31. mag, 2019

Testo

1 giugno 2019

L’OCCIDENTE CAPISCE LA CINA ?

 

Tutti noi conosciamo la storia della Prima Guerra Mondiale (le trincee, Caporetto, il Piave etc.) se non altro per le nostre reminiscenze scolastiche. Una parte di noi sa che il Trattato di Versailles che mise fine alla guerra e le relative durissime clausole molto penalizzanti per le Potenze sconfitte posero le basi politiche, economiche e culturali che contribuirono in grandissima parte allo scoppio del secondo conflitto mondiale. Quasi nessuno sa invece che la storia della Cina e del Mondo sarebbero forse state diverse se il Trattato avesse accettato clausole essenziali per la Cina e fosse stato firmato anche dai delegati cinesi, che invece si rifiutarono. Che io sappia furono gli unici a non firmare il trattato di Versailles. Ovviamente la storia non si fa con i “se” ma credo che un breve richiamo storico a qualcosa che non ci è mai stata insegnata né a scuola né altrove possa essere interessante. Cercherò di essere il più sintetico possibile.

Dobbiamo partire dall’inizio dell’800 quando il mondo occidentale e il Giappone avevano commerci molto fiorenti con la Cina. In particolare l’Inghilterra importava grandi quantità di tè, seta e porcellana mentre la Cina, largamente autosufficiente, aveva importazioni molto più ridotte e ciò creava un deficit notevole. Nel frattempo l’oppio, introdotto in Cina dagli Olandesi nel XVII secolo, era stato messo fuori legge dal governo cinese perché questa droga stava dilagando oltremisura. L’Inghilterra allora, ignorando le leggi locali, decise di importarlo e venderlo sfruttando il porto di Canton a cui aveva accesso. Anche questo fa pensare a oggi: il commercio di droga è sempre stato molto redditizio. Quando però ciò avviene fra due stati sovrani la situazione si fa molto più seria e infatti scoppiò la prima “guerra dell’oppio” conclusasi con la vittoria dell’impero britannico contro un impero cineseormai in pieno disfacimento. Questa guerra, e la successiva seconda guerra dell’oppio determinarono l’inizio dell’imperialismo e del colonialismo occidentale in Cina. Nelle figure che seguono a questa nota ho riportato una cronologia essenziale (e lacunosa) della successione degli eventi. In sostanza, fra il 1840 e il 1900 giapponesi, francesi, inglesi e tedeschi si annessero porzioni sempre più vaste del territorio cinese, presero il controllo dei porti, della navigazione fluviale e delle dogane, stabilirono legazioni militarizzate a Pechino e Tianjin (allora Tientsin). Italiani, Americani, Belgi e Austriaci si aggregarono. Ci furono una serie di rivoluzioni, le truppe occidentali marciarono su Pechino, il sistema imperiale crollò, e si arrivò alla seconda guerra mondiale. Tutto ciò serve a delineare il quadro di riferimento.

Se chiunque di noi prova a dire a un cinese “Wusì”<scusate la scrittura scandalosamente approssimativa ma vuol dire cinque-quattro> non ci può esser alcun equivoco: ci si riferisce a quanto accadde esattamente cento anni fa in piazza Tienanmen il 4 maggio 1919 e non è casuale che settanta anni dopo il 4 giugno 1989, nella stessa piazza e sotto un quadro che raffigura i fatti del 1919, iniziarono le proteste che portarono al massacro successivo. Se noi proviamo a scrivere “Liusì “ (sei-quattro) o peggio  Liusì Yudong (movimento sei-quattro) su Wechat state pur certi che il nostro sito verrebbe immediatamente bloccato.

Ma cosa successe in quella data?

In quel giorno cominciò una violenta protesta (il movimento 4 maggio), quando varie migliaia di studenti si radunarono in Piazza Tienanmen, seguita da proteste analoghe in altre città e culminata in uno sciopero generale nel giugno successivo che paralizzò Shanghai, il centro industriale più importante e il porto più grande (e già allora il sesto del mondo).

I dimostranti esprimevano la loro indignazione per le informazioni che arrivavano da Versailles dove si stavano concludendo i negoziati sulla fine della prima guerra mondiale. Le potenze alleate stavano decidendo di concedere al Giappone i territori coloniali tedeschi nella provincia cinese dello Shandong invece di restituirli alla madre patria cinese. “Il Giappone è stato fra le Potenze vincitrici della Guerra – dicevano i dimostranti- ma anche la Cina si è schierata con gli alleati”; e che ne era dei principi che il Presidente Woodrow Wilson aveva solennemente dichiarato nel 1918, fra cui  l’autodeterminazione dei popoli? .La protesta ovviamente si rivolgeva anche contro i plenipotenziari cinesi che si stavano dimostrando estremamente deboli e arrendevoli.

Non dobbiamo dimenticare che in quel periodo l’impero era crollato, non esisteva un potere stabile ma vari “signori della guerra” in conflitto fra loro, e soprattutto un profondo dibattito sulle cause che avevano creato la debolezza del tardo impero e sulla strada da seguire. Ne era coinvolta tutta “l’intellighenzia” cinese e quindi gli studenti. Per la prima volta si metteva in discussione il Confucianesimo che regolava la vita cinese da circa 2500 anni. In particolare una corrente di pensiero guardava con simpatia al mondo occidentale e a “Mr. Science e Mr. Democracy” che si pensava fossero alla base del rapido progresso dell’occidente.

Torniamo alle proteste. Gli studenti attaccarono le case dei plenipotenziari ai negoziati, ci furono scontri con la polizia, molti arresti e dei morti. La Cina aveva una lunga tradizione di proteste di studenti e professori contro governi incapaci. Esse si inserivano in un certo senso negli insegnamenti confuciani secondo cui era dovuta obbedienza al sovrano in quanto egli agiva per il bene del popolo, ma nel momento in cui egli non avesse assolto ai sui compiti era dovere del popolo di ribellarsi.

E alla fine il governo si arrese. Diede istruzione ai suoi rappresentanti in Francia di non firmare il trattato, destituì e processò tre diplomatici particolarmente colpevoli e accusati di essere corrotti. Infine liberò tutti gli studenti che erano stati imprigionati.

Il movimento Wusì alla fine fallì nel suo obiettivo principale, infatti il primo gennaio 1920 tutti i possedimenti ex-tedeschi furono consegnati al Giappone. Esso però entrò nella leggenda come simbolo della potenza delle masse studentesche. Settanta anni dopo purtroppo una manifestazione analoga, nella stessa piazza, e sotto il quadro che rappresentava le dimostrazioni del 1919 finì nel massacro che tutti conosciamo.

La delusione dei Cinesi fu enorme. Le loro richieste in sostanza erano tre, e tutte ragionevoli.

-          Abolizione dei privilegi che si erano autoassegnati i Paesi colonialisti in Cina, come l’extraterritorialità delle concessioni;

-          Cancellazione delle 21 richieste ultimative dei Giapponesi;

-          Restituzione alla Cina dei territori sottratti dal Giappone alla Germania che se li era precedentemente autoassegnati con la forza.

Purtroppo Lloyd George, Georges Clemenceau e il Congresso americano ebbero la meglio sugli ideali di libertà e auto-determinazione dei popoli di cui si era fatto paladino l’idealista ma debole Wilson. Dov’erano allora i principi tanto decantati dall’Occidente e a cui aveva creduto una possibile classe dirigente in cerca di nuovi riferimenti? Tutto ciò fu ritenuto un tradimento e un vulnus assoluto a un popolo con una storia e una civiltà paragonabili solo a quella di alcuni Paesi europei.

Le convulsioni di cui era preda la Cina continuarono; gli unici che non li avevano mai traditi erano i Bolscevichi i quali avevano appena assunto il potere in Russia. Seguirono il secondo conflitto mondiale, la guerra fra Mao e Chiang Kai-shek, il supporto americano a quest’ultimo, vissuto dai Cinesi come l’ultimo tradimento, la guerra fredda, fino all’apertura di Nixon e Kissinger e ai nuovi rapporti diplomatici. Il ritorno dei principi confuciani, un governo forte e una crescita economica velocissima ci portano ai nostri giorni.

Che cosa sarebbe successo se la Cina fosse ritornata ai Cinesi nel 1919? Nessuno potrà mai saperlo, ma come minimo oggi ci sarebbe una maggior fiducia e un’accettazione reciproca di due sistemi incompatibili fra loro. Le opinioni su questi fatti storici si basano prevalentemente su un bellissimo articolo del New York Times del 3 maggio scorso.

Torno un attimo alle voci che si stanno rincorrendo sui retroscena del brusco arresto dei negoziati cino-americani perché è funzionale a ciò che sto cercando di dire. Susan Thornton, un ex funzionario del Dipartimento  di Stato americano, ha dichiarato “Per quanto ne  so, gli USA avevano preparato un testo che indicava chiaramente gli obblighi cinesi in un certo numero di argomenti.” “ Tutti questi dettagli erano stati cancellati dai Cinesi… Per tutto il negoziato, la Cina ha chiesto che un certo numero di argomenti non diventasse di pubblico dominio; al contrario, la Parte americana voleva che l’opinione pubblica fosse assolutamente informata di ciò che il governo americano era riuscito a ottenere…In particolare c’era un’opposizione decisa al desiderio americano che fosse riconosciuto il proprio diritto di imporre dazi punitivi, o altre penalizzazioni per spingere i cinesi all’applicazione dell’accordo…Questa clausola sarebbe stata considerata una rilevante riduzione della sovranità cinese, e una tale concessione non sarebbe mai stata accettata dal popolo cinese”.

Ho ritenuto opportuno riferire quest’aspetto perché a un secolo dalle dimostrazioni del quattro maggio e nel trentennale della strage di Tienanmen che proprio a quell’anniversario si riferiva, sarebbe stato troppo pericoloso e assolutamente impossibile suscitare nuove proteste. Vi ricordo semplicemente una frase del manifesto del quattro maggio “Il territorio cinese può essere conquistato ma non può essere dato via…Il popolo cinese può essere massacrato, ma non si arrenderà mai” Queste parole, riferite al mondo occidentale e agli americani in particolare, sono ancora fresche nella memoria di tutti i Cinesi, specialmente gli studenti e le classi colte; una limitazione esplicita della sovranità nazionale, come ai tempi delle legazioni e dei “trattati ineguali” è, e sarà, inaccettabile. Da questo punto di vista il potere del governo cinese è molto più ridotto e “sovvertibile” rispetto a quello occidentale. Nessuno può ignorare la storia, specialmente in Oriente.

E torno a ciò che stavo dicendo. I promotori del movimento quattro maggio, continuarono a dibattere sulle varie teorie politiche nel mondo, alcuni cominciarono a rivalutare i principi confuciani, anche se aggiornati, altri, i più delusi da quanto era successo, abbracciarono il bolscevismo e nel 1921 fu fondato il Partito Comunista Cinese. Il resto della storia, fino a giorni nostri, è ben noto. Oggi si dice che Xi rappresenti un ritorno a Mao, ma in realtà Xi Jinping è diverso da Mao, come pure da Deng. E’ forse più simile a Liu Shaoqi, che proprio di Mao fu vittima. In fatti, a differenza di Mao e in linea con  Liu, adatta i principi leninisti alle idee confuciane per creare un partito-stato con caratteristiche cinesi. Per Mao la supremazia del Partito non era necessaria sempre e comunque, come dimostrò con il lancio della rivoluzione culturale. Lo stesso Deng Xiaoping, guidato da pragmatismo, e cauto sperimentatore di tutte le linee guida che portarono alla rinascita cinese, per un certo periodo ipotizzò la separazione del Partito dallo Stato ma, dopo Tienanmen, ritornò rapidamente indietro. Xi sostiene che non è più il momento di sperimentazioni. La Cina deve evolvere verso una nuova giovinezza e deve ritornare all’antica grandezza. Non c’è posto per teorie esogene come la democrazia liberale dell’occidente, che sta anzi dimostrando i suoi difetti proprio nel mondo Occidentale. I Cinesi possono essere liberi come consumatori, come investitori, come mercanti, ma il sistema partito-centrico non deve essere messo in discussione.

E’ a questo punto essenziale parlare di un saggio di Jennifer Lind pubblicato oltre un anno fa sulla rivista Foreign Affairs. Esso parte da un concetto riassumibile nel proverbio “ The pot cannot accept that the kettle may not be black” che in Italiano si potrebbe tradurre “bue che dice cornuto all’asino” oppure “il gatto della credenza, quello che fa pensa”. Le potenze con una tradizione imperialista come USA, Unione Sovietica, UK e Giappone, estrapolano il comportamento degli altri Paesi dalla propria storia di colonialismo, arroganza e approccio rapace verso i popoli più deboli. Da questo punto di vista la Cina sta cercando di sostituirsi all’America come potenza egemone militare e politica in Asia-Pacific. Gli alleati storici degli USA dovranno quindi scegliere fra l’accettazione della dominazione cinese oppure armarsi e contrastare insieme il nuovo potere. Le affermazioni di Xi che la storia cinese è fatta di pace, non sono quindi credibili, perché qualunque potenza egemone si è sempre comportata in modo diverso. Per dimostrare questo assunto Lind cita vari esempi fra cui il fatto che gli USA hanno invaso Paesi dell’America Latina per più di 20 volte dall’inizio del XX secolo e cita la dichiarazione di Robert Olds, un diplomatico americano che nel 1927 disse “ L’America Latina ha sempre capito che i governi da noi riconosciuti e supportati mantengono il potere, gli altri crollano”. E le affermazioni di John Bolton, assistente di Trump per la Sicurezza Nazionale, sono tuttora sulla stessa linea del passato. “Ma la storia Cinese autorizza ad aspettarsi un comportamento analogo?” si chiede Lind, e racconta il complesso sistema di tributi adottato dalle dinastie cinesi dagli Han fino a Qing. I Paesi vicini inviavano tributi all’imperatore cinese, ma la maggior parte degli storici è concorde nell’affermare che gli stati tributari accettavano il sistema perché ciò che ottenevano in cambio era molto maggiore di ciò che davano. Non era insomma una “diplomazia delle cannoniere” e le guerre erano molto rare. In sostanza il sistema garantì la pace fra tutti i Paesi sotto l’influenza cinese per più di 1500 anni. Si potrebbe dire che c’è quindi poca differenza, ma ne esiste una, e sostanziale. Gli Usa chiedono agli altri Paesi che siano accettate e adottate le proprie idee politiche e sociali, come appunto quelle della democrazia liberale. Le impone in maniera sia diretta (economica e militare) che indiretta attraverso le organizzazioni internazionali che controlla, come ad esempio l’IMF. In contrapposizione a ciò la Cina non ha mai chiesto ai Paesi tributari di adottare il proprio sistema e i propri valori, che sono gli elementi caratterizzanti della cultura di qualsiasi Paese. Ne da prova un vecchio articolo (2012) del New York Times in cui si dice ( ma ve ne ho già parlato) “Gli Americani devono essere consapevoli che non è solo per benefici mercantilistici che il Paese esercita la sua leadership. Il fatto è che nessun’altra Potenza e nessun altro popolo sarebbero capaci di esercitare l’influenza benefica che ha sempre caratterizzato il nostro ruolo nel Mondo”. In sostanza gli Americani ritengono di essere i “maestri” o “gli educatori” degli altri popoli e ciò che è bene per loro, deve necessariamente esserlo per tutti, in un certo senso un atteggiamento missionario e quasi religioso.

Dopo l’interruzione dei recenti negoziati  a Washington ed in risposta indiretta alla raffica di twitter di Trump, di cui vi ho riferito nella mia nota precedente, Xi si è agganciato alle dichiarazioni di un alto funzionario del Dipartimento di Stato, Kiron Skinner secondo cui quella fra USA e Cina è una guerra fra due civiltà e due ideologie differenti. Inoltre per la prima volta gli Americani si stanno confrontando con “a great power competitor not Caucasian”.  Xi ha esordito dicendo che le culture possono essere diverse una dall’altra ma non ne esistono una migliore e un’altra peggiore. “Se qualcuno pensasse che la propria razza e la propria civiltà fossero superiori e cercasse di modificare o cancellare l’altra, sarebbe un’idea stupida e un’azione disastrosa…. Noi dovremmo trattarci con rispetto, abbandonare ogni orgoglio e ogni pregiudizio, approfondire la conoscenza delle differenze fra le nostre culture e quelle degli altri popoli, e promuovere un dialogo armonioso e la coesistenza fra le varie civiltà…..Se i Paesi si chiudono in isole separate fra loro, la civiltà umana è destinata a morire per la mancanza di scambi… I vari popoli dovrebbero uscire dai confini delle proprie culture e scoprire i vantaggi di quelle altrui e questa è la via migliore per innovare la propria”. Xi parlava al Convegno sul dialogo fra le culture asiatiche e ad esse si è infine riferito dicendo “L’Asia deve mantenere la pace come pre-condizione della crescita economica, che è il pilastro delle civiltà…… Tutti i Paesi devono lavorare assieme per proteggere il periodo di pace che stiamo vivendo e che è più prezioso dell’oro….. In Asia donne e bambini sono ancora afflitti da povertà, fame e malattie e dobbiamo lavorare insieme per promuovere un economia globalizzata, aperta, inclusiva, bilanciata e capace di sradicare la povertà”

Sembra di assistere a uno scambio di ruoli. Il linguaggio assertivo, violento e “bullistico” dei twitter Trump mi ricorda i toni dei gerarchi dell’Asse durante la seconda guerra mondiale, mentre quello di Xi Jinping mi fa pensare all’America migliore, quella della difesa della libertà durante la guerra, quella del piano Marshall, fino a quella di Obama e dell’accordo con l’Iran e, sempre di Obama che, consapevole della crescita rapidissima della Cina, aveva lanciato il Pivot to China, ma si preparava al confronto attraverso le relazioni internazionali e le loro istituzioni dalle quali invece l’America di oggi si è via via ritirata, chiudendosi in un isolazionismo nemico di tutti, anche i Paesi ad essa culturalmente più vicini, in primis l’Europa, il Messico e il Canada nei confronti dei quali sta agendo con la stessa violenza psicologica.

Chiudo con le parole di Goh Chok Tong Primo Ministro di Singapore dal 1990 al 2004, un Cinese che ben conosce le due realtà. Egli,  alla domanda che titola questa nota, da una risposta chiara e precisa “I Paesi devono individuare e proteggere valori condivisi quali un’esistenza pacifica, prosperità di tutti, ordine internazionale basato su regole condivise…Purtroppo oggi gli USA vedono la Cina come un pericolo strategico nel lungo periodo per la propria supremazia globale e quindi la propria sicurezza nazionale…Da parte sua la Cina è arrivata alla conclusione che gli USA non permetteranno loro crescere perché metterebbe in pericolo il proprio ruolo di superpotenza globale…I paesi dell’Asia, nel proprio interesse devono convincere entrambi che il Pacifico, e certamente il mondo, è grande abbastanza perché entrambi possano convivere pacificamente e siano “frenemies”, che è l’unica soluzione possibile per evitare una catastrofe globale”. La lotta fra civiltà nasce anch’essa da una conoscenza errata di entrambe, infatti, studiando a fondo la filosofia e la storia Cinese, ci si può rendere conto che, pur partendo da punti di vista diversi, in certi periodi la Cina è stata, secondo i canoni occidentali, più avanzata di quest’ultima, e viceversa in altri periodi storici.