29. nov, 2021

L'incomprensibilà del mondo cinese

29 Novembre 2011

L’incomprensibilità del mondo cinese due secoli fa

 

Torno dopo qualche tempo a parlarvi del mondo cinese e di come sia molto difficile decifrarlo. Me ne da l’occasione “The last embassy. The Dutch mission of 1795 and the forgotten History of Western Encounters with China”, un libro di Tonio Andrade, professore di storia cinese alla Emory University (USA). Partiamo con l’imperatore Qianlong della dinastia Qing che nel 1793 concedette udienza a Lord Macartney, ambasciatore del re Giorgio III, nel Palazzo d’estate di Chéngdé in Hebei a circa 150 km da Pechino. Tale missione si concluse con un fiasco. Le richieste britanniche di miglioramenti delle relazioni commerciali furono respinte, l’Ambasciatore cacciato dalla Cina con un messaggio al re d’Inghilterra di duro rimprovero. Il motivo? Ufficialmente Macartney si era rifiutato di fare l’inchino rituale di fronte all’imperatore. Passarono gli anni, Qianlong abdicò per evitare di regnare più a lungo del grande nonno Kangxi. Nel 1816 un altro ambasciatore Lord Amherst rifiutò l’inchino e fu respinto senza incontrare l’imperatore. I tempi però stavano cambiando. Con la rivoluzione industriale l’Inghilterra diventava sempre più ricca e potente proprio quando la Cina precipitava nella crisi più profonda della sua lunghissima storia. A quel punto l’Inghilterra decise di ottenere con la forza ciò che non aveva ottenuto con i negoziati; mosse guerra alla Cina nel 1842 e poi di nuovo nel 1846, vinse, impose i “trattati ineguali”, e iniziò l’occupazione prima di Hong Kong e poi dell’intero Paese assieme a Francia, Germania, USA, Russia, Italia e Giappone. Tornando alla nostra storia, furono scritti molti libri sui fatti del 1793. Il protocollo cinese era estremamente rigido e dettagliato. In particolare prevedeva che la persona ammessa al cospetto dell’imperatore (cosa già di per se molto difficile) dovesse assoggettarsi alla cerimonia dell’Kou-Tou (battere la testa), un inchino molto formale in cui l’ospite si doveva inginocchiare  e piegare tre volte la fronte fino a terra. La versione ufficiale dice che l’ambasciatore avesse semplicemente piegato il ginocchio rifiutandosi di fare un atto di omaggio maggiore di ciò che faceva al suo sovrano. In seguito pare che avesse offerto di fare il Kou-Tou purché un dignitario del suo stesso grado avesse accettato di compiere il Kou-Tou al cospetto di un quadro di Giorgio III. Come siano andati realmente i fatti non è dato sapere. L’imperatore comunque ascoltò la proposta di Macartney di instaurare rapporti commerciali più favorevoli agli inglesi ma rifiutò in malo modo. 

In quel periodo anche gli Olandesi avevano proposto una visita all’imperatore, perché un alto dignitario cinese aveva fatto loro sapere che Qianlong avrebbe avuto piacere di ricevere ambascerie europee in occasione della celebrazione del 60mo anno di regno. La richiesta venne fatta ed accettata dall’imperatore purché l’incontro fosse avvenuto prima dello Spring Festival. Il tempo disponibile era poco e bisognava fare in fretta. Titsingh, l’ambasciatore, aveva studiato a fondo tutti i documenti relativi alla precedente ambasceria britannica e voleva evitare di commettere gli stessi errori. Conosceva la necessità del Kou-Tou ed era disposto ad accettarla senza contropartite di sorta. Dovette procurarsi i doni tradizionali in queste cerimonie comprandoli localmente con i fondi limitati a disposizione, come pure tutto l’abbigliamento cerimoniale necessario, perché non c’era tempo per farli arrivare dall’Europa. Titsingh sapeva anche che non avrebbe potuto compiere il viaggio risalendo tutta la Cina dal Sud (dove si trovava) navigando sui vari fiumi e poi sul Grand Canal, un canale artificiale lungo 1800 km che congiunge Pechino con la parte centrale della Cina: ci sarebbe voluto troppo tempo. L’unico “errore” fu quello di aver portato con sé come interprete un francese, Joseph de Guignes, invece dei tradizionali funzionari governativi cinesi che quindi non la presero bene.

Comunque il gruppo finalmente partì avventurandosi via terra con mezzi di fortuna, a piedi, a cavallo o su carrette disponibili. I diari scritti da alcuni membri del gruppo offrono una descrizione vivida del viaggio attraverso alcune delle province più povere della Cina, in pieno inverno e attraversando paesi in cui non si erano mai visti viaggiatori stranieri di quel rango. I portatori locali, mal pagati, spesso scomparivano. La sera, al termine della loro tappa, talvolta si dovettero adattare a dormire in capanne abbandonate prive di ogni confort e spesso anche di letti. Capitò addirittura che la notte di Natale i diplomatici si fossero addirittura trovati senza cena e senza vino per riscaldarsi. Il gruppo si rese conto che ciò era prova di una mancanza di attenzione da parte dei governatori locali e che invece i loro accompagnatori, i quali avevano portato con sé quanto necessario, non mancavano di niente. Una scortesia voluta quindi, e forse dovuta all’erronea scelta dell’interprete. Interessante la descrizione dei veicoli: “Erano carretti di campagna, quelli normalmente usati in Europa per trasportare cipolle al mercato: piccoli, con ruote di legno. Ognuno di essi aveva una copertura di stuoie, ma era aperto a ogni vento sulla parte anteriore.  Non c’erano sedili ma un semplice strato di paglia sparsa sul fondo. Come non confrontarli con le comode carrozze europee, munite di sedili confortevoli, finestrini di vetro e soprattutto sospensioni a molla per attutire gli scossoni.” Gli Olandesi pensavano che anche ciò fosse parte della rivalsa delle autorità, ma si sbagliavano; infatti si accorsero ben presto che non esistevano in quelle zone mezzi di locomozione più confortevoli, neanche quelli riservati ai dignitari di alto livello. Ciò li portò alla conclusione che sostanzialmente erano trattati allo stesso livello di come facevano con se stessi e questa considerazione divenne ben presto centrale nel loro atteggiamento positivo verso chi li ospitava e aveva organizzato il viaggio. Finalmente arrivarono a Pechino un giorno prima del previsto ed ebbero la brutta sorpresa di scoprire che i loro alloggi non erano ancora pronti. Dovettero passare un’ultima notte in pessime condizioni al di fuori delle mura della città prima di potersi finalmente sistemare in alloggi molto confortevoli riservati agli ospiti importanti, all’interno della città imperiale, molto vicini quindi ai confini della Città Proibita. Si resero anche conto che tutto ciò era a un livello più alto di quanto era stato riservato alla delegazione inglese due anni prima.

E finalmente cominciarono le riunioni. L’ambasciatore non mancò mai di prostrarsi secondo i dettami del Kou-Tou ogni volta che si trovò alla presenza dell’imperatore e ogni volta che un suo rappresentante gli portava un messaggio o un dono. Egli si prostrò anche di fronte al favorito dell’imperatore, il primo ministro Heshen, notoriamente corrotto. Una volta, durante una delle cerimonie, all’ambasciatore volò via il cappello e l’imperatore, abbandonando l’atteggiamento di assoluta impenetrabilità si abbandonò a una risata, segno che il ghiaccio si stava rompendo. Durante la loro permanenza gli Olandesi furono intrattenuti benissimo fra spettacoli e meravigliosi banchetti sia a Pechino che nel vicino Summer Palace che visitarono descrivendolo come “magnifico”. Non una parola di scuse per il duro viaggio, e un giudizio negativo per i doni portati dall’ambasciatore che furono giudicati molto inferiori in quantità e valore di quanto fatto dalla delegazione inglese come risulta da un memorandum emesso dal Gran Consiglio della corte.

L’imperatore in persona però apprezzò molto l’atteggiamento olandese e diede istruzioni perché essi fossero trattati benissimo nel loro viaggio di ritorno effettuato attraverso il Grand Canal e vari fiumi.  Essi furono anzi condotti a visitare molti luoghi che non erano stati mostrati al gruppo britannico. Il loro ritorno a Canton fu trionfale perché avevano ottenuto quanto si erano proposti, l’atteggiamento positivo dell’imperatore, e anche Changlin, il governatore locale che aveva organizzato il viaggio, fu soddisfatto. Gli inglesi ovviamente sostennero che, è vero, nel loro viaggio non avevano ottenuto alcun risultato ma almeno avevano salvato la loro dignità a differenza degli Olandesi che avevano persa anche quella senza alcun risultato.

La realtà invece era molto diversa. “E’ vero – sostiene Andrade – se ci limitiamo a valutare il successo in base ai risultati tangibili ottenuti dalle due missioni” ma la valutazione cinese fu ben diversa, infatti gli Inglesi furono percepiti una potenza aggressiva, a differenza degli Olandesi. Le richieste fatte da Macartney e il suo stesso rifiuto di adeguarsi ai protocolli imperiali furono considerati il segnale di un problema molto più grande: l’aggressività di un popolo Occidentale. Secondo Andrade ed altri Accademici il problema di Macartney fu l’incapacità di sintonizzarsi sullo stesso linguaggio della corte Qing. Per gli Europei, scopo dei contatti fra Paesi era (ed è) una comprensione reciproca attraverso scambi alla pari volti al raggiungimento di benefici concreti. I Qing  pensavano invece che la diplomazia non dovesse consistere solo in negoziati, ma il suo scopo era anzitutto ed soprattutto il tentativo di creare stabilità e armonia sulla Terra. Solo dopo si sarebbe potuto affrontare “fra amici che si capivano” i problemi economici.

La storia non diede però il tempo agli Olandesi di cogliere i frutti di questa strategia diversa. Infatti l’imperatore Qianlong abdicò nel 1795 e nello stesso anno Napoleone invase l’Olanda ed essa cessò di esistere mentre il principe di Orange scappava in Inghilterra nascosto in una barca di pescatori. Come ho detto, ci fu un’altra visita del nuovo ambasciatore inglese lord Amherst che rifiutò di inchinarsi e non fu neanche ammesso al cospetto dell’imperatore. Passarono gli anni, l’Inghilterra attaccò militarmente la Cina e con il trattato di Nanchino ottenne con la forza nel 1842 ciò che non aveva ottenuto con i negoziati. La storia dei rapporti fra l’Occidente e il mondo cinese era  cambiata per sempre.

Ovviamente su questa faccenda del Kou-Tou ci sono versioni diverse che vi risparmio. E’ però importante, a mio avviso, notare come esiste una continuità fra il pensiero cinese nel periodo imperiale e quello di oggi. Chiunque si sia trovato a negoziare con successo accordi con i Cinesi nei giorni nostri sa bene che essi sono lunghissimi, si disperdono spesso in mille rivoli apparentemente secondari o addirittura inutili. Cercare di forzarne i tempi porta al fallimento definitivo. Le settimane spese a parlare di argomenti assolutamente marginali servono ai cinesi per prendere tempo. E alla fine, ogni grande trattativa inizia con la frase “Le parti, in uno spirito di amicizia e collaborazione hanno concordato quanto segue….”. “Amicizia e collaborazione”, in Cina senza la convinzione di avere di fronte un interlocutore in cui si ha fiducia piena per il presente e il futuro non può esistere alcun accordo, e tale fiducia richiede molto tempo per crearsi e un attimo per essere distrutta per sempre. Io, negoziando con un americano o un europeo, non ho bisogno di conoscerlo, so che egli farà di tutto per ottenere il massimo possibile e scrivere un contratto che non consenta scappatoie che possano essere utilizzate contro i suoi interessi in un qualsiasi tribunale. E mi comporto allo stesso modo. In Cina, ma in tutto il mondo Orientale, è invece fondamentale conoscere la controparte, il singolo individuo, arrivare a una fiducia sostanzialmente assoluta prima di potere iniziare un negoziato serio, proficuo e duraturo. Del resto i nostri contratti includono sempre la frase “questo documento supera e rende nulli e inefficaci tutti gli accordi scritti o verbali precedenti”. I Cinesi sono obbligati ad accettare tale clausola, ma per loro è una violenza. “Come si fa infatti a ignorare – dicono – tutte le ore passate a sviscerare un argomento in tutti i suoi aspetti e pensare che esso possa essere condensato in uno scritto”. Lo accettano solo perché si fidano che la persona con cui hanno negoziato non li tradirà mai e sarà sempre disposto a testimoniare quali erano i veri termini dell’accordo raggiunto e trasferito in vari volumi di documenti. Ho un’infinità di prove di ciò che dico. Ve ne racconto solo una. Stavo negoziando un contratto a Taiwan e, dopo mesi di discussioni, eravamo arrivati a firmare un contratto. Esso passò in mano ad un project manager che ne curò l’ esecuzione. Passano i mesi, a un certo punto sorge un contenzioso, e i Cinesi, non gli italiani, chiamano me ad arbitro. I miei capi mi chiesero cosa ne pensassi ed io risposi “E’ vero che il contratto da ragione a noi, ma è  un errore rispetto a ciò che avevamo concordato. Io, come dipendente, se me lo chiedete posso non fornire alcuna testimonianza e sarà quel che sarà, ma certamente non dirò ciò che per me è sbagliato. Se volete, potete tranquillamente appellarvi al testo scritto, andare in arbitrato, e chiudere ogni rapporto futuro con quel Paese”. La mia azienda accettò la mia opinione. Ecco, questo è il mondo cinese, ma potrei citarvi situazioni simili in Vietnam, e anche parzialmente nella stessa Corea. Ci si può mai capire con delle lettere o videoconferenze? Ci si può mai capire senza un’infinità di cene con relativi brindisi in cui si parla di tutto tranne che del contratto per il quali si è arrivati fin lì. Non c’è più l’inchino, ma il protocollo stabilisce rigidamente le posizioni a tavola e la sequenza dei brindisi.

Il primo incontro diretto fra Cinesi e Americani nell’amministrazione Biden, fu ad Anchorage. Gli Americani non li invitarono neanche a cena. L’insuccesso era garantito e infatti finì con uno scambio di contumelie assolutamente irrituale. E non è certo giusto dire “Questo è il nostro modo di agire, si adeguino”: sarebbe l’ennesima forma di colonialismo perché noi, tutti noi, ci riteniamo il metro di misura del mondo e non accettiamo che possano esistere metri diversi. Rendiamoci conto però che, per la prima volta nella storia, ci troviamo di fronte a popoli che hanno storia, cultura, civiltà, modi di pensare e di agire assolutamente diversi dai nostri e che ognuno deve accettare l’altro, senza per altro cambiare i propri principi. Purtroppo accade molto spesso il contrario. E’ di questi giorni la notizia che Biden ha diramato gli inviti per il “summit per la democrazia”. Il presidente ha invitato i rappresentanti di 110 Paesi e in questa lista la Cina non è inclusa. Niente da dire, ognuno invita chi vuole, anche se stupisce l’invito a Pakistan, India e Iraq. Esiste però un fatto che denota ancora una volta l’incapacità americana di capire il mondo cinese: Biden ha invitato Taiwan. Qui il problema è molto più serio e l’ha capito perfettamente la Presidente di Taiwan che non parteciperà direttamente (anche se il summit si svolgerà a distanza in maniera virtuale), ma invierà una delegazione di livello più basso. Essa si rende conto perfettamente che Biden “sta giocando col fuoco” e cerca di minimizzare la reazione del potente vicino. A questo punto io mi chiedo, come si dice a Roma “Biden c’è, o ci fa?”. Pensa veramente che la Cina, tutta la Cina e non solamente il governo, accetterà a lungo queste provocazioni? Lo status quo regge da settant’anni ed entrambe le parti della contesa (e gli Usa non lo sono) si rendono conto che non esiste altra soluzione possibile. Perché allora continua con questa roulette russa? La Cina non è il Nicaragua, o il Cile, o qualsiasi altra delle repubbliche sud Americane in cui gli USA possono imporre il loro volere e la loro forza. E non è neppure l’Europa che si assoggetta docilmente al volere del fratello maggiore.  Non capisce che la Cina potrebbe alla fine reagire verso Taiwan in maniera militare? E in questo caso che fa? Scatena una nuova disastrosa guerra mondiale?  A ciò porta l’incapacità o la scarsa volontà di capire la controparte.