30. set, 2017

La Cina scomparsa I

                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                                    

 La Cina scomparsa I

Nel maggio scorso mia moglie ed io decidemmo di fare un viaggio in Cina.

“Ma come, ancora in Cina? Non ne avete abbastanza?” ci dissero alcuni amici a cui proponemmo di associarsi a noi. C’era un motivo: la Cina è diventata ormai da molti anni una meta primaria dei grandi flussi turistici internazionali, ma quale Cina? Molti di noi identificano erroneamente gli Stati uniti con New York e non c’è niente di più sbagliato: l’America, quella vera, non ha niente a che fare con New York, Boston, Filadelfia, come pure col cosmopolitismo di San Francisco. Essa invece si identifica con la sua “pancia”, la realtà agricola, o anche mineraria e “protoindistriale” dei suoi stati centrali dove i turisti raramente si avventurano. Allo stesso modo, noi non andavamo alla ricerca della Cina delle grandi megalopoli come Pechino, Shanghai o Chongqing, e neanche ci interessavano le città, tipica è Guilin, ormai sommerse da milioni di turisti. In entrambe queste realtà, infatti, anche se per motivi diversi è ormai difficile rintracciare le radici della millenaria civiltà cinese, quelle radici che Xi Jinping sta oggi cercando di rilanciare per ricostruire un’identità che rischia di perdersi definitivamente e che invece costituisce la più grande ricchezza del popolo cinese ( e lo stesso si può dire della nostra Europa).

Questo tentativo di “globalizzazione delle culture” che cerca di omologare tutto ad una presunta “civiltà americana” che, come ho detto prima, non ha niente a che vedere neanche con quella, ma invece è il tentativo di un “esperanto culturale” più o meno ispirato all’idea dominante di quello che potrebbe essere la California; questo tentativo, dicevo è assolutamente sbagliato a mio avviso, come ho cercato di dire in questo mio sito! Ogni popolo ha le sue radici, la sua cultura, e deve esserne fiero senza alcuna pretesa di assolutismo e di essere portatore del vero, del giusto e del bello.

Ma torniamo a noi. Cercavamo le tracce, se ancora ce n’erano, della Cina di una volta, sopravvissuta alle crisi degli ultimi 150 anni ed alla quale la rinascita cinese di Xi dovrebbe allacciarsi idealmente purificandola dalle inevitabili scorie del passato.

Era un’idea difficile da realizzare e partimmo con il mettere in fila una serie di luoghi, che avrebbero richiesto molti mesi di viaggio faticosissimo, irrealizzabili se non altro per ragioni anagrafiche. L’itinerario originale includeva provincie periferiche come lo Xinjiang o Jilin, alle prese con i problemi e difficoltà etniche e religiose. Includeva anche i grandi parchi naturali ancora poco conosciuti e le pochissime città rimaste più o meno intatte, sopravvivendo alla furia distruttiva degli ultimi 70 anni. Era anche nostra intenzione ripercorrere lo Yangtse, ma non su un battello turistico, bensì, ammesso che esistesse ancora, su uno di quei battelli antichi che trasportavano merci e passeggeri lungo le interminabili distese della Cina. Avevo fatto quella navigazione vari decenni fa ma ne conservo purtroppo solo il ricordo. Volevo infine rivedere dopo molti anni il Palace Museum a Taipei (Taiwan) che vi ho già citato in passato perché è senza dubbio il più bel museo di arte cinese del mondo.

Era decisamente troppo ed andammo via via accorciando la lista fino a dimensioni “umane”. Ci rivolgemmo poi a varie agenzie di viaggi cinesi per avere un supporto e per circa un terzo del viaggio lo trovammo. In alcuni posti però in sostanza si rifiutarono di portarci e questo aumentò il nostro interesse. Era molto difficile andarci completamente da soli e risolvemmo la situazione chiedendo a una nostra amica di accompagnarci per quella parte del viaggio, ovviamente a nostre spese.

 

Siamo appena tornati dal viaggio che, per darvi un’idea, ha incluso nove tragitti aerei, quattro in treno e un paio in macchina. E’ stata un’esperienza entusiasmante e vorrei darvi un’idea parziale di alcuni luoghi ancora “a caldo” quando le emozioni vissute sono ancora nei nostri occhi.

In questa nota voglio parlarvi di Langzhong.

C’è un antefatto. Quando chiesi all’agenzia di viaggio di portarmi a Langzhong, mi fu risposto “ Vuoi dire Lanzhou?” “Assolutamente no, per quale motivo dovrei voler andare a Lanzhou?” Alla fine il massimo che ottenni, dopo una notevole insistenza, fu la promessa di organizzarmi il trasporto e niente di più. Chiesi un suggerimento a vari amici cinesi, ma neanche loro conoscevano quel posto. Alla fine ci andammo, come ho detto, assieme ad una nostra giovane amica.

Come al solito ho girato un documentario ma so già che sarà pronto fra almeno sei mesi ed invece volevo darvi delle impressioni immediate. Ho quindi montato rapidamente le fotografie fatte da mia moglie e ve le allego (vedi link https://www.dropbox.com/s/115nsdsdthkzgnx/Langzhong.wmv?dl=0 )  così come sono state scattate senza alcun ritocco. Mi interessa solo trasmettervi una sensazione e spero di riuscirci.

 

In Cina esistono solo quattro città rimaste abbastanza intatte come furono costruite molti secoli fa. Esse sono: Lijiang, nello Yunnan, Shexian nell’Anhui, Pingyao nello Shangxi, e Langzhong, nel Sichuan. Visitarle tutte era impossibile e così decidemmo di andare a Pingyao, la più celebre da un punto di vista turistico e Langzhong, all’opposto, del tutto sconosciuta.

La storia di Langzhong si perde nella legenda ed è uno dei posti dove si dice che Hua Xu, la madre di Fu Xi, il mitico fondatore della Cina, soggiornò durante la gravidanza. Ma, a parte questo, la storia di L. risale a 2300 anni fa ed ha la città sempre avuto un ruolo di primo piano nello sviluppo della cultura cinese.

Circondata su tre lati dal fiume Jialing e chiusa sul quarto dalle verdi montagne dello Jinping, la sua urbanistica e i suoi edifici furono realizzati secondo i più stretti dettami del Fengshui, l’antichissima teoria che armonizza gli esseri umani e l’ambiente circostante che si influenzano uno con l’altro. Ciò attirò fin dall’antichità le principali famiglie di commercianti e intellettuali. Ancora oggi il Fengshui, fortemente “scoraggiato” dal governo centrale come una forma di superstizione, è qui tenuto in grande considerazione: ci sono centri che ne studiano e sviluppano le teorie ed anche un interessante museo. Si dice che proprio a questa completa armonia sia dovuto il carattere amichevole dei suoi abitanti e la pacifica convivenza di Islamici, Confuciani, Buddisti, Taoisti e Cristiani che professano liberamente i loro culti. Fu anche un centro famoso per gli studi astronomici e durante la dinastia Han (206 AC – 9 DC) Luoxia Hong vi stabilì il calendario lunare, in uso ancora oggi. Proprio per questo nel 2010 la “ Chinese folk Literature and art Society” proclamò L. “Culla dello Spring Festival (il Capodanno cinese)”. Nel VII secolo DC ( dinastia Tang), due famosi studiosi di geomanzia Yuan Tiangang e Li Chufeng soggiornarono nella città e scrissero un libro di poemi e disegni che predicevano il futuro della Cina. Durante il periodo dei “tre regni combattenti” (III secolo) il generale Zhang Fei governò la regione, amato dal popolo, ed ancora oggi esiste un tempio in suo onore. La cosa però che rende famosa L. è il Gong Yuan che per più di mille anni fu il posto dove si tenevano gli “esami imperiali” a livello regionale. Da lì uscivano, dopo esami durissimi, i “mandarini” destinati al governo della Cina. Essi furono aboliti nel 1909, poco prima della caduta dell’impero. Oggi sono rimasti solo due edifici in Cina a simboleggiare l’antica cultura e questo è il più grande ed il meglio conservato. Le materie d’esame erano sostanzialmente letteratura, filosofia e in generale tutte le forme di arte e cultura diremmo noi umanistica perché si riteneva che questi studi rendessero degni e capaci di governare il gigantesco impero. Gli esami duravano vari giorni in cui i candidati vivevano in un loro loculo dal quale non potevano uscire. I Ioro elaborati, una volta scritti, venivano copiati da appositi scrivani per evitare che la calligrafia potesse renderli riconoscibili agli esaminatori. Questo manoscritto veniva infine controllato con l’originale per verificare errori di copiatura e finalmente passato alla commissione giudicatrice. Si ricordano (e sono esposti) vari “trucchi” adottati dagli studenti per portare all’interno della loro stanzetta degli elaborati (i foglietti nascosti nella biancheria tipici degli esami della mia generazione) ed i colpevoli, se scoperti, venivano incatenati, esposti alla gogna, e banditi per sempre da ulteriori esami. Il vincitore invece, rivestito degli abiti tipici lussuosi, tornava al suo paese d’origine in portantina accompagnato da un lungo corteo. Il loro nome era inciso su monumenti sparsi per ogni dove e passava alla storia. Ancora oggi si vedono a L. le targhe apposte sulle case dove vissero due di essi. Ho parlato di “studenti” ma non voglio essere frainteso: non mi riferisco ad adolescenti o comunque a persone in giovane età; a questi esami ci si preparava per tutta la vita e si tentavano varie volte, per lo più senza successo. Uno dei due vincitori di L. fu proclamato all’età di 67 anni! Ottenne il titolo e passò alla storia, ma era ormai troppo vecchio per assumere l’incarico.

 

Ciò che rende però unica Langzhong è il fatto che essa passò indenne, per tutta la sua storia, dalle varie convulsioni e rivolgimenti della storia cinese, incluso la grande riforma della proprietà privata fatta da Mao Tse Dong e la rivoluzione culturale. La conseguenza è sorprendente e può spiegare perché L. esista ancora, sostanzialmente intatta: i discendenti degli antichi clan che abitavano quegli edifici sono ancora oggi i proprietari ed abitanti di molte della case esistenti. La mancanza di turisti ha anche bloccato “ gli appetiti” della speculazione edilizia che oggi ha distrutto molte delle città cinesi.

Si può incontrare ancora (ma io non l’ho visto) un anziano signore, residente a L., felice di mostrare un quadro su seta raffigurante un suo antenato appena proclamato “mandarino”.

La cosa più affascinante è perdersi senza meta nelle varie strade e stradine dalla prima mattina, quando la città si sveglia, fino a sera inoltrata, quando i negozi chiudono il loro ingresso mediante grandi pannelli incastrati uno accanto all’altro come nelle antiche “tabernae” di epoca romana.

Mia moglie ed io cominciammo ad incamminarci per le stradine della città la mattina prima delle otto. Poche persone erano per strada, i piccoli negozi erano ancora chiusi ed il silenzio era interrotto solo dai rumori provenienti dalle botteghe dove alcune persone erano sedute su piccoli sgabelli, chini sulle loro ciotole a consumare la prima colazione. L’odore del brodo fumante si mescolava a quello della terra bagnata su cui erano piantati gli alberi. L’aria era pulita perché in tutta la città era vietato l’ingresso ai veicoli mossi da combustibili fossili e solo motociclette e piccoli veicoli (entrambi elettrici) si muovevano silenziosamente. Ci avvicinammo a una delle due torri che sovrastavano i tetti delle case e ci arrampicammo per le ripidissime scale di legno fino ad arrivare in cima. Il panorama era mozzafiato, sembrava di essere piombati nel Medioevo! I tipici tetti cinesi, ormai scomparsi, si succedevano uno all’altro, intervallati dai cortili intorno ai quali si affacciavano le finestre, e da cui si scorgeva il verde degli alberi. Le strade, strette e parzialmente coperte dai tetti sporgenti, cominciavano a popolarsi per lo più di persone anziane che passeggiavano appoggiate ai loro bastoni di legno. Sullo sfondo il fiume e , al di là di esso, le colline su cui si scorgevano appena gli antichi templi. Tornati giù a malincuore, trovammo le strade affollate per lo più da persone locali che compravano le cose necessarie alla vita di tutti i giorni e alcuni turisti, esclusivamente cinesi. Non c’era un solo straniero e noi eravamo guardati con curiosità. Mi fermavo ad osservare i passanti con cui purtroppo potevo dialogare solo con i gesti ed i sorrisi. Erano cordialissimi ed accettavano di buon grado di essere fotografati. Facemmo le visite di rito e quando arrivammo al Gong Hua non potemmo fare a meno di immaginare le migliaia di persone che dedicarono la loro vita allo studio, nellla speranza, improbabile, di essere un giorno il “juren”, il candidato che ha passato gli esami, sale sulla portantina rossa, vestito dell’uniforme dei funzionari imperiali e saluta la folla ai lati della strada mostrando il grande fiore di seta rossa sul petto.

Si era fatto tardi e decidemmo di andare in una bottega per fare un rilassante massaggio ai piedi. Semisdraiati sulle comode poltrone, ponemmo i piedi e le gambe fino ai polpacci in un mastello pieno di un liquido caldo….. acqua e aceto, che è il prodotto locale per eccellenza e lo si vede scorrere da piccole fontane all’ingresso di molti negozi. La stanchezza, il caldo e il massaggio fecero il loro effetto e mi addormentai per un’oretta.

Fui svegliato bruscamente da mia moglie e dalla nostra amica perché erano quasi le due e dovevamo sbrigarci se volevamo mangiare qualcosa. Ma le sorprese non erano finite. La nostra giovane amica confabulò un po’ con una delle massaggiatrici e ci guidò con qualche incertezza fino a una porta. Potete immaginare la nostra sorpresa quando scoprimmo di essere …. In una libreria. Grandi scaffali pieni di libri e riviste (rigorosamente in cinese) erano intervallati da divani contrapposti con in mezzo un tavolo. Era tardi e l’ambiente era ormai deserto ma con grande gentilezza ci servirono un pranzo squisito, a cui seguì una meravigliosa “pennichella”, un rito che accomuna gli italiani ed i cinesi.

Nel pomeriggio visitammo le colline circostanti, dove c’era un tempio taoista, deserto, ed un edificio dove erano conservate delle antiche stele di pietra scura su cui erano incisi bambù o figure animali o anche semplicemente ideogrammi cinesi di foggia molto antica. Soprattutto però c’era una meravigliosa vista della città antica, circondata dal fiume su tre lati e sullo sfondo, prima delle montagne, la città moderna, separata, quasi rispettosa delle antiche vestigia.

Tornammo in città e prendemmo una tazza di tea in uno degli antichi cortili. Intorno a noi, su piccoli tavolini di legno, gruppi di cinesi giocavano a “majong”, l’antico gioco che qui era ancora molto diffuso.

Si era fatta sera, migliaia di lampioncini prevalentemente rossi incorniciavano i negozi, i piccoli ristoranti, e gli antichi edifici. La città era animata di gente di tutte le età, sedute a mangiare o semplicemente a prendere il fresco davanti alle porte. A costo di perdere la cena, salimmo ancora una volta sulla torre e ci si aprì uno scenario del tutto diverso ma altrettanto affascinante di quello visto la mattina. I tetti, le strade, le lanterne rosse, ci riportavano di nuovo magicamente ad un medioevo diverso dal nostro ma che creava le stesse emozioni. Tornammo giù a malincuore e trovammo un ristorante ancora disponibile a servirci qualcosa, e avemmo l’ultima sorpresa. La nostra amica ordinò da mangiare e da bere e ci fu servito l’aceto! “Ma come si fa a bere l’aceto? ” chiesi stupito, “proviamolo, qui lo bevono tutti”. Lo assaggiai in punta di labbra, molto diffidente. Era in realtà una specie di sidro leggero, aromatico e rinfrescante. Lo bevemmo con piacere.

Tornammo in albergo e ci precipitammo a letto in un sonno ristoratore pieno di sogni confusi in cui la Cina antica e quella moderna si mescolavano e sovrapponevano l’una all’altra in un meraviglioso caleidoscopio.

 

A breve vi racconterò la vista a Ping Yao, altrettanto emozionante anche se in maniera molto diversa.