Dove stiamo andando?

Dove stiamo andando?

Ogni giorno sfogliando la stampa italiana leggo invettive sempre più sgangherate che gli esponenti della "nostra classe dirigente" si lanciano l'un l'altro. Nessun dibattito pacato, intellettualmente onesto e basato su un'appropriata conoscenza di causa è ormai possibile. Accade spesso di leggere, o vedere in televisione, che su uno stesso argomento i vari contendenti sciorinino come "veri e ufficiali" dati che si contraddicono l'un altro portando quindi il lettore o l'ascoltatore a credere che nessuno di essi abbia alcuna base di verità. Fino a non molti anni fa i nostri governanti si esprimevano con discorsi parlamentari o atti ufficiali; oggi tutto ciò è passato di moda ed essi si esprimono con Twitter o al massimo attraverso la partecipazione a un dibattito televisivo (in questo allineandosi a quanto succede ormai in tutto il mondo occidentale).Tutto ciò, sulla base di un concetto erroneo di che cosa sia la vera democrazia, che essa non possa prescindere dalla competenza di chi viene scelto per governarci, e che un Paese non possa essere governato sulla base dei "like" tipici dei nostri "social" o dei sondaggi di opinione.

Questa premessa potrebbe sembrare lo sfogo di una persona anziana che ricorda "i suoi tempi" come un’età dell'oro ormai scomparsa per sempre. Niente di più falso. Se ci troviamo in questa situazione credo che la mia generazione abbia delle responsabilità immense.

E vengo al dunque. Due sono gli effetti più evidenti degli errori della mia generazione:

-              l'enorme debito pubblico,

-              la progressiva distruzione dell'europeismo.

Non posso trattare a fondo entrambi i punti perché sarei troppo lungo. Voglio soffermarmi solo sul secondo perché' esso potrebbe portare alla distruzione della cultura e dell'intero sistema occidentale.

Parto da un estratto di quel meraviglioso, profetico documento di cui tutti parlano ma che pochi hanno realmente letto: il "Manifesto di Ventotene" che Altiero Spinelli, Ernesto Rossi ed Eugenio Colorni scrissero nell'agosto 1941, uno dei periodi più oscuri della nostra storia.

“La civiltà moderna ha posto come proprio fondamento il principio della libertà...... L'ideologia dell'indipendenza nazionale è stata un potente lievito di progresso....Essa portava però in se' i germi del nazionalismo imperialista, che la nostra generazione ha visto ingigantire fino alla formazione degli stati totalitari ......La nazione non è più ora considerata come lo storico prodotto della convivenza degli uomini che .... trovano nel loro stato la forma più efficace per organizzare la vita collettiva entro il quadro di tutta la società umana”. Tutta la prima parte del “manifesto" fa una lucidissima e impietosa disamina di come si sia poco a poco creata la teoria dello "spazio vitale " e il militarismo tedesco da cui è poi nata la guerra.

Nella seconda parte, la più profetica, si da per certa la sconfitta della Germania e si parla della ricostruzione e dei suoi problemi.

“Nel breve intenso periodo di crisi generale........i ceti che più erano privilegiati nei vecchi sistemi nazionali cercheranno subdolamente o con la violenza di smorzare l'ondata dei sentimenti e delle passioni internazionalistiche...... si proclameranno amanti della pace, della libertà, del benessere delle classi più povere. Il punto su cui essi cercheranno di far leva sarà la restaurazione dello stato nazionale. Se raggiungessero questo scopo... risorgerebbero le gelosie nazionali....Il problema che in primo luogo va risolto.... è la definitiva abolizione della divisione dell'Europa in stati nazionali sovrani. Gli spiriti sono già ora molto meglio disposti ad un'organizzazione federale dell’Europa. Insolubili sono diventati i molteplici problemi che avvelenano la vita internazionale del continente: tracciati dei confini a popolazione mista, difesa delle minoranze allogene, sbocco al mare dei paesi situati nell'interno, questione balcanica, questione irlandese, etc. che troverebbero nella Federazione Europea la più semplice soluzione, come l'hanno trovata in passato i corrispondenti problemi degli staterelli entrati a far parte delle più vaste unità nazionali, quando hanno perso la loro acredine, trasformandosi in problemi di rapporti tra le diverse province. E quando, superando l'orizzonte del vecchio continente, si abbracci in una visione d’insieme tutti i popoli che costituiscono l’umanità bisogna pur riconoscere che la federazione europea è l'unica garanzia concepibile che i rapporti con i popoli asiatici e americani possano svolgersi su una base di pacifica cooperazione, in attesa di un più lontano avvenire, in cui diventi possibile l’unità politica dell'intero globo.”

La terza parte del manifesto si occupa della ristrutturazione della società, essenzialmente quella italiana, interessantissima anch'essa ma fuori dal tema che sto trattando. La quarta e ultima tratta della maniera in cui, durante la dittatura nazifascista si debba cominciare a organizzare una forza nuova che, messe da parte le vecchie ideologie del passato, sia pronta a raccogliere le macerie del dopoguerra e iniziare la ricostruzione su nuove basi.

Sono passati 80 anni e che cosa è successo in questo periodo? I grandi statisti che nel dopoguerra si fecero carico della ricostruzione di un’Europa in macerie avevano bene in mente alcune parole “Mai più guerre in Europa”. Il ventesimo secolo, infatti, aveva visto in sostanza una sola guerra europea, dal 1915 al 1945, con una breve tregua al suo interno. La seconda guerra mondiale trovava, infatti, le sue cause dirette nel modo in cui si era chiusa la prima. E il secolo precedente? La guerra franco prussiana nel 1870, e prima ancora le guerre europee dal 1848 al 1860; e piu indietro le guerre napoleoniche che si chiusero con il Congresso di Vienna nel 1815. Se andiamo ancora indietro, e non voglio tediarvi oltre, arriviamo a Carlo Magno incoronato imperatore del Sacro Romano Impero la notte di Natale dell’anno 800. Egli è ritenuto comunemente (Monnet, Kohl, Schröder) il padre ideale dell’Europa unita dei giorni nostri. Carlo pose sotto il suo dominio quasi tutti i territori che oltre 1000 anni dopo costituirono il nucleo fondativo della Comunità Europea. Divise il suo impero in circa 200 province (riallacciandosi alle antiche città romane) e cercò di unificarlo da un punto di vista giuridico, finanziario, amministrativo ed anche linguistico cercando di ritornare al latino classico.  Soltanto dopo, con il trattato di Verdun dell’843 in cui i suoi nipoti si divisero l’impero, si cominciarono a delineare  tre stati che, specie la Francia, proseguirono per strade diverse formando, fra guerre continue, le odierne realtà nazionali. Nonostante ciò però nel Medioevo era frequente una specie di “Erasmus” ante litteram. I “Clerici vagantes” erano studenti universitari che perfezionavano i loro studi spostandosi fra una e l’altra delle grandi università europee, una testimonianza ulteriore dell’unicità della nostra cultura. Federico Barbarossa nel suo “Privilegium scholasticum”stabiliva dei privilegi e delle immunità speciali a favore degli studenti “stranieri” che perfezionavano i loro studi di diritto all’Università di Bologna. Nel frattempo si andavano formando le varie lingue nazionali che però furono sempre subordinate ai vari dialetti regionali.  Tullio De Mauro stimava che  nel 1861 solo una piccolissima percentuale degli abitanti dell’Italia unita (2.5%) sapesse esprimersi in lingua italiana.

Nel dopoguerra, e proprio per i motivi che vi accennavo all’inizio di questa nota, dei governanti illuminati non esitarono a costituire un embrione di una futura “Europa Unita” come quella sognata da Altiero Spinelli. Negli anni ’50 nasce la CECA e i suoi Paesi fondatori sono Belgio, Francia, Germania, Italia, Lussemburgo, Olanda. Nel 1957 il trattato di Roma istituisce la CEE e con essa l’abbattimento progressivo dei dazi doganali. Negli anni ’70 il numero di stati aderenti cresce e nel 1979 il Parlamento Europeo viene eletto per la prima volta a suffragio universale. Nel 1986 nasce il Mercato Unico europeo, e si sanciscono gradualmente le “quattro libertà”: circolazione di beni, servizi, persone e capitali. Ci sono poi il trattato di Maastricht, quello di Amsterdam e quello di Lisbona. Il 1° gennaio 1999 nasce la moneta unica europea, il primo gennaio 2002 a mezzanotte mi ricordo ancora l’emozione di incassare al Bancomat i primi Euro, ed infine con la BCE siamo ad oggi.

Una grande corsa quindi e la federazione europea era considerata un obiettivo possibile. 

E poi?

Poi ci fu la crisi economica in cui tutti i governi, chi più chi meno, cominciarono ad attribuire all’Europa tutte le responsabilità delle proprie difficoltà nazionali; si formò una struttura centrale europea che andò sempre più burocratizzandosi proprio nel momento in cui bisognava parlare di ideali e non delle “dimensioni delle vongole”; un allargamento oltre misura del numero degli stati aderenti portò alla scomparsa degli ideali comuni. Il fenomeno dell’immigrazione in cui ogni Paese decise di badare a se stesso rinnegando ogni forma di solidarietà diede il colpo di grazia.

Oggi i partiti “sovranisti”, quelli cioè che reclamano un ritorno a una sovranità nazionale che ritengono ormai compromessa, hanno sempre più presa nell’opinione pubblica europea e sperano di raggiungere la maggioranza nel parlamento europeo che uscirà dalle urne nel prossimo aprile. Siamo quindi a un passo dalla distruzione di quanto era stato costruito negli ultimi ottant’anni, e il grido “mai più guerre in Europa” viene considerato come una favola dei libri di storia da parte di chi non conosce neanche per sentito dire i disastri della guerra e del dopo guerra.

Si dice: abbiamo storie e culture diverse, abbiamo diverse identità nazionali, abbiamo lingue diverse, vogliamo essere i padroni del nostro futuro. Ma è proprio vero tutto ciò? Vi do alcuni esempi che mi vengono subito in mente. Il sistema di comunicazioni europee, il TEN-T di cui vi ho parlato più volte ricalca il sistema viario dell’impero Romano come potete vedere nelle figure allegate. La generazione dei “millennials” oggi non riuscirebbe neanche a concepire la necessità di un passaporto per andare a Parigi o a Barcellona, e meno che mai concepirebbe la necessità di doversi munire in anticipo di Franchi e Pesetas perché le Lire non sarebbero accettate. La possibilità di studiare all’estero grazie all’Erasmus non è neanche messa in discussione. Il poter parlare per telefono o anche in videochiamata con i propri amici o parenti sparsi per l’Europa virtualmente gratis è dato per scontato. E potrei continuare a lungo.

Ma, si sostiene, dobbiamo, noi Italiani, o Francesi, o Tedeschi, avere la nostra totale indipendenza politica, economica e fiscale, lascio perdere l’indipendenza militare. Ma è ancora possibile nel mondo moderno? Nel 1992 un attacco speculativo senza precedenti costrinse la lira e la sterlina a uscire dal “serpente monetario europeo”, la lira perse il 40% del suo valore rispetto al marco tedesco, il presidente Amato fu costretto a fare in una notte un prelievo forzoso sui conti correnti degli italiani e per la prima volta ci fu una manovra finanziaria durissima (93000 miliardi). L’Italia, in un tentativo impossibile di resistere bruciò tutte le sue riserve valutarie e diede in pegno le sue riserve auree. Oggi, in un mondo inevitabilmente globalizzato dove le economie sono ormai su scala continentale, quale Paese Europeo potrebbe da solo opporsi agli USA, alla Cina e a breve anche all’India?  O più semplicemente alle forze transnazionali della speculazione? Ci rendiamo conto che l’intera Italia ha una popolazione pari a meno di metà della sola area metropolitana di Pechino (la Jingjinji di cui vi ho parlato)? Che nell’attuale guerra dei dazi che Trump ha mosso al resto del mondo, incluso l’unione europea, non avremmo alcun modo di opporci? Che il nostro debito è un fatto reale, non un’invenzione della politica, e che il  tasso di interesse nelle nostre aste di BTP andrebbe alle stelle? Che in un baleno ci ritroveremmo in una crisi ben peggiore di quella del 1992? Che non potremmo fare nulla di diverso di ciò che sta facendo l’Argentina in questi giorni, vale a dire la resa senza condizioni alle istituzioni internazionali? Questa è la verità che nessun politico vuole dire.

Resta l’ultimo argomento ed anche il più complesso: le differenze linguistiche e culturali. La nostra lingua, di cui andiamo giustamente orgogliosi, entro i prossimi cinquant’anni diventerà una “seconda lingua” perché chiunque vorrà viaggiare, commerciare, comunicare con il resto del mondo dovrà conoscere come “prima lingua” l’inglese, una lingua che paradossalmente dopo la Brexit non sarà lingua madre in nessun Paese dell’Unione Europea. Pensiamo forse di poter dialogare con il mondo in genovese, in Veneziano, in Siciliano o in Toscano? E allora, a livello mondiale (otto miliardi di persone) che differenza c’è fra il Veneto e l’Italiano? Sono entrambe minoranze trascurabili. Suvvia, siamo realisti, come è giusto mantenere i nostri dialetti, è anche giusto mantenere l’Italiano, ma di nuovo, a meno di pensare ad un’economia autarchica dovremo arrenderci all’evidenza. Resisterà un po’ di più lo Spagnolo (grazie al Sud America) ma sarà costretto a seguire la stessa via. Attenzione, anche l’Inghilterra dovrà rinunziare all’inglese perché la lingua che nel mondo per pigrizia chiamiamo inglese è in realtà il “Globish” il global English, una specie di lingua franca mondiale che deriva dall’inglese ma non lo è. Se guardate infatti in un qualsiasi computer le lingue fra cui scegliere per scrivere una lettera vi troverete una decina di “Inglesi” differenti.

La  cultura: l’argomento più difficile. Ho letto, studiato e riflettuto parecchio e mi sono fatto un’idea. Qual è l’essenza ultima della nostra cultura? La cultura “italiana”? A pensarci bene non credo proprio. Non esiste una vera e propria tradizione italiana, come non esiste una cucina italiana. Ne esistono varie: piemontese, veneta, toscana, romana, siciliana, lombarda etc. tutte con caratteristiche e gusti diversi. E le nostre tradizioni? Ogni città ha le sue, profondamente radicate in secoli e secoli di storia. Si può dire più o meno lo stesso se si confronta Amburgo e Monaco di Baviera o le realtà locali di qualunque nazione. Per non parlare della Spagna dove Castigliani, Baschi, Catalani etc. non si riconoscono neanche come parti di una stessa nazione.

E allora? Non stiamo assistendo solamente ad un “sovranismo” nazionale , ma ad una tendenza molto più radicata e profonda, anche se meno visibile, a ritrovare le proprie origine nelle singole regioni o città. Le città che, con i circondari, traggono le loro origini nelle antiche città romane e sono le uniche entità sopravvissute al farsi e disfarsi delle varie entità politiche più vaste.

Pensiamo quindi a un’ Europa composta dalle città che si possano riconoscere nella propria storia e nelle proprie origini comuni, e comincio da dove è nata la civiltà europea: Atene, Corinto, Olimpia, Spalato, Durazzo, Zara, Lissa, Belgrado, Radstadt, Salisburgo, Linz, Budapest, Vienna, Innsbruck, Bellinzona, Bourges, Clermont-Ferrand, Limoges, Bordeaux, Poitiers, Cambrai, Metz, Reims, Amiens, Verdun, Tours, Orleans, Rennes, Brest, Lione, Parigi, Nantes, Rouen, le Mans, Aix-en-Provence, Arles, Carcassonne, Marsiglia Nimes, Tolosa, Bonn, Utrecht, Strasburgo, Wiesbaden, Francoforte, Cordoba, Siviglia, Coimbra, Merida, Lisbona, Oporto, Salamanca, Saragozza, Granada, Segovia, Toledo, Valencia, etc. e non vi parlo delle città Italiane.

In tutte queste città potreste trovare monumenti analoghi, tracce di una storia che ha attraversato tutta l’Europa, dove più e dove meno. Queste sono le nostre radici comuni, ciò che ci lega veramente.

“LE CITTA”, è questo il disegno ideale di Piero Fassino quando lanciò a Torino il primo “Forum delle città della via ferroviaria della seta” il 27 novembre 2015, con la partecipazione di 30 città oggi diventate più di 50. Fassino lanciò il concetto di una “metropolitana euroasiatica” le cui stazioni sono costituite dalle città attraversate. Ciò “crea una nuova importante prospettiva che non è solamente trasportistica e commerciale, ma anche sociale, culturale e politica”.” “In un mondo in cui prevalgono tendenze globalistiche, le città stanno cominciando ad avere come in passato un ruolo centrale a cui dovettero abdicare al momento dell’apogeo degli stati nazionali. “Oggi torna a galla la fondamentale importanza delle città come centri simbolici di territori più vasti. Esse sono non solo portatrici di bisogni inestirpabili e valori di una dimensione locale in un mondo globalizzato, ma possono diventare protagoniste di processi su larga scala, la “glocalization” combinando i micro e i macro livelli”. Il 5 maggio 2016 Torino è diventata la sede permanente europea del Forum. Le città, con la loro storia, la loro cultura le loro tradizioni sono il punto unificante dell’Europa di oggi

Mi piace chiudere questa nota con le parole di Hu Chunchun, professore di storia politica tedesca della Tongji University di Shanghai. Ne trascrivo un piccolo stralcio

“Ciò che in Cina si ammira dell’Europa coincide del tutto con il nucleo profondo della coscienza europea: la consapevolezza di una faticosa ma riuscita realizzazione del contratto sociale, che rende possibile democrazia, Stato di diritto, tolleranza e benessere collettivo superando le divergenze nazionali. Di fronte a un’Europa così civile, ogni ambizione di tipo imperialistico ed egemonico appare obsoleta, financo ridicola. In Cina si attende con ansia di ricevere le risonanze di alcune esperienze della civiltà europea; quelle stesse esperienze che in Europa qualcuno ritiene superate. L’incomprensione per la paralisi che attanaglia l’Europa riguarda soprattutto la mancanza di coraggio degli europei.” ……. “In realtà, il vero motivo della crisi europea risiede nella mancanza di solidarietà. Ma tornare indietro, al filo spinato alle frontiere e al cambio di valuta, non è un’opzione credibile. Sono le frontiere che esistono nella testa delle persone a dover essere superate. L’Europa, uno dei «più ambiziosi progetti politici e sociali della modernità» è ben lungi dall’essere conclusa. “La moderna trasformazione del significato del lavoro determina una spaccatura nella società. In un’epoca di crisi, la paura degli individui socialmente non integrati è del tutto comprensibile, ma si lascia anche facilmente manipolare. Per superare queste fratture sociali è necessario riportare al centro del processo di maturazione collettivo un altro, più essenziale concetto politico dell’essere umano: la dignità. La stessa concezione del lavoro tocca, in ultima analisi, la questione della dignità dell’uomo. Il concetto kantiano è la chiave per una narrazione migliore del progetto europeo, che va ripensato alla luce delle mutate condizioni. Cos’è più importante: offrire ai greci la possibilità di una vita dignitosa, o abbandonarli ai meccanismi neoliberisti del capitale? Offrire ai profughi una possibilità di sopravvivenza, o continuare a predicare i diritti umani dall’interno di un paradiso blindato? E quanto alte dovrebbero esserne le mura di recinzione? Per rispondere con Kant: «L’umanità in se stessa è una dignità, poiché l’uomo non può essere trattato da nessuno (né da un altro, né da se stesso) come un semplice mezzo, ma deve sempre essere trattato come un fine. Precisamente in ciò consiste la sua dignità, la sua personalità, per cui egli si eleva al disopra di tutti gli altri esseri della natura. Se queste parole non resteranno inascoltate, nessuna crisi potrà mai togliere ai cittadini la speranza e la fiducia nella rettitudine del proprio agire.”

Ecco ciò che siamo ( spesso nostro malgrado) e come la parte del mondo più lontana dai noi ci vede: un faro di civiltà! Saremo in grado di realizzarlo?

Per chi fosse interessato, l’ultima parte di questa nota è stata estratta dall’ultima parte di un saggio in tre parti “Tutti contro tutti” che ho inserito parecchi mesi fa nella sezione “Come va il mondo” di questo sito.

Fig. 1 L'Europa del trattato di Verdun

Fig. 2 Le strade di comunicazione dell'impero romano

Fig. 3 I grandi assi di comunicazione europei

Francesco fra i Buddisti

Papa Francesco fra i Buddisti

La visita di Bergoglio in Myanmar, la prima di un Papa cattolico, credo che debba essere annoverata fra i fatti importanti della storia così travagliata del mondo di oggi.

Prima della sua partenza era stato avvisato di non parlare direttamente e in pubblico del tema dei Rohingya, la minoranza mussulmana, oggetto in questi giorni di una vera persecuzione che li costringe a scappare (fino ad ora 620.000) in Bangladesh, uno dei Paesi più poveri del mondo che, nonostante ciò, li sta ospitando senza bloccare le frontiere (una lezione anche questa all’intero Occidente).

Si è però trovato ad affrontare la fascia più estremista dello stesso Buddismo birmano. La Patriotic Myanmar Monks Union (PMMU) si è schierata infatti contro la visita e contro il governo birmano stesso per aver invitato Francesco. La PMMU è oggi una frangia “anomala” nel buddismo e si caratterizza per il suo estremismo feroce e violento che considera nemici sia gli islamici che i cristiani. Come si vede, tutte le religioni e le filosofie senza alcuna eccezione, anche quelle intrinsecamente pacifiche, diventano estremiste quando si mescolano con nazionalismi e razzismi di tutte le specie.

Non era quindi un viaggio facile per Francesco che tuttavia non si è tirato indietro, nel tentativo di portare avanti il suo messaggio di pace al di là di ogni credo religioso.

Come sapete voi che mi leggete, la mia esperienza di contatti con gente di tutto il mondo mi ha portato alla convinzione profonda che tutti noi, qualunque sia la nostra razza, la cultura cui apparteniamo, il ceto sociale, e indipendentemente se credenti in qualsiasi religione oppure atei, agnostici o indifferenti, tutti noi abbiamo insiti in noi stessi fin dalla nascita i concetti di amore, di bene e di male. Essi sono assolutamente identici sotto ogni latitudine. Come ho detto una volta l’amore di una madre verso un figlio e il dolore per la sua morte sono identici in Cina come in Italia o in America: cambia, e notevolmente, solo il modo di esprimerlo. Allo stesso modo ognuno di noi non può, non riesce a nascondere a se stesso se un’azione sia buona o malvagia, indipendentemente da come si comporta, ed i canoni di giudizio sono assolutamente universali.  Diceva Seneca (cito approssimativamente a memoria senza fare alcuna ricerca) “Il fatto che io non persegua il bene non vuol dire che non lo conosca”.

Questa mia convinzione profonda rende per me ancora più significativo il messaggio di Bergoglio ben più autorevole del mio, soprattutto un passaggio di esso che mi ha colpito particolarmente.

Durante la terza giornata della sua visita, il Papa si è recato nel complesso del “Kaba Aye Center”, in uno dei templi più noti e venerati del Sud-Est asiatico. Lì, accolto dal Ministro per gli affari religiosi e la cultura, ha incontrato il consiglio Supremo “Sangha” dei monaci Buddisti. Entrato nella grande sala del complesso, Francesco si è tolto le scarpe come prescrivono le regole di molte religioni fra cui il buddismo, ha salutato il presidente dei monaci, ha ricevuto il suo benvenuto, e quindi ha pronunciato il suo discorso in Italiano.

Vi riporto qui ampli stralci di esso e in allegato l’intero discorso:

-          E’ una grande gioia per me essere qui con voi. Ringrazio il Ven. Bhaddanta Kumarabhivamsa, Presidente del Comitato di Stato Sangha Maha Nayaka, per le sue parole di benvenuto e per il suo impegno nell’organizzare la mia visita qui oggi.

-          Il nostro incontro è un’importante occasione per rinnovare e rafforzare i legami di amicizia e rispetto fra buddisti e cattolici. E’ anche un’opportunità per affermare il nostro impegno per la pace, il rispetto della dignità umana e la giustizia per ogni uomo e donna.

-          In tutto il mondo, le persone hanno bisogno di questa comune testimonianza da parte dei leader religiosi. Perché quando noi parliamo con una sola voce, affermando i valori perenni della giustizia, della pace e della dignità fondamentale di ogni essere umano, noi offriamo una parola di speranza.

-          In ogni epoca, l’umanità sperimenta ingiustizie, momenti di conflitto e disuguaglianza tra le persone. Nel nostro tempo queste difficoltà sembrano essere particolarmente gravi.

-          Le ferite dei conflitti, della povertà e delle oppressioni persistono, e creano nuove divisioni. Di fronte a queste sfide, non dobbiamo mai rassegnarci. Sulla base delle nostre rispettive tradizioni spirituali, sappiamo infatti che esiste una via per andare avanti, una via che porta alla guarigione, alla mutua comprensione e al rispetto. Una via basata sulla compassione e sull’amore.

-          Attraverso gli insegnamenti del Buddha, e la zelante testimonianza di così tanti monaci e monache, la gente di questa terra è stata formata ai valori della pazienza, della tolleranza e del rispetto della vita, come pure a una spiritualità attenta e profondamente rispettosa del nostro ambiente naturale. Come sappiamo, questi valori sono essenziali per uno sviluppo integrale della società, a partire dalla più piccola ma più essenziale unità, la famiglia, per estendersi poi alla rete di relazioni che ci pongono in stretta connessione, relazioni radicate nella cultura, nell’appartenenza etnica e nazionale, ma in ultima analisi radicate nell’appartenenza alla comune umanità.

-          Se siamo chiamati ad essere uniti, come è nostro proposito, dobbiamo superare tutte le forme di incomprensione, di intolleranza, di pregiudizio e di odio. Come possiamo farlo? Le parole del Buddha offrono a ciascuno di noi una guida “ Sconfiggi la rabbia con la non-rabbia, sconfiggi il malvagio con la bontà, sconfiggi l’avaro con la generosità, sconfiggi il menzognero con la verità” (Dhammapada, XVII, 223). Sentimenti simili esprime la preghiera attribuita a San Francesco d’Assisi “ Signore fammi strumento della tua pace. Dov’è odio che io porti l’amore, dov’è l’offesa che io porti il perdono, dove ci sono le tenebre che io porti la luce, dov’è tristezza che io porti la gioia” <Due persone di cultura così diversa, così lontane fra loro nel tempo e nello spazio sono state capaci di esprimere in poche parole gli stessi valori universali. La loro applicazione, anche parziale, risolverebbe i problemi del mondo . ndr>

-          Tali sforzi non sono mai solo prerogative di leader religiosi, né sono di esclusiva competenza dello Stato. Piuttosto, è l’intera società, tutti coloro che sono presenti all’interno delle comunità, che devono condividere il lavoro di superamento del conflitto e dell’ingiustizia.

-          La giustizia autentica e la pace duratura possono essere raggiunte solo quando sono garantite per tutti.

-          Possano i buddisti e i cattolici camminare insieme lungo questo sentieri di guarigione, e lavorare fianco a fianco per il bene di ciascun abitante di questa terra.

 

Non credo che esista alcun essere umano su questa Terra che non possa sottoscrivere queste parole, qualunque siano le sue opinioni su ogni aspetto dell’esistenza. In questo consiste la grandezza di Francesco.

Essere convinti che ciascuno di noi debba fare la sua parte e che non sia sempre compito di “qualcun altro”  è  purtroppo un altro paio di maniche.

 

Le manifestazioni degli oltransisti

immagine 1 - Il testo del discorso pag 1

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Riflessioni di inizio anno

Riflessioni di inizio Anno

“Ciascuno ha diritto al lavoro, a giuste e favorevoli condizioni di lavoro, alla protezione per se stesso e la propria famiglia, e a un’esistenza conforme alla dignità umana……Ciascuno ha diritto a condizioni di vita sufficienti ad assicurare la salute e il benessere proprio e della propria famiglia, inclusa l’alimentazione, i vestiti, la casa e l’assistenza medica”

Non è la prima volta che cito la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma per me questo documento, l’unico condiviso (e poi disatteso per larga parte) da tutto il mondo, pur con i suoi limiti dovrebbe stare sui comodini di tutti noi.

Oggi sono dati accettati da tutti: la povertà nel mondo si è ridotta come mai nella storia (fig.1) e popoli che sono vissuti sempre nella miseria più nera cominciano a vedere una luce in fondo al tunnel. Da oltre settant’anni non abbiamo più il flagello delle grandi guerre ed anche questo non è mai accaduto nella storia del mondo occidentale negli ultimi duemila anni. E’ vero, esistono una miriade di conflitti locali e siamo costretti a vivere nell’incubo di un attentato, ma quasi nessuno di noi conosce il terrore generato dall’ululato delle sirene che annunziavano all’improvviso un bombardamento aereo. I nostri padri erano costretti a correre nei rifugi e non sapevano se, uscendone, avrebbero trovato la loro casa.

Osservando il mondo “dalla Luna” come è il titolo di questo blog dovremmo essere felici ed aspettare una nuova età dell’oro, questa volta a livello mondiale. E invece…..

Invece, se ci guardiamo intorno in Italia e più in generale nel mondo occidentale, vediamo che la tristezza, la disillusione, il pessimismo e la paura della povertà, la povertà vera che ormai da decenni non conoscevamo più, invade tutti noi.

Leggo sui giornali che in questi giorni di grande freddo otto poveri disgraziati sono morti  per strada nell’indifferenza sostanziale di tutti. Nella sua tragicità non è questo, o episodi simili, che determinano la cupezza del cielo intorno a me. E non lo sono neanche altre tragedie, più devastanti, che abbiamo visto negli ultimi mesi. Il tragico terremoto dell’Italia centrale ha certamente sconvolto la vita di migliaia di persone, ma, forse anche per i soccorsi immediati e questa volta (sembra) efficaci, forse per la partecipazione corale che questi poveri disgraziati hanno visto attorno a loro da tutta Italia, in mezzo al disastro (a quanto si vede dalle interviste) anche loro vedono una possibilità di luce, anche se incerta e lontana.

Ciò che scorgo intorno a me è la disperazione di un’intera classe, la cosiddetta “classe media”, che vede un futuro nerissimo per sé e per i propri figli, che guardando al 2017 e, peggio ancora al 2018, vede miseria, una miseria che non aveva mai sperimentato prima. Soprattutto vedo i giovani, quelli che dovrebbero essere i portabandiera del futuro e dell’ottimismo, preda di una disillusione assoluta, senza alcuna speranza per il futuro: una generazione perduta. Ho una marea di dati e di statistiche che, a livello di tutto il mondo occidentale, dimostrano ciò e una volta tanto non voglio chiudere i discorsi con numeri e statistiche, ma con uno stato d’animo.

Che sta succedendo? Sono io che ho gli occhi appannati e non vedo il sole attorno a me? Ho parlato con tante persone e sostanzialmente tutte, anche se da angolazioni diverse, hanno condiviso il fatto che una nebbia sempre più scura sta calando su tutta Italia e, credo, su tutto il mondo occidentale.

PERCHE’ STA SUCCEDENDO? CHE COSA POSSIAMO FARE?

Su questo sto riflettendo da qualche mese e giro a voi queste domande amare, ed ai più anziani di voi (incluso me stesso) un’ altra domanda: ABBIAMO IL DIRITTO MORALE DI LASCIARE AI NOSTRI FIGLI UN MONDO COSI’ BUIO?

Per carattere sono abituato ad affrontare i problemi, mi sono fatto qualche domanda e ho cercato di dare qualche risposta.

Nella mia vita sono stato in posti poverissimi, non da semplice turista ma partecipe della realtà locale. Il Vietnam quando cominciai ad andarci era uscito da poco da una guerra di una crudeltà inenarrabile, il famigerato “agent orange” aveva creato a causa della diossina (a parte i morti) un numero enorme di giovani profondamente deformi che si aggiravano per le strade, talvolta su carrellini improvvisati, intere famiglie nel delta del Mekong vivevano in una miseria infinita. Eppure ho qui con me fotografie e videoclip di folle di ragazzini che ridono felici per strada. Ho impressa nella mia mente la luce che vedevo negli occhi dei ventenni che correvano indaffarati nelle strade caotiche di Saigon. Cos’era quella luce che brillava in quegli occhi e non c’è più nei nostri giovani? Era, secondo me, più che una speranza, l’assoluta certezza che “fra un anno staremo meglio di come stiamo oggi” . E’ questo ciò che rendeva felici quei giovani: la speranza, la speranza di un futuro migliore che giustificava gli sforzi e le privazioni di quella fase della loro vita. La speranza che molti dei nostri giovani hanno perduto.

Quando io mi sono laureato, lavoravamo 48 ore la settimana “ nominali” perché la segretaria timbrava il cartellino per noi. In realtà il nostro orario di lavoro era più lungo e nessuno lo calcolava. Avevamo uno stipendio ridottissimo ma eravamo convinti che se avessimo lavorato duro, avremmo avuto come minimo la nostra tranquillità economica, e così è stato per tutti noi.

Negli ultimi anni della mia carriera mi sono trovato a parlare spesso con molti giovani colleghi, come pure con i miei figli ed i loro amici. Invariabilmente quasi tutti dicevano “ si, noi lavoriamo, ma siamo convinti che il nostro futuro non sarà influenzato dal nostro lavoro e dai nostri meriti”. E poi “Viviamo nel mondo delle raccomandazioni e solo questo permette di andare avanti o addirittura di mantenere il posto di lavoro”. Io mi sforzavo di dire “ Ragazzi, qualcosa di vero c’è; qualcuno va avanti spinto da energici calci nel didietro, ma sono una minoranza: chi vale, chi lavora, chi si sforza, avrà la sua soddisfazione”. Niente da fare. I più ottimisti di loro chiudevano la discussione, convinti che comunque li aspettava un futuro di privazioni e una vecchiaia senza neppure la pensione.

Questa è l’opinione di chi ha un lavoro stabile. E quella miriade di persone che hanno lavori saltuari, che addirittura arrivano a un diploma o a una laurea per poi ingrossare il numero dei giovani disoccupati, che è la vera piaga italiana? Di fronte a queste considerazioni non potevo, e non posso, far altro che tacere.

Se osserviamo persone più avanti negli anni, ci rendiamo conto che uomini e donne che fino a pochi anni fa vedevano di fronte a sé una vecchiaia serena, se necessario aiutati dai figli nei loro bisogni, si sono trovati espulsi improvvisamente dal mondo del lavoro e costretti spesso loro stessi, pur con i problemi derivanti dalla nuova situazione, a mantenere figli che sarebbero dovuti essere ormai assolutamente autonomi.

La povertà nel mondo è diminuita , ma è altrettanto evidente che la classe media da noi è in gravissima crisi e vede di fronte a sé un futuro di povertà e non di serenità. Le statistiche sono spesso divergenti ma nessuno contesta questo concetto che è alla base del pessimismo diffuso che oggi pervade almeno due generazioni.

E’ questo però il moneto di chiedersi: quali sono le responsabilità di tutti noi?

E’ facile dire “ la colpa è di chi ci governa”; “piove governo ladro” è un detto che sentivo da bambino, è il modo più banale di autoassolversi.

“E’ colpa degli immigrati”. Indubbiamente l’immigrazione clandestina è un grave problema, ma il numero di questi malcapitati e la tipologia di lavori che essi spesso fanno,lavori  rifiutati dai nostri connazionali (tipico la raccolta dei pomodori in condizioni molto simili alla schiavitù) non sono tali da distruggere un sistema economico. Ne parleremo in un’altra occasione.

“E’ colpa dell’Europa e dell’Euro”. E’ questa l’ultima spiegazione fra tutte quelle che ho sentito. E’ vero, l’Europa non ha risposto alle attese di quando fu creata, ma secondo me senza questo embrione di Europa oggi noi saremmo più vicini al Nord Africa che al G8. Quest’ultimo però è sicuramente il problema più grande fra quelli che ho menzionato ed anche di questo sarà opportuno discutere.

Mi permetto però di farvi notare un punto comune a tutte queste argomentazioni. “Il governo”, “gli immigrati”, “l’Europa”. I responsabili sono tutti “altro da noi”! E noi, io e chi mi legge, siamo così innocenti da poter lanciare la prima pietra? Io non so esattamente chi legga le mie note ma sono certo che tutti appartengono alla classe media e molti alla classe che è (o è stata) la classe dirigente del nostro Paese. Siamo nati in un’Italia che era appena risorta dalle macerie della guerra, ci siamo formati in un’Italia che aveva negli occhi la stessa luce che vedevo, e vedo, nei giovani vietnamiti, abbiamo vissuto negli anni dell’Italia prospera fino a superare per un attimo la Gran Bretagna e diventare la sesta potenza economica mondiale. Se quindi oggi l’Italia è quella che è, non abbiamo nessuna responsabilità?

L’Italia del dopo guerra, Paese poverissimo, con bassi salari e tanta voglia di lavorare era riuscita a creare un sistema economico capace di crescere e competere sui mercati mondiali. E poi? Poi ci siamo adagiati, incapaci di capire che un Paese ormai ricco, con un welfare invidiabile, un’inventiva forse unica al mondo, non poteva sopravvivere confrontandosi con Paesi che erano a loro volta poveri, con bassi salari, una gran voglia di lavorare e gli occhi pieni di luce.

Non siamo stati capaci di innovare, di essere sempre avanti a quelli che spingevano da dietro, di far diventare “un’opportunità” quello che invece fu considerato in maniera superficiale e generica “il pericolo giallo”. Se noi fossimo capaci di considerare i Paesi nuovi ricchi come un mondo “ di consumatori dei nostri prodotti” e non di “concorrenti”, se fossimo capaci di essere sempre dieci anni avanti a loro, saremmo molto probabilmente più ricchi di quanto non lo siamo mai stati, approfittando del fatto che la povertà nel mondo sta decrescendo. E invece non solo non facciamo innovazione, ma diventiamo preda di chi compra i nostri gioielli per portare a casa propria i relativi profitti. Anche nel turismo, il settore dove dovremmo essere per “diritto storico e di natura” il primo Paese al mondo, scendiamo anno dopo anno nella classifica internazionale e i nuovi ricchi scelgono a milioni la Francia, l’Inghilterra o la Spagna. “Peggio per loro! Se non sono capaci di apprezzare le bellezze d’Italia non sanno cosa si perdono” sento dire. Ancora una volta un’autoassoluzione.

Quello del rilancio d’Italia è un argomento così importante e così profondo che vorrei continuare a scriverne in maniera specifica e possibilmente dibatterne in qualunque sede fosse possibile, ma la nostra politica (e i suoi fan), qui si per sua responsabilità, è troppo occupata a dibattere di questioni formali, di potere e sottopotere etc. e, questa  è la vera responsabilità della politica.

Comunque oggi il mio obiettivo è semplicemente evidenziare che:

in un mondo che va avanti, noi restiamo indietro,

i nostri figli saranno la prima generazione ad essere più poveri e con meno speranze dei loro padri,

nessuno di noi può dichiararsi privo di responsabilità anche personali e tutti abbiamo il dovere di fare qualcosa per aiutare i nostri figli a non essere più “la generazione perduta”

Non so quanti di voi condivideranno le mie riflessioni, ma mi auguro che tutti, veramente tutti, siano d’accordo sul fatto che nessuno può tirarsi fuori. Vi auguro Buon Anno e spero che il 2017 possa essere migliore dell’anno appena trascorso.

 

 

IL MONDO E' CAMBIATO

IL MONDO E’ CAMBIATO

 

Ho sospeso per qualche settimana il mio appuntamento ormai abituale con voi e quante cose sono successe nel frattempo.

-          Il Forum sulla “Belt and Road Initiative”  a Pechino ha avuto una partecipazione straordinaria ed un successo planetario

-          La Cina si è candidata (dopo averlo preannunziato a Davos) come il campione di una nuova globalizzazione su basi apparentemente diverse dalla precedente

-          Gli Stati Uniti hanno continuato a chiudersi sempre di più in se stessi fino all’annunzio di ieri che si ritireranno anche dall’accordo di Parigi COP21 sul clima attirandosi il biasimo unanime di tutto il mondo

-          Il meeting UE – Cina di questi giorni, anche se non si è raggiunto un accordo su alcuni punti fondamentali.  mira a candidare queste due “Paesi”, se l’Europa sarà capace di parlare con una sola voce, come la nuova leadership mondiale per il futuro.

-          Il ‘900 è stato il secolo americano. Il 2000 ha aperto il secolo Euro-Asiatico ? 

Credo che questo sarà il punto focale del dibattito dei prossimi mesi e forse dei prossimi anni.

 

Oggi però voglio parlarvi dell’Italia. Il Presidente Gentiloni ha fatto benissimo a partecipare al meeting per affermare, al massimo livello, l’interesse dell’Italia per avere un ruolo attivo nell’ambito della BRI.

Ma qual è la situazione ad oggi?

Date un’occhiata, prima di proseguire nella lettura, al LINK allegato a questa nota. Si tratta di un cartone animato pubblicato, nei giorni del Forum, sul sito della Xinhua, l’agenzia di stampa Cinese. Purtroppo è in inglese ma, con l’aiuto delle immagini e dei sottotitoli penso che sarete tutti capaci di afferrarne il senso.

 

https://www.dropbox.com/s/ubvkuw04hrnxft7/2017-05-15%2019.30.07.mov?dl=0

Lo avete visto? 

E’ sconsolante! La via ferroviaria passa a nord delle Alpi e si ferma in Spagna. “Così potremo importare facilmente dell’ottimo vino spagnolo” dicono i due piccoli protagonisti.

E quella marittima? Attraversa il Mediterraneo, lo stretto di Gibilterra e si ferma ad Anversa. Fa la circumnavigazione d’Europa senza fermarsi in Italia! 

E la predizione del conte Menabrea nel 1857 di cui vi ho parlato tempo fa? E’ mai possibile che quasi due secoli orsono nel nostro Parlamento con una straordinaria lungimiranza si prediceva nei dettagli tutto ciò che sta accadendo oggi e invece, arrivato il momento di agire, ci siamo improvvisamente e inaspettatamente trovati fuori?

Improvvisamente  e inaspettatamente?  Ma siamo proprio sicuri? 

Nelle prime carte del BRI, pubblicate in Cina quasi cinque anni fa le due vie, quella terrestre e quella marittima si congiungevano a Venezia, luogo pieno di simbolismi storici, ma ora le carte indicano itinerari diversi ed il cartone animato le consacra per l’opinione pubblica. 

Chiediamoci perché. Secondo una tradizione tipicamente italiana molti diranno con una scrollata di spalle “Chi non ci vuole non ci merita!” come si fa ormai abitualmente quando vengono pubblicati i dati sul crollo del nostro turismo nelle classifiche internazionali. Ma noi non siamo gli Stati Uniti, la prima potenza economica e militare del mondo, che possono permettersi di isolarsi e di stracciare trattati già firmati senza che ci possano essere vere reazioni da parte del resto del Mondo. Se ci isoliamo, se aspettiamo che ci vengano a pregare, finiremo in un angolo. 

Fin dall’inizio di queste mie note vi ho parlato della “Belt and Road Initiative” e della sua importanza. Vi chiedo però: prima del Forum di Pechino avete mai letto sulla stampa italiana di ogni colore notizie, informazioni, commenti, proposte su questa iniziativa? Quando il dibattito sul traforo in Val di Susa era su tutti i giornali avete mai sentito qualcuno collegarlo a questa prospettiva storica? Niente di niente. In questi anni siamo stati, tutti e sempre, impegnati a guardare il nostro ombelico come se fosse l’ombelico del mondo. Le nostre piccole beghe interne, incomprensibili e ininfluenti a livello internazionale ci hanno impegnato in maniera totalizzante.

E questo è il risultato! E’ però inutile continuare a guardare sconsolati il nostro ombelico imprecando al “destino cinico e baro”. Cerchiamo piuttosto, per quanto possibile, di guardare al futuro. 

Come ho già detto in passato le linee ferroviarie che collegano in maniera regolare l’Europa e l’Estremo Oriente sono ormai una realtà, ma siamo ancora all’inizio: funzionano ma sono ancora “rattoppate” .

Gentiloni (probabilmente anche grazie ad un’accurata preparazione da parte della nostra ambasciata) ha avuto un buon successo personale e ne è prova la disposizione dei posti durante lo spettacolo di gala al Teatro Nazionale ( per altro bellissimo). Lui e la moglie erano seduti accanto a Xi Jin Ping e Signora e, come sapete, in Cina questi micro segnali valgono più di mille dichiarazioni, ma a parte questo? 

Gentiloni ha dichiarato l’interesse italiano ed ha proposto i porti di Genova, Venezia e Trieste come terminali ideali della rotta marittima. L’impressione che ho avuto è stata quella di una merce esposta al mercato. “ Ho dei oggetti bellissimi – mi sembrava che dicesse – compratene uno a vostra scelta, oppure due, o addirittura tutti. Il prezzo è buono e posso anche farvi uno sconto” 

Sono convinto che non potesse fare altro senza destare le ire degli esclusi, ed anche così sui giornali del nostro Mezzogiorno ci sono state parole di fuoco perché i porti del Sud erano stati come al solito dimenticati. 

Ma a che serve una strategia di questo tipo? Non stiamo vendendo vestiti di alta moda o automobili fuori serie. Dovremmo cercare di lanciare idee, infrastrutture, proposte valide di collegamenti nazionali e internazionali.

In linea teorica potrebbero esserci in corso trattative segrete; può darsi che una scelta organica e motivata sia già stata fatta e proposta ai Cinesi. Una volta raggiunto un risultato questo verrebbe portato all’attenzione dell’opinione pubblica italiana come una scelta cinese a cui non possiamo dire di no.

Ma onestamente credete che una strategia del genere, capace di superare le nostre solite battaglie di bassa lega, sia verosimile? Io non ci credo e invece penso che, dietro a quello che appare, non ci sia niente altro. Stiamo solo vendendo dei bei vestiti a un potenziale compratore che ha i soldi per farlo. 

Si potrebbe obbiettare “E’ facile protestare ma cosa si dovrebbe fare?”

Analizziamo la situazione. La Cina aveva bisogno di un grande porto nel Mediterraneo dove far approdare le grandi navi essenzialmente porta container e fare il trans shipment  su navi più piccole, adatte a fare il cabotaggio con i porti Europei ed Africani all’interno del Mediterraneo, con possibilità anche al di là di Gibilterra. Questo porto ormai esiste: è Il Pireo. Avremmo potuto proporre Gioia Tauro (che era nato proprio con la vocazione di porto di trans shipment, oppure Napoli, ma non lo abbiamo fatto o almeno non in maniera convincente. Questo treno è ormai perso.

Cosa può servire oggi ai Paesi dell’Estremo Oriente (Cina in testa), a noi, ed in genere al commercio internazionale? Un porto di sbarco adatto per le grandi navi, attrezzato, e soprattutto ben collegato con il resto d’Europa. In questo senso la scelta più ovvia sarebbe un porto del nord Italia perché pensare a  dei collegamenti ferroviari da Gioia Tauro (il famoso asse Nord Sud) sarebbe un sogno per i nostri nipoti o anche dopo.

Ma anche considerando un porto del Nord, dove sono previsti in termini realistici  spazi di stoccaggio per grandi quantità di containers, nodi ferroviari, collegamenti ad alta velocità fra i nostri porti del nord ed il resto d’Europa? Il corridoio Est Ovest di cui fa parte la famigerata Torino- Lione dovrebbe essere lo sbocco possibile. Ma pensate che qualcuno al mondo che volesse investire cifre importanti in infrastrutture globali, potrebbe dar credito alla realizzazione della Torino- Lione?

E allora? Allora l’unica cosa da fare sarebbe che un governo forte e coraggioso che credesse (come il Parlamento Italiano nel 1857) all’importanza di questa strategia, facesse un piano realistico ed organico. Questo piano dovrebbe includere:

-          la scelta in prima battuta di un solo porto,

-          un piano di adattamento di questo porto alla nuova tipologia e quantità di traffico,

-          un piano serio di creazione di un importante ed efficiente parco di stazionamento  delle merci ed un nodo ferroviario all’interno del porto

-          il collegamento di questo nodo con i grandi assi ferroviari europei 

Tutto ciò dovrebbe essere ideato in una maniera che sia credibile per tutte le controparti interessate all’iniziativa, ed includere un cronoprogramma altrettanto dettagliato e credibile. Si dovrebbero studiare e accludere al piano tutti gli aspetti ( e le modifiche) legislativi necessari per realizzare le opere come pure gli aspetti finanziari.

Fatto ciò, si potrebbe proporre ai Cinesi di cooptare nel piano BRI questa nostra partecipazione. Ciò non sarebbe la morte degli altri porti, però anche questi dovrebbero essere poi collegati ai grandi assi ferroviari. Proporre tutto e tutto insieme equivarrebbe a non proporre niente.

 

VOI CREDETE CHE TUTTO CIO’ SIA POSSIBILE? IO PURTROPPO NO, ANCHE SE OVVIAMENTE SPERO DI SBAGLIARMI

 

LA NUOVA CENTRALITA' DEL MEDITERRANEO: E L'ITALIA?

La nuova centralità del Mediterraneo: e l’Italia?

 

Vi ho parlato varie volte dell’importanza del Mediterraneo nella strategia della Via della seta Marittima, ma esiste un altro aspetto che mi interessa farvi notare ed è legato ad una visione ancora più globale e che ha cominciato a svilupparsi prima e in maniera parallela alla BRI. Partiamo da alcuni dati: i flussi di navi porta containers sulla tratta Asia-Europa attraverso il canale di Suez negli ultimi 20 anni sono aumentati dal 27% al 42% dei traffici mondiali con una parallela riduzione dei trasporti sulle rotte trans-pacifiche e trans-atlantiche.

I parametri che dobbiamo analizzare sono sostanzialmente tre:

-          Le navi porta containers stanno diventando sempre più grandi. Se infatti fino a qualche anno fa esse non superavano i 10.000 TEU di carico (1 TEU è sostanzialmente equivalente ad un container da 20 piedi ed ha una capacità di 21600 kg.) oggi arrivano fino a 18-19000 TEU e presto si arriverà ad oltre 20000. Ciò è dovuto alla necessità di creare una riduzione dei costi di trasporto. L’effetto negativo è determinato dal fatto che, mentre una nave piccola può essere riempita con un singolo carico che viaggi dal punto di partenza a quello di arrivo finale, le enormi navi moderne possono riempirsi solamente caricando e scaricando containers in vari porti intermedi lungo la rotta. Difficilmente infatti un singolo carico dalla destinazione iniziale ad una sola destinazione finale potrebbe riempirle.

-          Il raddoppio del Canale di Suez che oggi consente un traffico contemporaneo nelle due direzioni e che può accettare anche le grandi navi moderne.

-          Il profondo ammodernamento del Canale di Panama che permette un incremento di traffico ma può ospitare davi fino a 13000 TEU (prima erano solo 4500 TEU) 

Tutto ciò ha delle conseguenze importanti sui traffici mondiali.

Anzitutto la rotta attraverso Suez permette una serie di punti di carico-scarico intermedi in India, in Medio Oriente e nel Mediterraneo prima di arrivare alla destinazione finale, mentre la rotta trans-pacifica non ha scali intermedi fino al territorio americano.

In secondo luogo, se consideriamo la rotta Hong Kong – New York, ci rediamo conto che il viaggio attraverso il Pacifico è solamente un giorno più corto di quello attraverso Suez ed il Mediterraneo; la rotta Shanghai – New York solo quattro giorni più corta.

Su queste premesse ci rendiamo conto che il Canale di Panama ed il Canale di Suez, pur così lontani, sono in concorrenza diretta nei traffici intercontinentali mentre Panama continua ad avere il monopolio per i traffici fra la costa pacifica e quella atlantica del continente americano.

Di ciò si sono rese conto le autorità di Suez che offrono sconti superiori al 50% alle grandi navi che dall’Asia hanno come destinazione finale i porti della costa Atlantica americana. Se ne sono resi conto anche i Cinesi. La Cosco infatti, oltre al grande investimento nel porto del Pireo di cui vi ho già parlato, ha acquisito il 20% di Porto Said all’imbocco mediterraneo del canale di Suez e sta trattando per un investimento anche nel porto di  Cherchell in Algeria. Questi porti nei loro piani sono necessari per lo scarico di una parte dei containers da smistare in seguito e avviare per via terrestre o marittima su navi più piccole alle destinazioni finali Europee ( sia mediterranee che dell’Europa continentale o del Nord-Europa) ed Africane.

Diventa quindi evidente la rinnovata centralità del Mediterraneo dopo oltre 500 anni, quando (come ho detto in passato), con la scoperta dell’America il baricentro del mondo si spostò sull’oceano Atlantico e su Spagna, Portogallo ed Inghilterra. 

Che cosa comporta tutto ciò per l’Italia?

Ne abbiamo parlato in occasione del Forum di Pechino di metà maggio e dei colloqui fra il nostro primo ministro Gentiloni e le autorità cinesi.

Purtroppo, e devo dire “come al solito”,  siamo arrivati tardi. Il porto del Pireo che prima dell’intervento cinese movimentava cinquecentomila containers l’anno, oggi è arrivato a 3 milioni ed è previsto il raddoppio. In più è in acque profonde, capaci di ospitare le grandi navi e i Cinesi stanno investendo in una ferrovia trans balcanica moderna, capace di integrarlo nella rete trans europea, la Ten-T.

Qualcosa però si muove. Una delegazione cinese ha visitato Genova e la Cosco ha firmato un accordo preliminare  per la gestione del terminal container di Vado Ligure. Il fatto più importante secondo me, per quello che dirò dopo, è che la North Adriatic Port Association (NAPA) sta cominciando a operare. Essa mira a promuovere lo sviluppo congiunto dei porti di Venezia, Trieste, Ravenna, Capodistria (Slovenia) e Fiume (Croazia). Dico sembra perché, come al solito, ognuno tira acqua al suo mulino.

Cerchiamo di capire qualcosa di questa iniziativa e partiamo dai fatti. Un consorzio italo-cinese si è aggiudicato la progettazione definitiva del sistema portuale off-shore di Venezia a fronte di una gara internazionale del valore di quattro milioni di Euro. Esso comprende  la piattaforma d’altura al largo di Malamocco e un terminal container  che sorgerà in area Montesyndial a Porto Marghera. 

In che consiste questa iniziativa? Intanto si parla di un terminal offshore perché, a causa dei fondali, il porto di Venezia potrebbe ospitare navi fino a 7000 TEU a fronte nelle capacità di 18000 TEU minimo di cui abbiamo parlato prima. Esso consiste:

-          In una piattaforma posta a circa 8 miglia dalla costa dove i fondali sono di 20 metri. Essa si comporrà di una diga foranea lunga 4,2 km al cui interno troveranno posto un terminal di prodotti petroliferi ed un altro dedicato alle navi porta containers.

-          Il trasferimento dei containers ai vari terminali a terra sarà realizzato con speciali navi autoaffondanti chiamate “mama vessels” capaci di caricare i containers in blocchi preassemblati in maniera molto rapida.

-          Il terminal di Marghera sarà in grado di movimentare 1.5 milioni di containers/anno cioè la metà del Pireo nella sua configurazione odierna, e solamente un quarto di quella prevista.

Si prevede  un investimento di oltre 2 miliardi di Euro coperti da capitali italiani e cinesi.

 

Penso che le fotografie allegate possano dare un’idea più chiara di tutto il sistema.

Che dire: questo piano è forse l’unico praticabile, almeno in teoria perché restano comunque in piedi tutte le mie perplessità espresse in dettaglio nella nota “Il mondo è cambiato” nella sezione “Riflessioni” a cui vi rimando.

Riassumo qui brevemente le problematiche, aggiungendone qualcuna più specifica. Il terminale offshore permette di risolvere il problema dei fondali e in parte quello della capacità di stoccaggio del terminal a terra. Parliamo però di capitali importanti da investire e soprattutto di costi e tempi certi perché, nessun Paese baserebbe le proprie strategie su ipotesi aleatorie.

E quali sono i problemi? Ve ne elenco qualcuno.

-          Pensate che una struttura di oltre quattro chilometri per due nell’alto mare Adriatico si potrebbe realizzare senza proteste superabili in tempi brevi da parte di cittadini, organizzazioni ambientaliste, comuni, province, regioni etc.?

-          Pensate che un investimento di questo genere possa essere realizzato senza che i costi ed i tempi previsti si raddoppino o più probabilmente triplichino?

-          A parte queste problematiche specifiche, perché un sistema di questo genere abbia senso sarebbe necessario sviluppare in parallelo le connessioni europee  est-ovest e nord-sud per poter smistare rapidamente tutti i containers in arrivo che sarebbero destinati in maggior parte ai mercati esteri. Queste connessioni sono già previste nel piano dei vari corridoi prioritari europei ( il Ten-T) e dovrebbero essere in opera entro il 2030 quindi in teoria nessun problema.

-          In pratica però uno di questi corridoi, come ho detto nella mia nota a cui ho fatto riferimento, include la famosa Torino-Lione. Se tanto mi da tanto….. 

La mia amara conclusione è quella di prima. Tutti gli investitori internazionali conoscono le problematiche italiane, oppure, se per caso non le conoscono, si informano e chiedono garanzie. Senza di esse, in un mondo che corre sempre più veloce, cercano altre soluzioni. Saremmo ancora in tempo ma occorrerebbe un governo forte e quasi certamente delle leggi ad hoc che garantiscano costi e tempi realmente fissi e soprattutto decisioni rapide da applicare senza indugi e ritardi.

 

Pensate che sia possibile? Gradirei da voi una rapidissima indicazione della vostra opinione e, se mi sbaglio, un cenno di ottimismo

Grazie

Liu Xiaobo

Liu Xiaobo 

Lo scorso 13 luglio Liu Xiabo è morto all’ospedale di Shenyang. Le notizie che lo riguardano sono state diffuse in tutto il Mondo così tanto da non permettermi di  aspettare che esse decantino almeno un po’ per evitare che l’ovvia reazione emotiva offuschi un’analisi “vista dalla Luna” come penso sia giusto fare.LXB era nato il 28 dicembre 1995 e trascorse la sua infanzia in Mongolia, dove la sua famiglia era stata mandata durante la Rivoluzione Culturale. Ritornata una certa tranquillità, si laureò a Jilin e successivamente ottenne un master all’università di Pechino con una tesi su “Estetica e libertà dell’uomo”. In seguito studiò in Europa e negli Stati Uniti dove insegnò anche alla Columbia University di New York.

In aprile 1989 decise che non poteva ignorare il richiamo della madre patria e le dimostrazioni studentesche che avrebbero portato ai tragici fatti di piazza Tienanmen. Tornò quindi in Cina, divenne subito uno dei capi del movimento, organizzò lo sciopero della fame e partecipò in prima persona alle trattative con i militari e le forze di polizia che stavano per iniziare la repressione violenta.Quando si rese conto però che quella battaglia era perduta scongiurò i compagni e gli allievi di sospendere le agitazioni e ritirarsi per evitare il massacro che tutti noi ricordiamo.

Venne arrestato e condannato a tre anni di lavori forzati. In quel triste periodo fu aiutato da Liu Xia la poetessa che aveva conosciuto e che voleva sposare.

La sua vita aveva preso la svolta definitiva e la spese fra un processo e l’altro, fra un carcere e l’altro fino alla battaglia finale nel 2008 quando fondò Charta 08 e ne pubblicò il manifesto con cui chiese la fine del partito unico e il rispetto dei diritti umani. Il manifesto, firmato da 303 attivisti, fu sottoscritto da circa 12000 persone.

Fu la goccia che fece traboccare il vaso e nel dicembre 2009 fu condannato a 11 anni di carcere e due anni di interdizione dai pubblici uffici. Nel 2010 gli era stato conferito il Premio Nobel della Pace “per il suo impegno non violento a tutela dei diritti umani in Cina”. Non gli fu consentito di andare a ritirare il premio e Liv Ulmann lesse a Oslo il suo discorso davanti alla sua sedia vuota.

Prima di commentare fatti che credo tutti voi conoscano, è opportuno riportare alcune sue frasi celebri:

-          La libertà di parola è alla base dei diritti umani, è la radice della natura e la madre della verità. Uccidere la libertà di parola è insultare i diritti umani, soffocare l’umanità e sopprimere la verità.

-          L’odio è corrosivo della saggezza e della coscienza delle persone. La continua ricerca del nemico può avvelenare lo spirito di una nazione, istigare a una vita brutale e a lotte all’ultimo sangue. L’odio distrugge la tolleranza e l’umanità della società bloccando il progresso verso la libertà e la democrazia.

-          Spero di essere l’ultima vittima della lunga tradizione cinese di trattare le parole come crimini.

-          La mia tendenza a idealizzare la civiltà occidentale nasce dal desiderio nazionalistico di usarla per riformare la Cina. Questo però mi ha portato a trascurarne le problematiche. Ho guardato all’occidente non solo per la salvezza della Cina ma anche per la naturale e definitiva destinazione di tutta l’umanità.

Che dire?

Quest’uomo era sicuramente un idealista. Non esitò un attimo a lasciare una vita comoda negli Stati Uniti dove avrebbe potuto sedersi in cattedra e “pontificare”: sarebbe stato tanto facile quanto inutile. Decise invece di lasciare tutto e andare incontro a un destino che probabilmente prevedeva, pur sperando di sbagliarsi. 

Era anche sicuramente un pacifista e lo dimostrano le sue frasi che ho riportato, come pure il suo tentativo estremo a Tienanmen di salvare da morte sicura centinaia e forse migliaia di giovani quando i carri armati cominciarono a dettare legge. No, le sue armi erano e dovevano restare le parole, non il sangue e i proiettili. Liu era disposto a sacrificare la sua vita per i suoi ideali ma non a guidare verso una morte probabilmente inutile qualche migliaio di giovani. 

Per tutto ciò Liu Xiaobo deve restare nella memoria di tutti noi e nella storia fra i più limpidi eroi di questo secolo.

 I giornali italiani che probabilmente avete letto, e più in generale i giornali di tutto il mondo, hanno duramente stigmatizzato e condannato la Cina senza però alcun approfondimento. Purtroppo, come al solito, si sono lanciati a testa bassa contro un facile e demagogico obbiettivo senza un briciolo di analisi.

 

Fatta salva la premessa, che deve restare ferma e indelebile nella mente di tutti, cercherò, per quanto possibile vista la vicinanza degli avvenimenti, di darvi qualche spunto di analisi guardando i fatti un po’ più da lontano, dalla Luna, per capire se e quanto la politica internazionale si sia impadronita dei suoi ideali e se e quanto essi fossero in linea con la mentalità prevalente dei suoi compatrioti.

Prima ancora di iniziare il mio difficile tentativo CI TENGO A RIBADIRE CHE SECONDO ME LA LIBERTA’ DI PAROLA E DI OPINIONI E’ SACROSANTA E INDISCUTIBILE E DEVE ESSERE TALE IN TUTTO IL MONDO. NON SI PUO’ MANDARE IN GALERA UNA PERSONA SOLO PERCHE’ HA ESPRESSO IN MANIERA ASSOLUTAMENTE PACIFICA LE SUE IDEE.

 

Chiarito questo, vediamo per prima cosa come i giornali cinesi hanno trattato il fatto:

-          “Liu Xia (la moglie) è libera e il Governo Cinese proteggerà i suoi interessi legittimi secondo la legge” è stato detto ufficialmente da tutte le autorità a tutti i livelli.

-          “Alle 6.30 di sabato, Liu Xia è stata la prima a rendere omaggio al  marito, accompagnata dalle note del Requiem di Mozart. Subito dopo i fratelli di Xiabo, gli altri parenti e gli amici; mancavano la prima moglie e il figlio di Xiabo che vivono in America e non si sono potuti muovere.”

-          “La salma è stata cremata e le sue ceneri disperse in mare secondo il volere dei familiari e le tradizioni locali”

-           “ Era ricoverato in ospedale e sottoposto a tutte le cure possibili da parte dei maggiori specialisti cinesi per il tumore al fegato che lo aveva colpito……… Era stato anche visitato dal Prof. Markus Buacher dell’università di Heidelberg e dal Prof. Joseph Herman Dell’ US Anderson cancer Center che hanno partecipato a un consulto con i medici Cinesi.

-          “Liu Xiabo era stato condannato a 11 anni di carcere il 25 dicembre 2009 per aver cercato di sovvertire le strutture dello stato”

-          Il fratello di LXB, Liu Xiaoguang in una conferenza stampa a cui non era presente la vedova Liu Xia per le sue cattive condizioni di salute ha dichiarato “ A nome di Liu Xia e di tutti i familiari di LXB desidero esprimere la mia gratitudine per il trattamento umanitario che il Governo ha dimostrato nei confronti di LXB nella sua speciale situazione.” <E’ presumibile che questa dichiarazione sia stata frutto di una dettagliata trattativa con le autorità.> 

Segue poi la parte più esplicitamente politica delle dichiarazioni cinesi. 

Xinhua riporta in maniera stringata una dichiarazione “ La morte di LXB è senza dubbio una grande disgrazia, aggravata dal modo in cui è stata politicizzata.” “Concedendogli il Nobel l’Occidente ha dimostrato che LXB era una pedina nel suo gioco per minare l’immagine della Cina” e poi “ E’ sciocco dire che la Cina si oppone a democrazia e diritti umani semplicemente perché il suo sistema è diverso a quello Occidentale.” 

In un articolo intitolato “ La deificazione di Liu Xiaobo non può negare i suoi crimini” il Global Times scrive: 

-          I Paesi occidentali hanno deificato LXB chiamandolo “grande combattente per la libertà”, “un gigante dei diritti umani”, “Il Mandela della nostra epoca”. LXB è stato un criminale in carcere che è morto di cancro.

-          La detenzione di LXB secondo la legge cinese è ciò che la società cinese pensa che egli abbia meritato. Ci possono essere alcuni che hanno solidarizzato con lui perché è stato così tanti anni in carcere. Ma quelle persone che si sono allineate agli occidentali e guardano a lui come a “un grande martire” o addirittura lo comparano a Mandela sono una sparuta minoranza.

-          Quella in cui LXB si era avventurato, non era una critica costruttiva ampiamente riconosciuta dalla società cinese. Egli ha cercato di sovvertire il sistema politico definito nella costituzione cinese e sostituirlo con il sistema politico occidentale.

-          Le sue affermazioni che la Cina ha bisogno di essere colonizzata per 300 anni sono molto note in Cina.

-          Egli si è allontanato dai maggiori temi della società cinese e per questo è diventato un uomo del passato, un agitatore e un oppositore politico.

-          Gli Occidentali usano LXB come una pedina contro la Cina e in questo modo cercano di aumentare le difficoltà della Cina per migliorare la governabilità e la coesione interna.

-          LXB si è allineato con le forze occidentali ed il supporto occidentale è diventato un fattore chiave della sua influenza. Essa ha rotto i principi morali fondamentali del patriottismo cinese ed ha cercato di sovvertire la stabilità e la sicurezza nazionale cinese.

-          “Diritti umani” sono parole meravigliose, sporcate dagli Occidentali in una partita contro la Cina

-          Quando gli Occidentali parlano di diritti umani, essi si riferiscono sempre alle persone che agiscono contro la Cina e il suo sistema istituzionale. Questo termine è diventato, in un certo senso, un’arma del loro tentativo di fare sporchi trucchi diplomatici e lanciare attacchi politici contro la Cina.

-          Qualunque sia stata la molla del comportamento di LXB, egli è stato senz’altro un distruttore della tematica dello sviluppo cinese in questo periodo di riforme e apertura della nazione. 

“Un gigante dei diritti umani” è la definizione citata nell’editoriale del Global Times. Essa è stata data da Salil Shetty, segretario generale di Amnesty International, un’istituzione che io considero assolutamente fuori dalle manovre politiche che si sono appropriate di questa vicenda e quindi merita una grande considerazione.

Shetty dice “ Dobbiamo fare tutto il possibile per porre fine agli arresti domiciliari e alla sorveglianza di Liu Xia e per garantire che non sia più perseguitata dalle autorità”. E poi “ LXB per decenni ha combattuto instancabilmente per far progredire i diritti umani e le libertà fondamentali in Cina.” “Lo ha fatto a dispetto della più implacabile e spesso più brutale opposizione da parte del governo cinese. Di volta in volta hanno cercato di ridurlo al silenzio e ogni volta hanno fallito.” “Nonostante gli anni passati a subire persecuzione, repressione e carcerazione, LXB ha continuato a battersi per le sue convinzioni”. 

Ho cercato a lungo di farmi un’opinione scevra da condizionamenti e il mio ragionamento mi ha portato lontano, fino ad analizzare noi stessi ed il nostro mondo. 

Non sono arrivato ad alcuna soluzione né credo ci si possa arrivare in questo momento storico se si vuole veramente uscire da facili definizioni che sfuggono ad ogni analisi serena ed approfondita.

Vi propongo quindi alcune riflessioni. Di primo acchito credo che solamente qualcuno le condividerà ma vorrei che ognuno di noi riflettesse a lungo e pacatamente con se stesso, perché, al di là di LXB, delle sue vicende e della Cina stessa, è un tema che riguarda il futuro dei più giovani fra i miei lettori, e dei nostri figli. 

Credo anzitutto, e su questo punto forse saremo d’accordo, che la grande politica internazionale e parte della stampa si siano impadronite della vicenda di LXB essenzialmente per scopi di lotta politica e talvolta anche per problemi di politica interna e per poter raccattare qualche voto, come succede spesso da noi dove ormai sono i sondaggi e non le idee a guidare le dichiarazioni di tutti gli esponenti politici. Nel mondo una gran quantità di casi simili passano sotto il silenzio più assoluto. 

Credo altresì che se leggiamo la stampa nazionale ed internazionale, come io ho cercato di fare, solo in un numero veramente sparuto di casi mi sono trovato di fronte a giornalisti che ponevano a base delle proprie opinioni un briciolo di analisi e di approfondimenti. Quasi tutti si limitavano a leggere un certo numero di notizie di agenzia e scrivere in fretta ciò che i lettori si aspettavano che fosse scritto.

Allo stesso tempo quei giornalisti che hanno dato una scorsa alle agenzie e ai giornali cinesi, hanno liquidato le loro dichiarazioni come espressioni del “regime” senza neanche porsi il problema che possa esistere un altro punto di vista e di cosa possa pensare la popolazione.

 “Regime”, secondo la TRECCANI significa “Ordinamento politico, forma o sistema statuale o di governo.” “Regime parlamentare” è l’ordinamento italiano; “Regime presidenziale” l’ordinamento degli Stati Uniti, etc. Oggi, però la parola “regime” identifica qualunque ordinamento diverso dagli  ordinamenti democratici e odierni.

E’ quasi un insulto da lanciare contro i Paesi che non si identifichino con la nostra pietra di paragone assoluta.

Attenzione, alla parola “democratici” ho aggiunto un’altra parola “odierni” e questo ha un significato. Noi chiamavamo democratici gli ordinamenti in cui si votava per censo o altri sistemi che oggi giudicheremmo assurdi. Ma c’è di più. Ancora all’inizio del ‘900 in tutti gli ordinamenti, anche quelli che noi abbiamo sempre considerato ultra democratici come quello inglese, molto meno della metà della popolazione aveva diritto al voto: infatti, a parte i minorenni, anche le donne non erano considerate degne di votare! (l’Inghilterra per esempio credo che sia stata la prima nazione al mondo ad ammettere al voto le donne nel 1894 e non in tutte le elezioni). La democrazia è quindi nata dopo la seconda guerra mondiale, oppure il concetto di democrazia è, diciamo così, variabile con i tempi? 

Ma torniamo a noi.

Mi sarei aspettato che la vera, dura persecuzione di LXB fosse dovuta avvenire dopo i fatti di Tienanmen, quando la Cina si trovò a fronteggiare una grande sommossa, molto più dura delle varie altre della sua storia recente anche perché si svolgeva a Pechino, sotto gli occhi del mondo. Invece, leggendo i vari articoli sulla stampa occidentale e cinese, ho avuto l’impressione che i veri guai di LXB cominciarono dopo la scrittura e la diffusione di “Charta 08”, un vero e proprio programma di governo in totale contrapposizione con l’ordinamento cinese.

Vi allego il link in cui, chi è interessato,  può leggere l’intero manifesto di Charta 08  https://www.dropbox.com/s/6j7d2o8a93er07a/CINA%20Il%20testo%20integrale%20di%20Carta%2008%2C%20per%20i%20diritti%20umani%20in%20Cina.pdf?dl=0

Essa si ispira a Charta 77 che seguì la Primavera di Praga del ’68 e fu seguita dalla dissoluzione del sistema sovietico, e dalla democratizzazione di parte delle repubbliche che ne risultarono. 

Leggendo il manifesto di Charta 08 io mi sono sentito nel mio mondo, ho letto un documento che proclamava tutti gli ideali in cui noi europei abbiamo sempre creduto e che in parte non si sono mai realizzati. E questo è secondo me ciò che ha reso impossibile per la Cina di accettare LXB.

Infatti, a parte il brevissimo riferimento alla “bellezza di tutti sotto il cielo”, evidente aggancio alla millenaria tradizione cinese, Charta 08 è un documento scritto da una persona di cultura Occidentale, in un ambiente e con vincoli esterni Occidentali, e in un mondo con problematiche sociali di tipo occidentale.

Ma eravamo in Cina!

Quasi 40 anni fa conobbi un Cinese vecchissimo, nato all’inizio del ‘900, con una padronanza notevole della cultura occidentale e ovviamente di quella cinese, che  dopo aver vissuto sulla sua pelle tutte le traversie e le tragedie del suo popolo senza cedere mai alla tentazione di fuggire all’estero, era riuscito a sopravvivere e aveva la saggezza e la pace interiore che derivava dal suo passato. Con lui ebbi un gran numero di colloqui serali, seduti uno accanto all’altro su due sedie che portavamo davanti al portone della guest house in cui abitavo. Fumavamo una sigaretta dopo l’altra, alternando le mie domande alle sue riflessioni fatte con parole lente e pesate ad una ad una, seguite da lunghi silenzi in cui non osavo disturbare la sua mente che vagava in un universo tutto suo.

 A lui dedicherò una nota specifica quando me la sentirò. Per adesso, e in questo contesto, voglio citarvi qualche frase che è scolpita nella mia mente. “ Ti rendi conto che, ogni anno che nasce, noi abbiamo un’Italia in più da sfamare?”, e poi “Noi siamo un paese enorme e poverissimo, ma con una grande storia, tutti devono avere da mangiare, anche se poco”.

Faceva riferimento all’impetuoso aumento della popolazione e al problema della fame, quella vera per cui la gente moriva, che affliggeva il Paese. Era inevitabile il confronto con l’India, che frequentavo negli stessi anni, in cui la fame e il degrado sociale erano sotto gli occhi di tutti, specie in alcune aree come Calcutta.

E poi “la Cina diventerà un grande Paese se riuscirà ad evitare i conflitti sociali ed il collasso del suo sistema”

Ed infine “ La Cina dovrà essere capace di restare unita e fare in modo che tutti crescano più o meno insieme senza squilibri eccessivi”.

Queste e molte altre ancora erano le problematiche che la Cina si trovava ad affrontare 40 anni fa. Nessun altro Paese al mondo se non l’India si trovò di fronte a problemi così giganteschi. L’India lo affrontò in maniera totalmente diversa, aderendo, almeno da un punto di vista formale, agli ideali occidentali e la Cina invece con un sistema autocratico che reprimeva ogni libertà. Oggi, 40 anni dopo, mi sento di dire che mediamente un cittadino cinese vive meglio di un suo equivalente indiano.

David Lampton, direttore dei China Studies della John Hopkins School of Advanced International Studies di Washington, intervistato dopo la morte di LXB ha detto:

-          Non c’è dubbio che Xi Jinping ha puntato molto sulla sicurezza interna….. e stretto le maglie della censura a scapito delle libertà individuali. Il controllo della società cinese è sempre più severo. Ma è anche vero che su aspettative di vita e sociali dei ceti medio-bassi, Pechino ha fatto molti progressi. Anche questi sono diritti umani.

-          Piazza Tienanmen avvenne anche a causa dell’economia fragile e dell’inflazione, che avevano spinto alla rivolta i colletti blu, oltre agli attivisti per la democrazia. Oggi la situazione è molto diversa.

 In parallelo, negli stessi giorni, un’indagine americana arrivava alla seguente conclusione:

-          Se oggi i Cinesi fossero liberi di votare con sistemi, libertà e regole di tipo occidentale, Xi Jinping otterrebbe il 90% dei voti” 

Queste due analisi, che io condivido sulla base di ciò che vedo in Cina, nascono dal fatto che oggi i Cinesi godono, sia pure con notevoli disuguaglianze, di condizioni di vita accettabili e molto spesso buone. Hanno cinema, teatri, pub e discoteche affollatissime e del tutto analoghe alle nostre; allestiscono spettacoli di musica moderna, del tutto analoghi ai nostri, in stadi giganteschi; vestono secondo le mode internazionali più recenti. Allo stesso tempo non hanno le nostre libertà politiche ma ho l’impressione che non se ne curino più di tanto. Sentono molto di più il problema delle restrizioni che hanno per “registrarsi” nelle grandi megalopoli che sono il loro miraggio. E’ una delle richieste di Charta 08 (al punto 8) e questo è un caso tipico in cui un diritto per noi fondamentale, non è assolutamente applicabile in quello sterminato Paese. Già oggi il movimento dai piccoli (si fa per dire: un milione di abitanti) centri periferici alle gigantesche megalopoli, anche se frenato, è inarrestabile. Se fosse liberalizzato, assisteremmo a masse di qualche centinaio di milioni di persone che migrerebbero tutte insieme. In confronto i nostri problemi di assorbimento dei migranti attraverso il Mediterraneo sarebbero risibili.

Quaranta anni fa in Cina non esisteva nessuna libertà, neanche quella per due adolescenti di tenersi per mano in pubblico. Tutto era sacrificato alla necessità di sfamare e di dare un tetto a tutti! A poco a poco sono arrivate le libertà di vestirsi a proprio piacimento, poi il piccolo commercio, fino alla libertà di iniziativa economica pressoché totale.

Solo i diritti politici sono quasi inesistenti e la libertà di parola fortemente condizionata. Secondo l’opinione ufficiale la Cina è troppo grande e ci sono ancora troppe disuguaglianze: i freni dovranno essere allentati in maniera estremamente graduale per evitare sommovimenti tali da portare alla disgregazione totale del Paese. Le preoccupazioni di oggi sono quelle di quaranta anni fa! Comunque, anche quando la Cina diventerà un Paese prospero “la democrazia in salsa cinese” sarà del tutto diversa da quella occidentale ed in linea con la loro cultura e le loro tradizioni. Il loro concetto di democrazia mi è stato spiegato più volte ma ancora devo capirlo bene. Ve ne parlerò in futuro. 

Qual è la conclusione? Non la ho.

Posso solo dire che secondo me (esperienza diretta non solo in Cina ma in parecchi Paesi in via di sviluppo) la vera felicità consiste nella consapevolezza che oggi le condizioni di vita sono migliori di quelle di ieri e domani saranno migliori di quelle di oggi. E di questo i Cinesi sono assolutamente convinti. Purtroppo ciò non accade da noi, dove per la prima volta i nostri figli vivono in condizioni peggiori e con un’insicurezza maggiore dei loro genitori. Se potessero scambiare condizioni di vita e sicurezza sociale migliori contro una minore libertà politica, la gran maggioranza di essi probabilmente accetterebbero. L’enorme, generalizzata disaffezione verso la “cosa pubblica” e la politica è figlia di tutto ciò e sotto gli occhi di tutti.

 

Dobbiamo anche porci due domande:

La prima: ovunque abbiamo cercato di portare la democrazia in Paesi la cui cultura era del tutto estranea a questa filosofia abbiamo creato dei disastri epocali sia per le popolazioni locali che per noi stessi. Cito solo due esempi: la Libia e l’Irak. Qualcuno può credere che ci sia una sola persona in Libia a preferire la situazione odierna a quella sotto Gheddafi?  E se questo è vero in un Paese senza una forte radicazione culturale propria, quanto è più vero in un Paese come la Cina la cui storia e civiltà sono più antiche e totalmente incompatibili con la nostra? I nostri canoni sono legati alla nostra storia e alla nostra civiltà. Come possiamo pensare che essi siano degli assiomi universali legati solo alla natura umana. In altre parole siamo sicuri che il nostro sistema democratico sia applicabile al di fuori del mondo occidentale ed in particolare alla Cina? Non è forse un po’ presuntuoso?

La seconda: io ricordo che nel dopoguerra in Italia il lavoro minorile era ampiamente diffuso e accettato. Oggi inorridiremmo, ma allora l’alternativa era la fame, quella vera. E nei paesi in via di sviluppo dobbiamo sacrificare tutto, la pace sociale ed un minimo di benessere ad una libertà totale del tipo di cui godiamo in Europa?

 

Secondo punto di riflessione che mi affascia e mi terrorizza (ma su cui non mi dilungo perché ho parlato anche troppo) è la risposta alle seguenti due domande.

-          Siamo proprio sicuri di vivere ancora in un REALE sistema democratico?

-          Ma è proprio sicuro che il sistema “democratico” (anche considerando che sotto questo nome abbiamo identificato sistemi del tutto differenti e che oggi disconosceremmo) costituisca “la fine della storia” e che in un mondo che cambia fin nelle sue fondamenta esso debba restare un “motore immobile” per l’eternità?

Le risposte più semplici sono due SI convinti, ma l’ovvio è spesso dettato semplicemente da pigrizia mentale.

La mia vera conclusione è che dovremmo cominciare a pensare al nostro mondo e al nostro futuro. Rivoluzioni, guerre e distruzioni di enormi proporzioni hanno caratterizzato tutti i grandi cambiamenti della storia, incluso l’avvento dei moderni stati democratici.

Oggi in Europa godiamo il più lungo periodo di pace della storia moderna. Purtroppo però nubi fosche si delineano all’orizzonte, esiste un rischio concreto di migrazioni sempre più imponenti, paragonabili solo alle grandi invasioni barbariche che furono una delle cause della caduta dell’impero romano.

All’interno dei nostri Stati siamo preda di populismi che hanno sempre più presa.

I giovani sono sempre più indifferenti alla politica e non è un caso che nessuno dei leader dei quattro più grandi partiti italiani sia un parlamentare eletto dal popolo.

Non è altrettanto un caso che quasi tutte le cinghie di trasmissione che permettevano di mettere in contatto la volontà popolare con le istituzioni, inclusi i partiti politici e i sindacati, stiano perdendo presa, sostituiti dai sondaggi. 

Forse dovremmo pensare che, come dicono alcuni grandi pensatori, ci stiamo avvicinando ad un “punto singolare” della storia, quello in cui tutto cambia in un bagno di sangue e di distruzioni. Dovremmo provare a creare una transizione pacifica per evitare una catastrofe più violenta delle altre.

Ma di questo parlerò un’altra volta