Tutti contro tutti - Parte terza

TUTTI CONTRO TUTTI – PARTE TERZA

 

Chiudo questa lunghissima nota con l’Europa e le mie considerazioni finali.

 

L’EUROPA

Vi avevo detto che parlare oggi di strategie europee per il futuro, in un momento in cui in tutti Paesi si pensa solo alle elezioni e tutti i partiti politici, proprio tutti a mio avviso, corrono dietro ai sondaggi ed al modo migliore per “solleticare la pancia” degli elettori in modo da garantire il proprio successo infischiandosene delle grandi architetture, sarebbe “raccontare le favole”.

Ho preferito quindi lasciar parlare qualcuno che vive a diecimila chilometri da noi, Hu Chunchun, professore di studi e politica tedesca della Tongy University di Shanghai. Riassumerò quindi il suo articolo su LIMES citandone direttamente ampi stralci

L’Europa, è il punto di partenza, non si è mai ripresa appieno dalla grande crisi del ’97.

L’Europa è oggi attraversata da una triplice crisi: crisi bancaria, della crescita e della competitività e del debito sovrano, che sono l’una causa dell’altra e bloccano reciprocamente ogni tentativo di trovare una soluzione. Di conseguenza, l’Europa assiste a turbolenze politico-sociali e al risveglio di sentimenti che credevamo ormai sopiti, come la “questione tedesca”.

Una visione limitata alla sfera economica nasconde tuttavia la vera dimensione degli effetti politici e sociali della crisi, che investe una questione di fondo: che cosa rappresenta ancora l’Europa? È un concetto geografico, un’unione di scopo per precisi interessi economico-politici, uno spazio culturale, o una comunità di destini in cui si proiettano sia le esperienze storiche, con i loro strascichi negativi, sia la volontà di plasmare un futuro diverso? In tempi di “erosione culturale” in cui < tutti i populisti, anti europeisti guadagnano terreno>, è necessario tornare alle radici storiche dell’idea comunitaria europea.

Nessuno metterebbe mai davvero in discussione l’obiettivo dei padri fondatori della CEE nel 1957: garantire la pace attraverso l’integrazione. La pace perpetua: questo ideale, espresso per la prima volta da Saint-Pierre e sviluppato da Rousseau e Kant, rappresenta una delle più grandi vette di civiltà. Ma il fatto che nel frattempo questo non venga quasi più percepito come tale e abbia anzi perso ogni ascendente è la prova di un problema intrinseco alle dinamiche sociali: l’effetto di logoramento e saturazione

Di conseguenza, ci si trova a combattere contro un paradosso: da un lato, l’Europa fa parte del quotidiano di ogni persona; dall’altro, nella percezione comune Bruxelles è sentita come lontanissima.

Anche l’attuale discussione politica europea è dominata da un paradosso. Che si tratti di pre o post-Brexit, del debito greco o del rifiuto dell’Europa dell’Est di accettare quote di migranti, ogni volta le argomentazioni addotte partono da piccoli calcoli d’interesse nazionale e dalla speranza che altri (l’Europa) paghino il conto. Significa dunque che gli europei hanno bisogno dell’Europa solo quando vi riconoscono un diretto vantaggio personale? Davvero, allora, l’affermazione europeista si è ridotta a una formula priva di senso? La verità non può essere tutta qui.

 Un aiuto alla discussione potrebbe forse venire dal rivolgere lo sguardo alla Cina. Ciò che in Cina si ammira dell’Europa coincide del tutto con il nucleo profondo della coscienza europea: la consapevolezza di una faticosa ma riuscita realizzazione del contratto sociale, che rende possibile democrazia, Stato di diritto, tolleranza e benessere collettivo superando le divergenze nazionali

Di fronte a un’Europa così civile, ogni ambizione di tipo imperialistico ed egemonico appare obsoleta, financo ridicola. In Cina si attende con ansia di ricevere le risonanze di alcune esperienze della civiltà europea; quelle stesse esperienze che in Europa qualcuno ritiene superate. L’incomprensione per la paralisi che attanaglia l’Europa riguarda soprattutto la mancanza di coraggio degli europei. Paragonate alle sfide con cui si confrontano i cinesi dall’inizio della politica di riforme e di apertura, le cosiddette crisi che al momento colpiscono gli europei appaiono al massimo come dei lievi mal di pancia. Salvare la Grecia o buttarla fuori dall’Eurozona: che domanda! La Grecia ha 11 milioni di abitanti: un numero risibile di fronte alle centinaia di milioni di cinesi che aspirano a condizioni di vita dignitose e a un minimo di benessere. L’Europa può accogliere milioni di profughi e migranti? Che domanda! Nel corso della storia il mondo ha dato una nuova patria a milioni di europei; oggi in Cina milioni di migranti si spostano ogni giorno per motivi economici. Se la Germania è riuscita a integrare economicamente, socialmente e politicamente l’ex DDR senza troppi disagi, perché l’Europa tutta non può soccorrere la piccola Grecia? E se il responsabile principale della crisi è l’euro, allora i cinesi non avrebbero ragione di avere una moneta unica, dato che in Cina le differenze regionali (economiche e culturali) sono ben maggiori che in Europa.

In realtà, il vero motivo della crisi europea risiede nella mancanza di solidarietà. Ma tornare indietro, al filo spinato alle frontiere e al cambio di valuta, non è un’opzione credibile.

Sono le frontiere che esistono nella testa delle persone a dover essere superate. L’Europa, uno dei «più ambiziosi progetti politici e sociali della modernità»  è ben lungi dall’essere conclusa.

La moderna trasformazione del significato del lavoro determina una spaccatura nella società. In un’epoca di crisi, la paura degli individui socialmente non integrati è del tutto comprensibile, ma si lascia anche facilmente manipolare. Per superare queste fratture sociali è necessario riportare al centro del processo di maturazione collettivo un altro, più essenziale concetto politico dell’essere umano: la dignità. La stessa concezione del lavoro tocca, in ultima analisi, la questione della dignità dell’uomo. Il concetto kantiano è la chiave per una narrazione migliore del progetto europeo, che va ripensato alla luce delle mutate condizioni. Cos’è più importante: offrire ai greci la possibilità di una vita dignitosa, o abbandonarli ai meccanismi neoliberisti del capitale? Offrire ai profughi una possibilità di sopravvivenza, o continuare a predicare i diritti umani dall’interno di un paradiso blindato? E quanto alte dovrebbero esserne le mura di recinzione? Per rispondere con Kant: «L’umanità in se stessa è una dignità, poiché l’uomo non può essere trattato da nessuno (né da un altro, né da lui stesso) come un semplice mezzo, ma deve sempre essere trattato come un fine. Precisamente in ciò consiste la sua dignità (la sua personalità), per cui egli si eleva al disopra di tutti gli altri esseri della natura.

Se queste parole non resteranno inascoltate, nessuna crisi potrà mai togliere ai cittadini la speranza e la fiducia nella rettitudine del proprio agire.

MA DEVE ESSERE UN CINESE A DIRCI CHI SIAMO E SU QUALE STRADA DOBBIAMO MUOVERCI PER AVERE DI NUOVO UN RUOLO DA PROTAGONISTI NEL FUTURO DEL MONDO?

 

CONCLUSIONI

Scrivo queste note quando ho appena finito di guardare su “La 7” la lunga trasmissione in diretta dedicata agli avvenimenti del 25 marzo. Per coincidenza temporale si vedevano la cerimonia papale a Milano su metà dello schermo ed i fatti di Roma (cerimonia ufficiale e dimostrazioni all’esterno) sull’altra metà.

Quale differenza !

Da un lato Papa Francesco (che aveva ricevuto il giorno prima i leader europei, per la maggior parte provenienti da Paesi a prevalenza non-cattolica) che si apriva e si donava alla gente; non ai Cattolici, non ai Cristiani, ma a tutti, atei, agnostici e religiosi, cristiani, non cristiani. Un milione di persone lo hanno osannato come l’unico leader capace di interpretare i problemi e i bisogni di tutti gli abitanti di questo nostro travagliato mondo. Andando spesso contro la sua stessa curia Francesco è percepito ( secondo me a ragione) come l’unico leader mondiale capace di guardare ad un futuro ideale in cui almeno si provi a risolvere i problemi della fame, della guerra, dell’immigrazione. E’ circondato da nemici, anche all’interno del Vaticano, ma ci prova, ed i popoli del mondo ( non solo europei) ci credono.

Dall’altro lato i grandi di tutta Europa, blindati in un castello con i ponti levatoi alzati e ben protetti. Si sono guardati bene dall’aprirsi alla gente!

Si dice: il pericolo di attentati. E’ vero,  ma quale bersaglio più appetibile di Francesco “il Capo dei Crociati” così indifeso ed indifendibile mentre si muoveva in piedi in un auto scoperta fra la gente del parco di Monza.

Si dice: le dimostrazioni (quattro in parallelo) che certo non si poteva affrontare. E’ vero, ma queste sono la causa o l’effetto? Io ancora ricordo quando il presidente Kennedy, in visita a Roma, all’improvviso scese dalla macchina e passeggiò annegato fra la folla. Anche allora il mondo era diviso e c’era il pericolo di attentati, ma c’era una folla immensa che voleva vederlo da vicino. Al di là dei suoi errori, storicamente tanti, era percepito dal mondo come un simbolo di speranza.

Dov’era ieri a Roma questa folla? Anche i più fedeli fra noi agli ideali europeisti (e io lo sono) nutrono una grande freddezza interna.

 

L’Europa non scalda i cuori  E’ questo il vero problema e per questo motivo in questa nota ho discusso dell’Europa con le parole di un Cinese che a questo ci richiama.

La Germania, dopo l’unificazione, fece uno sforzo enorme (con il cambio 1 a 1 e la politica di investimenti all’Est) per portare “quella parte del loro Paese” rapidamente al livello delle altre regioni. Non ci fu alcuna “troika” o richieste di sacrifici, ma la necessità sentita da tutti e non per uno spirito totalmente altruistico, di innalzare rapidamente il livello di quella “parte di sé”.

Cosa ha fatto l’Europa per salvare dal disastro quella “parte di sé” che dovrebbe essere la Grecia? Cosa fa per alleviare l’enorme disoccupazione in Italia e Spagna? Impone sacrifici!. Cosa fa per risolvere il problema dei migranti (di cui è in parte responsabile)? Alza barriere interne cercando di isolare i Paesi di frontiera, Italia e Grecia essenzialmente, per evitare il contagio!

Ogni Paese pensa al suo tornaconto immediato e non pensa a cosa sarà, senza Europa, fra trent’anni

In queste tre note ho cercato di dimostrare che l’Europa può sopravvivere e avere un ruolo futuro solamente se sarà capace di presentarsi al mondo come un unico blocco di 500 milioni di persone, come un’unica potenza economica, finanziaria e militare, con un’unica politica interna ed estera.

Senza di questo saremo destinati alla marginalizzazione, piccoli stati (anche la Germania), del tutto ininfluenti nel mondo del futuro.

Ma è possibile che non si riesca a vedere che gli Stati Uniti, la Russia e la Cina hanno come unico obiettivo comune quello di dividerci e trattare con i singoli stati europei? Perché lo fanno?

Ed infine in Europa siamo così diversi fra di noi per non poter diventare uno stato federale? Abbiamo un’unica storia millenaria, una stessa cultura, lingue in cui almeno il 50% delle parole è di derivazione latina, i nostri giovani, la generazione Erasmus, non saprebbero concepire un’Europa con passaporti e visti di ingresso, ma non vogliamo “l’Europa”?

Negli Stati Uniti, i Bianchi, i Neri, gli Ispanici, e gli Italiani sono veramente fra di loro più simili di noi europei  da non aver dubbi sull’inevitabilità di stare insieme? E siamo così sicuri che un texano, un bostoniano e un operaio di Detroit o di Seattle parlino proprio la stessa lingua? E in Russia le popolazioni della Siberia orientale e i moscoviti sono lo stesso popolo? E in Cina un abitante dello Xinjiang, un Pechinese, un Cantonese o un abitante di Jilin cosa hanno in comune? Neanche l’etnia e la lingua parlata, tanto da dover esser talvolta costretti a scrivere ideogrammi col dito nell’aria per comprendersi. 

Questo è il mondo, che ci piaccia o no, e dovremmo essere i più anziani fra noi, che ancora ci ricordiamo le macerie della guerra, a guidare i nostri figli verso un sistema che si muove verso una multipolarità a dimensioni continentali.

   

 

 

Tutti contro tutti - Parte seconda

TUTTI CONTRO TUTTI – PARTE SECONDA

 

Nella prima parte di questa nota ho cercato di delineare la posizione degli Stati Uniti, analisi per altro del tutto aleatoria per quanto riguarda le prospettive future dal momento che le mosse  di Trump sono abbastanza imprevedibili anche se le linee generali si cominciano a comprendere.

Oggi cercherò di mostrare le posizioni della Russia e della Cina, per quanto possibile seguendo il punto di vista di quei Paesi.

 

LA RUSSIA

Comincerò con le parole di Sergej Karaganov con cui ho iniziato la mia analisi e mi riferirò in  parte al suo articolo:

“Fra gli anni Cinquanta e Ottanta, il mondo è stato relativamente governabile, con due Superpotenze (USA e URSS) a prendere le decisioni chiave. Quando fu creato uno stabile sistema di mutua deterrenza nucleare, il pianeta divenne pure relativamente sicuro”.

L’Unione Sovietica però a differenza deli USA beneficiò molto poco di questo sistema per l’instabilità interna dei suoi alleati turbolenti e ribelli e per l’inefficienza del sistema economico che non era riuscito ad adeguarsi ad un mondo occidentale in rapida crescita. Ronald Reagan diede l’ultima scossa ad un “mondo sovietico” che stava per crollare al suo interno.

Gli Stati Uniti e l’intero Occidente celebrarono la vittoria definitiva e “la fine della storia”. Il sistema unipolare guidato dagli Stati Uniti e globalizzato sotto il loro capace ombrello, in linea con le loro regole, avrebbe condotto il mondo a una nuova età dell’oro. La Marina americana, l’essenza stessa del potere globale USA, adattò la sua strategia a quello che era il nuovo ordine globale:

 

                               

PREPARING THE NAVAL SERVICE FOR THE 21ST CENTURY

September 1992

 

<< The world has changed dramatically in the last two years, and America's national security policy has also changed…

Our strategy has shifted from a focus on a global threat to a focus on regional challenges and

opportunities…..

  While the prospect of global war has receded, we are entering a period of enormous uncertainty in regions critical to our national interests.  Our forces can help to shape the future in ways favorable to our interests by underpinning our alliances, precluding threats, and helping to preserve the strategic position we won with the end of the Cold War. ……

Our ability to command the seas in areas where we anticipate future operations allows us to resize our naval forces and to concentrate more on capabilities required in the complex operating environment of the "littoral" or coastlines of the earth……..

With the demise of the Soviet Union, the free nations of the world claim preeminent control of the seas and ensure freedom of commercial maritime passage.  As a result, our national maritime policies can afford to de-emphasize efforts in some naval warfare areas……….>>

Penso che il senso generale , anche se in inglese, sia abbastanza chiaro a tutti. Sulla base di questa nuova strategia l’aviazione di marina ridusse il campo di operatività da 1200 a 800 miglia marine ed ora, alla luce del nuovo quadro generale sarà costretta a rivedere tutto.

 

Comunque ritorniamo a noi. L’Europa, sempre dal punto di vista Russo, allargò a dismisura il progetto comunitario, allargando i propri confini, riducendo il ruolo dei singoli Paesi senza però riuscire a creare una singola entità politica ed economica e condannandosi ad un ruolo sempre più marginale. La Russia veniva attaccata in quelli che riteneva i suoi interessi vitali. Il mondo precipitava verso una  nuova guerra.

 

In Russia però, ed io ne ebbi una percezione diretta, fin dalla crisi dell’Unione Sovietica e nei mesi convulsi dell’ultima parte del 1991 che portarono alle dimissioni di Gorbachev, si era costituita una struttura, ultra segreta, che si proponeva di traghettare la Russia verso una nuova era, e ci riuscì.

Sempre da un punto di vista russo, mentre nei primi dieci anni di questo secolo l’Occidente si cullava in quest’ottica di “fine della storia” la governance del mondo andava crollando con la stessa velocità con cui era crollata l’Unione Sovietica. Il gigante Cinese si svegliò e, nell’indifferenza di tutti, si avviò a diventare la seconda economia del mondo ( è già la prima in termini di PPP) Il Medio Oriente si destabilizzò come pure tutto il fianco Ovest e Sud della Russia, con la collaborazione attiva dell’Occidente. La Russia venne attaccata nei suoi interessi storici vitali come l’influenza nei Paesi Baltici e successivamente in Ucraina. Se noi riguardiamo i nostri libri di liceo possiamo ricordare la storia della Crimea, di cultura,  tradizioni ed etnia prevalente russe e l’importanza di Sebastopoli come base della flotta Russa del Mar Nero E sappiamo che Kruscev, che era Ucraino,  in una notte del 1954 (in cui non era neanche molto sobrio) decise di trasferirla con un tratto di penna dalla Russia all’ Ucraina per celebrare un accordo di vari secoli prima, innescando così polemiche anche violente all’interno della Crimea, prima ancora che ci pensassero gli Occidentali. L’ultima tappa fu l’attacco direttamente alla Russia, con la politica delle sanzioni.

Ma la Russia reagì!

L’accordo economico con la Cina del 2012 neutralizzò l’impatto delle sanzioni, la struttura militare venne ricostruita rapidamente e la struttura economica si sta lentamente adeguando agli standard mondiali.

Putin, il nuovo zar, è diventato in maniera evidente il “ main player” nello scacchiere Medio-Orientale e da lì sta muovendosi anche sull’altra area critica per l’Europa: Il Nord Africa. La portaerei russa che prima era dislocata di fronte alle coste Siriane è stata spostata in prossimità della costa libica, permettendogli di trattare direttamente con i due leaders contrapposti.

 

Si sta delineando, e concludo con la Russia, un nuovo bipolarismo. Da un lato un’alleanza, ormai stretta, con la Cina per costruire una partnership euroasiatica aperta ai Paesi Europei che possa sfruttare la potenza Russa, i capitali Cinesi e la tecnologia e le capacità economiche europee.

Dall’altra, sotto la guida di Trump, un polo americano. Anche in questo caso la politica del terrore nucleare potrebbe essere un deterrente sufficiente e sarebbe opportuno (secondo Karaganov) che Trump e Putin non procedessero ulteriormente sulla politica di disarmo

<< Ma non sarebbe sicuro affidarsi esclusivamente al fattore negativo del nucleare. – continua Karaganov-  Credo ci sia una sola soluzione possibile per un pianeta sempre più instabile e pericolosamente in via di rinazionalizzazione: un «nuovo concerto delle nazioni». Per il momento esso comprenderebbe solo tre vere potenze sovrane e mondiali: Russia, Cina e Stati Uniti. In futuro, potrebbero parteciparvi India, Giappone e alcuni paesi europei, se solo abbandoneranno la fatale «politica estera e di difesa comune» e si sforzeranno invece di coordinarne una.>>

 

LA CINA

Ho già parlato a fondo della strategia cinese e della loro visione dei rapporti internazionali. In questo contesto voglio solo aggiungere che la Cina grazie alla geografia e all’orografia dei sui confini terrestri ed alla presenza di stati “cuscinetto” (incluso la Corea del Nord) è, e si sente, abbastanza protetta da significativi attacchi terrestri. Diversa è la situazione del confine marittimo a sud e est. Storicamente, e senza andare troppo indietro nel tempo, già le guerre dell’oppio e la guerra sino-giapponese della fine dell’ottocento si risolsero in brucianti sconfitte che le costarono ad esempio anche la perdita di Taiwan, finita sotto il dominio giapponese.

La Cina quindi sente il bisogno assoluto di proteggere quei confini e da qui nascono le isole artificiali di cui vi ho parlato diffusamente e la profonda riforma e il potenziamento delle forze armate, specialmente marina e aviazione. I Cinesi sanno che non potranno mai raggiungere la potenza aeronavale degli Stati Uniti ma devono assolutamente potenziare le loro difese, incluso la capacità missilistica.

Trump e il suo staff, avendo una visione di una Cina in grossa crisi socio-economica, tendono a minimizzare il rischio e ad avere un atteggiamento molto rigido.

Traggo da NCB news del 24 gennaio:

<<In risposta ad una dichiarazione dell’addetto stampa di Trump che gli americani si sarebbero opposti alla politica cinese nel Mar Cinese Meridionale, un alto funzionario del ministero degli esteri cinese ha dichiarato “ Ci possono essere differenze di opinioni sulla sovranità degli scogli e delle isolette di quell’area, ma ciò non deve riguardare gli Stati Uniti”. A ciò è seguita una durissima dichiarazione di Rex Tillerson durante le audizioni per la sua nomina a segretario di Stato.  “We're going to have to send China a clear signal that, first, the island-building stops and, second, your access to those islands also is not going to be allowed," - Dobbiamo mandare alla Cina un chiaro segnale che in primo luogo le costruzioni delle isole si devono fermare e poi che il loro accesso a quelle isole non sarà più permesso->> .

 La risposta cinese, attraverso il quotidiano Global Times è stata furiosa “La Cina ha determinazione e forza sufficienti per fare in modo che la sua (americana) travolgente marmaglia non avrà successo. A meno che Washington pensi di lanciare una guerra su larga scala nel Mar Cinese Meridionale, ogni altro modo di impedire l’accesso cinese alle isole sarebbe insensato”.

Potrei continuare a lungo questa analisi, ma non aggiungerei niente a questi concetti abbastanza chiari. Secondo me nessuna delle due parti vuole fare la guerra ma l’inesperienza di Trump nei grandi scenari internazionali specialmente nell’area del Pacifico, e la necessità cinese di tenere alto il nazionalismo interno in vista del congresso di questo autunno che dovrà confermare Xi Jin Ping per i prossimi cinque anni (atto sostanzialmente formale) e delineare lo scenario per i successivi cinque (quest’ultimo punto estremamente  aperto ed incerto) possono determinare un serio rischio di guerra "per “errore”, ed è un problema molto serio.

 

Nei prossimi giorno chiuderò questa nota parlandovi esclusivamente della nostra Europa “vista dalla Luna”

 

 

Tutti contro tutti

TUTTI CONTRO TUTTI

 

“Fra gli anni Cinquanta e Ottanta, il mondo è stato relativamente governabile, con due Superpotenze (USA e URSS) a prendere le decisioni chiave. Quando fu creato uno stabile sistema di mutua deterrenza nucleare, il pianeta divenne pure relativamente sicuro”. Queste parole sono state scritte da Sergej Karaganov Presidente del Consiglio di difesa e politica russo, sulla rivista LIMES.

Sono parole molto amare, ma oggi vorrei chiedere a me stesso e a voi quanto ci sia di vero in questo concetto e che cosa possiamo sperare, o meglio augurarci, per il futuro.

 

Gli attori principali sono oggi tre: gli Stati Uniti, la Cina, la Russia. Attorno ad essi si muovono alcuni comprimari: l’Europa, ammesso che abbia una voce e un ruolo o in alternativa la Germania (ma di questo parleremo), il Giappone, l’India, perennemente alla ricerca di un futuro. E poi una miriade di altri: la Korea, Taiwan, le Filippine, le repubbliche dell’Asia centrale, la moltitudine di Stati islamici, quelli Sud Americani.

 

Si pensava che la “globalizzazione”  fra vari svantaggi almeno avrebbe creato un mondo equilibrato ed abbastanza pacificato. Al contrario, siamo di fronte ad un “sovranismo” imperante in cui ciascuno, piccolo o grande, cerca di barcamenarsi per il proprio tornaconto di breve durata o, peggio, per gli interessi privati degli “uomini forti” di turno, ed  al potere della più spregiudicata finanza globale che arricchisce pochi, danneggiando l’economia mondiale che avrebbe dovuto creare lavoro e prosperità.

Alcuni appunti per completare il quadro: per la prima volta la percentuale della popolazione mondiale sotto la soglia di povertà “vera” è scesa a meno del 10%. Allo stesso tempo, non si è mai vista nei tempi moderni una tale massa di uomini, donne e bambini che scappano da una parte all’altra del mondo per sfuggire alle guerre o alle persecuzioni senza sapere che, se arriveranno a destinazione ancora vivi, si vedranno confinati in ghetti più somiglianti a campi di concentramento che a luoghi di assistenza e accoglienza e poi ridotti in uno stato di vera e propria schiavitù.

Inoltre il mondo, un secolo fa, contava 1,5 miliardi di abitanti di cui oltre la metà bianchi, e i Cristiani erano circa un terzo. Oggi siamo sette miliardi, i bianchi sono in netta minoranza, e i Cristiani meno di un quarto. Anche di questo cambiamento che, a causa dei diversi tassi di natalità, si muoverà sempre di più in questa direzione, dobbiamo tener conto.

 

Vorrei cercare di analizzare in grandi linee la posizione dei primi tre attori per poi passare alla nostra Europa. Quest’ultima però, essendo tutti noi (e non solo in Italia) coinvolti più in polemiche  da stadio ( o se preferite in battibecchi da cortile) che non in analisi serie e di lungo termine, cercherò di vederla in una prospettiva “dalla Luna” come è il titolo del mio blog. E credo che sarà una sorpresa per voi.

 

STATI UNITI

All’inizio dell’Ottocento, gli Stati Uniti (appena formatisi e ancora in cerca di una loro identità), mal sopportavano la “spocchia” degli inglesi che erano al massimo della loro potenza imperiale  e si attribuivano il diritto di perquisire le navi mercantili americane in alto mare. Nel 1812 quindi dichiararono guerra all’Inghilterra, ancora impegnata nelle ultime fasi delle guerre napoleoniche. Essa ebbe alterne vicende, ma due episodi segnarono la memoria e l’anima degli americani. Una grande vittoria per mare (a fronte di alterne vicende nelle battaglie terrestri) e la presa di Washington da parte degli inglesi che occuparono e incendiarono la residenza presidenziale.

Nei decenni successivi gli Americani completarono l’occupazione di tutto il territorio fra l’Atlantico e il Pacifico ma non dimenticarono il trauma dell’incendio di Washington. Da qui iniziò la strategia, mai abbandonata, di diventare una potenza navale (e successivamente anche aerea) e di non consentire mai agli stranieri di portare la guerra sul territorio americano. Per inciso, il disastro delle Torri Gemelle riportò sul suolo americano un atto di guerra da parte di stranieri per la prima volta dopo il 1812. Ciò non era successo neanche per un attimo nelle due guerre mondiali, che si svolsero totalmente al di là degli Oceani, e questo aspetto ne aumentò a dismisura il trauma psicologico.

Il viaggio del Commodoro Perry in Giappone e Cina con una flotta militare e l’ottenimento di un trattato commerciale con il Giappone (poi rivelatosi abbastanza fittizio) con la minaccia di un bombardamento navale di Tokio (1854) convinsero definitivamente gli americani dell’importanza della superiorità navale, e finalmente, a cavallo del secolo, l’occupazione americana delle Filippine segnò la nascita, anche formale dell’ “impero americano” secondo i canoni di quel tempo.

Sarebbe erroneo però assimilare gli Stati Uniti alle potenze coloniali europee. Già al momento dell’occupazione delle Filippine Burgess sollevò il problema dello status di queste “colonie” e dell’identità geopolitica della nazione americana. Questo dibattito esplose dopo la seconda guerra mondiale, quando l’Amarica si consacrò come la prima potenza mondiale in un sistema duale contro un avversario altrettanto potente e totalmente diverso. Cos’era a spingere l’America ad assumere questo ruolo? La necessità, del tutto capitalistica, di espandere e difendere i suoi commerci, o il demone dell’imperialismo, del Paese forte che diventa sempre più forte e tende a dominare il più debole.

Parlando di America, un’analisi di questo tipo sarebbe incompleta e riduttiva. All’epoca della Guerra fredda si parlava dell’impero del “Bene” contro l’impero del “Male” e noi tutti Europei, memori degli Americani che ci avevano liberato dal gioco nazista, del Piano Marshall che ci aveva rimesso in piedi, e bisognosi di difesa da una possibile invasione dall’Est, eravamo nettamente schierati con l’America. Faceva eccezione una minoranza, che però era molto importante in Italia ma non in altri Paesi Europei, la quale “tifava” per l’altra parte non tanto perché credesse realmente al “paradiso sovietico” quanto perché difendeva esigenze oggettive di giustizia ed equità sociale che erano, e  sono, sconosciute nell’altro paradiso, quello a stelle e strisce.

 

Nel popolo americano è sempre esistita un’anima missionaria, quella di essere portatori del bene e del giusto per definizione.

Nel 1914  Woodrow Wilson, Presidente degli Stati Uniti disse: “Fu come se nella Provvidenza di Dio un continente fosse lasciato intonso e in attesa di un popolo pacifico che amasse la libertà e i diritti degli uomini più di qualsiasi altra cosa, perché venisse ad affermare una comunità non egoistica”.  

Ecco il punto, a mio avviso fondamentale, per la comprensione dello spirito americano.

Forse è a causa della storia che determinò la loro nascita e le prime lotte, ma tutti gli americani si sentono i portabandiera della giustizia e della libertà dei popoli.

Ciò che fa l’America è giusto per definizione!

Questo concetto, nonostante la distruzione della civiltà autoctona degli indiani e il razzismo che non è mai stato sconfitto in America, riesce a spiegare anche la negazione di ogni più elementare bisogno di welfare fino ad estremi che sarebbero inconcepibili per noi Europei (ma è un altro discorso che ci porterebbe fuori tema). Una sola volta gli Americani si sono sentiti dalla parte sbagliata della storia: al tempo della guerra del Vietnam, una ferita mai rimarginata nella loro cultura, che traspare addirittura nel celebre musical “Hair” che non era solo una celebrazione della cultura hippy ma un inno al pacifismo. Gli Americani si resero conto in quella guerra di non essere (come nella seconda guerra mondiale) i portatori della libertà, accolti come salvatori al loro ingresso nelle città liberate, ma gli oppressori in una guerra coloniale, che difendevano dittatori corrotti e inetti. Erano gli invasori in una guerra di liberazione nazionale. Chiunque (come me) abbia vissuto in Vietnam per un po’, ad Hanoi come a Saigon, se ne rende conto. Il vero problema dei reduci, che non riuscirono mai più a inserirsi nella vita civile fu proprio questo: essersi resi conto, sulla propria pelle, che gli ideali in cui credevano, e per i quali erano stati mandati ad uccidere e a morire, almeno in quel caso, erano fasulli.

E’ difficile per un Italiano, ormai tendenzialmente cinico e disincantato, capire fino in fondo che gli Americani possano aderire veramente, intimamente a questo concetto quasi religioso, ma è così: gli Americani, la pancia del popolo americano e non in finanzieri che speculano giorno e notte sui mercati mondiali, sono intimamente convinti che ciò che fanno “è intrinsecamente giusto ” . Del resto, all’epoca delle prime crociate folle di persone andavano a combattere in Palestina da tutta Europa al grido di “Dio lo vuole” ignorando tutto ciò che c’era dietro. Ma erano altri tempi.

E’ questa probabilmente la forza degli Americani di oggi.

Quasi trent’anni fa, ero a Disneyland con la mia famiglia, e la sera, dopo una giornata di divertimenti, gli spettacoli si chiusero con dei meravigliosi fuochi d’artificio e con l’Inno Americano, cantato a squarciagola da migliaia di persone. Le ultime parole dell’altoparlante furono un “God bless America” addirittura urlato. Vi immaginate un “Dio benedica l’Italia” a Gardaland? Se non si comprende questo, giusto o sbagliato che sia, non si capisce l’America.

Ma torniamo a noi e alla freddezza dell’analisi da cui spesso mi discosto. La forza della marina Americana è basata sulla loro capacità di avere flotte enormi, indipendenti una dall’altra, dislocate su tutti gli Oceani del Mondo in modo tale che, ovunque ci sia un incidente, anche potenziale, una nave americana possa essere sul posto in meno di 24 ore, anticipata spesso dagli aeroplani decollati dalle portaerei, vere e proprie basi mobili del tutto autonome. Tutto ciò, questo immenso dispositivo militare presente in ogni angolo del mondo, con circa settecento basi  sparse dovunque, rende incontendibile l’impero americano, almeno da un punto di vista militare. La stessa Russia è teoricamente capace di una guerra nucleare e di una “capacità di secondo colpo” sufficiente per distruggere il pianeta, ma, al di là di questa catastrofe globale, in una guerra convenzionale, ancora oggi non ha la possibilità di confrontarsi su scala mondiale. A questa capacità gli Americani non rinunzieranno mai.

Gli altri due aspetti dell’impero, il commercio e la finanza, sono invece in crisi e Trump è interprete di questa America, la pancia dell’America, non la East coast e la California ma la parte interna, da nord a sud, che percepisce e teme il mondo che si prospetta. Trump minaccia i fabbricanti di automobili che producono in Messico ma vendono in America creando una crisi nel Mondo operaio di Detroit, Trump minaccia di imporre dazi sui Paesi da cui l’America è importatrice netta, essenzialmente Cina e Germania, in nome di “America first” ma entrambi questi Paesi hanno già dichiarato (se ciò accadesse) di voler denunziare gli Stati Uniti per violazione delle regolale del WTO e, soprattutto la Cina, di imporre altrettanti dazi sulle importazioni americane. In questo settore comunque, a differenza di quello militare, gli USA non sono più dominatori e potrebbero non essere vincenti in una vera guerra commerciale, anche perché difficilmente gli europei si schiererebbero dalla loro parte, anzi cercherebbero di sostituirsi a loro nei lucrosi contratti con la Cina.

Da un punto di vista finanziario è noto che una buona parte del debito americano è in mano cinese. E’ vero che anche questa sarebbe un’arma suicida da parte dei Cinesi che però hanno cominciato ad alleggerire la loro posizione, sostituiti in questo dai Giapponesi che sono diventati da qualche mese il primo Paese detentore di Treasury bonds americani.

L’enorme surplus Cinese si sta quindi rivolgendo allo sviluppo della BRI, la strategia della Via della Seta di cui ho parlato più volte, e allo sviluppo del sistema bancario di supporto di cui ho anche parlato.

Al di là di questo, ovunque l’America si ritiri la Cina avanza. Ne sono un esempio gli accordi per 65 miliardi di dollari complessivi, firmati con l’Arabia Saudita  qualche giorno fa durante la visita a Pechino del re Alman Salman bin Abdulaziz.

A breve Xi jing Ping incontrerà Trump in America, ma secondo me i due non si capiranno cme fu con Obama, e dovremo aspettare ancora per sapere cosa in realtà Trump farà. 

 

Mi accorgo di non avere spazio per parlarvi degli altri attori, specie dell’Europa a cui tengo particolarmente e lo farò nei prossimi giorni.

 

Il sogno di Xi Jin Ping II

Il sogno di Xi Jin Ping – Parte II

Ci eravamo lasciati con una descrizione generale della strategia cinese dei prossimi decenni. E’ il caso ora di considerarne alcuni aspetti per capirne un po’ meglio le implicazioni.

Ho parlato innanzi tutto di una necessità “nazionale” cinese di sviluppare questo piano, e ciò a prescindere dall’ovvia considerazione di ampliare il commercio e le esportazioni.

Il Nord Ovest della Cina è occupato per larga parte dalla provincia dello Xinjiang (Fig. 1). Essa copre un’estensione grandissima (il 16 % della superficie cinese, oltre cinque  volte l’Italia). Allo stesso tempo ha solo 22 milioni di abitanti (meno della citta di Pechino). Sono stato là di recente e anche se i cambiamenti sono evidenti rispetto a trenta anni fa a parte Urumqi, la capitale, che è una città moderna, sembra ancora di entrare in un altro mondo (Fig. 1a) dove nessuno parla inglese e, specie nella parte occidentale, alcuni stentano a parlare cinese. Esistono infatti due etnie prevalenti, gli “Han”, quelli che noi consideriamo i “Cinesi”, che sono il 41% della popolazione, e gli “Uiguri” con il 45%. Il nome stesso della provincia, risalente alla dinastia Qing, vuol dire “Nuova Frontiera”, ma gli “indipendentisti” preferiscono chiamarla Uiguristan o Turkestan Orientale, nomi considerati offensivi dal governo e dall’etnia Han. Kashgar, per esempio, (Fig. 2 e 3) poco distante dal confine è del tutto assimilabile, con le sue moschee e le donne velate, alle città e alle popolazioni degli altri Paesi “…Stan” al di là del confine. E’ una provincia fuori dai circuiti turistici ma geograficamente molto varia. Si va da vette altissime, oltre 8000 metri al confine con il Kashmir, fino ad una delle maggiori depressioni del mondo, a 155 metri sotto il livello del mare. Il lago Tianchi a 2000 metri di altezza (che potete vedere nella foto di presentazione del mio blog) è delizioso, è considerato umo dei punti più belli della Cina e dal 1990 è patrimonio dell’Umanità dell’Unesco. Viaggiando attraverso lo Xinjiang si ha modo di vedere uno dei piò grandi deserti di sabbia del mondo con dune di 100 metri di altezza (Fig. 4) (e arrivano, mi dicono, fino a 300 metri) continuamente in movimento e poi giù di corsa nella grande depressione dove producono una grande quantità di uva ed una meravigliosa uva passa (la Cina è il maggior produttore mondiale e qui se ne produce l’80%) di cui ho fatto incetta, essiccata nelle “Chunche”, (Fig. 5)delle speciali camere con muri forati per far passare il vento. L’irrigazione è assicurata con acque provenienti dai ghiacciai sulle montagne non lontane e trasportata attraverso canali sotterranei antichissimi, visitabili e di interesse estremo.

Ma lasciamo stare questa digressione turistica e torniamo alla politica. Nel 2009 si verificarono scontri violentissimi fra Uiguri ed Han in tutta la provincia, sedati a fatica dalla polizia e dall’esercito. Secondo fonti ufficiali ci furono 156 morti, ma le forze di opposizione continuano a parlare di 600. Il coprifuoco notturno fu imposto per un lungo periodo e talvolta ritorna in alcune aree. Qualunque sia il numero “vero” il governo si rese conto che il problema era molto serio.: era necessario migliorare le infrastrutture e creare una maggior concordia etnica e stabilità sociale. Ciò portò ad una massiccia campagna di investimenti infrastrutturali volti a sviluppare le risorse della provincia (essenzialmente minerarie ed industriali, ma come dicevo, anche agricole), ed a migliorare la connettività dello Xinjiang con il resto della Cina più sviluppata e con i Paesi confinanti..

Tutto ciò dovrebbe servire a debellare “le tre forze del male: terrorismo, separatismo etnico, ed estremismo religioso, e salvaguardare la stabilità sociale”.

In questo contesto si inseriscono la linea ferroviaria Mosca – Pechino, che ha in Urumqi uno snodo fondamentale, e il “corridoio economico Cina –Pakistan” che ha i suoi cardini in Kashgar e nel porto Pakistano di Gwadar. Questa linea, connessa con il resto della Cina sviluppata avrebbe anche il vantaggio di consentire ai prodotti cinesi di aggirare lo stretto di Malacca (come vin ho detto vi passa oltre il 40% del commercio mondiale) diminuendo i rischi di blocco militare americano.

Non posso non menzionare, in questa rapida disamina dello Xinjiang il problema del terrorismo interno e internazionale che ha in quest’area una delle sue basi. E’ un argomento di importanza estrema perché nessuna grande rete di commerci e di trasporti può essere realizzata senza una reale sicurezza. La Cina lo sta affrontando con una serie di accordi bilaterali e multilaterali in maniera molto riservata e questo spiega la sua apparente inesistenza nello scenario delle grandi guerre islamiche, dichiarate e no. Non ci addentreremo in quest’altro argomento che ci allontanerebbe troppo dal filo principale del nostro discorso.

 Approfondiamo invece da un punto di vista europeo la problematica della via terrestre la “belt and road initiative, BRI”. Stabiliamo anzitutto una cosa: non si tratta più solamente di un sogno!

Collegamenti regolari, gestiti da società miste europee e cinesi, esistono già fra:

-Yiwu e Madrid,

-Wuhan e Lione,

-Chengdu e Rotterdam

-probabilmente anche altri di cui non sono a conoscenza

Ovviamente tutti questi centri hanno poi le loro diramazioni interne. Chengdu ad esempio è collegato con i porti di Shanghai, Ningbo e Shengzen ( fra i primi dieci al mondo per numero di container gestiti) e poi con il sud delle Cina, Il Vietnam e la Corea.

Altre reti sono già in via di realizzazione come quella che collega lo Xinjiang al porto di Aktau sul mar Caspio in Kazakistan e la linea Yiwu – Teheran, appena terminata. E’ interessante notare che proprio in Iran Italiani e Cinesi lavorano a stretto contatto in questo settore. Infatti Italferr (gruppo FS) ha l’incarico di PMC (project management control per conto dell’investitore) del gruppo cinese China railway Engineering corporation che ha l’appalto per la realizzazione della tratta Teheran – Isfahan.

Un embrione di rete e di traffico regolare già esiste quindi.

 C’è da dire che , se il treno accorcia i tempi rispetto alla nave (15-20 giorni contro 30-35 per il trasporto delle merci), a parte i problemi di sicurezza a cui ho accennato esistono problemi tecnici complessi da risolvere, come ad esempio i binari a diverso scartamento fra Russia, Cina ed Europa. Per questo motivo un centinaio di treni ad alta velocità con cambio automatico dello scartamento sono già in costruzione.

 

Tutto ciò riguarda la parte cinese e dell’asia centrale, ma l’Europa? E l’Italia?

Vi accenno a un lontano passato perché è bene saperlo quando parliamo del presente. E’ assolutamente sorprendente che il Conte Menabrea il 26 giugno 1857 (Cavour Primo Ministro) durante il dibattito per il traforo del Moncenisio dichiarasse in Parlamento (Fig. 6 ) “ Io credo all’avvenire certo dell’apertura dell’istmo di Suez (avvenuta nel 1869, 12 anni dopo), perché sono convinto che l’Europa finirà per capire che è condizione della sua sopravvivenza aprirsi questa via verso le Indie ed il Mar della Cina per controbilanciare la potenza di un popolo rivale che sta crescendo con stupefacente rapidità e sta diventando gigante al di là dell’atlantico (gli USA). Io dico che l’avvenire del nostro Paese è assicurato, che esso arriverà a un grado di prosperità inimmaginabile oggi, perché sarà passaggio obbligato di una gran parte del commercio e del transito fra l’Europa e l’Oriente”

E’ incredibile la lungimiranza con cui quest’uomo prevedeva ciò che sta accadendo oggi e il livello di quegli antichi dibattiti in Parlamento, specie se li confrontiamo con i battibecchi a cui assistiamo oggi alle Camere e nei talk show quando si parla del traforo in Val di Susa.

In tempi più recenti, il libro Bianco di Jacques Delors (1993) ha creato i presupposti politici, economici, e sociali che portarono poi alla definizione delle reti di trasporto trans-europee chiamate “Ten-T” con acronimo inglese. Esse comprendono 9 corridoi prioritari da realizzare entro il 2030. Obiettivo di questa rete è lo sviluppo delle interconnessioni europee, ma essa diventa il naturale complemento e collegamento con la grande rete BRI che parte dalla Cina verso l’Europa. L’Italia è coinvolta in vari progetti, ma ne vorrei citare solamente 1, il progetto N° 6 ( Fig. 7) che dovrebbe costituire uno degli assi principali del collegamento fra la Spagna (e in futuro forse in Nord Africa con il tunnel sotto lo stretto di Gibilterra), l’Europa continentale e, come abbiamo visto, l’estremo Oriente. La tratta italiana di questo progetto è da noi tristemente nota: si chiama traforo in val di Susa! Qualcuno ci ha mai parlato della grandiosità storica di questo progetto? Assolutamente no! e parliamo di un futuro molto più vicino e comprensibile di quello che dibatteva il Parlamento nel 1857.

 E il mondo certamente non aspetta noi. Come ho detto prima, il collegamento ferroviario fra la Spagna e la Cina già esiste (anche se ancora “rattoppato”) e passa per il nord Europa. Come è sempre successo negli ultimi 50 anni, l’Italia è  in retroguardia!

 

Al recente convegno del “new railway silk road forum” a Sochi, il sindaco di Madrid Manuela Carmena, nel presentare il presente ed il futuro della mobilità a Madrid, iniziò dicendo in un’intervista “ oggi la mobilità è diventata il quarto fattore per importanza nel processo di integrazione sociale, dopo la casa, la salute, e l’educazione. Deve essere assicurato a tutti il diritto di muoversi liberamente, indipendentemente dall’età, il genere, il reddito, il livello di integrazione e il luogo di residenza. L’obiettivo deve essere sforzarsi per lo sviluppo di un sistema di trasporto che sia universale,  equo, accessibile, inclusivo e non discriminatorio.

 Il mondo si sta facendo veramente più piccolo nella cultura di tutti e forse Xi Jin Ping  ha interpretato questo movimento storico.

 E noi? va proprio così male? Non proprio.

Dobbiamo però addentrarci rapidamente in una serie di idee e iniziative. Se guardiamo lo sviluppo urbano mondiale ci rendiamo conto che in Asia, Africa, America Latina e parzialmente in Nord America si è affermato il concetto delle megalopoli, agglomerati urbani di oltre 20 milioni di abitanti fino addirittura all’ipotesi del “Jing-Jin_Ji” in Cina che raggiungerebbe 130 milioni di persone. In Europa, a parte alcuni casi isolati (Londra, Parigi, Madrid in un certo senso) prevale il concetto di città “più umane”, di dimensioni medio – piccole. Cambiare questo modello vorrebbe dire distruggere un’identità, una storia e una cultura millenarie. Abbiamo già parlato del sistema “Ten-T” e dobbiamo ora conoscere il “METR”, acronimo per Middle East, Europe, Turkey, Rome, il network che dovrebbe congiungere le reti di trasporto dell’Europa “allargata” che non approfondiamo qui. Nel 2012 venne lanciata la “MIR Initiative” (Mosca, Istanbul, Roma). Da notare che MIR in Russo significa anche pace, mondo, vision, a simboleggiare il carattere non semplicemente mercantile di questa iniziativa. Il proposito della MIR Initiative è di promuovere a livello locale un grande supporto all’idea del METR e la sua congiunzione e integrazione con l’analogo progetto in Asia di cui abbiamo parlato.

Da qui è nata l’idea di un Forum delle città della nuova Via ferroviaria della seta da tenersi periodicamente nelle varie città dell’Eurasia aderenti al progetto.

La grande importanza di questa iniziativa sta nel fatto che non sono più i governi ma le strutture locali, i cittadini della grande Eurasia a farsi promotori di uno sviluppo epocale che resti basato sulla struttura delle realtà urbane locali strettamente interconnesse però in una rete globale.

150 anni fa i nostri nonni crearono la rete ferroviaria italiana per unire le città di un Paese, l’Italia, ancora in via di formazione, ora è tempo di unire allo stesso modo le città dell’Eurasia.

 “LE CITTA’”, è questo il disegno ideale di Piero Fassino quando lanciò a Torino il primo “Forum delle città della via ferroviaria della seta” il 27 novembre 2015, con la partecipazione di 30 città, oggi già diventate 50.

Fassino lanciò (Fig. 8) il concetto di una “metropolitana eurasiatica” le cui stazioni sono costituite dalle città attraversate, e ciò “crea una nuova importante prospettiva che non è solamente trasportistica e commerciale, ma anche sociale, culturale e politica.”

“ in un mondo in cui prevalgono tendenze globalistiche, le città stanno cominciando ad avere come in passato un ruolo centrale a cui dovettero abdicare al momento dell’apogeo degli stati nazionali”

“Oggi torna a galla la fondamentale importanza delle città come centri simbolici di territori più vasti. Esse sono non solo portatrici di bisogni inestirpabili e valori di una dimensione locale in un mondo globalizzato, ma possono diventare protagoniste di processi su larga scala, la “glocalization” combinando i micro e i macro livelli”.

In quell’occasione è stata pubblicata una mappa interattiva di questa metropolitana eurasiatica  (Fig. 9) in cui chiunque può estrarre un itinerario, come io ho fatto per il tracciato Torino – Pechino. (Fig. 10)

Il 5 maggio 2016 Torino è diventata la sede permanente europea del Forum,

E’ questo il vero fulcro culturale della Belt and Road Initiative, arricchita dall’input della nostra cultura e delle nostra storia: l’Italia e la Cina portatrici delle più antiche e ricche civiltà al mondo, il “sogno di Xi Jin Ping” del titolo che ho dato a queste note.

Sarà questo il nostro futuro?

Chi guadagnerà e chi perderà in questa nuova prospettiva?

Come cambierà il mondo in seguito a questo interscambio culturale, sociale ed economico?

Si arriverà a una nuova centralità eurasiatica come preconizzò il Conte Menabrea nel 1857?

I più giovani fra noi saranno i protagonisti di questo mondo nuovo ma con radici antiche, se esso si realizzerà

Il sogno di Xi Jin Ping I

Il sogno di Xi Jin Ping I

 

Mesi addietro, in una delle mie prime note avevo citato le parole di Deng Xiao Pjng " evita la luce, coltiva l'oscurità ". In ossequio a questi dettami,  la Cina, tenendosi defilata agli occhi del mondo, aveva impostato e realizzato la sua crescita tumultuosa, che l’ha portata a diventare la seconda potenza economica mondiale.

Xi Jin Ping, già all'inizio del suo mandato e per i motivi che abbiamo già analizzato, si è trovato nella necessità di assumere quel ruolo che i suoi predecessori avevano cercato di rinviare finché possibile, e lo ha fatto in grande stile fin dai primi giorni.

Fin dall'inizio Xi si è mosso su due direttrici: la "rinascita del popolo cinese" che a suo dire porterà la Cina a  diventare il leader mondiale in un contesto multiculturale in concomitanza col centenario della fondazione della Repubblica popolare cinese (2049). Questo concetto ha una valenza culturale più che economica gigantesca e ne parlerò specificamente in una prossima nota.

Oggi analizzeremo insieme gli sviluppi del secondo aspetto di cui vi ho già parlato in passato.

Dunque, nella primavera del 2013 Xi lancia il programma " one belt, one road" (oggi ufficialmente chiamata Belt and road initiative, BRI ). Pochi mesi dopo annunzia la "one belt, one road marittima" e successivamente ne delinea le linee guida operative, lancia il fondo economico, ed infine nel gennaio 2016 istituisce  la Asian Infrastructure Investment Back -AIIB-  che ne fa da complemento pratico. Da un punto di vista storico culturale ristabilisce i collegamenti commerciali con l'impero romano e con la grande cultura occidentale che caratterizzarono il periodo di maggior fulgore della storia cinese.

In occidente si fatica a comprendere la svolta epocale che questa strategia vorrebbe imprimere alla struttura stessa del mondo del futuro e si tende a considerarla da un punto di vista meramente politico ed anche militare. Essa invece ha una valenza essenzialmente economica e prova a cambiare sia la Cina e la sua struttura interna, come pure l'asse del mondo.

Salto subito alle conclusioni e poi cercherò di darne una spiegazione.  L'economia del mondo antico era basata per noi sul bacino del mediterraneo. Le line economiche e culturali si muovevano al suo interno. Pochi audaci si muovevano a commerciare con un mondo lontano e sconosciuto che era l’India e l'impero cinese.

La scoperta dell'America segnò nel 1492 un primo cambiamento dell'asse economico e in seguito politico occidentale. I commerci si spostarono nell'Atlantico, prima verso l’America meridionale e poi, con lo stabilirsi delle prime colonie, embrioni dei futuri Stati Uniti, in Nord America. Altre potenze emersero e poi decaddero: la Spagna, il Portogallo, fino all'affermarsi dell'Inghilterra che dominò gli oceani e fondò il suo impero globale. Le guerre mondiali, di origine europea (specialmente la prima) segnarono la decadenza delle potenze europee e l'affermarsi degli Stati Uniti che con il Piano Marshall stabilirono la loro leadership economica, politica e militare sul Mondo intero. Ritornerò su questo punto che si cita spesso in contrapposizione con la strategia di Xi Jin Ping.

Nasce l'APEC che segna l'affermarsi dei Paesi che si affacciano sul Pacifico nella politica e nell'economia mondiale.

In poche righe ho riassunto la storia del Mondo, in maniera necessariamente semplificata e tralasciando una quantità di elementi fondamentali.

Che cosa propone oggi la Cina? Niente di meno che spostare sull'Eurasia l'asse del mondo. È questo il vero sogno su cui si fondano i concetti di "one belt, one road". Se poi consideriamo che il Pacific Rim resta comunque una realtà imprescindibile e mettiamo insieme i due concetti, arriviamo a delineare (guardate un planisfero) alla fine una Cina come "ombelico del mondo": a sinistra l'Eurasia e a destra le Americhe. Questo dovrebbe essere, nei sogni di Xi Jin Ping, il nuovo ordine mondiale, destinato a cambiare per prima cosa la Cina stessa (la rinascita cinese) e poi il mondo intero, globalizzato e multiculturale.

E' un concetto realistico? un'utopia impossibile? una reazione di estrema debolezza della Cina prima del collasso finale come dicono alcuni? Il riposizionamento al centro del mondo delle grandi culture storiche  (mediterranea e cinese) come dicono altri, non contestando comunque il ruolo economico ed essenzialmente militare che continueranno ad avere gli USA, in un contesto però  MULTI CENTRICO che metterebbe da parte l'eredità della seconda guerra mondiale? Mah! Ogni opinione è possibile.

Gli attori in gioco, oltre la Cina, sono almeno altri due, vale a dire gli Stati Uniti e la Russia, senza contare l'Europa che comunque andranno le cose non potrà  evitare  di esserne coinvolta.

Gli USA hanno storicamente considerato la Cina come un gigante continentale, ripiegato su se stesso e alla fine del suo ciclo storico. Dopo la crisi delle tigri asiatiche, nel 1997, quando i Cinesi bloccano la corsa alla svalutazione competitiva e la crisi mondiale guadagnandosi l'ingresso nel WTO, gli USA si resero conto che il nano politico stava diventando un gigante economico, ma pensarono di poterlo integrare sotto il capace ombrello americano che regolava l'ordine mondiale. Obama si rese conto che non era così, ipotizzò per un attimo un G2 e subito dopo lanciò la politica del "pivot to China" e la politica di contenimento. Da quello che sembra, l'amministrazione Trump e una parte dell'opinione pubblica americana stanno ipotizzando che la Cina sia una tigre di carta, destinata a collassare da sola per l'incapacità di trasformare la sua economia, per sconvolgimenti sociali dovuti alla distribuzione ineguale della ricchezza fra la parte sud orientale e quella nord occidentale del Paese, per la sua debolezza militare inadeguata ad assumere un ruolo globale (per la soverchiante forza aeronavale americana). Anche l'enorme quantità di debito americano conservato nelle casseforti cinesi sarebbe un'arma spuntata per l'impossibilità di usarla senza portare al suicidio la loro stessa economia. Da tutto ciò deriverebbe (l condizionale  è d'obbligo) la strategia americana di forzare il gioco, adoperando tutte le carte disponibili, a partire dal concetto di "only one China" che Trump mise in dubbio prima ancora di iniziare il suo mandato, fino alla possibile imposizione di barriere doganali. L'obiettivo ultimo non sarebbe di provocare il collasso definitivo, ma di far capire in maniera definitiva alla Cina e al mondo che l'America è troppo forte per poterla sfidare. L'unico rischio, e alcuni ambienti americani se lo pongono concretamente, è la perdita del controllo e la possibilità che la Cina decida di “vedere le carte" con un'opzione militare su basi locali. Ciò porrebbe gli americani di fronte ad un dilemma terribile: avendo una soverchiante superiorità militare dovrebbero usarla (con un serio rischio di allargare il conflitto e conseguenze imprevedibili) oppure rendersi conto che, come i Cinesi non possono adoperare l'arma finanziaria, così gli USA non possono adoperare l'arma militare e sono quindi costretti a fare marcia indietro e trattare, questa volta su posizioni molto più deboli. Il mondo intero sarebbe a rischio. Lo stesso Trump sembra esitare, come dimostra la telefonata amichevole con Xi Jing Ping immediatamente successiva al quasi-scontro aereo di qualche giorno fa. In quell’occasione Trump è tornato indietro platealmente come enfatizzato da tutti i giornali, inclusi quelli cinesi, sul concetto di “one China only”  che torna ad accettare.

E la Russia? Come la Cina guarda a Occidente, così la Russia guarda a Oriente, alla sterminata distesa dell'Asia centrale che prima faceva parte dell'Unione Sovietica, l'impero dissolto come neve al sole ma a cui Putin non ha mai rinunziato.  All'inizio di questo secolo infatti Putin  lanciò la Comunità Economica Euro Asiatica,  embrione di quella che sarebbe diventata qualche anno fa l'unione Economica Euro asiatica (UEE). Quest'ultima, senza entrare in troppi dettagli, si può considerare ispirata all'Unione Europea, con qualche differenza che vale la pena evidenziare. I Paesi membri (Russia, Bielorussia, Kazakistan, Armenia, Kirghizistan, e, come osservatori, Tagikistan e Uzbekistan) sono integrati "a diverse velocità " come è oggi di moda dire in Europa, Per esempio esiste già un'unione doganale fra Russia, Bielorussia e Kazakistan. L'altra differenza fondamentale con l'Europa è l'assoluta sproporzione fra i partner: la Russia è il Paese dominante economicamente, militarmente e politicamente e questo è chiaramente riflesso nei trattati. La sua strategia è di proporsi come ponte fra l'Europa e il confine Orientale dell'Asia, creando una “grande Eurasia”

Non a caso, nel 2013 Xi Jin Ping lancia BRI proprio da Astana, capitale del Kazakistan, e Putin deve affrontare un grande problema: mettersi in competizione con il ricchissimo vicino cinese oppure trovare una via di cooperazione.  La Russia può vantare le enormi risorse energetiche di cui la Cina ha estremo bisogno, la presenza di basi militari sparse in Asia Centrale (per esempio in Kazakistan dove, pochi lo sanno, è localizzato il cosmodromo di Baikonur, la più celebre base spaziale Russa), e la rete di oleodotti e gasdotti della Gasprom. Le basi per una cooperazione equilibrata ci sono, anche se i due Paesi hanno sempre diffidato uno  dell'altro.

La Cina si muove velocemente. Diventa rapidamente il primo partner commerciale dei Paesi dell'area e mette in campo fondi più che doppi di quanto è in grado di fare la Russia. Nel 2014 poi diventa il primo partner commerciale della Russia stessa e sono stipulati accordi in campo petrolifero fra le russe Novatec e Rossneft e la cinese CNPC.

Alla fine, nel maggio 2015 Putin, anche a nome nei suoi partner della UEE decide di cooperare con la BRI per la creazione di una grande Eurasia. Qualche risultato immediato si deve vedere e infatti il fondo “one belt, one road” entra ufficialmente nel finanziamento del mega progetto del gas di Jamal (di cui ho informazioni dirette); un investimento gigantesco da un punto di vista finanziario ed estremamente innovativo da un punto di vista tecnologico in considerazione anche delle condizioni ambientali estreme. Fondi cinesi contribuiscono anche alla linea ferroviaria ad alta velocità Mosca - Kazan destinata a proseguire fino a Pechino.

Le difficoltà ovviamente sono enormi anche a causa della grande diffidenza reciproca, i soldi affluiscono in maniera molto più ridotta di quanto ipotizzato, ma per ora la saldatura esiste. Un interesse comune li unisce, legato alla strategia di creare un nuovo ordine economico mondiale non più legato alle vecchie strutture economiche e finanziarie costruite sotto l'egida americana.

E l'Europa? Cina e Russia hanno un grande interesse a coinvolgere l'Europa in questo piano gigantesco e qualcosa si vede.

Vi ho parlato dell'Asian Infrastructure Investment Bank (AIIB). Essa è stata ufficialmente fondata il 16 gennaio 2016 ( www.AIIB.org) ed è una nuova istituzione multilaterale

“….fondata per affrontare insieme le grandi necessità infrastrutturali in Asia. Con i nostri investimenti cerchiamo di promuovere la connettività e lo sviluppo economico regionale attraverso lo sviluppo delle infrastrutture e di altri settori produttivi. Siamo convinti che lo sviluppo e il miglioramento delle infrastrutture produttive incoraggi la crescita economica, crei lavoro e contribuisca alla riduzione della povertà migliorando l'accesso ai servizi di base: elettricità, mezzi di trasporto, acqua potabile, servizi sanitari e telecomunicazioni.....Ci proponiamo di operare ai più alti livelli di governance,  trasparenza e responsabilità ...”

I Paesi fondatori sono 57, di cui 30 propriamente asiatici (regional) e 20 appartenenti al resto del mondo (non regional). I Paesi asiatici sono quasi tutti presenti con l'eccezione del  Giappone.

Fra i non regional la Russia, l'Australia, l'Egitto, il Sud Africa, la Turchia, il Brasile, e quasi tutti i Paesi europei: Austria,  Danimarca,, Finlandia, Francia, Germania, Islanda, Italia (accordo firmato il 29 giugno 2015 e ratificato il 13 luglio 2016), Lussemburgo, Malta, Olanda, Norvegia, Polonia, Portogallo, Spagna, Svezia, Regno Unito. Quest'ultimo è stato l'apripista fra i Paesi occidentali a entrare nel gruppo, determinando una reazione stizzita degli Stati Uniti (" hanno deciso senza neanche consultarci") subito smentiti dagli inglesi che viceversa dichiararono di entrare per partecipare agli indirizzi fondamentali di questa nuova istituzione e diventare in prospettiva la prima camera di compensazione dello Yuan in Occidente.

La risposta americana fu chiara e diretta " la nostra posizione sulla AIIB è  chiarissima. Siamo tutti d'accordo che è necessario migliorare gli investimenti infrastrutturali nel Mondo. Siamo però convinti che ogni nuova istituzione multilaterale debba basarsi sui livelli standard della Banca Mondiale e delle banche di sviluppo regionali (es, Asia Development bank, Africa Development bank etc.). Noi abbiamo seri dubbi che la AIIB raggiunga questi alti standard......"

In conclusione i Paesi europei hanno disatteso le pressioni americane, preferendo giocare su entrambi i tavoli, come del resto fa la Cina che resta il terzo contributore dell'Asia Development Bank, che, sotto l'egida americana, è il principale concorrente dell'AIIB.

Nel frattempo i primi risultati si vedono. Nel primo anno di attività l’AIIB ha lanciato progetti in India, Indonesia, Pakistan (i più importanti), Armenia, Kazakistan, Myanmar, Bangladesh, Tagikistan. Sull'altro versante, in Polonia, il piano Morawiecki afferma che “AIIB sarà un'importante fonte di investimenti per il Paese…. <Varsavia> auspica di diventare uno snodo logistico dei flussi commerciali terrestri fra Asia ed Europa nell'ambito del BRI”.

A questo proposito purtroppo bisogna dire che le ultime mappe del BRI escludono l'Italia, ove Venezia era il punto di congiunzione della via terrestre e di quella marittima. Oggi invece il braccio nord della via terrestre passa dalla linea Mosca, Varsavia, Berlino Duisburg, Rotterdam e quello sud si ferma Istanbul. La via marittima passa dal Pireo per poi attraversare il Mediterraneo a sud della Sicilia, passare da Gibilterra e perdersi nell'Atlantico.  Siamo già fuori dai giochi? Forse no e molto dipenderà dalla nostra capacità di affrontare strategie di lungo periodo. Ne parleremo fra una decina di giorni quando entreremo in qualche dettaglio della via terrestre. Vi anticipo che la città di Torino e Piero Fassino sono riusciti ad avere un ruolo in questa pianificazione preliminare.

Prima di chiudere alcune  riflessioni sono però opportune.

I contestatori della strategia Cinese la paragonano al piano Marshall e sostengono, in estrema sintesi, che quest'ultimo aveva, fin dalla sua nascita, una struttura rigorosa da un punto di vista giuridico, economico e organizzativo.

Al contrario il sistema BRI è semplicemente un mucchio di parole, di concetti slegati, privo di coerenza, in sostanza una favola neanche tanto bella, e priva di qualsiasi struttura.

Secondo me è un confronto mal posto Il piano Marshall infatti obbediva ad una logica geopolitica: mirava a costituire in tempi brevissimi un'aggregazione  di stati culturalmente affini ma per larga parte  (l’Europa) in macerie, capace di fronteggiare l'emergente potere sovietico ed evitare o affrontare al meglio una terza guerra mondiale che in molti consideravano una possibilità realistica e imminente.

In questo caso la situazione è del tutto diversa. Da un punto di vista interno, è necessario bilanciare lo sviluppo dell'immenso stato cinese  creando  sviluppo nella sua parte nord - occidentale,  tormentata anche da movimenti islamisti. In secondo luogo esiste l'esigenza di stabilizzare tutti i Paesi dell'Asia centrale che gravitano alle frontiere occidentali.  In terzo luogo bisogna sviluppare un sistema di commerci internazionali in chiave non più Americo-centrico, ma multicentrico. Idee quindi, concetti, con un piano economico di base, ma da adattare in corso d'opera alle situazioni emergenti. Questo piano, nel quale Xi Jin Ping attribuisce alla Cina il ruolo di campione di una globalizzazione pacifica (meeting di Davos di qualche mese fa) richiederà forse 50 anni e coinvolgerà Paesi poveri, politicamente instabili, in mezzo a montagne e steppe sconfinate in cui bisognerà creare tutto da zero.

Alla base di tutto esiste però fra i due piani un'enorme differenza culturale: da un lato una mentalità giuridica organizzativa di stampo occidentale e dall'altro una filosofia più olistica, legata almeno simbolicamente alla grande Cina di 2000 anni fa, e meno pratica ma più consona alla logica cinese.

L'Amministrazione Trump ha bisogno di risultati prima delle elezioni di medio termine (fra due anni), e la Cina di evitare grandi sconvolgimenti sociali, il loro vero, grande problema negli ultimi 30 anni. Ci riusciranno senza collisioni dirompenti?

Cosa cambierà con Trump?

Cosa cambierà con Trump?

Mi ero proposto di non parlare di Trump e della sua possibile politica fino a dopo l’inaugurazione della sua presidenza. Capita infatti molto spesso, e non solo in Italia, che in quest’era di politica spettacolo, dominata dai media e capace di influenzare più la “pancia” che la mente degli individui, ciò che si dice in campagna elettorale sia molto diverso dalla reale politica che si farà quando si avrà una reale responsabilità delle proprie azioni.

“Trump è un uomo d’affari – mi dicevo e mi dico- anche se molto spregiudicato. Sarà quindi capace, quando sarà al dunque, di ponderare bene le sue azioni”

Per converso le sue dichiarazioni confermano buona parte delle linee strategiche che aveva delineato in campagna elettorale. Solo che ora è il Presidente eletto e non più un candidato. Per questo motivo le sue dichiarazioni sollevano reazioni importanti, per lo più preoccupate, negli ambienti internazionali, specie in Estremo Oriente che seguo con particolare attenzione.

L’idea base “rifacciamo grande l’America” sembra quasi un’ovvietà assolutamente condivisibile ma cerchiamo di capire per quello che si può (alla luce delle mie premesse) cosa voglia dire.

Anzitutto rendiamoci conto che l’America non è New York o la California ma quell’enorme territorio posto fra l’Atlantico e il Pacifico e che non si identifica per niente nei due esempi citati. L’Americano medio infatti guarda essenzialmente “dentro” il continente americano e nutre scarso interesse per il resto del mondo. Buona parte degli Americani sono isolazionisti e ci volle il massacro di Pearl Harbour per tirarli dentro la seconda guerra mondiale.

Secondo, come si evince da Fig. 1 che ho riprodotto solo a partire dal 2000, gli Stai Uniti sono un Paese importatore netto di beni.  Non è questo il luogo, né ho la competenza, per analizzare l’economia americana, ma è sotto gli occhi di tutti che essa trova la sua forza nelle grandi risorse naturali di cui dispone e soprattutto nel consumo interno. Come corollario di ciò, e della sua anima isolazionista, si arriva a comprendere da dove possano derivare le dichiarazioni di Trump circa la cancellazione di parecchi trattati commerciali internazionali (come ad esempio il TPP di cui avevo parlato in passato) e l’imposizione di durissimi dazi doganali. Si comprende altresì il motivo per cui analoghe dichiarazioni italiane siano del tutto velleitarie visto che il nostro Paese vive (per quello che può) di esportazione ed una rappresaglia sui dazi non ci converrebbe assolutamente (Fig.2).

Nei rapporti con l’Europa, le dichiarazioni di Trump circa il futuro della NATO e la ripartizione dei costi lasciano per ora il tempo che trovano, non perché non siano serie o non possano avere un impatto notevole sul futuro di noi Europei, ma perché noi Europei siamo troppo “vecchi”, cinici e smaliziati per non pensare “lasciamo che si sfoghi per ora, e poi vedremo”.

In Asia però Trump sta creando un vero subbuglio.  I Cinesi, ma anche Giapponesi, Coreani, Vietnamiti etc. non riescono a capirlo, prendono estremamente sul serio ogni sua dichiarazione e cercano di prepararsi a reagire. Non è un caso che in questo ultimo periodo, Henri Kissinger, ormai ultra novantenne, sia stato due volte a Pechino per aiutare i massimi vertici del Paese ad interpretare la nuova politica americana. Non dimentichiamo che Kissinger, braccio destro di Nixon per la politica estera fu uno dei massimi artefici del riavvicinamento Cino-americano.

Il problema più evidente e più sensibile è quello di Taiwan. Quando ci fu il colloquio telefonico (non importa chi fece e chi ricevette la chiamata) con la nuova Presidente di Taiwan, i Cinesi ci rimasero molto male, ma cercarono di minimizzare e di considerarla una svista di una persona inesperta di politica internazionale. Il problema nacque qualche giorno dopo con le successive dichiarazioni alla Fox News. Ma facciamo un po’ di storia (estremamente semplificata) per chi non la ricordi. La Cina, fino alla fine della seconda guerra mondiale era governata da Chiang Kai Shek e dal suo partito, il KuoMinTang (fondato da Sun Yan Sen, il padre della patria di tutti i Cinesi, nel 1911). Alla fine della “lunga marcia” e persa la guerra contro Mao Tse Dong, Chang riparò a Taiwan (a mezz’ora di volo dalla costa cinese) con il suo esercito e una gran parte della borghesia Cinese. Da lì continuò a rivendicare la sovranità della R.O.C. su tutta la nazione cinese. Supportato dagli americani ottenne il suo seggio all’ONU ed al consiglio di sicurezza. Venuti meno i motivi strategici di tale supporto, nell’ambito della politica di riavvicinamento fra USA e Cina fortemente sponsorizzata da Kissinger, nel 1971 la Cina venne ammessa all’ONU ed al consiglio di sicurezza, con l’automatica estromissione di Taiwan (e questo fu l’inizio della politica di una-Cina). Quest’ultima, un’isola poco più grande della Sicilia e con circa 23 milioni di abitanti si sviluppò rapidamente con il supporto sia economico che militare degli Stati Uniti e gradualmente a partire dalla fine degli anni ottanta passarono ad un sistema democratico di tipo occidentale prima basato su due partiti (uno dei quali era sempre il vecchio KuoMinTang) e poi tripartitico.  Non mi dilungherò oggi nell’analisi dei rapporti politici fra le due Cine a cui dedicherò un post specifico vista la loro complessità, ma mi limiterò a due considerazioni.

Prima: a settant’anni dalla separazione Pechino considera Taiwan come una provincia ribelle; chiama i taiwanesi “compatrioti di Taiwan” e questi entrano in Cina con uno speciale lasciapassare. Parallelamente (ma oggi più tiepidamente) i taiwanesi parlano della Cina come “mainland China”:

Seconda: oggi fra le due Cine esiste una sostanziale interdipendenza economica: due terzi degli investimenti esteri di Taiwan sono in Cina che è il loro principale partner commerciale.

Esiste quindi una situazione estremamente equivoca. Taiwan è riconosciuta solo da una ventina di Paesi al Mondo (fra cui il Vaticano, ma un cambio potrebbe avvenire ormai ogni giorno visti i colloqui riservatissimi in corso) ma intrattiene rapporti commerciali con tutto il Mondo. Non ci sono ambasciate estere (la Cina non accetta che un Paese che riconosca Pechino abbia ambasciate a Taiwan, ma esistono “rappresentanze commerciali” di ogni Paese. Inoltre, gli USA nonostante con il loro riconoscimento siano stai i maggiori artefici del switch mondiale da Taiwan a Pechino, continuano ad armare Taiwan ed a garantire la sua sicurezza contro un attacco Cinese.

E’ quindi una situazione estremamente equivoca e delicata che non può essere trattata alla leggera senza rischiare conseguenze catastrofiche.  Un solo ricordo personale vi può dare un’idea di quanto l’argomento sia sensibile. All’inizio degli anni ’90 (mi pare) una notte ero a Taipei in albergo durante un violentissimo temporale. All’improvviso andò via la luce dovunque. Dopo una decina di minuti cominciarono a suonare le sirene di allarme, esercito e polizia erano in strada e vari aerei in volo. Cos’era successo? Un traliccio dell’alta tensione sulla dorsale principale Kaoshiung-Taipei (nord-sud dell’isola) era venuto giù a causa di uno smottamento creando un black out in tutta l’sola. Immediatamente si ipotizzò un attacco cinese e fu lanciato l’allarme.

Del resto, durante la presidenza Clinton (nel 1995), una visita privata negli Stati Uniti dell’allora Presidente di Taiwan determinò un violentissimo show down nello stretto che divide la Cina da Taiwan con sovrabbondanza di mezzi cinesi e due portaerei americane immediatamente schierate a difesa.

Questo il quadro in cui si sono inserite le dicharazioni di Trump. Ma che ha detto? “ …….I don’t know why we have to be bound by a one-China policy unless we make a deal with China having to do with other things, including trade……..” “Non capisco perché dobbiamo rimanere legati alla politica di una-Cina senza contropartite in altri campi come il commercio” ed ha poi proseguito dicendo che gli USA sono stati profondamente feriti dalla svalutazione competitiva dello Yuan, dalla costruzione delle isole artificiali nel mare cinese meridionale (si vedano i miei post sull’argomento) e dal mancato supporto cinese nella questione della Corea del Nord.

La reazione di Taiwan è stata in un primo momento positiva. Solo dopo di sono resi conto di essere stati trattati come merce di scambio in una trattativa molto più vasta che avrebbe potuto preludere ad un totale abbandono di Taiwan al suo destino in cambio di altre soddisfazioni, ed una volta viste le reazioni cinesi, sono molto preoccupati di quello che potrebbe succedere.

La reazione cinese è invece stata violentissima sia da parte delle istituzioni con dichiarazioni pacate ma molto ferme, sia dalla stampa ufficiale del partito. L’ambasciatore cinese a Washington ha dichiarato “Le norme fondamentali degli accordi internazionali non possono essere ignorate e certamente non devono essere viste come merce di scambio. E certamente la sovranità nazionale e l’integrità territoriale non sono oggetto di trattativa. Mi auguro che questo sia chiaro a tutti”.

 Vi citerò ora alcuni passaggi che vi possono dare un’idea della situazione. Per lo più derivano dal Global Times, il giornale semi-ufficiale in lingua inglese.

“La politica di una-Cina non è in vendita.  (Fig 3) Trump pensa che ogni cosa abbia un prezzo, e, nel momento in cui si possieda una leva opportuna, possa essere comprata o venduta. Se si desse un prezzo alla Costituzione americana, gli Americani sarebbero disposti a “venderla” ed attuare un sistema politico analogo a quello dell’Arabia Saudita o di Singapore? Trump deve imparare a trattare la politica internazionale con modestia, specie le relazioni Cino-Americane……… Se Trump abbandonasse la politica di una-Cina, supportasse pubblicamente l’indipendenza di Taiwan e vendesse ufficialmente armi a Taiwan la Cina non avrebbe alcun terreno di collaborazione con Washington nella politica internazionale e nessuna possibilità di contenere le forze ostili agli Stati Uniti (Korea del Nord?). In risposta alle provocazioni di Trump, Pechino potrebbe offrire supporto ed anche assistenza militare ai nemici degli USA. La politica di una-Cina ha mantenuto pace e prosperità a Taiwan, e, se si cambiasse sistema, si creerebbe una reale tempesta attraverso gli Stretti… La Cina potrebbe non dare più priorità ad una unificazione pacifica rispetto ad una presa del potere militare. Gli USA non hanno alcun controllo sugli Stretti e Trump è “naïve” se pensa di farne un’arma di scambio per ottenere benefici economici……. <Trump> ha un’esperienza minima in campo diplomatico. Non capisce quanto possa essere pericoloso il coinvolgimento degli USA in un argomento così esplosivo”.

Ed in un altro articolo lo stesso giorno (Fig 4) “ La verità è che questo inesperto Presidente-eletto probabilmente non capisce di cosa parli. Egli ha sovrastimato la capacità americana di dominare il mondo e non si rende conto della limitatezza della forza americana nel mondo di oggi………La Cina deve guadagnarsi il rispetto del team di Trump altrimenti sarà duro interagire con Trump nei prossimi quattro anni. Fantasticare di una politica di “appeasement” (ricordate il periodo precedente alla Guerra Mondiale?) non è un’opzione da considerare. Un’altra partita sarà necessaria fra i due Paesi per verificare quanto essi possano rispettarsi reciprocamente, sulla base della loro forza……….Se Trump vuole giocare duro, la Cina non si tirerà indietro. Pechino “dovrebbe” (il modo cinese di dire “deve essere pronta a” ) cominciare da una punizione severa delle forze indipendentiste Taiwanesi, valutando la possibilità di ristabilire l’ordine con mezzi non pacifici, e far uso della forza militare per ottenere la riunificazione. Pechino non accetterà mai un’esistenza ignobile sottostando all’ombrello di protezione del “racket” americano (parole che noi usiamo per la grande mafia). Il divario di potenza fra Usa e Cina non è mai stato così basso. Perché dovremmo accettare questo accordo così sleale ed umiliante da parte di Trump. In altri articoli, ne sono stati scritti a decine in una settimana, si sostiene che ritardare una politica di aggressione militare potrebbe portare ad una falsa sensazione che la Cina non è realmente interessata alla riunificazione e quindi renderla oggettivamente più difficile. Ed infine la sfida finale “del resto se attaccassimo Taiwan cosa farebbero gli Sati Uniti? Farebbero guerra alla Cina con tutte le conseguenze a livello mondiale per proteggere Taiwan? E chi si schiererebbe dal loro lato?”

Tutto questo avviene subito dopo varie iniziative diplomatiche, fra cui una telefonata fra il Ministro degli esteri Cinese e quello francese in cui quest’ultimo ha detto “le relazioni Franco-Cinesi sono basate sulla fiducia e l’interesse reciproci, e il principio di una-Cina è fondamentale per la stabilità e la pace internazionale e regionale, alle quali la Francia attribuisce grande importanza…. E inoltre, alla domanda di un giornalista televisivo giapponese circa il fatto che la Russia considerasse la Cina come il primo partner a livello mondiale, Putin ha risposto “Assolutamente si. La Cina è il nostro principale partner commerciale …..”

E qui si dovrebbe passare dall’argomento militare alle manovre economiche iniziate immediatamente, come la possibilità per la Cina di sostituire gli USA nel trattato TPP dal quali Trump vorrebbe ritirarsi, al rafforzamento della politica di “one belt-one road” di cui ho parlato in passato etc.

La situazione è andata così avanti da costringere il Presidente Obama ad intervenire pubblicamente (Fig. 5) “L’idea di una-Cina –ha detto- è al cuore della loro concezione di nazione. Quindi se <Trump> vuole sovvertire questo concetto deve pensare bene a quali sarebbero le conseguenze, perché i Cinesi non considerano questo argomento allo stesso livello degli altri. Questo va al cuore della loro considerazione di se stessi, e la loro reazione in questo caso potrebbe essere molto seria. Ciò non significa che <Trump> deve fare ciò che è stato fatto in passato… ma ci deve pensare bene” e poi la conclusione, molto dura “Dal momento che c’è un solo presidente per volta, il mio suggerimento è che, prima di cominciare ad avere interazioni con i governi stranieri al di là delle telefonate di cortesia, è meglio che aspetti di aver formato il suo governo”

Di tutto ciò in Italia si è parlato molto poco e forse è meglio che si sappia. Ci sarebbe molto altro da dire ma mi fermo qui

 

Le isole contese, seconda parte

 

Le isole contese,  seconda  parte

 

 

 

 

La controversia Cina - Vietnam

Gli attori di questo confronto sono in realtà tre in quanto anche gli Stati Uniti non possono essere ignorati. Di questi ultimi e della loro visione strategica ho parlato nelle mie note precedenti quindi è inutile soffermarsi ancora. Ho già parlato anche degli aspetti strategici che orientano la politica cinese e forse è opportuno ricordare solamente che nell'animo sia della classe dirigente cinese che della popolazione, resta il ricordo delle invasioni subite, tutte via mare, durante le guerre dell'oppio ( 1839-42, 1856-60) e durante le guerre con il Giappone.

Se osserviamo il Vietnam, ci rendiamo conto che la loro cultura, la loro architettura,  le loro tradizioni ed anche la loro scrittura fino ad un centinaio di anni fa erano analoghe a quella del potente vicino. Il tempio della Letteratura ad Hanoi ne è una testimonianza precisa. Esso fu costruito nel 1070 in onore di Confucio e fu anche sede della prima università del Vietnam (Accademia imperiale) nel 1076. Vi si insegnavano, in cinese, i classici confuciani e da quella università uscivano i più alti funzionari reali. Essa ha funzionato per circa 700 anni ed ha laureato (a testimonianza della grande severità) solo 2313 studenti i cui nomi, in caratteri cinesi) sono tuttora indicati su grandi lastre innalzate su tartarughe di pietra, simbolo della longevità ed in questo caso ad imperitura memoria dei laureati ( Fig. 6 ). Al teatro delle marionette sull’acqua ad Hanoi, uno degli spettacoli più famosi è proprio quello della processione che accompagna un laureato al suo villaggio natale e delle grandi feste al suo arrivo (Fig 6A,B). La Cittadella di Hue (ormai quasi completamente distrutta dai bombardamenti americani durante “l’offensiva del Tet”) era più piccola, ma architettonicamente simile alla “Città proibita” di Pechino Fig. 7

Non è questo il luogo per parlare della storia del Vietnam, ma basta dire che, chiuso in maniera pragmatica il dramma della guerra con gli Americani, la loro politica è sempre stata basata sul concetto di essere amici di tutti ma di non stipulare alleanze strette con nessuno. Prova ne siano i trattati con la federazione russa (2001), con il Giappone (2006), l'India (2007), la Cina (2008) dopo in conflitti sia terrestri che marittimi degli anni precedenti, Corea del Sud e Spagna (2009), Gran Bretagna (2010), Germania (2011),  e poi Italia,  Francia, Tailandia,  Indonesia e Singapore (2013).

Con gli Stati Uniti il riavvicinamento è stato lento e progressivo. Il 3 febbraio 1994 il presidente Bill Clinton cancellò l'embargo commerciale dicendo " mi sono convinto che la maniera migliore per assicurare la cooperazione con il Vietnam ed avere migliori informazioni sui nostri caduti ancora introvabili, sia di porre fine all'embargo commerciale......Voglio essere chiaro, ciò non significa la normalizzazione delle nostre relazioni......."

A questo punto mi piace ricordare un episodio che è impresso nella mia memoria come fosse ieri. Non ricordo e non sono riuscito a trovare la data esatta ma era intorno all'anno 1998. Mi trovavo all'aeroporto di Hanoi, in attesa di imbarcarmi per Bangkok e quindi tornare in Italia, quando ad un certo punto un altoparlante chiese il silenzio e annunziò in inglese "attenzione, lo spazio aereo Vietnamita è  stato temporaneamente chiuso. Siete pregati di non muovervi da dove siete, in attesa di ulteriori istruzioni" I pochi europei in attesa, un po' sconcertati e preoccupati, ci scambiammo qualche idea su cosa potesse essere successo, fino a quando udimmo un rombo sordo, sempre più forte, come di aeroplani. Contro ogni prudenza ci avvicinammo tutti alle vetrate, convinti di assistere ad un evento storico e probabilmente pericoloso. Tutti pensammo, infatti, a un colpo di Stato o comunque ad un'azione militare, anche se intorno a noi non si vedevano più soldati o poliziotti del solito. Di lì a poco vedemmo una sagoma grigia, grande, sempre più grande, che era in avvicinamento e stava atterrando.  Era un aereo enorme, il più grande che avessi mai visto. Rullo' sulla pista e solo allora mi resi conto che aveva la bandiera americana. Si aprì il portellone e alcune persone scesero rapidamente, accolte da un gruppetto di civili e militari vietnamiti. Dopo rapide strette di mano scomparvero all'interno dell'edificio. Passò un po’ di tempo, da sotto la pancia dell'aereo una lunga passerella si abbassò fino a terra e da essa scesero un gruppo di soldati americani e si disposero ai lati di essa. Altri soldati entrarono nell'edificio. Dopo alcuni minuti a questa linea si aggiunsero altrettanti soldati vietnamiti. A questo punto venne fuori una lunga fila di bare portate a spalla dai soldati americani e furono imbarcate attraverso la passerella che si richiuse. Il gruppo di passeggeri si imbarcò di nuovo e l'aereo decollò nel buio. Si sparse la voce che su quell'areoplano ci fosse un altissimo funzionario americano (il segretario di Stato?) e quello a cui avevo assistito per puro caso era il primo episodio del riavvicinamento formale fra i due Paesi.

Avrei tanti ricordi da raccontare di quel periodo e forse lo farò nella sezione "La mia Asia" di questo sito, ma ora è tempo di tornare al tema.

Da 16 al19 novembre 2000 Bill Clinton visitò il Vietnam unito, la prima volta di un Presidente americano. Hillary Clinton, che lo aveva preceduto di qualche giorno ebbe un incredibile successo personale (Fig. 8). Nel 2011 USA e Vietnam firmarono un memorandum di cooperazione bilaterale nel campo della difesa, limitato ad alcuni campi specifici,  e successivamente gli USA hanno revocato parzialmente il bando alla vendita di armi al Vietnam.

Ritorno al concetto vietnamita di "tanti amici, nessun matrimonio". Il Vietnam si rende conto di avere un vicino ricco, potente e ingombrante a cui è legato da cultura e sistemi politici simili, con cui ha rapporti commerciali strettissimi,  e con cui non è sempre andato d'accordo, al contrario ha avuto conflitti sanguinosi anche recenti. Sa che deve conviverci ma deve essere capace di difendersi.

E torniamo appunto a questo.

Il 14 marzo 1988 a brevissima distanza dalla breve guerra terrestre, un’altra scaramuccia,  in realtà molto seria.  Le versioni di Cina e Vietnam sono del tutto differenti, ma resta il fatto che attorno ad una bandiera Vietnamita piantata sullo scoglio di Johnson South Reef  si sviluppò una battaglia navale e terrestre, in alcuni momenti all'arma bianca. Ne risultò un ferito da parte cinese e 64 morti, 11 feriti e 9 prigionieri da parte vietnamita.

Spento a fatica questo pericolosissimo incendio, scaramucce su scala più ridotta continuarono fra alti e bassi coinvolgendo, specie nelle isole Paracels, pescherecci vietnamiti e navi cinesi. Nel frattempo le scaramucce si estesero al campo petrolifero e parecchie volte navi di prospezione della società Petrovietnam vennero seriamente ostacolato nel loro lavoro.

Nel frattempo la capillare penetrazione cinese continuò ad ampio spettro, come ad esempio l'annuncio della società telefonica “Cina Mobile” nel maggio 2011 di aver garantito la copertura delle isole con la sua rete di telefonia cellulare.

Un nuovo scontro molto grave avvenne quando nel maggio 2014 la società cinese CNOOC  trasportò e mise in funzione la grande piattaforma petrolifera Haiyang Shiyou 981 dichiarando che le era necessaria per prospezioni. A chiarire i termini della situazione, tale piattaforma era protetta e supportata da 6 navi da guerra, 70 navi di supporto di varia stazza e 30-40 pescherecci e navi minori. Contro di essa si schierarono 60 navi della guardia  costiera vietnamita. Non ci furono grandi scontri,  ma proteste violentissime,  mai viste prima, scoppiarono in tutte le maggiori città del Vietnam contro l'ambasciata, i consolati e le sedi delle maggiori società cinesi. La Cina si rese conto di avere tirato troppo la corda, annunziò che le prospezioni erano finire prima del previsto e smobilitò rapidamente. Neanche loro volevano e vogliono arrivare allo scontro militare.

E siamo ad oggi. Il Vietnam ha appoggiato e supportato le azioni intraprese dalle Filippine di cui parleremo dopo, ha supportato e supporta tutte le azioni che l'ASEAN ha intrapreso per una soluzione multilaterale del contenzioso, ma allo stesso tempo ha iniziato una seria campagna di riorganizzazione delle sue forze militari in mare: guardia costiera, marina militare, una flotta e degli armamenti più moderni ed efficienti.

Difficilmente cambierà politica. La classe di governo infatti è pienamente consapevole che un abbraccio americano potrebbe garantire loro una maggiore sicurezza ma l'America, in una partita molto più vasta e complessa contro la Cina, potrebbe decidere di sacrificare il Vietnam in cambio di qualcos'altro. Rapporti più o meno amichevoli con la Cina possono garantire commerci, investimenti, lavoro ed in definitiva crescita economica. La loro politica quindi ragionevolmente resterà quella che è stata fino ad ora: amici di tutti sapendo che possono fidarsi solo di se stessi!

 

 

La controversia Cina-Filippine

Tralasciamo I documenti relativi ai presunti titoli di possesso di vari secoli fa, di cui abbiamo parlato in parte nel paragrafo precedente e partiamo dalla fine della seconda guerra mondiale. Sappiamo che il Giappone avena rinunziato a tutti i territori occupati nell’area (trattato di san Francisco) e successivamente nel trattato di pace firmato con ROC l’otto settembre 1951, senza indicare “a favore di chi”. Tale rinunzia fu reiterata alla presenza del governo USA e di quello di Taiwan il 28 aprile 1952 in cui si affermò che “ Si conferma che ai sensi dell’articolo 2 del trattato di pace di San Francisco il Giappone ha rinunziato ad ogni titolo, diritto e pretesa sull’isola di Formosa (Taiwan), le isole Pescadores, le Spratly e le Paracels”.Le Filippine si opposero immediatamente sulla base della loro prossimità alle isole Spratly.

Nel maggio 1956, un cittadino filippino, Tomas Clona, assieme ad un gruppo di connazionali, occupò una delle isole , fondò la “Freedomland” e dichiarò di porla sotto il protettorato delle Filippine. Successivamente questa vicenda rientrò ma nel 1968  le Filippine (allora il Presidente era Marcos), mandarono truppe su tre delle isole. A questo punto si accesero (o riacutizzarono) le dispute fra PRC, ROC, Vietnam Malesia e Brunei.

Nel gennaio 2013 le Filippine decisero di iniziare un procedimento arbitrale contro la pretesa cinese basata sulle “nine dash lines”, secondo i principi della “United Nations convention of the law of the sea” (UNCLOS). Una delle motivazioni delle Filippine era basata sul concetto che nessuna delle isole era in grado di sostenere la vita quindi non dovevano essere considerate per la determinazione di una piattaforma continentale.

Fu deciso che la corte competente sarebbe stata la corte arbitrale permanente dell’Aia (PCA) che avrebbe deliberato sulla base dei principi dell’UNCLOS

Il 19 febbraio 2013 la Cina rifiutò di partecipare all’arbitrato, e il 7 dicembre 2014 pubblicò un documento in cui spiegava la sua posizione e negava alla PCA titolo per giudicare. Sosteneva infatti che vari trattati fra Cina e Filippine stabilivano che tutte le dispute territoriali si sarebbero dovute risolvere mediante trattative bilaterali

Il 28 ottobre 2015 il tribunale arbitrale deliberò di avere giurisdizione sul caso e di prendere  in considerazione 7 dei 15 punti sottoposti dalle Filippine.

Taiwan non era stata invitata dal tribunale arbitrale ma, in seguito alla dichiarazione delle Filippine che Taiping fosse solo uno scoglio, il Presidente di Taiwan invitò il collegio arbitrale a visitare l’isola, Non furono presi in considerazione.

Vietnam, Brunei e Indonesia, dichiararono di supportare la posizione delle Filippine e chiesero che le loro richieste fossero prese in considerazione.

Il 12 luglio 2016 la corte emise la sua sentenza inappellabile (Fig. 9). Come ovvio è una sentenza molto complessa, che prende in esame tutti i punti sottoposti, e non è il caso di fare un’analisi dettagliata.

In sintesi la Corte sostiene

-       Non esiste evidenza che la Cina abbia esercitato storicamente il controllo esclusivo delle acque in discussione e delle relative risorse, quindi non esiste alcuna base legale per riconoscere diritti sulla base delle “nine dash lines”.

-       La Taiping island e tutte le altre sono in realtà scogli, quindi non possono essere considerate come basi per il calcolo delle 200 miglia nautiche di “zona economica esclusiva”

-       I grandi lavori di land reclamation e la costruzione di grandi isole artificiali hanno creato gravi danni all’ambiente

-       La Cina ha violato i diritti sovrani delle Filippine con lavori di costruzione su alcuni scogli su cui non avevano diritto di operare

-       La condotta cinese ha creato seri rischi di collisione con pescherecci filippini

 

Come hanno reagito le varie parti in causa?

La Cina ha lanciato, al suo interno, una campagna di stampa capillare dichiarando che questa sentenza, di nessun valore giuridico, mirava ad impedire gli approvvigionamenti cinesi sui mercati internazionali. A questo proposito sulle varie televisioni girava un filmato in cui veniva detto “ vedete questi prodotti stranieri che sono sugli scaffali di tutti i supermercati cinesi? Ecco, stanno cercando di bloccare la libertà di navigazione per impedirvi di poterli comprare!”

Nei confronti dei Paesi esteri erano in realtà molto più moderati. Pur riaffermando i loro diritti e negando alcuna validità alla sentenza, come avevano dichiarato fin dal momento della costituzione del tribunale arbitrale, si dichiaravano disponibili a negoziati bilaterali per risolvere la questione in maniera pacifica.

Nel frattempo hanno però posto seri ostacoli alle importazioni di prodotti filippini in Cina, come ad esempio le banane, per mandare un segnale al governo. 

Gli Stati Uniti hanno riaffermato più volte la loro posizione di voler mantenere “in ogni modo” la libertà di transito nell’area ed hanno ostentatamente fatto transitare più volte mezzi militari navali ed aerei in prossimità delle aree reclamate dai cinesi suscitando proteste violente 

La posizione più interessante è però quella delle Filippine. Certamente ci devono essere stati dei negoziati segreti, e sono stato fortunato ad assistere in diretta alla conclusione. Il 21 ottobre scorso ero infatti a Taipei, stesso fuso orario di Pechino, ed ho avuto l’opportunità di vedere in diretta il discorso fatto dal presidente delle Filippine Duterte nelIa Great Hall of the People a Pechino di fronte alle autorità Cinesi e ai duecento uomini d’affari filippini che facevano parte della delegazione.

Con mio immenso stupore (e credo di chiunque altro) il presidente ha detto “in questa occasione io annunzio la mia separazione dagli Stati Uniti sia da un punto di vista militare che economico…… L’America mi ha perduto e forse andrò in Russia a parlare con Putin e dirgli che siamo solo in tre contro in mondo; Cina, Filippine e Russia”.

Questa visita, accuratamente preparata, ha avuto un successo straordinario. E’ stata riaffermata la volontà di risolvere rapidamente e con beneficio di entrambi i popoli le differenze di vedute circa lo sfruttamento del mar cinese meridionale. E’ stato detto che i due Paesi collaboreranno in uno spirito di buon vicinato, e sono stati firmati accordi per 13,5 miliardi di dollari. La Cina ha inoltre dichiarato di inserire le Filippine fra i Paesi di “One belt, one road” e quindi di lanciare con procedure facilitate una serie di investimenti diretti e di finanziamenti nell’ambito delle infrastrutture per contribuire alla crescita del Paese.

La reazione americana a tutto ciò è stata di grande sorpresa. Essi hanno dichiarato che non si può porre fine in questo modo a 70 anni di amicizia, in cui le basi americane esistenti nel Paese hanno protetto le Filippine da ogni pericolo. Faranno ogni sforzo quindi per chiarire cosa stia succedendo, nello spirito di amicizia che ha legato gli Stati Uniti con tutti i governi precedenti e con il popolo filippino.

E’ un fatto che gli Stati Uniti non possono assolutamente perdere un alleato così importante e faranno tutto quanto in loro potere per riportare le Filippine nell’alveo della loro strategia pivot to Asia, come pure i Cinesi cercheranno di inserirsi stabilmente nella frattura che si è creata.

A prova di ciò bisogna dire che nei giorni successivi alla visita, c’è già stata da parte filippina una parziale marcia indietro.

Noi europei possiamo solo stare a vedere ma non ci sarebbe da stupirsi se nei prossimi mesi ci fossero delle “turbolenze” nella politica interna filippina.

Il paese è troppo importante per entrambi i contendenti del vero grande scontro, quello fra Stati uniti e Cina come si evince chiaramente dalla “containment line” che ho mostrato di recente.

Bisognerà anche vedere come si comporterà la nuova amministrazione americana. Hillary Clinton, nel suo primo viaggio come segretario di stato americano andò in Cina, ma le parti non riuscirono a intendersi. Questa volta cosa succederà con Hillary presidente? E se fosse Donald Trump?

 

 

 

 

 

 

Le isole contese, prima parte

Le isole contese, prima  parte

 

Nelle mie note precedenti ho cercato di darvi un'idea abbastanza chiara (spero) dell'importanza che il Mar Cinese Meridionale e le acque circostanti rivestono nella politica internazionale.  In quella zona infatti transita oltre il 40% del commercio marittimo mondiale e quasi l'ottanta per cento dell'approvvigionamento energetico Cinese. Tutto ciò senza parlare dei diritti di pesca, dei giacimenti di petrolio e gas etc.

In pratica, al di là della politica più o meno “muscolare" diretta fra Stati Uniti e Cina, questo confronto si manifesta con continue schermaglie, verbali e materiali, fra la Cina e tutti gli altri Paesi, Vietnam, Indonesia, Malesia, Brunei, Filippine, Taiwan, e più a Nord (negli altri mari che circondano la Cina) il Giappone e la Corea. Tali schermaglie vertono sul possesso di un certo numero di isolette e scogli raggruppati per lo più in due arcipelaghi; le Spratly e le Paracels (Fig.1)

Un’analisi dettagliata e storica di questi micro-conflitti richiederebbe un grosso (e molto noioso) volume. Mi limiterò qui a dei cenni essenziali, utili a darvi una sensazione della complessità dei problemi e della loro importanza. Potremmo poi, se vi interessasse, ritornare in seguito su alcuni aspetti.

Se andiamo al passato lontano, scopriamo che nel II secolo AC queste isole erano già menzionate in documenti Cinesi e successivamente in altri documenti risalenti alle le dinastie YAN, MING e QING. Per converso, negli annali dell'isola di Hainan (una grande isola certamente Cinese a ovest di Hong Kong e ad est del Vietnam, nel XVIII secolo si parla di una flotta Vietnamita che, diretta ad una delle isole Spratly, era stata spinta da una tempesta sulla costa di Hainan. Il governatore aveva rifocillato i marinai e li aveva aiutati a proseguire il loro viaggio. Questa flotta si recava una volta l'anno alle Spratly, dove si fermava qualche mese per commerciare e tornava indietro sfruttando i venti al momento in cui diventavano favorevoli per il viaggio di ritorno. In questo documento non si fa alcun cenno ad una sovranità reale cinese su questi scogli.

Facciamo un salto di due secoli ed arriviamo a metà del secolo XX quando il giorno 1 dicembre 1947 viene pubblicata nell' allora "Republic of China, ROC", la "U-shaped eleven-dash line" (Fig. 1A).

Ci sono due chiarimenti immediati da dare:

- La ROC era allora la Cina che aveva partecipato al fianco delle potenze occidentali alla seconda guerra mondiale. Il suo leader era Chiang Kai Shek che, in quanto tale, aveva partecipato alle varie conferenze internazionali che chiusero la guerra. Nel 1949, Mao Ze Dong prese il potere, la Cina divento "Repubblica Popolare Cinese, PRC", Chiang Kai Shek,  con un paio di milioni di persone, si rifugiò  a Taiwan, da dove la ROC, continuò a rivendicare il suo ruolo di unico rappresentante della Cina intera. Tale ruolo le fu riconosciuto per parecchi anni dai Paesi occidentali ed anche dall'ONU fino a quando la PRC divenne abbastanza influente e forte da scalzare la ROC ed essere riconosciuta da quasi tutti i Paesi del mondo, che furono anche costretti a non avere più rapporti diplomatici ufficiali con la ROC (TAIWAN), ma questa è un'altra storia.  Dico tutto ciò perché  la disputa fra Cina e Taiwan si basa anche su questi fatti.

-   il secondo chiarimento va dato proprio sulla "curva a U con 11 trattini" (U-shaped eleven-dash line). Essa è alla base del contenzioso ma bisogna dire che gli 11 trattini diventarono 9 quando ne furono rimossi 2 nel golfo del Tonchino a seguito di accordi raggiunti dal Primo ministro Zhou Enlai con il governo Vietnamita (Fig.2). Versioni successive mostrarono 10 trattini allargando l'area anche al Mar Cinese Orientale ad Est di Taiwan. Si tratta quindi di una linea "mobile". Vi anticipo quindi che già da molti anni il governo USA ne contesta ogni validità sulla base di due considerazioni:

-      non esisteva, e non esiste tuttora, alcuna indicazione precisa della posizione (latitudine e  longitudine) di questi trattini;

-     non esiste alcuna indicazione delle delimitazione fra un trattino e l' altro.

 

Si tratta in sostanza di linee del tutto indicative su un foglio di carta, non di una delimitazione di "confini"

 

Tutti contro tutti

In coda alla conferenza del Cairo del 1943 e nella conferenza di Postdam del 1945 fu detto, ma non esistono documenti ufficiali, che, finita la guerra, ROC avrebbe ricevuto le Spratly, le Paracels, le Prata, ed altre isole minori. Nel Novembre 1946 una flotta di ROC (allora includeva sia la Cina che Taiwan) prese il controllo di queste isole e  di alcune altre minori. Alla conferenza di pace di Los Angeles, il 7 settembre 1951 sia Cina che Vietnam reclamarono i loro diritti su quelle isole.

Il 13 luglio 1999 il Presidente di ROC (ormai solo Taiwan) dichiarò  che "da un punto di vista geografico,  storico, legale le isole Spratly ricadono sotto la totale sovranità della ROC"

C'è  da dire che in tutte le trattative successive con le altre parti coinvolte sia PRC  che ROC concordano sul superiore diritto cinese agli arcipelaghi del mar cinese meridionale. Se poi esse debbano appartenere alla Cina (PRC) o a Taiwan (ROC) è un affare interno.

Bisogna anche rilevare che, in questo confronto tutti-contro-tutti, i Paesi aderenti all'ASEAN hanno raggiunto un'intesa, confermata da una serie di trattati bilaterali, per mantenere lo status quo, risolvere le dispute territoriali in modo pacifico ed astenersi da azioni che possano danneggiare gli interessi degli altri Paesi membri o modificare significativamente e stabilmente la situazione. Il contenzioso grave è quindi limitato essenzialmente a conflitti bilaterali fra la Cina (PRC)  da una parte e Vietnam, Filippine, ed in maniera più ridotta Indonesia dall'altra. Gli altri Paesi si mantengono più defilati pur continuando ad asserire i loro diritti. Infine bisogna notare che la Cina ha sempre rifiutato l'internazionalizzazione del contenzioso sostenendo che esso debba essere risolto da negoziati amichevoli bilaterali.

Questa posizione da indubbiamente maggior forza alla Cina che può sfruttare l'enorme asimmetria dei rapporti e inoltre tenere fuori gli Stati Uniti (Fig. 3).

I rapporti fra Cina e Taiwan fanno storia a sé e sono certamente molto più complessi anche da un punto di vista culturale ed emotivo.

 

Ma queste isole che sono, dove sono, quante sono?

E'  una domanda assolutamente legittima. Secondo fonti cinesi, più o meno in linea con altri documenti, le Spratly sono un arcipelago costituito da 14 isole o isolotti corallini,  6 banchi di sabbia, 113 scogliere sommerse, 35 banchi di sabbia sommersi e 21 bassifondi. Per intenderci parliamo di un’area totale di circa 2 km quadrati dispersa in circa 425000 km quadrati di mare che ha una profondità media di oltre 1000 metri. Da esso emergono questi microscopici picchi il più alto dei quali si alza per per 4 metri sul livello del mare. Molti di essi sono totalmente sommersi durante l'alta marea.

Questo arcipelago prende il suo nome inglese (esistono nomi diversi nelle vie lingue) da Richard Spratly,  capitano di una baleniera inglese, che ne avvistò alcune isole nel 1843.

Non esistono popolazioni indigene ma i mari circostanti sono estremamente pescosi e si pensa che possano esistere giacimenti molto importanti di idrocarburi, specialmente gas. Dell'importanza strategica politica e militare ho parlato prima. Ovviamente esistono insediamenti popolati da personale civile e militare dei contendenti.

Le 14 isole "vere" hanno una struttura corallina ricoperta di sabbia, non hanno terra coltivabile e solo alcune di esse hanno piccole sorgenti di acqua dolce.

E' importante notare che 7 di esse sono occupate dalle Filippine, 1 da Taiwan, 6 dal Vietnam.

E' la Cina? Sembrerebbe fuori dai giochi, ma non è così.

Nel 1987 la Cina cominciò ad insediare una piccola pattuglia militare nel "Fiery Cross Reef", dichiarando di voler installare una stazione di osservazione dell'andamento delle maree e del livello del mare. Successivamente, durante una serie ininterrotta di incidenti militari fra Cina e Vietnam che hanno determinato qualche centinaio di morti (di cui settanta nel più grave di essi) sia Cina  che Vietnam hanno esteso la loro occupazione anche alle scogliere (Fig.4). In particolare intorno agli scogli di Fiery Cross Reef, con una serie imponente di lavori marittimi si è creata una vera e propria isola con insediamenti abitati, un grande aeroporto, importanti stazioni radar etc.  

A questo proposito è molto interessante la tabella seguente che da conto degli aeroporti esistenti o in costruzione ad oggi.

ISOLA                    PAESE        ANNO   LUNG. PISTA         CARATTTERISTICHE

Taiping island         Taiwan        2007   1200 metri                uso militare

Swallow Reef          Malesia      1995    1370 metri               mil/civile

Fiery  Cross Reef    Cina           2016    3300 metri               mil/civile

Subì Reef               Cina          2016    3300 metri               mil/civile

Mischia Reef           Cina           2016    2700 metri              mil/civile

Thitu island            Filippine     1975     1300metri              non pavimentato

Spratly Island         Vietnam      1976     600 metri                 uso militare

 

Già a colpo d'occhio, dalla lunghezza delle piste, si capisce la ben diversa potenzialità, specie militare, dei tre aeroporti costruiti dai Cinesi. Una fotografia satellitare del Fiery Cross Reef ( Fig. 5) da un'idea dell' imponenza del lavoro. Bisogna dire a questo punto che, da un punto di vista strategico la Cina ha creato una linea di difesa avanzata fuori dal proprio territorio e, soprattutto, da Fiery Cross Reef riesce a far arrivare i propri bombardieri fino all’Australia. Altre fonti però sostengono che queste postazioni, indubbiamente militari, hanno sicuramente una grande importanza nel quadro di ipotetici conflitti locali per la difesa dei propri pescherecci o delle eventuali installazioni petrolifere ma proprio per la maniera in cui sono state strappate al mare sono strutturalmente instabili e non reggerebbero, senza sprofondare, un bombardamento aereo importante nel caso di un conflitto allargato.

Sulla base di questa breve descrizione generale, è quindi opportuno analizzare un po’ più in dettaglio solo i due contenziosi più importanti.

Mi rendo conto però di essermi dilungato troppo e vi presenterò la seconda parte, relativa ai contenziosi della Cina con Vietnam e Filippine fra qualche giorno. Vi anticipo che questa seconda parte è legata anche a ricordi personali degli avvenimenti

One belt and one road

One belt and one road

Subito dopo la mia nota “pivot to Asia: opportunità o pericolo?” mi è stato rimproverato di avere appena  citato la politica di “one belt and one road” dando per scontato che tutti conoscessero cosa fosse.

Chiedo scusa e chiarisco subito, giacché si tratta di un pilastro fondamentale della politica Cinese. Lo faccio riassumendo in maniera sintetica (senza commenti) una presentazione fatta da dirigenti del “Silk Road Fund”  a cui ho partecipato poco meno di due anni fa.

Si tratta di una strategia di sviluppo commerciale e politico lanciata dal governo cinese nel 2013 (e quindi all’inizio del mandato di Xi Jin Ping). Essa fa riferimento al “New Silk Road Economical Belt” che collegherà  la Cina e l’Europa attraverso l’Asia Centrale ed Occidentale e la “21st century Maritime Silk Road” che collegherà via mare la Cina con il Sud Est asiatico, l’Africa e l’Europa. Si tratta in pratica di una riedizione della storica “Via della Seta” aggiungendo anche una via marittima. In fig. 1 vengono indicati i tracciati principali, anche se poi essi vengono di volta in volta aggiustati.

Entrambi i tracciati indicano le principali linee di sviluppo della Cina per integrarsi e aumentare la sua influenza nell’economia mondiale. Molti dei Paesi attraversati da queste rotte hanno già rapporti economici e politici consolidati con la Cina, che devono essere ulteriormente rafforzati, mentre negli altri è necessario un forte sforzo di penetrazione.

L’itinerario terrestre

La nuova “via della Seta” parte da Xi’An nell’Asia centrale, si muove ad Ovest attraverso Lanzhou, e quindi ad Urumqi e Khorgas nello Xinjiang, al confine con il Kazakhstan. Da lì si muove a Sud Est attraverso l’Asia centrale fino all’Iran settentrionale, quindi ad Ovest attraverso Iraq, Siria, e Turchia. Da Istanbul attraversa il Bosforo e va in direzione dell’Europa attraverso la Bulgaria, la Romania, la repubblica Ceca, e la Germania, piegando anche ad Est per includere (con una certa forzatura) la Russia. Da Duisburg, in Germania, va a Rotterdam per finalmente approdare a Venezia, la meta finale, dove la via terrestre si congiungerà con quella marittima. Devo dire che degli sforzi verso tutti questi Paesi sono stato attore (eccetto l’Iran) o testimone (l’Iran). Ho quindi potuto vedere direttamente quanto seriamente sia presa questa strategia.

L’itinerario marittimo

Esso comincia formalmente a Quanzhou (nella provincia del Fujian) anche se in realtà il punto di partenza è Shanghai. Passa da Canton, Beihai e Haikoun (Hainan) di cui parleremo a proposito delle contese con il Vietnam e poi si dirigerà verso lo Stretto di Malacca (altro punto critico di cui abbiamo già parlato). Quindi Kuala Lumpur (Malesia) il Sud Est Asiatico, Calcutta, e l’oceano Indiano fino a Nairobi, in Kenia. Lungo la rotta c’è anche lo Sri Lanka di estrema importanza strategica per la Cina anche se non viene indicato in questa mappa. Da Nairobi si gira intorno al Corno d’Africa, si naviga nel Mar Rosso e si entra nel Mediterraneo. Uno stop ad Atene e traguardo finale di nuovo a Venezia. Paradossalmente l’influenza cinese lungo questa rotta è più nota a noi Occidentali di quanto non sia quella terrestre. Ad esempio tutti conoscono la presenza cinese in Africa, e l’aumento della presenza cinese nella gestione del porto del Pireo è stato di recente su tutti i giornali..

Background politico.

Cito senza commenti. “Bringing in strategy”: attirare investimenti e tecnologie estere in Cina. “Going out strategy”: incoraggiare le società cinesi ad espandersi all’estero. La combinazione delle due strategie spiega in estrema sintesi il concetto di “One belt and one road strategy”.

“Coesistenza pacifica”. L’economia mondiale non è “a somma zero” e questa strategia è tesa a realizzare la politica “win-win” che è da sempre in testa a tutte le dichiarazioni pubbliche cinesi,

“Risolvere l’eccesso di capacità produttiva cinese”. Vi risparmio i numeri ma è noto a tutti il problema dell’eccesso di capacità produttiva cinese in molti settori come ad esempio quello dell’acciaio. In molti segmenti dell’industria pesante il 30% degli impianti produce in perdita.

“Espandere e diversificare le importazioni”. La Cina dipende dall’Estero per gran parte delle risorse naturali e tecnologiche.

Benefici per la Cina

La politica del “One belt, One road” supporta l’area di libero mercato a guida cinese (FTAAP), che si contrappone alla Trans-Pacific partnership (TPP) a guida americana

Benefici per il mondo

La Cina ha avuto una crescita economica imprevedibile e gigantesca negli ultimi 20 anni. E’ opportuno che i dividendi economici di questa crescita vengano condivisi a beneficio di tutti (Cina inclusa)

Questa strategia favorirà l’aumento dei commerci internazionali sulle due rotte. La Cina supporterà, finanzierà e parteciperà a una serie di investimenti infrastrutturali nel settore di ferrovie, porti ed aeroporti. Un esempio noto a tutti è il porto del Pireo, un altro meno noto è la ferrovia Belgrado-Pechino, mentre è poco noto che un gruppo cinese si era offerto di finanziare e partecipare all’investimento di un aeroporto intercontinentale in Sicilia. Inoltre una delle più grandi linee aeree cinesi aveva pianificato un volo diretto con la Sicilia per incrementare il flusso turistico cinese. Neanche a dirlo, questa iniziativa in Italia, che io sappia, è morta sul nascere.

La Cina possiede una quantità enorme di riserve in valuta estera ed ha organizzato una struttura deputata a gestire finanziamenti e investimenti per sostenere questa strategia. I capi fila di questa organizzazione sono il “Silk road fund” autore di questa presentazione e l’ “Asia Infrastructure Investment Bank” (AIIB). Quest’ultima in particolare è una banca di sviluppo multilaterale per finanziare progetti infrastrutturali nell’Asia-Pacifico. All’inizio i Paesi partecipanti erano Cina (di gran lunga il maggior azionista e finanziatore), Pakistan, India, Singapore e Vietnam. Oggi è partecipata da una cinquantina di Paesi fra cui tutti i maggiori paesi europei (inclusa l’Italia) e si contrappone alle altre organizzazioni finanziarie internazionali quali il “Fondo Monetario  Internazionale” (IMF), la Banca Mondiale, e la Banca Asiatica di Sviluppo, che in Cinesi considerano troppo lente, burocratiche e soprattutto dominate da interessi Americani, Europei e Giapponesi.

Credo a questo punto di aver dato un’idea di questo “One belt and One Road”  che indica quanto ormai sia ormai globale la politica di sviluppo Cinese. Il confronto (e mi auguro non lo scontro) con la parallela politica americana è evidente ed inevitabile.

E torno alla mia domanda inziale di questa sezione: e l’Europa? Che ruolo e che futuro ha l’Europa? E soprattutto: in questo scontro gigantesco ed epocale esiste un ruolo per i Paesi Europei presi singolarmente  (facendo a meno dell’Europa) o sarebbero stritolati?

Oggi questo interrogativo domina i dibattiti interni in tutti i Paesi dell’Unione Europea, ma chiediamoci: abbiamo noi e tutti i nostri uomini politici informazioni sufficienti per prendere decisioni che potrebbero determinare la nostra storia per i prossimi secoli o siamo guidati dalle nostre emozioni o, peggio, da interessi di bottega. Non dimentichiamo che dopo 4000 anni di storia in cui il mondo cinese e quello occidentale (in passato era l’Europa) hanno vissuto parallelamente solo sfiorandosi ed ignorandosi a vicenda, oggi si sono incontrati e si stanno confrontando. Il Mondo intero ne sarà influenzato; cerchiamo tutti di capirne di più e contribuire a decisioni che, quali esse siano, influenzeranno non tanto noi, ma certamente i nostri figli e le generazioni future.

Pivot to Asia

Pivot to Asia: opportunità o pericolo?

Nel corso del prossimo anno si verificheranno due eventi di rilevanza mondiale: in Gennaio entrerà in carica la nuova amministrazione americana e poco dopo inizierà, secondo una prassi consolidata, il secondo ed ultimo mandato di Xi JingPing.

Cinque anni fa, all’inizio del 2012 Barak Obama iniziava la campagna elettorale per la sua rielezione, tutt’altro che certa, e Xi JinPing lottava per essere eletto, in maniera molto più dura di quanto non fosse avvenuto dieci anni prima per il suo predecessore. Molti di voi ricorderanno la battaglia contro Bo Xilai ma molti di meno avranno fatto caso che Xi JinPing scomparve per vari giorni e fu ad un passo da rinunziare. Il resto del mondo era spettatore quasi del tutto ignaro e relativamente poco interessato. Ne avrebbe subito le conseguenze.

Facciamo un salto indietro a cinque anni fa e cerchiamo di ricostruire rapidissimamente la situazione.

Gli Stati Uniti, dopo la tragedia dell’undici settembre si accreditavano come la superpotenza mondiale, più forte che mai, in grado di distruggere il terrorismo, dare un nuovo ordine politico e sociale al Medio Oriente basato sui propri principi, e, cosa per molti nuova ma in realtà non tanto, rivolgere la propria attenzione al loro versante Occidentale, l’altra sponda del Pacifico. Sembrava che nulla avrebbe turbato la “pax americana” e l’ordinato sviluppo del mondo secondo le idee politiche ed economiche dettate dal nuovo “global ruler”.

Cosa succedeva dall’altro lato del Pacifico? Deng XiaoPing, il rifondatore della Cina moderna, dopo l’era di Mao ZeDong e la tragedia della “Banda dei Quattro” e della rivoluzione culturale, aveva detto “evita la luce, coltiva l’oscurità (tao guang yang hui)”. In ossequio a tali dettami la Cina, tenendosi defilata dagli occhi del mondo, aveva impostato la sua crescita economica tumultuosa, si era fatta carico di sostenere e forse salvare l’economia Occidentale all’epoca della crisi delle “Tigri Asiatiche” guadagnandosi in cambio l’ingresso nel WTO, aveva finanziato lautamente la politica e l’economia americane, tanto da far dire a Hillary Clinton, Segretario di Stato USA “Come fai ad essere duro con il tuo banchiere?”.

Hu JinTao non si era forse posto il problema che questa situazione ideale non sarebbe durata all’infinito e sperava di poter portare il suo Paese fino a diventare saldamente la prima economia del Mondo stando al di fuori dei riflettori. A quel punto “l’Impero di Mezzo” sarebbe stato pronto ad assumere il ruolo che le spettava nella politica mondiale.

Due eventi scombinarono le carte: una nuova devastante crisi economica che questa volta colpì il cuore dell’Occidente (e da cui l’Europa e specialmente l’Italia non è ancora uscita completamente) e l’inizio del cambiamento della politica estera americana iniziato cautamente da Bush. La Cina era stata costretta ad uscire dal cono d’ombra che l’aveva protetta fino ad allora ed esporsi direttamente sul palcoscenico del mondo.

Il 6 gennaio 2012, al Pentagono, il Presidente Obama presenta ufficialmente il documento “Sustaining US Global Leadership: Priorities for 21st Century Defense” (Fig,1) firmato tre giorni prima alla Casa Bianca e che ha in allegato un corposo documento che spiega e dettaglia la strategia.

E’ necessario approfondire un momento questo documento, essenziale per capire quanto sta succedendo oggi nello scacchiere di cui parliamo.

“….. Come Comandante in Capo sono determinato ad affrontare le sfide e le responsabilità che ci si presentano in questo momento storico, in modo da emergerne più forti e così conservare la leadership globale americana, mantenere la nostra superiorità militare …..”

E subito dopo, nel documento allegato alla dichiarazione, il Segretario alla Difesa esplicita il concetto, dicendo “ ….. mentre le forze armate americane continueranno a dare il loro contributo alla sicurezza globale, noi dovremo necessariamente ribilanciare il nostro schieramento verso la regione dell’ Asia-Pacifico…………. Il mantenimento della pace, della stabilità, del libero flusso dei commerci e dell’influenza americana in questa regione dinamica dipenderà in parte su un equilibrio di fondo di capacità e presenza militare. Sul lungo termine, l’emergere della Cina come potenza regionale potrà creare problemi all’economia americana ed alla nostra sicurezza in molti modi. I nostri due Paesi hanno un ruolo importante nel mantenimento della pace e della stabilità nell’Asia Orientale e l’interesse di costruire un sistema di cooperazione bilaterale. Comunque, la crescita della potenza militare Cinese deve essere accompagnata da una maggior chiarezza sulle sue intenzioni strategiche in modo da evitare possibili attriti nella regione. Gli Stati Uniti continueranno a fare tutti gli investimenti necessari ad assicurare il mantenimento degli accessi alla regione, e la capacità di operare liberamente……….Per assicurare la crescita dell’economia e del commercio, l’America, in collaborazione con i suoi alleati e partner nel mondo, farà il possibile per proteggere la libertà di accesso nei “global commons”, quelle aree al di fuori delle giurisdizioni nazionali che costituiscono il tessuto connettivo vitale del sistema internazionale. La sicurezza e la prosperità mondiale dipendono sempre di più da un libero flusso di beni trasportati per via aerea o marittima. Attori nazionali e non-nazionali pongono potenziali rischi all’accesso nei “global commons” ………… Gli Stati Uniti continueranno a guidare, assieme a Paesi alleati e partner in tutto il mondo, gli sforzi necessari ad assicurare l’accesso e l’uso dei “global commons” sia rafforzando le norme internazionali di comportamento responsabile sia mantenendo le necessarie capacità militari”.

Vista l’enorme importanza di questo documento per capire ciò che sta succedendo ed ipotizzare il futuro, ho ritenuto opportuno allegare in fig. 2 e 3 le pagine da cui ho estratto queste dichiarazioni. Per capire l’importanza dell’area in questione per il commercio internazionale basta guardare fig.4 dove chiaramente si dice che circa la metà ( in realtà un po’ meno)delle merci trasportate nel mondo per via marittima passa attraverso lo stretto di Malacca e dai vicini stretti della Sonda e di Lombok

Da questo documento nasce il “pivot to Asia” in cui viene assegnato alle Forze armate americane il compito di assicurare nello scacchiere del Pacifico la protezione dei “diritti comuni” e di quelli dei Paesi amici. Esso segna l’inizio della contrapposizione USA-Cina. Probabilmente, ma non è compito di questa nota analizzarlo, una dichiarazione così forte e così diretta fu dettata da esigenze elettorali (non dimentichiamo che la rielezione di Obama non fu un’impresa facile) e molti in America sostengono che le convinzioni personali di Obama andavano in direzione diversa: la Cina non era e non doveva essere considerata una minaccia per la sicurezza degli Stati Uniti. E’ vero che il primo viaggio di Hillary Clinton come Segretario di Stato fu proprio in Cina, tanto che si parlò immediatamente di G2, il vero direttorio mondiale per controllare il mondo, ma è anche vero che Obama e Xi JinPing nei loro vari incontri non sono mai riusciti ad intendersi veramente ed a creare quell’empatia necessaria per creare veri rapporti strategici.

E i Cinesi? Qual è la posizione cinese?

In Fig. 5 ho riprodotto una breve poesia comparsa in inglese sul Washington Post e scritta da un Cinese che sintetizza lo stato d’animo dei Cinesi verso il mondo Occidentale verso il quale esiste, specie nelle giovani generazioni, un rapporto di amore-odio. La politica, ovviamente è molto più pragmatica ma deve tener conto anche di questo.

Gli obiettivi strategici, direi storici, della Cina sono: sovranità, modernizzazione e stabilità. Senza entrare troppo in dettaglio basta dire che il primo è un obiettivo insito nell’animo di ogni Cinese e basta vedere la storia degli ultimi due secoli per rendersene conto. A parte questo, è normale che in qualsiasi Paese in cui ci siano limitazioni alle libertà personali diventano più evidenti (e vengono incentivate) le sensibilità alle aggressioni dall’estero. Il terzo, la stabilità, è altrettanto evidente in un sistema che vuole perpetuare se stesso guidando in maniera ferrea ogni cambiamento ed è molto attento ad ogni rischio di disgregazione. A questo proposito, un’indagine del Global Times (quotidiano cinese in lingua inglese) riportava la possibile disgregazione nazionale come uno dei maggiori rischi per il futuro del Paese nella percezione generale

Da ciò discende una serie di conseguenze esplicitate in molte dichiarazioni ufficiali cinesi che ci porterebbero fuori tema.

Sono invece essenziali alcune notazioni.

La prima; come è chiaramente visibile in fig. 6, le linee di approvvigionamento di petrolio (e dei commerci in generale) per la Cina passano tutte dai mari, essenzialmente lo stretto di Malacca ed il Mar Cinese Meridionale nei quali gli USA vogliono garantire la libera circolazione, di fatto mantenendone il controllo. Il possibile blocco degli Stretti da parte degli Stati Uniti vorrebbe dire lo strangolamento della Cina. E’ vero che i Cinesi hanno studiato una via di uscita di riserva e ne è prova il fatto che il primo viaggio all’estero di Xi JingPing subito dopo la nomina è stato in Russia, un Paese per il quale certo non nutrono simpatie. Il motivo è che l’unica via alternativa per l’approvvigionamento energetico eludendo il potenziale blocco di cui sopra è proprio via terra, con giganteschi oleodotti che portino in Cina il petrolio russo. Il motivo reale per cui Putin ha potuto con relativa facilità sopportare le sanzioni occidentali e reagire come è sotto gli occhi di tutti, sta proprio nel fatto di potersi garantire le esportazioni di petrolio e procurarsi la valuta estera di cui ha bisogno. Oggi questo progetto si è molto rallentato essenzialmente a causa del basso prezzo del petrolio e del surplus mondiale di materia prima disponibile nel mondo. Ma il progetto è sempre là, come pure l’enorme finanziamento della Cina alla Russia.

La seconda: in fig. 7 sono visibili le due linee di contenimento, quella interna e quella esterna, messe a punto dagli Stati Uniti in caso di attriti gravi, o peggio in caso di conflitto, con la Cina. Nonostante gli USA neghino tale interpretazione e tali intenzioni, questa resta la percezione Cinese.

La terza: la principale strategia internazionale di Xi JingPing in questo primo quinquennio è quella denominata “One belt, One Road”. Essa teoricamente ripercorre il tracciato dell’antica Via della Seta, allargandolo con un parallelo tracciato via mare per allacciare una serie di rapporti commerciali strategici “One-to-One” vale a dire bilaterali (pilastro assoluto della politica cinese). Questa politica (ed i relativi enormi finanziamenti ad essa collegati) è volta ad evitare il pericolo sempre ricorrente di isolamento.

Di tutto ciò parleremo la prossima volta a partire dalle contese nel Mar Cinese Meridionale e nel Mar Cinese Orientale, ma la premessa era assolutamente necessaria a mio avviso.

Chi ha ragione? Impossibile dirlo. Io ho cercato di “guardare il Mondo dalla Luna” e dare una fotografie il più possibile obiettiva e documentata. Vorrei solo dire due cose:

-          La libera circolazione negli Stretti è di vitale importanza sia per la sopravvivenza della Cina, sia per un ordinato sviluppo dell’economia mondiale ed il loro blocco, da chiunque provenisse, scatenerebbe probabilmente una guerra generale.

-          La Cina ha vissuto per millenni sviluppandosi nel bacino asiatico e tuttora è psicologicamente ancora più che politicamente incline a considerare un mondo multipolare che agisce ed interagisce come e quanto dettato dalle singole strategie.

-          Gli Stati Uniti, in omaggio al “credo americano” ritengono di avere il dovere più ancora che il diritto di essere i controllori del mondo e di diffondere in qualsiasi modo i valori americani. L’avversario, “l’altro da me”, “il male” di cui hanno bisogno, scomparsa l’Unione Sovietica è diventato la Cina.

Forse la verità sta nell’ “Homo homini lupus” di Hobbes ed il lupo non è certo il “Fratello Lupo” caro a San Francesco. Gli Stretti devono rimanere liberi ed ognuna delle due parti, non potendo fidarsi dell’altra se ne vuole, e deve far carico

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                 

                                                                                                                                                                                               

                                                                                                                                                                                                                                                  

Prologo

Prologo

Quando aprii questo sito, nella presentazione dissi che fra le altre cose avrei parlato di rapporti internazionali, di geopolitica come si usa dire oggi. Ho studiato questi argomenti per tanti anni, un po’ per mio interesse personale e molto perché, dovendo occuparmi di affari internazionali, ho ritenuto sempre che fosse assolutamente necessario capire come si muovevano le varie nazioni sullo scacchiere mondiale. Fortunatamente ho avuto modo di vedere molti dei problemi che oggi agitano il mondo “dall’interno”, parlando cioè con esponenti importanti dei vari Paesi, capendone i punti di vista spesso molto diversi fra loro e rendendomi conto che ognuno aveva una parte di verità.

In fondo è ovvio che sia così. Capisco che gli uomini politici dei vari Paesi debbano difendere gli interessi della propria nazione e mi rendo anche conto che non possono “dire tutto in pubblico”: la politica è fatta di ideali ma anche di pragmatismo e bisogna accettarlo. Capisco meno che spesso gli interessi da proteggere non siano quelli del proprio Paese, ma quelli della propria parte politica e talvolta i propri interessi personali.

Compito della stampa sarebbe non quello “di fare il tifo” ed eccitare gli animi aizzando gli uni contro gli altri (come purtroppo sta succedendo sempre più spesso) ma di studiare a fondo le varie problematiche tenendo conto nella maniera più obiettiva possibile dei punti di vista di tutti; “guardare il mondo dalla Luna” come ho immodestamente intitolato il mio blog. Solo dopo questa analisi sarebbe dovere della stampa di esprimere chiaramente e separatamente le proprie opinioni e, se del caso, indicare gli interessi del proprio Paese ed il modo di perseguirli possibilmente in un' ottica di lungo periodo oltre che nell’immediato. Il motto della stampa anglosassone era “i fatti separati dalle opinioni”. Questo dovrebbe essere l’obiettivo di tutti  i grandi giornali.

E l’opinione pubblica? L’opinione pubblica, almeno in un Paese che si definisce “avanzato”, “democratico”, “parte della leadership mondiale”, ha il dovere di informarsi quanto più approfonditamente possibile e contribuire ad orientare la classe di governo che ha (avrebbe) il dovere di guidare ed allo stesso tempo di essere guidata.

Purtroppo le cose vanno in maniera molto diversa in Italia ma non solo in Italia. I giornalisti sono spesso disinformati e difendono tesi aprioristiche; in sostanza, salvando la loro buona fede, sono spesso più tifosi che analisti politico-economici, e lo stesso fa l’opinione pubblica. Guardiamo tutti il mondo come se assistessimo a una partita Roma-Lazio dove la mia squadra del cuore “deve vincere a-priori”,  dove un rigore c’è o non c’è a seconda che venga assegnato ad una squadra o all’altra, indipendentemente se il fallo ci sia stato.

Non è così che le cose dovrebbero andare. Mi rendo conto però che ho divagato e spero mi perdonerete; torno al tema.

Il titolo di questa sezione recita “USA vs Cina ed altri”, perché?

Ho voluto annunziare fin dal titolo quello che sarà un concetto fondamentale che vorrei discutere con Voi. Il mondo antico, quando la Cina era un’entità sconosciuta o quasi che viveva una sua storia separata,  aveva la sua centralità del Mediterraneo, la culla della nostra civiltà da millenni. Sia Alessandro Magno che gli imperatori romani lambirono “il Regno di Mezzo” ma restarono assolutamente centrati sul Mediterraneo. In esso prosperarono i commerci e si creò lo sviluppo del mondo conosciuto.

Dopo la scoperta dell’America, e fino alla Seconda Guerra mondiale, il mondo si centrò sull’Atlantico. Spagna, Portogallo e Gran Bretagna si divisero l’influenza e il dominio delle Americhe, nacquero le colonie in Nord America e successivamente gli Stati Uniti. La Gran Bretagna (fuori dal Mediterraneo e non legata ad esso) divenne nell'Ottocento il cuore del nuovo Impero mondiale. Il Mondo stava sulle due sponde dell’Atlantico; l’Asia per noi Europei (sostanzialmente a parte gli Inglesi ) era una realtà remota e ignorata.

La Seconda Guerra Mondiale rimescolò le carte. Per noi essa fu “una guerra Europea” fra il nazi-fascismo e i Paesi “democratici” (un modo di dire visto che da questa parte c’era la Russia sovietica, ma questo è un altro discorso e non voglio andare di nuovo fuori tema). Essa si risolse grazie al gigantesca partecipazione americana allo sforzo bellico e successivamente alla ricostruzione (il Piano Marshall, che fu a mio avviso l’ultima grande prova di lungimiranza politica da parte degli Stati Uniti, ma anche questo è un discorso diverso). Pochi di noi sanno qualcosa della guerra nel Pacifico, come se la bomba atomica fosse spuntata dal nulla. Ed invece la seconda guerra mondiale iniziò in Asia, con l’attacco del Giappone alla Cina e con il tentativo del Giappone di acquisire il dominio di tutto il Pacifico. Gli Usa si trovarono  a dover combattere su entrambi i fronti ed alla fine ne uscirono vincitori.

Ovviamente ho semplificato molto, ma è così che iniziò l’Impero Americano e contemporaneamente scomparve il predominio della Gran Bretagna.

Da quel momento, a poco a poco l’asse dei commerci, degli interessi e della politica mondiale si spostò nel Pacifico. Si formarono l’Apec e l’Asean e la Cina emerse (suo malgrado e dal loro punto di vista troppo presto come vedremo in seguito) sulla scena economica e politica mondiale.

E l’Europa? L’Europa è purtroppo vittima della sua storia. Dopo la guerra essa si ritrovò in macerie su entrambi i fronti, lacerata al suo interno essendo al centro della Guerra Fredda fra l’America ed il blocco Sovietico. Essa seppe risorgere, grazie anche al Piano Marshall e i Grandi leaders europei di allora, all’insegna del “mai più guerre in Europa”, disegnarono un sogno, l’unico che avrebbe potuto portare la pace e dare di nuovo all’Europa una rilevanza politica: l’unità Europea.

Essa partì per gradi (i più anziani di noi ricordano la CECA, la conferenza di Messina etc.) ma il grande obiettivo era creare una vera federazione Europea, basata sulla comune storia e le radici culturali comuni. La nostra storia, senza andare ancora più indietro, partì dal mondo greco e poi da quello romano, passò dal Cristianesimo che determinò un “inprinting” culturale in tutti noi senza differenza fra atei, cristiani o agnostici, si permeò della filosofia di Sant’Agostino, di San Tommaso, e poi la Riforma e la Controriforma che anch’esse fanno parte della nostra cultura indipendentemente dalle nostre fedi religiose, e poi Cartesio, e l'Illuminismo, e la Rivoluzione Francese (e tante cose ho tralasciato), fino ad arrivare ad oggi.

Questi siamo noi! Questa è l’Europa!

Perché ho detto: l’Europa è vittima della sua storia? Perché tutti noi ci dimentichiamo di ciò che ci unisce, ed abbiamo in mente soltanto i nostri particolarismi, le nostre beghe, le nostre frontiere che spesso non sono neanche quelle nazionali ma quelle regionali. Non ci rendiamo conto che il mondo è diventato piccolo ed interconnesso e che le nazioni europee, prese singolarmente hanno una rilevanza quasi nulla nei rapporti internazionali, anche la Germania che, vista in Europa, sembra un gigante. Oggi non voglio sommergervi di dati e di numeri sul commercio internazionale, o sulle relazioni politiche e le problematiche militari; penso che un’altra cosa, una fotografia, possa dare l’idea di come sia cambiato il mondo. Vi ricordate che quando andavamo al liceo, sulle pareti delle aule c’erano sempre una carta d’Italia e un planisfero? In fig.1 potete vedere quel planisfero: l’Europa al centro in alto a dominare il mondo; sotto l’Africa, a sinistra le Americhe e a destra l’Asia sconfinata e misteriosa di cui a scuola non ci raccontavano niente. Il mondo era centrato sull’Europa e i suoi rapporti con le Americhe, terre di emigrazione e di sogno. Guardate in fig. 2 un planisfero oggi diffusissimo in Cina, e molto diffuso negli Stati Uniti, specie in California. Al centro, dominante,  c’è il “Pacific Rim”, I Paesi dell’Apec, l’area di maggior interesse politico ed economico. E l’Europa? In un angoletto in alto a sinistra!

E’ dunque morta la nostra Europa? No, ma certo non è in buona salute. Abbiamo un bagaglio di cultura e di civiltà che non ha uguali in tutto il mondo Occidentale, l’unione Europea è oggi più popolata degli Stati Uniti e, presa insieme, ha un peso notevole nel commercio internazionale. Purtroppo in politica non esistiamo e la strategia  americana del “pivot to Asia” non è nata in un attimo per le fantasticherie di Barack Obama ma si è sviluppata gradatamente a partire dalla presidenza Clinton.

Ecco il motivo del titolo di questa sezione del mio blog. Ma avremo tempo di discuterne se avrete voglia di seguirmi.