culturale con l’Italia. Perché quindi il Sud Tirolo dovrebbe essere Italiano e non austriaco oppure, come i Tirolesi del Nord e del Sud preferirebbero, separato da Italia e Austria e indipendente? L’unica giustificazione, da parte italiana è che si trova al di sotto della cresta alpina,  e quindi strategicamente necessario. Eppure…. Eppure l’Alto Adige fu annesso all’Italia dal Congresso di Versailles perché l’Italia faceva parte dei vincitori e durante il fascismo ci fu un tentativo di italianizzazione forzata di quelle terre. La storia politica italiana è piena di dichiarazioni di statisti importanti a questo proposito. Lo stesso De Gasperi, autore assieme all’Austriaco Gruber degli accordi famosi poi disattesi per molti anni che posero fine al contenzioso Italia-Austria, all’inizio del ‘900, deputato al Parlamento asburgico, durante una visita in Italia ebbe a dire che, a differenza del Trentino, Bolzano era indubitabilmente germanica. Ma anche successivamente Filippo Turati il 14 luglio 1919 ammoniva la Camera a respingere “l’annessione di oltre un quarto di milione di tedeschi, gelosi della loro stirpe, della loro patria, della loro libertà, seme perenne di discordia e di ribellione”. Il 28 dicembre 1918 il Ministro Bissolati si dimetteva dal Gabinetto Orlando per testimoniare, in modo clamoroso, la sua intransigente opposizione all’annessione. Ma andando a tempi molto più recenti, Giuliano Amato dichiarò nel 1988 “Quella dell’Alto Adige è una vicenda nata e cresciuta con gambe storte e oggi ancora non le abbiamo raddirizzate. E’ nata male perché il passaggio all’Italia dopo la prima guerra mondiale non fu il completamento dei confini risorgimentali, fu un abuso, fumosamente giustificato con ragioni strategiche”. Oggi nella Provincia Autonoma di Bolzano, non più parte della “Regione Trentino – Alto Adige” che non esiste più, si è raggiunta finalmente una certa pace, condita sempre di molta diffidenza, purtroppo dopo vari tentativi di rivolta violenta, repressa anche in questo caso dalle forze dell’ordine, che costò vite umane, il più famoso è Feltrinelli, e numerosi attentati dinamitardi. Anche in questo caso siamo proprio sicuri che gli Alto Atesini (o Sud Tirolesi) non avessero diritto di scegliere il loro futuro con un referendum democratico?

1.3 Budapest e Praga

La situazione è invece completamente diversa ad esempio nel caso delle rivolte di Budapest e di Praga. In questi casi infatti esse erano dirette contro l’oppressione di una potenza straniera (l’URSS) che dominava i due Paesi legittimata solo dalla spartizione effettuata da Churchill, Stalin e Roosevelt nella conferenza di Yalta.

Vi prego di tenere a mente questi esempi, ma ce ne sarebbero tanti altri in Europa e nel mondo, nell’affrontare sulla base degli stessi principi la questione di Hong Kong. Per chi fosse interessato, vi segnalo il libro “ Minoranze linguistiche fra storia e politica” di cui fa parte il capitolo “Il Sud Tirolo, una prova d’esame per l’Europa”. Anche se a mio avviso non tutto è condivisibile, il libro è sicuramente molto vasto e profondo e dimostra come l’Europa Unita potrebbe essere la soluzione finale di tutti questi problemi.

Cap. 2.0 Hong Kong

2.1 Partiamo dalla storia

Vorrei a questo punto analizzare la situazione di Hong Kong sulla base dei principi utilizzati nei capitoli precedenti. Partiamo quindi da una brevissima storia di questa meravigliosa città. Esistono tracce di abitanti dell’area fin da un’età preistorica, circa 30000 anni fa, ma questa parte non è di nostro interesse. Essa comunque divenne parte dell’impero cinese sotto la dinastia Qin (221-206 a.C.). Era un villaggio di pescatori e produttori di sale marino. Durante la dinastia Han (206 a.C. – 220 d.C.) fiorì anche la raccolta delle perle che si mantenne anche in seguito grazie alla sua posizione favorevole fra mare e fiume (il fiume delle Perle appunto). Con lo sviluppo di tutta l’area del Guandong il  porto di Hong Kong crebbe di importanza. Durante l’invasione mongola, la corte imperiale si rifugiò lì fino alla sconfitta e la morte dell’imperatore bambino. Quando la dinastia mongola prese il potere, H.K. continuò a fiorire perché molti profughi dal nord trovarono rifugio nell’area. Di dinastia in dinastia Hong Kong continuò a fiorire e si integrò sempre di più culturalmente e linguisticamente con la regione del Fujian. Ancora oggi i locali parlano Hokkien, il dialetto prevalente nelle regioni costiere meridionali e la loro cucina ha quelle caratteristiche. Non vi è quindi alcun dubbio che dalle sue origini fino al 26 gennaio 1841 Hong Kong fosse una città cinese per lingua, storia e cultura. Che cosa avvenne a quel punto? L’impero britannico che era il leader indiscusso del mondo occidentale, aveva da molto tempo fiorenti commerci con il Celeste Impero da cui importava tè, seta, spezie etc. Esportava anche oggetti di lusso ma la sua bilancia commerciale restava molto negativa. L’unico modo di bilanciarla era l’esportazione dell’oppio di cui si produceva una grande quantità nell’impero, specialmente in India. Sfortunatamente l’oppio era legale nel mondo britannico ma illegale in Cina. Ciò non spaventò il governo di sua maestà, che a seguito di proteste formali cinesi mosse guerra alla Cina per imporre le sue esportazioni. Fu la Prima guerra dell’Oppio. Truppe britanniche occuparono H.K. il 25 gennaio 1841. Il trattato di Nanchino del 26 agosto 1842 obbligò la Cina a cedere Hong Kong che divenne colonia britannica. Questa data segnò per i Cinesi l’inizio del “secolo delle umiliazioni” in cui, come vi ho raccontato in passato, le potenze occidentali e il Giappone si spartirono di fatto la Cina dividendola in “concessioni” di cui anche l’Italia ebbe una piccola parte. Tutto ciò finì al termine della seconda guerra mondiale e con l’avvento al potere di Mao e del PRC. Solo Hong Kong rimase colonia britannica assieme ad alcuni territori circostanti, che erano però in affitto temporaneo. La nuova situazione, specie dopo i disagi della breve occupazione giapponese durante la guerra, portò un’ulteriore crescita a HK per l’arrivo in città di molte famiglie ricche, specialmente da Shanghai, con i loro capitali. Queste, sfruttando la cultura e i metodi cinesi, il basso costo della manodopera locale, e la sua situazione politica favorevole come ultimo “baluardo” occidentale in Oriente, ne fecero una delle città a più alto reddito di tutto il mondo.

Nel periodo della loro dominazione  gli Inglesi trattarono HK con il sistema coloniale di cui avevano larga pratica. I missionari Cristiani fondarono molte scuole e chiese, fra cui l’Hong Kong college of Medicine for Chinese, antesignano della scuola di medicina dell’Università di Hong Kong. Uno dei primi due laureati, nel 1892, fu Sun Yat-Sen il padre della patria e fondatore della Cina di oggi. Dall’Inghilterra arrivò la prima società elettrica nel 1890, come pure molte delle industrie moderne, e la prima banca internazionale moderna, la Hong Kong and Shanghai banking Corporation LTD, ancora oggi una delle più importanti banche del mondo. Ci furono momenti di pace e rivolte violente come quella del 1899 domata a fatica dalle truppe inglesi e quella ancora più violenta del 1967. Nel 1894 un’epidemia di peste fornì al governatore il pretesto per vietare al non-inglesi l’accesso alla più prestigiosa zona residenziale della città. Anche i matrimoni misti erano all’epoca malvisti. Una sola cosa l’impero britannico si rifiutò sempre di concedere ad Hong Kong: una qualsiasi forma di democrazia e di partecipazione al governo della città. I Cinesi avevano diritto all’istruzione, alla sanità e ad arricchirsi secondo le regole e le modalità britanniche, ma erano e dovevano restare sotto l’autocrazia imperiale.

La Thatcher e Deng Xiaoping, nel 1984  raggiunsero un accordo per la definitiva cessione di HK e le aree circostanti 1 Primo luglio 1997. La città avrebbe goduto le prerogative di un sistema capitalista sotto la forma di “Un Paese, due sistemi” per un periodo di 40 anni, trascorsi i quali essa sarebbe stata completamente integrata nello stato cinese. L’accordo, seguito poco dopo da uno analogo per Macao, conveniva ad entrambi: alla Cina perché si compiva un altro passo verso la riunificazione del Paese ed il superamento del secolo delle umiliazioni e all’Inghilterra perché si liberava di ciò che ormai era diventato solo un fardello. Quest’ultima però, come aveva già fatto Nixon nella sua apertura a Mao Zedong, aveva il retro pensiero assolutamente immotivato, fideistico e che si sta dimostrando errato, che per quella data la Cina, arricchendosi, si sarebbe convertita al sistema occidentale. Nessuno pensava, idea ancora molto diffusa, che una civiltà così antica, profonda, radicata su basi diverse dal mondo occidentale, potesse proseguire su una sua strada indipendente. Eppure ce ne erano i segnali. Deng in tutta evidenza aveva Singapore, non New York come suo ideale futuro. E’ lui, non Xi Jinping ad aver posto le basi della Cina di oggi

Comunque solo a questo punto, in vista della cessione, l’Inghilterra concesse una “costituzione” a HK. Essa era, ed è, di tipo occidentale salvo il sistema elettorale che garantiva in perpetuo il mantenimento del potere ai grandi capitalisti, gli immobiliaristi e i professionisti di livello più elevato, a danno della gran maggioranza del popolo che ne restava sostanzialmente escluso.

2.2 Hong Kong muore. Chi è l’assassino?

Arriviamo ai nostri giorni. HK è da tempo scomparsa come potenza industriale, sin da quando altri Paesi, Corea, Tailandia, Vietnam e la stessa Cina, ove il costo del lavoro era enormemente più basso, le fecero una concorrenza spietata. Inoltre c’era un’incompatibilità reciproca fra HK e le nuove citta limitrofe, Shenzhen, Zhuhai etc. dove cominciò a fiorire l’industria avanzata. Restò solamente un grande centro finanziario e commerciale, a quei tempi essenziale per la Cina, ma oggi molto meno. Come vi ho varie volte scritto in passato, si cominciò a creare disoccupazione al punto che essa, combinata con l’altissimo costo delle case, il vero petrolio di HK che ne impediva l’accesso alla popolazione, creò una diffusa insoddisfazione generale. Furono questi i veri motori che spinsero in piazza così tanta gente; solamente pochi erano, e sono, i veri indipendentisti. Purtroppo la parte più evidente e rumorosa dei dimostranti inneggiava a “libertà e indipendenza”, il demonio agli occhi cinesi. La sfortuna di HK è stata di essere entrata nel tritacarne della guerra geopolitica fra USA e Cina, nella quale si è fatta parzialmente trascinare anche l’Europa. A riprova di tutto ciò, fatevi alcune domande “Perché quello che sta succedendo a HK non succede a Macao, che è in condizioni sostanzialmente identiche?”; “Perché nessun Paese occidentale si occupa della libertà e dell’indipendenza di Macao che da un certo punto di vista è in condizioni peggiori, dominata dal sistema mafioso dei Casinò (tutto il mondo è Paese)?”. “Perché, in maniera traslata, ci occupiamo tutti di porre sanzioni a HK e nessuna voce si alza per fare lo stesso nei confronti dell’Arabia Saudita?” Diciamo che forse questo è un primo indizio dei veri motivi per cui il mondo s’interessa a Hong Kong. Ma non risolve un problema che comunque esiste.

2,3 Veniamo dunque al nocciolo e alle conclusioni.

A HK esistono varie categorie di parti sociali. Gli stranieri lì residenti, rappresentanti delle grandi società finanziarie, industriali e commerciali. Per loro è essenziale che HK resti nella situazione attuale, che garantisce un sistema economico e giuridico occidentale con un’enorme facilità di scambi con la Cina. HK è ancora oggi il maggior ponte fra Occidente e PRC. Che cosa succederà da qui a vent’anni in Cina, e di conseguenza a HK è assolutamente imprevedibile. L’unica cosa che può danneggiarli è la distruzione della pace sociale, come è avvenuto l’anno scorso.

La stessa cosa sostanzialmente vale per la comunità imprenditoriale cinese lì residente. Cosa c’è di meglio che poter fare affari immensi con la madrepatria vista l’affinità di lingua, cultura, metodologia di lavoro etc., coperti da un ombrello giuridico occidentale? Non per nulla ingentissimi capitali cinesi delocalizzati in maniera più o meno trasparente fuori dai confini, tornano a HK per essere reinvestiti in Cina come capitali esteri.

I grandi immobiliaristi sanno che la loro posizione di rendita, qualunque cosa succederà a HK, è destinata a cambiare. Certamente la Cina, se si impossesserà di HK non permetterà una speculazione così selvaggia, ma è altrettanto certo che il problema della casa è fondamentale ovunque e ormai si tratta di una bomba già innescata. Molte persone “illuminate” proposero alla governatrice durante la crisi recente, di lanciare una grande campagna di esproprio per la costruzione di case popolari. Se ne avesse avuto la forza, o la capacità, questo fatto, come accaduto varie volte in passato, avrebbe contribuito grandemente a calmare le acque.

Anche molti professionisti, non medici e grandi tecnici, ma per esempio avvocati vedrebbero il loro futuro in pericolo.

Tutti questi hanno interesse a che HK resti come è sempre stata negli ultimi vent’anni. Esiste una minoranza educata nelle migliori scuole di HK e occidentalizzata per aver frequentato per esempio le grandi università americane grazie alle capacità finanziarie delle famiglie, che è abbagliata dal luccichio del mondo occidentale senza vederne gli aspetti negativi e quindi sostiene (ottenendo appoggio all’estero) l’indipendenza di Hong Kong. Del resto, diciamocelo francamente, quanti di noi, della mia generazione, non sono rimasti abbagliati dal mito americano, dal Rock’n Roll, dall’ascensore sociale che permetteva di arricchirsi in un attimo, dalla libertà pressoché assoluta che vi regnava, dai colori, dalla vitalità, contrapposte alla vita grigia (anche se con la speranza di un futuro migliore) nella quale vivevano le nostre famiglie con il mito della “Vespa” o al massimo della “Cinquecento”. Poi, diventati adulti, molti di noi si resero conto che non era tutto oro ciò che luccicava, che nei favolosi USA esistevano problemi giganteschi, la sanità, la sicurezza sociale, la povertà, di cui non avevamo notizia e che forse era meglio tenersi cara la nostra Europa o anche la nostra Italia con tutti i suoi difetti.

Questi giovani, certamente una minoranza, che appare maggioranza perché i partecipanti a una manifestazione sono sempre spinti ognuno dai propri motivi, sono quelli che vogliono l’indipendenza.

Essi non si rendono conto però che, senza la Cina, HK è destinata a una morte sicura e che forse i veri assassini sono proprio quelli che apparentemente li sostengono, anch’essi ognuno per i propri motivi.  HK dipende in tutto e per tutto dalla Cina, le risorse naturali a partire dall’acqua, le risorse alimentari ed i commerci. Se la Cina decidesse di lasciarla al suo destino, essa sarebbe immediatamente sostituita da Singapore come punto di ingresso verso la grande Cina ed i capitali internazionali si trasferirebbero lì in un attimo. Di cosa vivrebbe HK? Si dice: la Cina in questa maniera si suiciderebbe. Siete sicuri? Vent’anni fa HK contribuiva grandemente al PIL cinese, ma oggi con la grande crescita economica del Paese il suo contributo è assolutamente minimo e paragonabile a quello degli altri distretti della “Great Bay Area”, la regione oggi strettamente integrata dal gigantesco sistema viario e ferroviario di cui vi ho già parlato. Gli USA hanno già dichiarato che porrebbero enormi sanzioni a HK (già deliberate) e alla stessa Cina a causa della nuova legge. Ma non lo stanno facendo comunque? E’ inutile utilizzare un’arma che stanno già utilizzando ampiamente. La Cina si è ormai rassegnata al “decoupling” fra le economie mondiali e l’unica cosa sicura è una grande riduzione della crescita mondiale, se non la crisi. Il vero campo di battaglia è l’Europa, non Hong Kong. Ed è l’Europa a rischiare di diventare colonia di uno o dell’altro.

Gli Inglesi dicono di esser disponibili a dare il passaporto britannico ai “profughi” e altrettanto fa Taiwan. La Cina protesta, ma è un atto dovuto. Se centomila (ed è un numero enorme) giovani di HK si rifugiassero all’estero, non credo che la Cina si opporrebbe nei fatti. Si troverebbe automaticamente liberata dagli oppositori e le resterebbe solamente da far tornare di nuovo ricca HK come lo era nel passato e totalmente integrata nel mondo cinese.

2.4 Dobbiamo rassegnarci?

Non dico questo, ma cerchiamo di analizzare HK secondo i canoni che vi ho proposto per la Catalogna, la Scozia, Bolzano, e ne potrei aggiungere anche altri. Secondo quei principi Hong Kong è assolutamente cinese. Essa è stata occupata in maniera militare e colonialista dall’impero inglese, che aveva occupato anche altre parti della Cina. Finalmente la Cina, dopo un secolo si è riappropriata di quasi tutte le parti dei territori che le erano stati sottratti. Essi sono oggi assolutamente Cinesi. Restano solo Hong Kong e Taiwan. Il primo è tornato alla madre patria e gode oggi di maggiori libertà di quanto non goda la Catalogna o Bolzano. Bene, esaminate tutto ciò senza preconcetti: perché HK dovrebbe essere indipendente e non la Catalogna, la Scozia o il Tirolo? 

Ho detto all’inzio di questa nota che per me l’unico principio valido in questi casi è l’autodeterminazione dei popoli. Questo principio vale anche per Hong Kong, che pur essendo indubbiamente cinese ha assunto oggi una significativa impronta occidentale.

 Per chi conosce Hong Kong veramente, questa impronta è assai meno profonda e diffusa di quanto possa sembrare a un occidentale che ci arrivi di passaggio. Il modo di discutere e concludere affari, il modo di vedere la vita continua ad essere essenzialmente cinese, ma l’aria che si respira è europea. E’ questo che rende Hong Kong la città più affascinante del mondo.  La soluzione più ovvia e per me preferibile, sarebbe anche in questo caso un referendum a suffragio universale diretto. Si o no! E si porrebbe fine alle discussioni. Vincerebbe quasi certamente il no se si riuscisse a far votare la gran maggioranza delle persone. Ma mentre lo dico, mi rendo conto che ciò sarebbe impossibile. Conosco troppo bene quel mondo per non esserne certo. E’ lo stesso motivo per cui in tutti i contratti internazionali è prevista una clausola di arbitrato ma essa non è mai stata applicata (o forse una volta sola). Ed è lo stesso motivo per cui tutti i memorandum o gli accordi iniziano con la frase “In uno spirito di amicizia e cooperazione le Parti hanno concordato quanto segue…”. Nella cultura cinese non esiste il “si” o il “no”, non esiste il vincitore o lo sconfitto, ma solo l’accordo dopo estenuanti trattative in cui in apparenza hanno vinto tutti. Il referendum è l’esatto contrario. E, a parte questo, la Cina non lo accetterebbe per lo stesso motivo per cui gli Italiani inneggiarono alla “libertà di Trento e Trieste” che significava la liberazione dell’Italia storica dallo straniero. Questo sentimento è radicato e unificante anche in Cina. Per questo Taiwan è ancora così importante, ancora più importante di Hong Kong. Ed è per questo che il partito degli eredi di Chiang Kai-shek, il nemico sconfitto da Mao, ha sempre sostenuto l’unità della Cina in un futuro più o meno lontano.

In conclusione chiedo a voi, e mi piacerebbe veramente avere una risposta: sareste favorevoli a un tale referendum a Barcellona, Edimburgo, Bolzano e Hong Kong? E in caso negativo, perché? Penso che sarebbe importante, da un punto di vista culturale per noi occidentali verificare serenamente quanto siamo disponibili a dare valore universale ai nostri principi o, viceversa, quanto riteniamo che il mondo debba essere diviso come una mela in due parti assolutamente inconciliabili e fra i quali sia impossibile un dialogo.

Vi prego di rispondermi con un breve commento sul sito o con un’analisi più elaborata via mail. Da parte mia mi impegno a pubblicare gli interventi di tutti durante la pausa estiva, qualunque ne sia l’opinione ( a meno che qualcuno preferisca evitarne la pubblicazione per motivi propri)

Chiudo con un estratto di un articolo del prestigioso quotidiano britannico  “Guardian” del 16 settembre 2019 intitolato “La verità circa il governo britannico a HK”. Ve ne cito alcune frasi, ben più dure di quanto io abbia detto. “<I giovani, oggi> guardano l’ UK come una madre superiore e benevola che ha il dovere di proteggere la sua ex colonia nei riguardi della madrepatria Cina. Nonostante non l’abbiano mai sperimentato, la nostalgia per l’impero è altissima. Vista come un’età dell’oro in cui HK era al suo top e non c’era alcun pericolo di interazione con la madrepatria, percepita come inferiore politicamente e socialmente.”…. “La realtà era molto diversa: HK fu costruita sulla base di una chiara gerarchia razziale in cui i Bianchi Inglesi e i loro interessi finanziari erano prevalenti su quelli dei locali, che erano considerati come manodopera economica e conveniente”… “ Dopo il consolidamento della PRC negli anni ’60 il fervore della ribellione prese piede fra i giovani che soffrivano il loro status di colonia britannica come una differenziazione razziale.” … “ Una serie di dispute per le cattive condizioni di lavoro in una fabbrica determinarono una violenta reazione della polizia, che a sua volta determinò una serie di proteste della sinistra contro il governo britannico al grido di Abbasso l’imperialismo britannico” …. “ Il governo rispose con la legge marziale, accordò poteri eccezionali alla polizia, bandì le pubblicazioni, chiuse le scuole.., circa 5000 persone furono arrestate e 36 uccise”, …” E’ quindi ben strano che il governo britannico si sia posto su un piedistallo ed abbia sostenuto che il governo locale e la PRC non siano credibili nella loro capacità di badare al territorio”…” La gente dovrebbe avere una visione più obiettiva della storia. Il governo inglese a HK non fu un’utopia degna di essere glorificata. La città era ricca, ma , dura, molto più brutale di quanto non sia oggi nella vita di tutti i giorni, molto distante da ciò che i giovani oggi, pensano che essa sia stata”

L’ultima frase, permettetemi è una mia personale dichiarazione d’amore verso Hong Kong.

Il miracolo di Hong Kong, l’unico posto al mondo dove le due più antiche civiltà della storia umana vengono a contatto intimo, si confrontano, si incontrano e si scontrano senza mai realmente combattersi scomparirebbe per sempre. Hong Kong con il suo enorme e ineguagliabile fascino dovrebbe essere lasciata vivere indisturbata e non fatta oggetto di scontro fra le grandi potenze. Solo chi “ha vissuto Hong Kong” può rendersi conto di ciò che l’umanità perderebbe con la sua morte. Ci affanniamo tutti per proteggere un reperto storico, uno delle migliaia esistenti al mondo o per salvare una specie animale o vegetale, perché nessuno si muove per la scomparsa di qualcosa che è immateriale quindi non conservabile in un museo, ma unica e irripetibile.

APPENDICE – La nuova legge sulla sicurezza nazionale

Abbiamo fin qui analizzato la situazione di Hong Kong e le sue possibili soluzioni, sulla base di principi generali che dovrebbero essere applicabili in tutto il mondo, e non solo a Hong Kong. Esiste però un altro problema molto più importante da considerare. E’ stata promulgata una nuova legge che ha un peccato originale: essa è stata fatta in Cina mentre si sarebbe dovuto farla a Hong Kong come previsto dalla Basic Law. In oltre vent’anni essa però non è stata fatta e i fatti di questo ultimo anno hanno dimostrato che ce ne era bisogno. Infatti più di una volta, e in maniera molto esplicita e violenta i dimostranti hanno invocato l’indipendenza dalla Madrepatria e chiesto l’aiuto straniero. Ciò è sicuramente contrario alla costituzione di Hong Kong come in tutto il mondo. Di questo dobbiamo ora parlare.

 Una sintesi della legge

Art. 1  Questa legge è promulgata in accordo alla Costituzione della PRC, della Basic law della regione ad amministrazione speciale di H.K., la costituzione della PRC, e della decisione del Congresso nazionale del Popolo di completare il sistema legale di H.K. e mettere in vigore un meccanismo di salvaguardia della sicurezza nazionale allo scopo di: assicurare una risoluta, piena e fedele attuazione della politica di  “un Paese, due Sistemi” con il quale il popolo di H.K. amministra H.K. con un alto grado di autonomia; salvaguardare la sicurezza nazionale; prevenire, sopprimere e punire i reati di secessione, sovversione, organizzazione ed attuazione di attività terroristiche, e collusione con Paesi stranieri o organizzazioni straniere che mettano in pericolo la sicurezza nazionale in relazione alla regione ad amministrazione speciale di H.K: mantenere la prosperità e la stabilità di H,K., proteggere i diritti legittimi e gli interessi di H.K. <ho trascurato di esplicitare ogni volta “regione a statuto speciale di…”>

Art. 3 Il governo Centrale del Popolo ha la responsabilità gerarchica per le questioni di sicurezza nazionale relative a H.K. E’ obbligo di H.K. in base alla Costituzione di salvaguardare la sicurezza nazionale e di comportarsi di conseguenza.

Art, 4 I diritti umani devono essere rispettati e protetti nel salvaguardare la sicurezza nazionale a H.K.. I diritti e le libertà, incluse la libertà di parola, di stampa, di pubblicità, di associazione, di assemblea, di corteo e dimostrazione di cui godono i residenti in base alla Basic Law, alle convenzioni internazionali applicabili a H.K. devono essere protetti in accordo alla legge.

Art. 5 Bisogna aderire allo stato di diritto nel prevenire, sopprimere, e imporre sanzioni per i reati che mettono in pericolo la sicurezza nazionale……. Una persona è presunta innocente fino ad una condanna del sistema giudiziario.

Art. 9 …….. Il governo di H.K. dovrà prendere le misure necessarie per rafforzare la comunicazione pubblica, la guida, la supervisione e la regolamentazione, per ciò che concerne la sicurezza nazionale, incluso per quanto riguarda le scuole, le università le organizzazioni sociali, i media e internet.

Art.12 <Il governo di> H.K. istituirà il comitato di salvaguardia della sicurezza nazionale. Esso deve essere responsabile principale della salvaguardia della sicurezza nella Regione. Sarà sotto la supervisione e risponderà al Governo Centrale del Popolo.

Art.13. Il Chief Executive <Il Capo del Governo di H.K.> sarà il presidente del Comitato ……. Gli altri membri saranno …… Il Segretario generale sarà nominato dal Governo centrale del Popolo su proposta del Chief Executive

Art. 14  …… Nessuna istituzione, organizzazione, o individuo della regione, deve interferire con i lavori del Comitato. Le ionformazioni relative ai lavori del comitato non sono soggette a diffusione. Le decisioni prese dal Comitato non sono suscettibili di controllo giurisdizionale .

Art. 15 Il Comitato deve avere un consulente, che sarà designato dal governo centrale del Popolo, e fornirà opinioni su ciò che riguarda i doveri e le funzioni del Comitato.

Art. 18 Il Dipartimento di giustizia di H.K. costituirà una sezione specializzata responsabile per il il giudizio dei reati contro la sicurezza nazionale o ad essa collegati….. Il suo capo sarà nominato dal Chief executive, previa  un’opinione scritta dell’ ufficio istituito sulla base dell’art.48 seguente.

<Gli articoli successivi definiscono in maniera dettagliata i reati di secessione. Sovversione, e attività terroristiche, e le relative pene.>

Art. 38  Questa legge si applica <anche> a reati commessi a danno di H.K. al di fuori di H.K. e da persone che non sono residenti ad H.K.

Art. 40 <Il governo di> H.K. ha giurisdizione sui reati previsti in questa legge ad eccezione di quanto specificato nell’Art. 55

Art.48 Il Governo Centrale del Popolo creerà ad H.K. un ufficio per la salvaguardia della sicurezza nazionale

<Seguono la descrizioni e le attribuzioni dell’ufficio per la salvaguardia della sicurezza nazionale>

Art. 55 L’ufficio per la salvaguardia della sicurezza nazionale, dopo approvazione da parte del Governo Centrale del Popolo, su richiesta del governo di H.K. o dell’ufficio stesso, eserciterà la giurisdizione su un caso concernente reati contro la sicurezza nazionale previsti in questa legge, se: il caso è complesso per il coinvolgimento di un Paese straniero o di elementi stranieri, che possano rendere difficile l’esercizio della giurisdizione da parte di H.K.: un situazione grave in cui il governo della regione non sia in grado di esercitare la giurisdizione; un pericolo grave e imminente alla sicurezza nazionale.

Art. 57 <Nei casi previsti dall’art.55>  Il codice e la procedura penale della PRC e le altre leggi nazionali <incluso l’investigazione, il processo, la definizione della pena ..> verranno adottati nei casi previsti dall’art.55

Art. 65 Il Potere di interpretazione di questa legge è esercitato dal comitato permanente del Congresso nazionale del popolo.

Chi è interessato al testo completo della legge può facilmente trovarlo su internet oppure chiedermelo per mail o sul sito. Si tratta in sostanza di una legge abbastanza comprensibile e accettabile volta a contrastare i tentativi dei dimostranti di allargare l’autonomia di H.K. che è di per se temporanea secondo gli accordi internazionali, per arrivare, secondo una minoranza, ad una vera indipendenza. Ed in effetti le organizzazioni dei giuristi e degli avvocati di H.K. hanno messo in rilievo, per quanto ho avuto modo di verificare, solamente gli aspetti che ho indicato nell’antefatto più uno di particolare importanza. Il sistema giuridico di H.K. si basa sui principi della “common law” ben diversa dal sistema dei codici del diritto latino a cui si sta gradualmente ispirando il diritto cinese. Chiunque abbia dovuto discutere e firmare un contratto basato sulla common law ne conosce le difficoltà. A ciò si aggiunge la non separazione dei poteri all’interno della PRC. La stessa “basic law” di H.K. riconosce la specificità della situazione nel momento in cui sancisce “che il sistema socialista e le sue politiche non sono applicabili a H.K..” Questa legge cerca per quanto può di barcamenarsi fra i due sistemi come ad esempio nella definizione estremamente dettagliata (tipica della common law) dei reati presi in considerazione. Gli stessi reati sono definiti in maniera molto più generica nel sistema giuridico cinese. I nodi arrivano al pettine però quando si arriva all’interpretazione della legge. La parola finale spetterà all’autorità cinese che, in perfetta buona fede, non potrà che chiarirla sulla base dei principi propri del sistema cinese, arrivando molto probabilmente ad una definizione ben diversa da quella che darebbero giuristi di H.K. basate sulle pratiche a loro familiari. Ancora di più: in alcuni casi (arrt.55) l’imputato verrà giudicato in Cina. Sarà a questo punto estremamente difficile la difesa perché gli avvocati di H.K. hanno a loro volta ben poca familiarità del sistema giuridico cinese e dovrebbero appoggiarsi inevitabilmente ad avvocati locali. Lo stesso fatto che solo il testo in cinese della legge ha valore legale, per gli enormi problemi di efficace traduzione in inglese della lingua cinese,  renderebbe /renderà particolarmente difficile coglierne tutte le sfumature per chi, a Hong Kong, non ha familiarità con il linguaggio giuridico cinese. Mi rendo conto che, nella logica di “un Paese” la scelta della sola lingua cinese ha un senso, ma anche in questo caso, chiunque abbia familiarità con contratti particolarmente complessi e controparte cinese, sa bene l’importanza di avere le due lingue contrattuali “cinese e inglese” ugualmente valide.

A parte questo, molti commentatori internazionali di quella parte del mondo, essenzialmente Singapore, riconoscono che la definizione dei reati e la necessità di leggi specifiche era importante e coperta in maniera analoga anche a Singapore e Taiwan per parlare di Paesi di cultura analoga ma sistemi politici differenti. Si fa notare poi che lo stesso “USA Patriot act” promulgato dopo l’11 settembre ed ancora in vigore, prevede azioni straordinarie in casi di sovversione delle istituzioni del Paese e non si può negare che la parte più attiva dei “dimostranti/rivoltosi” chiedono l’indipendenza di H.K. ed il supporto di Paesi esteri in questa loro richiesta. Ritengo però che non è la legge in sé che bisogna analizzare ma i suoi presupposti, le sue giustificazioni, soprattutto le conseguenze del fatto che la situazione di H.K. sia solo un tassello di una battaglia geopolitica molto più vasta. Di ciò ho parlato nel capitolo precedente.

Buone vacanze.