Tienanmen Parte seconda

18. lug, 2019

18 luglio 2019

Tienanmen Parte seconda

Non si può tentare di analizzare i fatti di Tienanmen, le loro cause e le loro conseguenze senza fare un cenno rapidissimo alla storia di Deng Xiaoping. Parto da un ricordo che Vittorino Colombo, parlamentare e storico Presidente dell’Istituto Italia-Cina, ebbe di un incontro con Deng il 12 dicembre 1981 poco prima di incontrare gli studenti universitari di Pechino. Deng gli disse “… parli con piena libertà …. Noi puntiamo molto sui giovani…. La rivoluzione culturale ci ha fatto perdere almeno dieci anni, occorreranno molti anni per superare quei disastri ….. si affermava che uno era un eroe se non studiava, occorre invece rovesciare: si è eroi se si studia… agli studenti cinesi dica che tre sono i loro doveri: primo studiare, secondo studiare, terzo ancora studiare…”

Deng nacque in un villaggio del Sichuan da una famiglia relativamente abbiente, e  con un avo illustre che nel 1736 aveva superato gli esami imperiali conquistando una posizione ragguardevole nella gerarchia dei funzionari imperiali della dinastia Qing. Egli aveva ereditato dalle tradizioni familiari un’abitudine alla leadership e un forte rispetto per l’istruzione, avvenuta in una piccola scuola confuciana e con un istitutore privato da cui imparò, e coltivò sempre, la calligrafia. Partecipò poi al programma di studio-lavoro in Francia e lì venne a contatto con la gioventù socialista e poi con il Partito Comunista Cinese. Aveva quindi in sé la  tradizione e la cultura confuciana, combinata con le nuove idee che stavano prendendo piede in Europa e in Cina. Tornato in Patria, partecipò alla Lunga Marcia con incarichi di tipo sia politico che militare. Alla fondazione della repubblica fu eletto nel Comitato Centrale, dove ebbe incarichi importanti. La sua carriera fu però costellata di numerosi alti e bassi. Nel 1966 all’inizio della rivoluzione culturale fu condannato all’esilio ma si salvò nonostante molte umiliazioni subite grazie alla protezione di Zhou Enlai, altra grandissima figura della storia cinese. I familiari ebbero una sorte peggiore, il fratello si tolse la vita in carcere e il figlio carissimo resto paralizzato e in sedia a rotelle per il resto della vita. La seconda “disgrazia” avvenne nel 1975 per opera della Banda dei Quattro, e la terza di nuovo per opera di Mao che aveva eletto Hua Guofeng come suo successore. Negli intervalli al potere aveva promosso, in contrasto con altre fazioni, la modernizzazione del Paese, la sua apertura ai commerci con l’estero (1965), le relazioni internazionali con una serie di viaggi ufficiali in Francia (1973) e all’ONU (1974) , di nuovo la promozione del commercio con l’estero e la politica interna, mettendo in evidenza la necessità di profonde riforme in tutti i settori. Hua Guofeng, fautore di una linea ortodossa sui piani di sviluppo, lo mise di nuovo in ombra, ma ebbe il merito di introdurre i “dazebao” e una “quinta modernizzazione “ , la “democrazia” appoggiato anche da Deng. Hua perse però il potere per il fallimento dei suoi piani economici e cominciò “l’era di Deng” che fu libero di applicare le sue idee in campo essenzialmente economico.

 

Smantellò il sistema delle “Comuni popolari”, introducendo il sistema della responsabilità individuale nella produzione e favorì’ lo sviluppo della proprietà collettiva e individuale. Come fu suo costume anche in seguito, applicò i suoi principi di riforma rurale prima nella provincia di Anhui in via sperimentale: la famiglia tornava a essere alla base delle attività agricole. Fu un grande successo e nel 1982 la riforma fu estesa a tutto il Paese.

Si dedicò anche alla riforma del sistema industriale promuovendone una profonda ristrutturazione, secondo la quale l’ammodernamento delle aziende doveva essere realizzato in maniera graduale tramite il finanziamento con fondi propri dell’azienda, e, in parte, con finanziamenti del sistema bancario che fu a sua volta sostanzialmente cambiato separando le funzioni di Banca Centrale da quelle di credito ordinario, trasferite a un’altra banca.

Anche il sistema fiscale fu cambiato. Un’azienda di stato pagava un’imposta progressiva sul profitto; della porzione restante, una parte andava allo Stato (come “azionista”) ed un’altra restava all’azienda che lo gestiva autonomamente.

A tutto ciò si affiancavano una graduale attuazione di libero mercato e un’apertura ai commerci con l’estero. Non si può infine dimenticare che, in politica estera, Deng fu l’artefice dell’accordo con Margaret Thatcher per la restituzione di Hong Kong con la formula di “un Paese due sistemi”.

Il pallino di Deng era però sempre lo sviluppo economico e tecnologico della Cina. Il suo modello era Singapore, e su quel sistema cercava di sviluppare il Paese iniziando la sperimentazione con le “zone economiche speciali”, prima delle quali Shenzhen.

La combinazione del socialismo con l’economia di mercato e con il libero scambio aveva trovato molti sostenitori che, specialmente tra gli anni 1984 e 1987, si erano lanciati in varie iniziative, soprattutto del campo rurale, con l’intento di arricchirsi rapidamente (per inciso è quello che fanno oggi i Cinesi con la speculazione di Borsa).  Alcuni c’erano riusciti, ma la maggioranza era costretta a subirne gli squilibri. Si era creata una forte inflazione, la corruzione si era ingigantita e si andava verso una nuova carestia; infatti i contadini avevano abbandonato la coltivazione dei cereali col miraggio di prodotti più redditizi.

 Erano gli squilibri della liberalizzazione!

Deng dovette affrontare una forte opposizione interna da parte della “banda dei vecchi” che si opponevano all’apertura a pratiche di capitalismo Occidentale che avrebbero diminuito la “purezza” del socialismo. Cercò al solito di mediare, favorendo, al posto di Primo Ministro, Li Peng, un esponente di quella “corrente”. Nel1986 gli studenti tornarono in piazza per protestare contro la serie di riforme che consideravano troppo timide e troppe lente. In questa maniera si inserirono però nello scontro che era già cominciato nel partito fra “conservatori” e “riformisti”. Il risultato fu l’opposto di ciò che chiedevano. Hu Yaobang, segretario generale, riformista, ne fece le spese poiché fu considerato non capace di tenere a freno i giovani e fu estromesso dalla carica. Le sperequazioni e l’insoddisfazione aumentarono quando cominciò a togliere ai nuovi contratti di lavoro la sicurezza del posto “a vita” in cambio di condizioni economiche migliori. Era però convinto che si trovasse di fronte a un fenomeno transitorio e continuò per la sua strada. Nel maggio 1988 fu annunciata la totale liberalizzazione dei prezzi e questa notizia, unita al timore di nuovi aumenti, spinse i cittadini a ritirare dalle banche i loro risparmi e accaparrarsi i beni di consumo più necessari. La situazione si stava avvitando, unita alla delusione (fin dal 1986) di intellettuali e studenti che Deng aveva sempre considerato con favore essendo convinto della loro importanza.

E si arrivò al 1989 e a Tienanmen ….

La cronaca

Il 15 aprile 1989 Hu morì improvvisamente e i suoi funerali riportarono in piazza gli studenti che nella sua commemorazione vedevano di nuovo l’occasione per chiedere un’accelerazione delle riforme. Non bisogna dimenticare due cose. La prima  che vedeva una richiesta, già nata nell’ ’86 e ripetuta ora, di aggiungere alle “quattro modernizzazioni”  proposte da Deng, una quinta modernizzazione, quella delle istituzioni politiche. Se ne facevano promotori un gran numero di accademici che in una lettera chiedevano un’amnistia in occasione del quarantesimo anniversario della Repubblica. Sarebbe stato così liberato Wei Jingshen, in prigione dal 1979 proprio in quanto aveva propugnato tale riforma. Questa richiesta era stata ignorata da Deng.

Il secondo aspetto coinvolgeva tutto l‘Occidente. In quel decennio infatti le idee di democrazia liberale avevano raggiunto il loro massimo splendore: in Unione Sovietica Gorbaciov aveva iniziato la sua campagna di riforme che portò alla dissoluzione dell’ URSS, in Polonia Solidarnosc riempiva le piazze, di riforme si parlava già a voce più o meno alta negli altri Paesi del blocco sovietico, Fukuyama scriveva  che eravamo arrivati alla “fine della storia” e la democrazia liberale avrebbe definitivamente trionfato. Sarebbe infine da lì a poco crollato il muro di Berlino. Era quindi un sommovimento mondiale ma, come vedremo, le stesse parole potevano, almeno in Cina, assumere significati diversi.

Tornando a Pechino, di fronte alle dimostrazioni appena iniziate, si ripropose il dualismo di cui vi ho parlato. Li Peng, Primo Ministro, e Li Xiannian proposero un immediato intervento delle forze dell’ordine per bloccare i disordini sul nascere ed evitare che essi si allargassero. Zhao Ziyang, segretario generale pensava che queste dimostrazioni, opportunamente controllate, potessero accelerare la via delle riforme. Deng, il vero arbitro, voleva stroncare le proteste e riaffermare il potere del partito. Egli, alla luce anche di un possibile contagio europeo, aveva paura del collasso, il collasso di cui vi ho parlato e che tante volte ha creato drammi nella società cinese, ultimo di essi la rivoluzione culturale quando fu difficilissimo fermare le guardie rosse una volta che erano state lanciate proprio da Mao.

Anche lui però esitava davanti all’uso della forza perché’ era sinceramente intenzionato a continuare sulla strada finalmente intrapresa. Tutti però erano convinti che di lì a poco la situazione si sarebbe risolta da sola come altre volte. Prova ne è che Zhao, leader di una delle due fazioni al governo, partì per una vista di stato in Corea del Nord.  E questo fu il grande errore di valutazione di tutti.

In assenza di Zhao, Li Peng, appoggiato dai suoi seguaci, in una riunione del Politburo chiese la condanna, senza se e senza ma, del movimento degli studenti. Il giorno dopo ci fu una riunione a casa di Deng che si spostò decisamente sulla linea dura.

Da qui gli avvenimenti cominciano a precipitare da entrambe le parti. Il 26 aprile il Quotidiano del Popolo lancia un duro attacco contro gli studenti, accusandoli di voler sfidare il partito e sostenendo la necessità di un’azione decisa. Contro le previsioni di tutti (infatti nella simbologia cinese la reprimenda è in realtà un ultimatum) gli studenti si ritengono offesi nelle loro legittime richieste e, invece di ritirarsi, sollecitano una mobilizzazione generale. Professori e studenti arrivano a Pechino a migliaia e si uniscono ai dimostranti. Aspettano tutti, per opposti motivi, l’anniversario del 4 maggio che aveva visto la vittoria degli studenti nel 1919 e infatti il 3 e il 4 maggio in due diversi interventi Zhao, tornato dalla Corea, riconosce la legittimità della protesta che considerava patriottica. Ma già il 4 maggio a Piazza Tienanmen c’è una gran folla.

Governo e Partito si fronteggiano di nuovo, sono evidentemente impreparati e Deng cerca di nuovo di mediare.

Intanto il 13 maggio un gruppo di studenti inizia uno sciopero della fame e poi anche della sete. Gorbaciov, arrivato a Pechino per una visita di rappacificazione definita storica, trova una città occupata con continui cambi di programma per cercare di schivare le zone inagibili che però sono proprio quelle simbolo del potere.

Il 17 maggio, in un’altra riunione del Politburo, Zhao viene criticato e Deng propone la proclamazione della legge marziale.

Siamo alla svolta, Zhao nella notte del 17 maggio scende in Piazza, fra gli studenti, senza alcuna scorta e alcuna protezione, implorando gli studenti di sospendere lo sciopero della fame e di ritirarsi. Contemporaneamente Li Peng decreta la legge marziale a partire dalla mezzanotte del venti maggio. Oltre duecento mila uomini vengono fatti convergere su Pechino. Migliaia di studenti vanno incontro ai camion delle truppe nelle strade di Pechino e, invece di ritirarsi, si arrampicano sui mezzi, parlano con i soldati e li fermano.

Il 24 maggio viene ordinato alle truppe di ritirarsi, si notano infatti segnali di solidarizzazione fra i militari, anche di alto grado,  e i rivoltosi, perché’ ormai di rivolta si parla. Gli studenti pensano di aver vinto. Non siamo però al 4 maggio di settant’anni prima in cui gli studenti arrestati erano stati liberati: si tratta solo di una tregua momentanea prima della tragedia.

Fino ad ora abbiamo parlato di Pechino, ma essa in realtà è solo il centro della protesta. In molte centinaia di città di tutta la Cina decine e spesso centinaia di migliaia di rivoltosi hanno occupato le piazze. Non si tratta più ormai solo di studenti e professori, ma anche operai, contadini, intere famiglie spesso assieme ai loro bambini, ogni gruppo con le proprie richieste, differenti le une dalle altre. Non è però una rivolta in senso classico, non c’è un gruppo dirigente coeso, organizzato e capace di dirigere le vaie azioni. Non esistono vere comunicazioni fra i gruppi nelle varie città. E’ un intero popolo, la Cina sconfinata, che si ribella contro qualcuno e qualcosa. La situazione è scappata di mano a tutti. Gli stessi studenti sono indecisi: alcuni propongono di sospendere le agitazioni, altri dicono che ormai si è andati troppo avanti e i vari gruppi si contengono i megafoni per cercare di avere il controllo della Piazza.

Il 2 giugno il Politburo approva un nuovo durissimo documento ed espelle Zhao Ziyang e Hu Qili.

Il 3 giugno alle dieci di sera comincia l’avanzata dell’esercito con i mezzi blindati. Si dice che questa volta sono state chiamate truppe da molto lontano, che parlano dialetti diversi in modo da ridurre il rischio di solidarizzazione. Cominciano gli spari.

Siamo al caos e alla carneficina di cui nessuno conoscerà mai il numero di vittime. Si cerca di spostare i feriti: alcuni cercano di fuggire e vengono fermati dalle truppe che hanno bloccato le strade, altri al contrario, sentendo o avendo notizia degli spari si dirigono verso il centro alla ricerca dei propri familiari. La vittima ufficiale più giovane ha solo nove anni a riprova dell’impreparazione dei dimostranti.

La testa del serpente à stata schiacciata, ma nelle altre grandi città, fuori dai riflettori e dalla testimonianza dei giornalisti avvengono ancora azioni analoghe con morti e feriti.

Solo in pochi riescono a fuggire. Una trentina di alti dirigenti che non sono morti viene processata e condannata. Lo stesso Zhao, troppo importante per essere processato, viene posto agli arresti domiciliari da cui uscirà solo dopo la morte, per altro senza onoranze funebri, avvenuta nel 2005.

Dopo giorni di silenzio, il 9 giugno Deng ricompare in pubblico per partecipare alle “onoranze per i martiri nella battaglia contro i sabotatori del socialismo istigati dal capitalismo occidentale”

Tienanmen deve essere cancellata dalla storia, deve essere dimenticata, e così è stato. Pochi fra i giovani sanno bene cosa  sia successo, pochissimi hanno mai visto la famosa foto dell’uomo solo contro i carri armati. Parlando con i più anziani, quelli che erano studenti nel 1989, essi mi dicono “Nino, noi non andiamo volentieri in Piazza Tienanmen” e poi tacciono voltando la testa. Non è un modo di dire ma un fatto che ho verificato direttamente più volte.

Proviamo a capirci qualcosa

Il primo aspetto è evidente. Si era partiti da una manifestazione come tante altre e poi essa era andata fuori controllo. Ciò dimostra due cose: la prima che la governance cinese, allora come ora, non è mai così autocratica e monolitica come crediamo in Occidente. Deng Xiaoping aveva un prestigio immenso, il Politburo era composto tutto da uomini di sua fiducia, era il capo della commissione militare e ciononostante non riuscì fino all’ultimo ad arrivare a una linea condivisa. Allora come ora, all’interno del sistema di potere cinese esistevano correnti contrapposte fra loro, i conservatori e i riformisti diremmo noi, oppure la destra conservatrice e ortodossa e la sinistra aperta a modifiche dell’ordinamento. Noi vediamo un monolite, ogni minima cosa approvata con il 99% di consensi ma non è così. All’interno dei Palazzi del potere le contrapposizioni sono continue e violente.

Il secondo aspetto è anch’esso di facile comprensione. Tienanmen partì come una manifestazione di studenti e professori, ma il suo successo (o meglio la sua tragedia) derivò dal fatto che ben presto agli studenti e ai professori si unirono operai, artigiani, piccoli imprenditori e anche impiegati delle società di stato. Che cosa avevano in comune? Quando un regime di tipo (più o meno) leninista cerca di riformarsi in senso liberistico almeno da un punto di vista economico, la transizione è sempre difficile. In Russia, durante il periodo di Yeltsin, le persone vicino al potere in pochi anni si impadronirono delle imprese di Stato più redditizie, come quelle legate al petrolio ad esempio, in un processo di privatizzazione rapido e senza regole che le arricchì follemente. Nessuno si occupò di una modernizzazione e di un riassestamento delle varie classi sociali, e ancora oggi l’economia russa ne paga le conseguenze. Facciamo un salto di molti decenni e andiamo a Cuba. Lì l’apertura all’iniziativa privata procede al contrario in maniera lentissima ed estremamente controllata (anche per l’embargo americano tornato ferreo con Trump). Ciononostante un tassista, il proprietario di un piccolo ristorante o di una “casa particular” guadagnano più di un professore universitario o di un Direttore Generale di una società di Stato. In pratica, chiunque sia a contatto col turismo o con gli stranieri (prostituzione inclusa) vive molto meglio di chi, nel pubblico, stenta ad arrivare alla fine del mese perché’ nel frattempo i prezzi aumentano Nel 1989 la Cina di Deng stava affrontando esattamente questi problemi: l’inflazione crescente, i beni di consumo disponibili nei negozi ma a prezzi inarrivabili, soprattutto il fatto che un impiegato di una società di stato vedeva il suo lavoro mal pagato e svilito rispetto ad altre attività “private” emergenti. In contrapposizione, diventavano evidenti la corruzione e gli arricchimenti illeciti delle persone che, più o meno a contatto con il potere, anche e specialmente quello minuto e locale, se ne approfittavano in maniera sfacciata. Era proprio questo, in fin dei conti, il fattore unificante dei vari rivoli della protesta.

Il punto centrale però e’ un altro e mi affido all’analisi che fa Fabrizio Lanza, allora studente ed oggi professore dell’Universita’ Ca’Foscari, nel suo saggio “Un anno qualsiasi”. Esso mi pare infatti particolarmente centrato.

“L’idea del 1989 come movimento studentesco per la democrazia – dice il professor Lanza – è stata ed è tuttora riprodotta solo nei media occidentali”  Il 22 aprile, all’interno del Palazzo le alte cariche celebravano il funerale di Hu Yaobang. Al suo esterno migliaia di studenti celebravano a loro modo le loro onoranze.

“Tre studenti emersero dalla folla; portavano una petizione per il governo. Salirono la scalinata della Grande Sala del Popolo e, con un gesto divenuto iconico, si inginocchiarono in supplice attesa. Nessuno uscì a ricevere la petizione ma il simbolismo della scena era palese; inginocchiandosi di fronte al luogo del potere, come rispettosi sudditi, gli studenti stabilirono una diretta equivalenza fra lo Stato Socialista e l’antico Impero. Ma nel presentare una petizione ai nuovi imperatori, gli studenti rivendicavano la posizione non tanto di generici sudditi, ma di funzionari leali e onesti, inserendosi in questo modo nel lignaggio secolare di intellettuali al servizio dello Stato. La scena dei tre studenti in ginocchio comunicava due messaggi: il governo non stava ascoltando il popolo e gli studenti si arrogavano il ruolo di rappresentanti di quel popolo”

Si tratta quindi, secondo me una situazione culturalmente e psicologicamente del tutto diversa rispetto a due ricordi rispettivamente della mia infanzia e della mia giovinezza, la rivoluzione ungherese e la primavera di Praga. Specialmente della seconda mi ricordo che, avventurosamente, riuscii a captare per radio le richieste disperate di aiuto degli studenti ai Paesi di qua dalla Cortina di ferro perché li aiutassero. Lì esisteva una frattura culturale, assoluta e inconciliabile contro il regime sovietico senza alcuna possibilità di una continuità su basi differenti. In Cina invece gli studenti avevano all’inizio supportato le riforme di Deng ed erano convinti che finalmente gli intellettuali avrebbero ritrovato il loro ruolo millenario nella guida del Paese. Non voglio con ciò dire che essi cercassero un “restaurazione” del sistema imperiale, ma la possibilità da un lato di poter esprimere il loro parere e con ciò influire sulla creazione del futuro. Dall’altro non cercavano, salvo eccezioni, la distruzione del sistema con al centro il Partito Comunista, ma piuttosto che esso servisse il bene e gli interessi delle masse. In altre parole volevano uguaglianza, equità e “democratizzazione delle attività economiche”.

Il mondo occidentale, imbevuto dei concetti di Fukuyama sul trionfo finale e perpetuo della democrazia liberista, non capì le differenze profonde fra quello che stava accadendo negli stessi anni nei Paesi Europei e la catastrofe di Pechino. Purtroppo non ne comprende ancora oggi le differenze.

In conclusione erano, a ben guardare la successione degli avvenimenti e non solamente gli ultimi tre mesi, aspirazioni confuse, spesso divergenti e non rivoluzionarie, nel senso che noi diamo a questa parola, di una frattura totale con il passato. Purtroppo la situazione scappò di mano anche a loro con le conseguenze che conosciamo.

Ritornata la calma, dopo un periodo di restaurazione, Deng prese di nuovo il controllo e indirizzò il Paese verso una liberalizzazione economica graduale ma se vogliamo eccessiva, ignorando nei fatti alcune richieste per una maggiore equità sociale. In compenso si mostrò molto rigido nella cancellazione anche di un minimo ricordo di questa tragedia, una vera e propria “damnatio memoriae” che è assolutamente riuscita. Posso dire che oggi il ricordo di quegli avvenimenti è più vivo nella nostra memoria che nel ricordo dei giovani nati negli anni ’90. Altrettanto duro è stato, ed è tuttora, il controllo di ogni dissenso politico organizzato. Esiste nei fatti un “diritto al mugugno” che definirei “di caratteristiche italiane” ma niente di più, il che non vuol dire che, ripeto, non esistano dibattiti e conflitti anche aspri nelle stanze del potere, ma esse devono restare lì confinate.

Alla fine, come sempre succede in tutte le “primavere” chi ne fecero le spese, al di là dei morti, furono i dirigenti delle proteste, i più idealisti. Molti di essi scontarono anni di galera e ne uscirono fiaccati nel corpo e nello spirito, impossibilitati a crearsi il futuro che avrebbero certamente avuto se quei fatti non fossero esistiti. Alcuni riuscirono a fuggire all’estero. Per qualche anno sperarono di poter proseguire la lotta e tornare di nuovo in Patria. Poco a poco dovettero rendersi conto che non vi era alcuna speranza, anzi in Patria si erano dimenticati  di loro e del loro eroismo.

Che conclusione trarne? Deng fu un innovatore o un nuovo Stalin? dove andrà la Cina?

E ancora troppo presto e ci vorranno molti decenni per dare (forse) un giudizio. Qualcosa però credo che si possa dire. I fenomeni storici sono troppo complessi, soggetti a troppe variabili incontrollabili per pensare di poterli governare. Forse un vero statista, dotato di carisma e poteri sufficienti può tentare di dar loro un indirizzo di massima, pieno di deviazioni e fermate impreviste. Se è fortunato, potrà intravederne un esito. Questo è successo a Deng Xiaoping: caduto e rialzatosi varie volte, sopravvissuto anche fisicamente ad attacchi violenti, ma colpito negli affetti più cari, costretto a venire a patti un’infinità di volte, costretto infine a prendere la decisione più difficile, la strage di intellettuali e studenti, di quella élite, di cui lui stesso faceva parte da generazioni.

Ha fatto bene? C’erano altre soluzioni? era possibile fermare il caos gigantesco che si era creato? Non lo sapremo mai. Certo è però che, dopo un periodo d’incertezza la Cina continuò a procedere sulla strada tracciata da Deng e oggi la popolazione sta certamente meglio di quarant’anni fa (vedi figure allegate).

La morte di quegli studenti fu quindi un “incidente della storia”? Non si può semplificare così il sacrificio della migliore gioventù di quella generazione, che era alla ricerca di un futuro migliore e più giusto. Probabilmente i giovani non si rendevano conto che una trasformazione così gigantesca in un Paese così enorme non poteva essere realizzata in pochi anni, forse ci voleva un secolo, e nessuno era riuscito a spiegar loro questa verità. Al contrario dei loro desideri riuscirono invece solo a rallentare proprio l’evoluzione che chiedevano e che è ancora ben lontana dall’essere completata.

Come sarà la Cina fra cinquant’anni?

Credo che nessuno possa prevederlo. Un’ipotesi, come diceva il “grande vecchio”, è che collasserà definitivamente, preda di lotte intestine che coinvolgeranno direttamente un quinto dell’umanità e indirettamente il resto del mondo. Ciò porterà forse alla sua frammentazione, alla morte di una grande civiltà e al trionfo di un altro impero, quello americano, forse  più duro per noi europei, perché privo di bilanciamenti esterni come durante il periodo della Guerra Fredda.

Oppure sarà costretta a omologarsi al “sistema americano”. Sarebbe un peccato per il mondo. Il “sistema americano” è profondamente diverso da quello europeo e se riuscisse a “colonizzare” la Cina, non ci sarebbe più spazio per l’Europa, troppo piccola e troppo frammentata.

Potrebbe infine svilupparsi sulla linea delineata da Xi Jinping, profondamente diversa dalla nostra cultura e senza grandi discontinuità dalle loro tradizioni.

Certo molte cose dovranno cambiare, molto lentamente per evitare la prima possibilità, penso alla libertà di pensiero e di espressione, ma non al sistema di governo che, ha molti aspetti negativi, ma anche molti aspetti positivi rispetto al nostro, ma questo è un altro discorso.

In questo caso l’Europa, unita e non divisa, potrebbe sopravvivere in un multilateralismo comprendente, oltre ad essa, gli USA, la Cina, l’India e il Brasile. La Russia è ancora, come la Cina, in un periodo di transizione. Certo la sua cultura ha notevoli affinità con quella europea, ma anch’essa è un Paese enorme, multietnico e ingloba al suo interno una serie di differenze che dovrà risolvere in qualche modo.

Io, e la mia generazione, non vedremo come tutto ciò si risolverà, almeno se evolverà in senso pacifico e positivo come mi auguro. Tutti noi però siamo assolutamente transitori e ininfluenti nella storia del Mondo.

E con ciò auguro buone vacanze a tutti voi

 

18. lug, 2019
18. lug, 2019
18. lug, 2019
18. lug, 2019