21. set, 2019

Hong Kong 2

22 Settembre 2019

HONG KONG 2

 

Torno a parlare di Hong Kong perche’ vedo che purtroppo questa citta’ unica al mondo sta avvicinandosi ad una distruzione senza ritorno. Vorrei mettervi a parte delle mie riflessioni. Anzitutto la causa (almeno apparente) di questo sconquasso. Un giovane ha ucciso la fidanzata a Taiwan ed e’ fuggito a Hong Kong che non ha alcun accordo di estradizone con Taiwan. Il governo della citta’ ha approvato una legge che possa consentire l’estradizione in questi casi in cui non esista un trattato generale. Di per se un problema assolutamente marginale, ma l’opinione pubblica, specie i giovani, ha percepito questa legge come un modo per consentire l’estradizione di cittadini di Hong Kong in Cina, dove gli imputati godono di minori protezioni. Che fosse questo il vero motivo o no, una folla oceanica, specialmente studenti, scese in piazza in maniera pacifica per chiedere l’immediata abrogaazione della legge. Il successo di questa manifestazione fu anche determinato dal fatto che le scuole erano chiuse per le vacanze estive. Se questa e’ stata certamente la scintilla di tutto, secondo me e’ altrettanto sicuro che esistessero ed esistano tuttora motivi di disagio sociale ben piu’ profondi e radicati.

Carrie Lam, la governatrice ha dato scarso peso all’accaduto ed alle successive manifestazioni sempre piu’ violente ed invece ha continuato a farsi vedere in convegni o pranzi di lavoro con industriali e importanti uomini (e donne) di affari che costituiscono la classe dirigente ed il suo bacino elettorale. Il sistema elettorale di HK e’ infatti a suffragio universale indiretto, organizzato in maniera tale da dare di fatto il potere alla ristrettissima elite ricca e potente, con contatti internazionali ed ovvie relazioni di affari con l’establishment di Pechino. Come sapete, le manifestazioni sono diventate sempre piu’ violente, la citta’ paralizzata, le sue infrastrutture principali (metropolitana, aeroporto etc.) fortemente danneggiate ed ovviamente tutte le attivita’ economiche sono ferme. Ci sono stati parecchi feriti da entrambe le parti negli scontri e (si dice) tre morti. Gli arrestati sono piu’ di 1500 di cui quasi un centinaio accusati di riot (rivolta) che comporta una pena fino a dieci anni di carcere. Nonostante tutto cio’, l’ampio uso di lacrimogeni e idranti da parte delle forze dell’ordine e di incendi e bombe molotov da parte dei dimostranti, la situazione non migliora.

Carrie Lam si e’ dimostrata inadeguata dapprima a valutare la situazione e successivamente a fronteggiarla adeguatamente. Se infatti avesse ritirato subito la legge invece di bizantineggiare con le parole forse il fuoco si sarebbe spento. Ognuno di noi sa infatti che questo tipo di situazioni si autoalimentano in una spirale senza fine e diventa ogni giorno piu’ difficile trovare una maniera pacifica per venirne a capo, specie se, come sembra in questo caso, non esistono veri e propri leaders con cui trattare.

Giorni fa e’ stato diffuso un “fuori onda” non si sa se organizzato ad arte oppure trafugato, in cui Carrie Lam diceva “ Non sapete quanto sia difficile servire due padroni: il governo centrale ed il popolo di Hong Kong. Io mi sarei gia’ dimessa se ne avessi avuto la possibilita’”

I dimostranti (o rivoltosi) chiedono l’accettazione di cinque punti: l’abrogazione della legge, l’istituzione di una commissione d’inchiesta pubblica e indipendente che giudichi l’operato della polizia, un’amnistia generale per i dimostranti e la riforma elettorale.

Il primo punto, dopo essere stato oggetto di disquisizioni semantiche fra withdraw e shelved fatte piu’ che altro per “salvare la faccia” e’ stato approvato: la legge non esiste piu’. I dimostranti pero’ a questo punto pretendono l’accettazione totale dei cinque punti e, come succede in questi casi, le richieste andranno ad aumentare piuttosto che esaurirsi. La piu’ importante per i dimostranti sembra che sia la commissione d’inchiesta ma la risposta del governo e’ che una commissione stabile che indaghi su eventuali comportamenti irregolari da parte delle forze dell’ordine gia’ esiste e l’istituzione di una commissione speciale verrebbe percepita come una criminalizzazione della polizia e ne distruggerebbe il morale. L’accettazione della altre richieste e’ ancora piu’ comnplessa, infatti solo la magistratura in un sistema giudiziario libero qual’e’ quello di Hong Kong puo’ decidere su accuse e condanne dopo un processo. Un’amnistia generale e senza processo sarebbe una violazione ancora piu’ grave del diritto. Infine a Hong Kong sono state gia’ fatte in passato riforme elettorali che ovviamente richiedono una riforma costituzionale. L’ultima proposta (non approvata dai cittadini) era stata un elezione a suffragio universale diretto del governatore. scelto da una lista proposta dal governo secondo certe regole ed approvata dal governo centrale. Ovviamente qualunque modifica richiederebbe molto tempo e non potrebbe essere fatta sotto la pressione della piazza.

In questi ultimi giorni, fra alti e bassi, la situazione e’ diventata critica e molti commentatori locali e internazionali cercano di proporre varie soluzioni. Prima di entrare nel merito pero’ e’ necessario qualche richiamo storico, economico e geopolitico.

HK appartiene da sempre alla Cina ed e’ cinese storicamente, etnicamente, culturalmente e linguisticamente. Nel 1842 fu conquistata con le armi dall’Inghilterra che ne fece una sua colonia. Margareth Thatcher, nell’ambito del dissolvimento dell’impero britannico si accordo’ con Deng Xiaoping per la restituzione della sua ultima colonia alla madre patria che ritorno’ cinese il primo ottobre 1997. L’accordo, ancora in vigore prevede un periodo tranasitorio di 50 anni in cui il suo status, rispetto alla madre patria, sara’ quello di “un Paese, due sistemi”. In sostanza, fino al 2047 restera’ a HK il sistema giuridico, sanitario, il welfare, la liberta’ di parola, di manifestazione pacifica, di stampa, la liberta’ di movimento etc. che erano in vigore nel periodo coloniale. Fu concordata una costituzione che dava a HK un embrione di democrazia di cui non aveva mai goduto, neanche sotto la dominazione britannica. Non c’e’ alcun dubbio quindi che HK sia parte della Cina, molto di piu’ di quanto la Catalogna sia parte della Spagna da cui ha una lunga storia indipendente ed una lingua diversa. E’ una situazione inoltre completamente diversa rispetto a quanto possano essere state l’Ungheria o la Cecoslovacchia, stati storicamente sovrani che tentarono di ribellarsi alla sostanziale occupazione sovietica. La sua situazione puo’ essere paragonata in un certo senso a Trieste quando fu occupata e poi riconsegnata all’Italia dalla Iugoslavia.

Nell’anno precedente la restituzione di HK, molti abitanti, non sentendosi sicuri di rientrare sotto il nuovo regime, molto diverso da quello a cui erano ormai abituati, chiesero ed ottennero il passaporto britannico. Altri, sopratutto i Cinesi ricchi, considerando che lo sarebbero stati ancora di piu’, preferirono restare. Ovviamente i poveri e la classe medio-bassa, come sempre accade nel mondo, non ebbe in pratica scelta ed inizio’ la nuova era. Nessun Paese al mondo e tanto meno l’Inghilterra si oppose alla legittimita’ di questa decisione. L’Inghilterra in particolare, garante dell’ applicazione delle clausole di transizione non fece molto per far notare la sua presenza. Hong Kong continuo’ a fiorire economicamente, forte del suo status di essere di fatto la porta di transito del mondo verso la Cina e della Cina verso il mondo da un punto di vista finanziario e commerciale. Essa era, ed e’, di fatto governata da una ristretta elite dell’alta societa’ che si e’ sempre piu’ arricchita (in maniera formalmente legale) approfittando della particolarissima situazione in cui la citta’ si trovava. Il governo cinese la osservava da lontano controllando sostanzialmente, e in maniera rigidissima il rispetto di alcuni principi, primo dei quali l’appartenenza assoluta di HK alla Cina anche se essa era “una provincia a statuto speciale” con liberta’ e poteri piu’ ampi di quelli di cui godono da noi la Sicilia, il Trentino-Alto Adige e la Val d’Aosta. Il tutto per un periodo temporaneo, almeno sulla carta. Ci furono di tanto in tanto dei disordini ma niente di lontanamente paragonabile a quanto sta succedendo oggi. 

Nel frattempo, come vi ho detto nella nota precedente, Honk Kong sfioriva; diventava sempre piu’ sciatta, piu’ sporca, piu’ disordinata ed anche piu’ povera. Al Peninsula ovviamente coninuava il rito del tea pomeridiano o l’elegantissima cena sul roof garden, i club privati continuavano a mantenere le proprie abitudini, si continuavano a vedere lussuose Rolls Royce guidate da autisti in divisa, ma la decadenza era visibile. Anche durante il breve periodo della SARS c’era stata una crisi, ma la ripresa era stata rapidissima con uno sforzo corale da parte del governo e della popolazione. Mi ricordo in quei giorni il “festival mondiale di fuochi d’artificio” organizzati in varie serate su grandi chiatte nella baia e visibili dal lungo mare o, come nel mio caso, dal roof garden dello Shangrila come di tutti i grandi alberghi.

E siamo arrivati ad oggi. La Cina e’ molto diversa rispetto al momento della transizione: piu’ ricca, con un’economia capitalistica sfrenata, ma con sostanziali limitazioni alla liberta’ degli individui, il “socialismo con caratteristiche cinesi”. L’importanza economica di HK si e’ molto ridotta ed oggi contribuisce solo per il 3% al PIL cinese. La sua importanza come centro manifatturiero e’ sostanzialmente scomparsa, delocalizzata nelle altre aree della Cina in cui il costo del lavoro e’ molto piu’ basso. HK e’ quindi rimasta una citta’ a vocazione turistica e terziaria, essenzialmente finanziaria. Per esempio il Dollaro di HK e’ la settima valuta piu’ scambiata al mondo. Lo sviluppo delle “zone economiche speciali” che si sono in questi decenni moltiplicate in Cina ha sottratto a HK gran parte della sua potenza. La vicina Shenzen (parte della Great Bay Area assieme a HK, Macao, Zhuhai e buona parte del Guandong) fa ormai concorrenza alla California come centro mondiale delle tecnologie innovative. Come ho detto pero’ nella mia nota precedente gli HongKonghesi sono molto malvisti se oltrepassano la frontiera e cercano lavoro altrove. Nonostante cio’ pero’ Hong Kong e’ tuttura essenziale per la Cina e per il Mondo. Ad essa si accede liberamente ad tutto il mondo, c’e’ liberta’ assoluta di movimento dei capitali, dei beni e dei servizi, la borsa e’ fra le piu’ importanti del mondo, certamente piu’ di quella di Shanghai, tutte le banche internazionali e quelle cinesi hanno una loro importantissima sede nel quadrilatero finanziario dell’isola. Inoltre la garanzia del sistema giuridico inglese, la common law, ha un valore inestimabile per chi voglia fare affari con la Cina o adoperare HK come base per stabilirsi in Cina.

E allora perche’ questa crisi? E’ mai possibile che, a fronte di un sogno irrealizzabile di ottenere l’indipendenza dalla madre patria si stia distruggendo questo “apparente” paradiso? Il fatto e’ che dietro questa vetrina luccicante nascono i veri problemi. Crollata l’industria manifatturiera, con le attivita’ portuali e commerciali sempre piu’ automatizzate, Hong Kong e’ rimasta solamente un centro finanziario di importanza strategica per tutto il mondo ma di cui solo una ridottissima parte della popolazine gode i frutti: una citta’ per ricchi, anche per il costo altissimo della vita, non per oltre sette milioni di abitanti. Oggi si ha la sensazione che il sistema giuridico la “rule of law” salvaguardata da una magistratura indipendente indipendente possa essere sostituita dalla “rule by law” vigente in Cina. Cio’ e’ a mio avviso l’aspetto piu’ inaccettabile per noi del mondo cinese, molto di piu’ di qualsiasi altro aspetto ideologico percepito molto spesso attraverso una cattiva informazione. Il crollo di questo principio, o la semplice sensazione che esso possa crollare determinerebbe la distruzione immediata di HK. Mi rendo conto pero’ che una spiegazione e’ necessaria. In parole semplici e senza entrare in troppi dettagli giuridici la “Rule of Law” e’ un principio con solide fondamenta nella filosofia occidentale in base al quale ogni individuo, dal piu’ povero al piu’ potente, che sia Re o Presidente, e’ uguale di fronte alla legge. Cio’ significa che se e’ sospettato di commettere un reato deve essere giudicato e, se colpevole, punito indipendentemente dal suo stato sociale e dal suo ruolo nella comunita’. E’ chiaramente un principio ideale non sempre applicato. Per esempio i nostri parlamentari molto spesso sfuggono alla legge e non solo per il ben noto “fumus persercutionis” ma molto spesso per accordi di “do ut des” fra le parti politiche. Questo principio e’ pero’ parte essenziale del nostro essere ed e’ probabilmente la meno accettabile fra le profonde differenze che abbiamo rispetto al mondo cinese. La “Rule by law” e’ invece un concetto in base al quale l’autorita’ di governo e’ in qualche modo al di sopra della legge ed ha il potere di interpretarla o applicarla quando ritenga opportuno con cio’ limitando i diritti del singolo cittadino. In un senso piu’ largo e’ un metodo di governo che tende a convincere o obbligare i cittadini ad accettare decisioni politiche ritenute necessarie dal governo. Non bisogna equiparare questo sistema al dispotismo di una persona o gruppo di persone per interessi personali o di classe (che sarebbe un’ovvia patologia del sistema come l’esempio che vi ho fatto del nostro Parlamento) ma di un concetto “educativo” delle masse che non possono comprendere quale sia il prevalente bene comune. Questo principio, applicato essenzialmente nella giustizia civile, risulta ripugnante per ciascuno di noi, abituati a ben altri concetti. Dovremmo pero’ chiederci se nel nostro ordinamento abbiamo varcato i limiti che portano alla paralisi di un Paese. Mi riferisco alla TAV, alla TAP, ai ricorrenti movimenti anti-Euro etc. che si protraggono talora per decenni senza arrivare mai ad una soluzione quale essa sia.

Secondo molti osservatori, lo slogan “Liberate Hong Kong; revolution of our times” vuole rivitalizzare lo spirito originale della della citta’ , ritornare a “one country two systems e “difendere le nostre liberta’ civili ed il nostri stile di vita” come hanno detto vari studenti intervistati; non chiedere l’indipendenza. Sono convinto che il governo cinese abbia pienamente capito cio’ e per questo abbia evitato ogni intervento diretto per ristabilire l’ordine, cosa che non avrebbe esitato a fare se avesse ritenuto in pericolo l’unita’ nazionale. Secondo molti osservatori il suffragio universale non sarebbe di per se la richiesta principale ma un mezzo per rimuovere quegli ostacoli che si sono via via accumulati nel governo di Hong Kong. Primo di tutti e’ la proprieta’ assoluta del terreno che e’ il bene indispensabile per una citta’ come HK. A HK vige un sistema che concede ad una minoranza privilegiata di trarre profitti sproporzionati da uan risorsa pubblica essenziale e impone una tassa nascosta alla comunita’, traendone una rendita indebita. 

“A paragone con le grandi citta’ europee o americane noi paghiamo tasse bassissime ma spendiamo gran parte dei nostri reddititi in mutui immobiliari (in media 70% del reddito) o affitti altissimi. Se il terreno fosse di proprieta’ pubblica qualunque cittadino potrebbe utilizzane una parte o partecipare alla sua monetizzazione. Pensate al petrolio o al gas e al reddito che esso genera per il popolo norvegese. Per noi abitanti di HK, il nostro petrolio e’ il terreno. La realta’ e’ invece che i grandi immobiliaristi e le grandi societa’ di cosntruzioni agiscono in maniera monopolistica.”

Paradossalmente (ma non tanto) un supporto a questa posizione e’ giunto dal quotidiano ufficiale cinese People’s Daily che ha criticato gli immobiliaristi accusandoli di voler guadagnare fino all’ultima lira, e ha esortato Lam ad adottare tutti i provvedimenti previsti dalle leggi in vigore, come il diritto di esproprio, per accelerare la costruzione di case popolari e dare una speranza ai giovani. Da questo e da altri segnali, come ad esempio la critica all’uomo notoriamente piu’ ricco di HK si “potrebbe” dedurre che la luna di miele fra Pechino e i tycoons della citta’ stia per finire. Per decenni, prima e dopo il 1997 il credo “small government, big market” e’ stato il principio base della citta’, ma ora a Hong Kong come nel resto del mondo il principio della responsabilita’ sociale d’impresa si sta diffondendo. Pechino pero’ deve essere molto cauta in questi suoi interventi diretti perche’ proprio in virtu’ di “un Paese, due sistemi” deve accettare il fatto che a Hong Kong vige un regime capitalista anche se esso non e’ in contrasto con la responsabilita’ sociale. Deve quindi essere il governo di HK a farsi carico che il periodo della “property egemony” fa parte del passato e che bisogna cambiare. Purtroppo il governo e’ espressione di quella sparuta minoranza!

L’ultimo aspetto che vorrei mettere in risalto e’ l’internazionalizzazione della crisi di Hong Kong. Intendiamoci, a Hong Kong vive e lavora una numerosa comunita’ internazionale appartenente a tutti i Paesi del mondo , specie i piu’ sviluppati, quindi e’ naturale che tutte le Cancellerie si preoccupino della sicurezza dei loro cittadini, come pure della stabilita’ delle svariate attivita’ economiche. Il problema e’ da un lato la richiesta di supporto da parte dei dimostranti a USA, Germania etc. e dall’altro la corrisipondente risposta di questi ultimi e l’ovvia reazione cinese. Angela Merkel, secondo me l’unica statista occidentale di livello internazionale, durante una riunione con Li Keqiang, Primo Ministro cinese, lo ha esortato a fare sforzi per una soluzione pacifica dei problermi, ed ha ricevuto una risposta altrettanto misurata e diplomatica “Stai pur certa che il popolo cinese ha la capacita’ e la saggezza necessaria per risolvere i propri affari interni”. Erano entrambi “atti dovuti”. Purtroppo pero’ un membro del suo governo ha ricevuto a Berlino Joshua Wong, uno dei capi della rivolta ed ha assicurato il suo supporto attirandosi le ire della Cina per l’intromissione in una faccenda assolutamente interna. Che cosa avreste pensato se uno Stato estero si fosse intromesso nei fatti di Genova di anni fa? Piu’ complessa e’ la situazione negli Stati Uniti, dove la presenza di funzionari dell’ambasciata americana durante gli scontri e le varie dichiarazioni politiche sono viste come il fumo negli occhi da parte del governo cinese. Esse sono infatti considerate parte della lunga guerra a tutto campo fra le due potenze globali, come il supporto e la vendita di armi a Taiwan che e’ prossima a elezioni politiche cruciali. Mi ha stupito in questo contesto la dichiarazione di Nancy Pelosi, speaker della Camera USA, una persona che considero molto equilibrata. “I Democratici e i Repubblicani assieme continuano ad essere vicini al popolo di Hong Kong nel chiedere un futuro libero e democratico come e’ loro diritto”. E’ in corso di approvazione una legge bi-partisan che impone al Presidente di verificare ogni anno che Hong Kong continui a mantenere i requisiti di autonomia e liberta’ che le consentono di godere dei benefici e delle prerogative commerciali con gli USA. Il ritiro di tali privilegi, ben lungi dall’aiutare la popolazione, decreterebbe la morte immediata della citta’. E’ questo che vogliamo? E’ questo che vuole il mondo libero?

Per come vi ho descritto lo status giuridico e storico di Hong Kong, sarebbe come se in occasione di uno dei frequenti scontri razziali negli USA fra la minoranza nera e la polizia, l’ambasciatore cinese si recasse sul luogo ed assicurasse la comprensione e l’appoggio del suo governo.  

A queste dichiarazioni ha risposto il direttore del cinese Global Times che, citando le ripetute richieste del governo di tenersi fuori dai problemi interni della citta’ ha scritto “La situazione che si e’ creata nasce da problemi interni di HK. Come ogni movimento di massa esso e’ per gran parte di natura emotiva ed e’ alimentato da interventi altrettanto emotivi”. Ogni intervento esterno non farebbe altro che esasperarli.

Analizzando comunque le varie dichiarazioni si puo’ notare essenzialmente parole di condanna dai Paesi Occidentali mentre esse sono piu’ misurate da parte dei Paesi dell’ASEAN e del Giappone. Una spiegazione potrebbe essere data dalle parole di Gal Luft, condirettore dell’ Institute for the Analysis of Global security di Washington. Egli esordisce con l’affermazione che gli abitanti di HK sarebbero “hopelessly naive” se si aspettassero un supporto del mondo in difesa della loro liberta’. “c’e’ una grande preoccupazione in USA e nell’Occidente. Ci potrebbero essere anche delle sanzioni, e si parla anche di un riaggiustamento dello speciale status economico di HK, ma niente di cio’ e’ veramente risolutivo. In generale l’approccio di Washington alla democrazia e ai diritti umani e’ cinico e selettivo. Semmai, Washington usera’ HK come arma negoziale nel suo conflitto commerciale con la Cina per poi abbandonarla una volta raggiunti i propri obiettivi”;“secondo me la scommessa e’ enorme La Cina non rinunziera’ mai alla sua sovranita’ su Hong Kong. E’ piu probabile che il mondo degli affari internazionale, che fino ad ora ha visto HK come un esempio di stabilita’, cambiera’ atteggiamento e si spostera’ altrove. Niente puo’ distruggere il futuro di HK piu’ che un esodo in massa del mondo degli affari. I dimsotranti stanno giocando col fuoco.” “Pechino cerchera’ di esercitare il massimo di moderazione perche’ e’ consapevole che sono in molti a volerla trascinare nella trappola di Tiananmen con un intervento militare diretto” 

Credo che niente possa sintetizzare la situazione meglio di queste parole.

Per intanto Pechino, dove mi trovo in questi giorni, sta preparando festeggiamenti in grande stile per il settantesiomo anniversario della repubblia il Primo Ottobre. Non permettera’ che niente disturbi quella giornata, e quindi a Hong Kong non succedera’ niente di particolare. Ma dopo?

A chi ama Hong Kong non resta che sperare nella ragionevolezza umana.