Riflessioni di inizio anno

Riflessioni di inizio Anno

“Ciascuno ha diritto al lavoro, a giuste e favorevoli condizioni di lavoro, alla protezione per se stesso e la propria famiglia, e a un’esistenza conforme alla dignità umana……Ciascuno ha diritto a condizioni di vita sufficienti ad assicurare la salute e il benessere proprio e della propria famiglia, inclusa l’alimentazione, i vestiti, la casa e l’assistenza medica”

Non è la prima volta che cito la dichiarazione universale dei diritti dell’uomo, ma per me questo documento, l’unico condiviso (e poi disatteso per larga parte) da tutto il mondo, pur con i suoi limiti dovrebbe stare sui comodini di tutti noi.

Oggi sono dati accettati da tutti: la povertà nel mondo si è ridotta come mai nella storia (fig.1) e popoli che sono vissuti sempre nella miseria più nera cominciano a vedere una luce in fondo al tunnel. Da oltre settant’anni non abbiamo più il flagello delle grandi guerre ed anche questo non è mai accaduto nella storia del mondo occidentale negli ultimi duemila anni. E’ vero, esistono una miriade di conflitti locali e siamo costretti a vivere nell’incubo di un attentato, ma quasi nessuno di noi conosce il terrore generato dall’ululato delle sirene che annunziavano all’improvviso un bombardamento aereo. I nostri padri erano costretti a correre nei rifugi e non sapevano se, uscendone, avrebbero trovato la loro casa.

Osservando il mondo “dalla Luna” come è il titolo di questo blog dovremmo essere felici ed aspettare una nuova età dell’oro, questa volta a livello mondiale. E invece…..

Invece, se ci guardiamo intorno in Italia e più in generale nel mondo occidentale, vediamo che la tristezza, la disillusione, il pessimismo e la paura della povertà, la povertà vera che ormai da decenni non conoscevamo più, invade tutti noi.

Leggo sui giornali che in questi giorni di grande freddo otto poveri disgraziati sono morti  per strada nell’indifferenza sostanziale di tutti. Nella sua tragicità non è questo, o episodi simili, che determinano la cupezza del cielo intorno a me. E non lo sono neanche altre tragedie, più devastanti, che abbiamo visto negli ultimi mesi. Il tragico terremoto dell’Italia centrale ha certamente sconvolto la vita di migliaia di persone, ma, forse anche per i soccorsi immediati e questa volta (sembra) efficaci, forse per la partecipazione corale che questi poveri disgraziati hanno visto attorno a loro da tutta Italia, in mezzo al disastro (a quanto si vede dalle interviste) anche loro vedono una possibilità di luce, anche se incerta e lontana.

Ciò che scorgo intorno a me è la disperazione di un’intera classe, la cosiddetta “classe media”, che vede un futuro nerissimo per sé e per i propri figli, che guardando al 2017 e, peggio ancora al 2018, vede miseria, una miseria che non aveva mai sperimentato prima. Soprattutto vedo i giovani, quelli che dovrebbero essere i portabandiera del futuro e dell’ottimismo, preda di una disillusione assoluta, senza alcuna speranza per il futuro: una generazione perduta. Ho una marea di dati e di statistiche che, a livello di tutto il mondo occidentale, dimostrano ciò e una volta tanto non voglio chiudere i discorsi con numeri e statistiche, ma con uno stato d’animo.

Che sta succedendo? Sono io che ho gli occhi appannati e non vedo il sole attorno a me? Ho parlato con tante persone e sostanzialmente tutte, anche se da angolazioni diverse, hanno condiviso il fatto che una nebbia sempre più scura sta calando su tutta Italia e, credo, su tutto il mondo occidentale.

PERCHE’ STA SUCCEDENDO? CHE COSA POSSIAMO FARE?

Su questo sto riflettendo da qualche mese e giro a voi queste domande amare, ed ai più anziani di voi (incluso me stesso) un’ altra domanda: ABBIAMO IL DIRITTO MORALE DI LASCIARE AI NOSTRI FIGLI UN MONDO COSI’ BUIO?

Per carattere sono abituato ad affrontare i problemi, mi sono fatto qualche domanda e ho cercato di dare qualche risposta.

Nella mia vita sono stato in posti poverissimi, non da semplice turista ma partecipe della realtà locale. Il Vietnam quando cominciai ad andarci era uscito da poco da una guerra di una crudeltà inenarrabile, il famigerato “agent orange” aveva creato a causa della diossina (a parte i morti) un numero enorme di giovani profondamente deformi che si aggiravano per le strade, talvolta su carrellini improvvisati, intere famiglie nel delta del Mekong vivevano in una miseria infinita. Eppure ho qui con me fotografie e videoclip di folle di ragazzini che ridono felici per strada. Ho impressa nella mia mente la luce che vedevo negli occhi dei ventenni che correvano indaffarati nelle strade caotiche di Saigon. Cos’era quella luce che brillava in quegli occhi e non c’è più nei nostri giovani? Era, secondo me, più che una speranza, l’assoluta certezza che “fra un anno staremo meglio di come stiamo oggi” . E’ questo ciò che rendeva felici quei giovani: la speranza, la speranza di un futuro migliore che giustificava gli sforzi e le privazioni di quella fase della loro vita. La speranza che molti dei nostri giovani hanno perduto.

Quando io mi sono laureato, lavoravamo 48 ore la settimana “ nominali” perché la segretaria timbrava il cartellino per noi. In realtà il nostro orario di lavoro era più lungo e nessuno lo calcolava. Avevamo uno stipendio ridottissimo ma eravamo convinti che se avessimo lavorato duro, avremmo avuto come minimo la nostra tranquillità economica, e così è stato per tutti noi.

Negli ultimi anni della mia carriera mi sono trovato a parlare spesso con molti giovani colleghi, come pure con i miei figli ed i loro amici. Invariabilmente quasi tutti dicevano “ si, noi lavoriamo, ma siamo convinti che il nostro futuro non sarà influenzato dal nostro lavoro e dai nostri meriti”. E poi “Viviamo nel mondo delle raccomandazioni e solo questo permette di andare avanti o addirittura di mantenere il posto di lavoro”. Io mi sforzavo di dire “ Ragazzi, qualcosa di vero c’è; qualcuno va avanti spinto da energici calci nel didietro, ma sono una minoranza: chi vale, chi lavora, chi si sforza, avrà la sua soddisfazione”. Niente da fare. I più ottimisti di loro chiudevano la discussione, convinti che comunque li aspettava un futuro di privazioni e una vecchiaia senza neppure la pensione.

Questa è l’opinione di chi ha un lavoro stabile. E quella miriade di persone che hanno lavori saltuari, che addirittura arrivano a un diploma o a una laurea per poi ingrossare il numero dei giovani disoccupati, che è la vera piaga italiana? Di fronte a queste considerazioni non potevo, e non posso, far altro che tacere.

Se osserviamo persone più avanti negli anni, ci rendiamo conto che uomini e donne che fino a pochi anni fa vedevano di fronte a sé una vecchiaia serena, se necessario aiutati dai figli nei loro bisogni, si sono trovati espulsi improvvisamente dal mondo del lavoro e costretti spesso loro stessi, pur con i problemi derivanti dalla nuova situazione, a mantenere figli che sarebbero dovuti essere ormai assolutamente autonomi.

La povertà nel mondo è diminuita , ma è altrettanto evidente che la classe media da noi è in gravissima crisi e vede di fronte a sé un futuro di povertà e non di serenità. Le statistiche sono spesso divergenti ma nessuno contesta questo concetto che è alla base del pessimismo diffuso che oggi pervade almeno due generazioni.

E’ questo però il moneto di chiedersi: quali sono le responsabilità di tutti noi?

E’ facile dire “ la colpa è di chi ci governa”; “piove governo ladro” è un detto che sentivo da bambino, è il modo più banale di autoassolversi.

“E’ colpa degli immigrati”. Indubbiamente l’immigrazione clandestina è un grave problema, ma il numero di questi malcapitati e la tipologia di lavori che essi spesso fanno,lavori  rifiutati dai nostri connazionali (tipico la raccolta dei pomodori in condizioni molto simili alla schiavitù) non sono tali da distruggere un sistema economico. Ne parleremo in un’altra occasione.

“E’ colpa dell’Europa e dell’Euro”. E’ questa l’ultima spiegazione fra tutte quelle che ho sentito. E’ vero, l’Europa non ha risposto alle attese di quando fu creata, ma secondo me senza questo embrione di Europa oggi noi saremmo più vicini al Nord Africa che al G8. Quest’ultimo però è sicuramente il problema più grande fra quelli che ho menzionato ed anche di questo sarà opportuno discutere.

Mi permetto però di farvi notare un punto comune a tutte queste argomentazioni. “Il governo”, “gli immigrati”, “l’Europa”. I responsabili sono tutti “altro da noi”! E noi, io e chi mi legge, siamo così innocenti da poter lanciare la prima pietra? Io non so esattamente chi legga le mie note ma sono certo che tutti appartengono alla classe media e molti alla classe che è (o è stata) la classe dirigente del nostro Paese. Siamo nati in un’Italia che era appena risorta dalle macerie della guerra, ci siamo formati in un’Italia che aveva negli occhi la stessa luce che vedevo, e vedo, nei giovani vietnamiti, abbiamo vissuto negli anni dell’Italia prospera fino a superare per un attimo la Gran Bretagna e diventare la sesta potenza economica mondiale. Se quindi oggi l’Italia è quella che è, non abbiamo nessuna responsabilità?

L’Italia del dopo guerra, Paese poverissimo, con bassi salari e tanta voglia di lavorare era riuscita a creare un sistema economico capace di crescere e competere sui mercati mondiali. E poi? Poi ci siamo adagiati, incapaci di capire che un Paese ormai ricco, con un welfare invidiabile, un’inventiva forse unica al mondo, non poteva sopravvivere confrontandosi con Paesi che erano a loro volta poveri, con bassi salari, una gran voglia di lavorare e gli occhi pieni di luce.

Non siamo stati capaci di innovare, di essere sempre avanti a quelli che spingevano da dietro, di far diventare “un’opportunità” quello che invece fu considerato in maniera superficiale e generica “il pericolo giallo”. Se noi fossimo capaci di considerare i Paesi nuovi ricchi come un mondo “ di consumatori dei nostri prodotti” e non di “concorrenti”, se fossimo capaci di essere sempre dieci anni avanti a loro, saremmo molto probabilmente più ricchi di quanto non lo siamo mai stati, approfittando del fatto che la povertà nel mondo sta decrescendo. E invece non solo non facciamo innovazione, ma diventiamo preda di chi compra i nostri gioielli per portare a casa propria i relativi profitti. Anche nel turismo, il settore dove dovremmo essere per “diritto storico e di natura” il primo Paese al mondo, scendiamo anno dopo anno nella classifica internazionale e i nuovi ricchi scelgono a milioni la Francia, l’Inghilterra o la Spagna. “Peggio per loro! Se non sono capaci di apprezzare le bellezze d’Italia non sanno cosa si perdono” sento dire. Ancora una volta un’autoassoluzione.

Quello del rilancio d’Italia è un argomento così importante e così profondo che vorrei continuare a scriverne in maniera specifica e possibilmente dibatterne in qualunque sede fosse possibile, ma la nostra politica (e i suoi fan), qui si per sua responsabilità, è troppo occupata a dibattere di questioni formali, di potere e sottopotere etc. e, questa  è la vera responsabilità della politica.

Comunque oggi il mio obiettivo è semplicemente evidenziare che:

in un mondo che va avanti, noi restiamo indietro,

i nostri figli saranno la prima generazione ad essere più poveri e con meno speranze dei loro padri,

nessuno di noi può dichiararsi privo di responsabilità anche personali e tutti abbiamo il dovere di fare qualcosa per aiutare i nostri figli a non essere più “la generazione perduta”

Non so quanti di voi condivideranno le mie riflessioni, ma mi auguro che tutti, veramente tutti, siano d’accordo sul fatto che nessuno può tirarsi fuori. Vi auguro Buon Anno e spero che il 2017 possa essere migliore dell’anno appena trascorso.

 

 

IL MONDO E' CAMBIATO

IL MONDO E’ CAMBIATO

 

Ho sospeso per qualche settimana il mio appuntamento ormai abituale con voi e quante cose sono successe nel frattempo.

-          Il Forum sulla “Belt and Road Initiative”  a Pechino ha avuto una partecipazione straordinaria ed un successo planetario

-          La Cina si è candidata (dopo averlo preannunziato a Davos) come il campione di una nuova globalizzazione su basi apparentemente diverse dalla precedente

-          Gli Stati Uniti hanno continuato a chiudersi sempre di più in se stessi fino all’annunzio di ieri che si ritireranno anche dall’accordo di Parigi COP21 sul clima attirandosi il biasimo unanime di tutto il mondo

-          Il meeting UE – Cina di questi giorni, anche se non si è raggiunto un accordo su alcuni punti fondamentali.  mira a candidare queste due “Paesi”, se l’Europa sarà capace di parlare con una sola voce, come la nuova leadership mondiale per il futuro.

-          Il ‘900 è stato il secolo americano. Il 2000 ha aperto il secolo Euro-Asiatico ? 

Credo che questo sarà il punto focale del dibattito dei prossimi mesi e forse dei prossimi anni.

 

Oggi però voglio parlarvi dell’Italia. Il Presidente Gentiloni ha fatto benissimo a partecipare al meeting per affermare, al massimo livello, l’interesse dell’Italia per avere un ruolo attivo nell’ambito della BRI.

Ma qual è la situazione ad oggi?

Date un’occhiata, prima di proseguire nella lettura, al LINK allegato a questa nota. Si tratta di un cartone animato pubblicato, nei giorni del Forum, sul sito della Xinhua, l’agenzia di stampa Cinese. Purtroppo è in inglese ma, con l’aiuto delle immagini e dei sottotitoli penso che sarete tutti capaci di afferrarne il senso.

 

https://www.dropbox.com/s/ubvkuw04hrnxft7/2017-05-15%2019.30.07.mov?dl=0

Lo avete visto? 

E’ sconsolante! La via ferroviaria passa a nord delle Alpi e si ferma in Spagna. “Così potremo importare facilmente dell’ottimo vino spagnolo” dicono i due piccoli protagonisti.

E quella marittima? Attraversa il Mediterraneo, lo stretto di Gibilterra e si ferma ad Anversa. Fa la circumnavigazione d’Europa senza fermarsi in Italia! 

E la predizione del conte Menabrea nel 1857 di cui vi ho parlato tempo fa? E’ mai possibile che quasi due secoli orsono nel nostro Parlamento con una straordinaria lungimiranza si prediceva nei dettagli tutto ciò che sta accadendo oggi e invece, arrivato il momento di agire, ci siamo improvvisamente e inaspettatamente trovati fuori?

Improvvisamente  e inaspettatamente?  Ma siamo proprio sicuri? 

Nelle prime carte del BRI, pubblicate in Cina quasi cinque anni fa le due vie, quella terrestre e quella marittima si congiungevano a Venezia, luogo pieno di simbolismi storici, ma ora le carte indicano itinerari diversi ed il cartone animato le consacra per l’opinione pubblica. 

Chiediamoci perché. Secondo una tradizione tipicamente italiana molti diranno con una scrollata di spalle “Chi non ci vuole non ci merita!” come si fa ormai abitualmente quando vengono pubblicati i dati sul crollo del nostro turismo nelle classifiche internazionali. Ma noi non siamo gli Stati Uniti, la prima potenza economica e militare del mondo, che possono permettersi di isolarsi e di stracciare trattati già firmati senza che ci possano essere vere reazioni da parte del resto del Mondo. Se ci isoliamo, se aspettiamo che ci vengano a pregare, finiremo in un angolo. 

Fin dall’inizio di queste mie note vi ho parlato della “Belt and Road Initiative” e della sua importanza. Vi chiedo però: prima del Forum di Pechino avete mai letto sulla stampa italiana di ogni colore notizie, informazioni, commenti, proposte su questa iniziativa? Quando il dibattito sul traforo in Val di Susa era su tutti i giornali avete mai sentito qualcuno collegarlo a questa prospettiva storica? Niente di niente. In questi anni siamo stati, tutti e sempre, impegnati a guardare il nostro ombelico come se fosse l’ombelico del mondo. Le nostre piccole beghe interne, incomprensibili e ininfluenti a livello internazionale ci hanno impegnato in maniera totalizzante.

E questo è il risultato! E’ però inutile continuare a guardare sconsolati il nostro ombelico imprecando al “destino cinico e baro”. Cerchiamo piuttosto, per quanto possibile, di guardare al futuro. 

Come ho già detto in passato le linee ferroviarie che collegano in maniera regolare l’Europa e l’Estremo Oriente sono ormai una realtà, ma siamo ancora all’inizio: funzionano ma sono ancora “rattoppate” .

Gentiloni (probabilmente anche grazie ad un’accurata preparazione da parte della nostra ambasciata) ha avuto un buon successo personale e ne è prova la disposizione dei posti durante lo spettacolo di gala al Teatro Nazionale ( per altro bellissimo). Lui e la moglie erano seduti accanto a Xi Jin Ping e Signora e, come sapete, in Cina questi micro segnali valgono più di mille dichiarazioni, ma a parte questo? 

Gentiloni ha dichiarato l’interesse italiano ed ha proposto i porti di Genova, Venezia e Trieste come terminali ideali della rotta marittima. L’impressione che ho avuto è stata quella di una merce esposta al mercato. “ Ho dei oggetti bellissimi – mi sembrava che dicesse – compratene uno a vostra scelta, oppure due, o addirittura tutti. Il prezzo è buono e posso anche farvi uno sconto” 

Sono convinto che non potesse fare altro senza destare le ire degli esclusi, ed anche così sui giornali del nostro Mezzogiorno ci sono state parole di fuoco perché i porti del Sud erano stati come al solito dimenticati. 

Ma a che serve una strategia di questo tipo? Non stiamo vendendo vestiti di alta moda o automobili fuori serie. Dovremmo cercare di lanciare idee, infrastrutture, proposte valide di collegamenti nazionali e internazionali.

In linea teorica potrebbero esserci in corso trattative segrete; può darsi che una scelta organica e motivata sia già stata fatta e proposta ai Cinesi. Una volta raggiunto un risultato questo verrebbe portato all’attenzione dell’opinione pubblica italiana come una scelta cinese a cui non possiamo dire di no.

Ma onestamente credete che una strategia del genere, capace di superare le nostre solite battaglie di bassa lega, sia verosimile? Io non ci credo e invece penso che, dietro a quello che appare, non ci sia niente altro. Stiamo solo vendendo dei bei vestiti a un potenziale compratore che ha i soldi per farlo. 

Si potrebbe obbiettare “E’ facile protestare ma cosa si dovrebbe fare?”

Analizziamo la situazione. La Cina aveva bisogno di un grande porto nel Mediterraneo dove far approdare le grandi navi essenzialmente porta container e fare il trans shipment  su navi più piccole, adatte a fare il cabotaggio con i porti Europei ed Africani all’interno del Mediterraneo, con possibilità anche al di là di Gibilterra. Questo porto ormai esiste: è Il Pireo. Avremmo potuto proporre Gioia Tauro (che era nato proprio con la vocazione di porto di trans shipment, oppure Napoli, ma non lo abbiamo fatto o almeno non in maniera convincente. Questo treno è ormai perso.

Cosa può servire oggi ai Paesi dell’Estremo Oriente (Cina in testa), a noi, ed in genere al commercio internazionale? Un porto di sbarco adatto per le grandi navi, attrezzato, e soprattutto ben collegato con il resto d’Europa. In questo senso la scelta più ovvia sarebbe un porto del nord Italia perché pensare a  dei collegamenti ferroviari da Gioia Tauro (il famoso asse Nord Sud) sarebbe un sogno per i nostri nipoti o anche dopo.

Ma anche considerando un porto del Nord, dove sono previsti in termini realistici  spazi di stoccaggio per grandi quantità di containers, nodi ferroviari, collegamenti ad alta velocità fra i nostri porti del nord ed il resto d’Europa? Il corridoio Est Ovest di cui fa parte la famigerata Torino- Lione dovrebbe essere lo sbocco possibile. Ma pensate che qualcuno al mondo che volesse investire cifre importanti in infrastrutture globali, potrebbe dar credito alla realizzazione della Torino- Lione?

E allora? Allora l’unica cosa da fare sarebbe che un governo forte e coraggioso che credesse (come il Parlamento Italiano nel 1857) all’importanza di questa strategia, facesse un piano realistico ed organico. Questo piano dovrebbe includere:

-          la scelta in prima battuta di un solo porto,

-          un piano di adattamento di questo porto alla nuova tipologia e quantità di traffico,

-          un piano serio di creazione di un importante ed efficiente parco di stazionamento  delle merci ed un nodo ferroviario all’interno del porto

-          il collegamento di questo nodo con i grandi assi ferroviari europei 

Tutto ciò dovrebbe essere ideato in una maniera che sia credibile per tutte le controparti interessate all’iniziativa, ed includere un cronoprogramma altrettanto dettagliato e credibile. Si dovrebbero studiare e accludere al piano tutti gli aspetti ( e le modifiche) legislativi necessari per realizzare le opere come pure gli aspetti finanziari.

Fatto ciò, si potrebbe proporre ai Cinesi di cooptare nel piano BRI questa nostra partecipazione. Ciò non sarebbe la morte degli altri porti, però anche questi dovrebbero essere poi collegati ai grandi assi ferroviari. Proporre tutto e tutto insieme equivarrebbe a non proporre niente.

 

VOI CREDETE CHE TUTTO CIO’ SIA POSSIBILE? IO PURTROPPO NO, ANCHE SE OVVIAMENTE SPERO DI SBAGLIARMI

 

LA NUOVA CENTRALITA' DEL MEDITERRANEO: E L'ITALIA?

La nuova centralità del Mediterraneo: e l’Italia?

 

Vi ho parlato varie volte dell’importanza del Mediterraneo nella strategia della Via della seta Marittima, ma esiste un altro aspetto che mi interessa farvi notare ed è legato ad una visione ancora più globale e che ha cominciato a svilupparsi prima e in maniera parallela alla BRI. Partiamo da alcuni dati: i flussi di navi porta containers sulla tratta Asia-Europa attraverso il canale di Suez negli ultimi 20 anni sono aumentati dal 27% al 42% dei traffici mondiali con una parallela riduzione dei trasporti sulle rotte trans-pacifiche e trans-atlantiche.

I parametri che dobbiamo analizzare sono sostanzialmente tre:

-          Le navi porta containers stanno diventando sempre più grandi. Se infatti fino a qualche anno fa esse non superavano i 10.000 TEU di carico (1 TEU è sostanzialmente equivalente ad un container da 20 piedi ed ha una capacità di 21600 kg.) oggi arrivano fino a 18-19000 TEU e presto si arriverà ad oltre 20000. Ciò è dovuto alla necessità di creare una riduzione dei costi di trasporto. L’effetto negativo è determinato dal fatto che, mentre una nave piccola può essere riempita con un singolo carico che viaggi dal punto di partenza a quello di arrivo finale, le enormi navi moderne possono riempirsi solamente caricando e scaricando containers in vari porti intermedi lungo la rotta. Difficilmente infatti un singolo carico dalla destinazione iniziale ad una sola destinazione finale potrebbe riempirle.

-          Il raddoppio del Canale di Suez che oggi consente un traffico contemporaneo nelle due direzioni e che può accettare anche le grandi navi moderne.

-          Il profondo ammodernamento del Canale di Panama che permette un incremento di traffico ma può ospitare davi fino a 13000 TEU (prima erano solo 4500 TEU) 

Tutto ciò ha delle conseguenze importanti sui traffici mondiali.

Anzitutto la rotta attraverso Suez permette una serie di punti di carico-scarico intermedi in India, in Medio Oriente e nel Mediterraneo prima di arrivare alla destinazione finale, mentre la rotta trans-pacifica non ha scali intermedi fino al territorio americano.

In secondo luogo, se consideriamo la rotta Hong Kong – New York, ci rediamo conto che il viaggio attraverso il Pacifico è solamente un giorno più corto di quello attraverso Suez ed il Mediterraneo; la rotta Shanghai – New York solo quattro giorni più corta.

Su queste premesse ci rendiamo conto che il Canale di Panama ed il Canale di Suez, pur così lontani, sono in concorrenza diretta nei traffici intercontinentali mentre Panama continua ad avere il monopolio per i traffici fra la costa pacifica e quella atlantica del continente americano.

Di ciò si sono rese conto le autorità di Suez che offrono sconti superiori al 50% alle grandi navi che dall’Asia hanno come destinazione finale i porti della costa Atlantica americana. Se ne sono resi conto anche i Cinesi. La Cosco infatti, oltre al grande investimento nel porto del Pireo di cui vi ho già parlato, ha acquisito il 20% di Porto Said all’imbocco mediterraneo del canale di Suez e sta trattando per un investimento anche nel porto di  Cherchell in Algeria. Questi porti nei loro piani sono necessari per lo scarico di una parte dei containers da smistare in seguito e avviare per via terrestre o marittima su navi più piccole alle destinazioni finali Europee ( sia mediterranee che dell’Europa continentale o del Nord-Europa) ed Africane.

Diventa quindi evidente la rinnovata centralità del Mediterraneo dopo oltre 500 anni, quando (come ho detto in passato), con la scoperta dell’America il baricentro del mondo si spostò sull’oceano Atlantico e su Spagna, Portogallo ed Inghilterra. 

Che cosa comporta tutto ciò per l’Italia?

Ne abbiamo parlato in occasione del Forum di Pechino di metà maggio e dei colloqui fra il nostro primo ministro Gentiloni e le autorità cinesi.

Purtroppo, e devo dire “come al solito”,  siamo arrivati tardi. Il porto del Pireo che prima dell’intervento cinese movimentava cinquecentomila containers l’anno, oggi è arrivato a 3 milioni ed è previsto il raddoppio. In più è in acque profonde, capaci di ospitare le grandi navi e i Cinesi stanno investendo in una ferrovia trans balcanica moderna, capace di integrarlo nella rete trans europea, la Ten-T.

Qualcosa però si muove. Una delegazione cinese ha visitato Genova e la Cosco ha firmato un accordo preliminare  per la gestione del terminal container di Vado Ligure. Il fatto più importante secondo me, per quello che dirò dopo, è che la North Adriatic Port Association (NAPA) sta cominciando a operare. Essa mira a promuovere lo sviluppo congiunto dei porti di Venezia, Trieste, Ravenna, Capodistria (Slovenia) e Fiume (Croazia). Dico sembra perché, come al solito, ognuno tira acqua al suo mulino.

Cerchiamo di capire qualcosa di questa iniziativa e partiamo dai fatti. Un consorzio italo-cinese si è aggiudicato la progettazione definitiva del sistema portuale off-shore di Venezia a fronte di una gara internazionale del valore di quattro milioni di Euro. Esso comprende  la piattaforma d’altura al largo di Malamocco e un terminal container  che sorgerà in area Montesyndial a Porto Marghera. 

In che consiste questa iniziativa? Intanto si parla di un terminal offshore perché, a causa dei fondali, il porto di Venezia potrebbe ospitare navi fino a 7000 TEU a fronte nelle capacità di 18000 TEU minimo di cui abbiamo parlato prima. Esso consiste:

-          In una piattaforma posta a circa 8 miglia dalla costa dove i fondali sono di 20 metri. Essa si comporrà di una diga foranea lunga 4,2 km al cui interno troveranno posto un terminal di prodotti petroliferi ed un altro dedicato alle navi porta containers.

-          Il trasferimento dei containers ai vari terminali a terra sarà realizzato con speciali navi autoaffondanti chiamate “mama vessels” capaci di caricare i containers in blocchi preassemblati in maniera molto rapida.

-          Il terminal di Marghera sarà in grado di movimentare 1.5 milioni di containers/anno cioè la metà del Pireo nella sua configurazione odierna, e solamente un quarto di quella prevista.

Si prevede  un investimento di oltre 2 miliardi di Euro coperti da capitali italiani e cinesi.

 

Penso che le fotografie allegate possano dare un’idea più chiara di tutto il sistema.

Che dire: questo piano è forse l’unico praticabile, almeno in teoria perché restano comunque in piedi tutte le mie perplessità espresse in dettaglio nella nota “Il mondo è cambiato” nella sezione “Riflessioni” a cui vi rimando.

Riassumo qui brevemente le problematiche, aggiungendone qualcuna più specifica. Il terminale offshore permette di risolvere il problema dei fondali e in parte quello della capacità di stoccaggio del terminal a terra. Parliamo però di capitali importanti da investire e soprattutto di costi e tempi certi perché, nessun Paese baserebbe le proprie strategie su ipotesi aleatorie.

E quali sono i problemi? Ve ne elenco qualcuno.

-          Pensate che una struttura di oltre quattro chilometri per due nell’alto mare Adriatico si potrebbe realizzare senza proteste superabili in tempi brevi da parte di cittadini, organizzazioni ambientaliste, comuni, province, regioni etc.?

-          Pensate che un investimento di questo genere possa essere realizzato senza che i costi ed i tempi previsti si raddoppino o più probabilmente triplichino?

-          A parte queste problematiche specifiche, perché un sistema di questo genere abbia senso sarebbe necessario sviluppare in parallelo le connessioni europee  est-ovest e nord-sud per poter smistare rapidamente tutti i containers in arrivo che sarebbero destinati in maggior parte ai mercati esteri. Queste connessioni sono già previste nel piano dei vari corridoi prioritari europei ( il Ten-T) e dovrebbero essere in opera entro il 2030 quindi in teoria nessun problema.

-          In pratica però uno di questi corridoi, come ho detto nella mia nota a cui ho fatto riferimento, include la famosa Torino-Lione. Se tanto mi da tanto….. 

La mia amara conclusione è quella di prima. Tutti gli investitori internazionali conoscono le problematiche italiane, oppure, se per caso non le conoscono, si informano e chiedono garanzie. Senza di esse, in un mondo che corre sempre più veloce, cercano altre soluzioni. Saremmo ancora in tempo ma occorrerebbe un governo forte e quasi certamente delle leggi ad hoc che garantiscano costi e tempi realmente fissi e soprattutto decisioni rapide da applicare senza indugi e ritardi.

 

Pensate che sia possibile? Gradirei da voi una rapidissima indicazione della vostra opinione e, se mi sbaglio, un cenno di ottimismo

Grazie