5. gen, 2017

Questo terreno è maledetto

Questo terreno è maledetto!

Tempo addietro scrissi “del mondo di là” e della religiosità in Indocina. In quell’occasione dissi che forse, in futuro, avrei parlato di un episodio che mi ha sfiorato direttamente, mi ha colpito profondamente ed a cui ritorno periodicamente col pensiero senza trovare una spiegazione o una qualunque soluzione che mi soddisfi. Successe qualche anno fa e mi colpì così profondamente che scrissi delle note a caldo, in aeroporto, un paio di giorni dopo; non lo avevo mai fatto prima, ma quella volta non volevo semplicemente fidarmi della mia memoria. Vi copio qui fedelmente le note, un po’ disordinate, come le scrissi al momento, sperando di trasferirvi, almeno in parte, l’atmosfera in cui esse si svolsero. So che sarà difficile perché io stesso provo sensazioni diverse se rileggo i miei appunti nella mia casa a Roma, nel mio studio e fra i miei libri, o ad Hanoi sul divano della mia stanza d’albergo in cui vado per altro da quasi trent’anni.

 Ecco i miei appunti

 Sono all’aeroporto di Hanoi in attesa di un volo per Hong Kong sempre più in ritardo, sperando poi di riuscire a prendere la coincidenza per Roma.

Sono qui da qualche giorno ed ho incontrato i soliti amici fra cui, ovviamente Hong e la figlia Nhung (il padre è fuori per lavoro). Hong ci è ricascata di nuovo: si è fatta intrappolare dalla mafia locale che la ha convinta ancora a giocare in borsa soldi che non ha più, prestandoglieli ad interessi altissimi, convinti che prima o poi la famiglia pagherà.

Quando tutto ciò (come accade sempre nel mondo degli strozzini) è diventato incontrollabile, Hong ha dovuto confessare tutto alla famiglia che non l’ha più perdonata: è stata rinchiusa in casa sotto sorveglianza ancora più stretta di prima, senza telefono né cellulare per evitare ogni contatto con l’esterno. In più il marito la copre di contumelie dalla mattina alla sera. “Del resto – mi diceva tempo addietro Hong- mio marito non ha sposato me, ma la posizione politica e sociale della mia famiglia. Ora non gli servo più!”.

Una decina di giorni fa Nhung, disperata, mi raccontò tutta la storia per telefono, trovandosi in mezzo fra padre e madre e non sapendo che fare. Mi disse che il padre non aveva alcuna intenzione di pagare anche se gli strozzini minacciavano di morte un familiare (sua madre, o la sua bambina?). Mi chiese, per favore di andare ad Hanoi ad aiutarli. Io le dissi che sua madre, in preda ormai ad una grave depressione cronica, ad ogni momento di debolezza ci ricascava. Era successo una prima volta alla morte della madre ed ora la storia si era ripetuta, in occasione della partenza per l’estero del figlio adorato. “Se avesse avuto un tumore – le dissi-  tutti si sarebbero presi cura di lei, ma la depressione e le sue conseguenze non sono considerate una malattia. Tua madre ha speso la sua vita, ed i suoi soldi, per aiutare tutti quelli che avevano bisogno, parenti e amici. Quando morì sua madre, nessuno si rese conto dello stato in cui era precipitata, nessuno la aiutò in alcun modo e queste sono le conseguenze. Ora dobbiamo aiutarla a guarire, e non è certo con l’isolamento che si potrà ottenere qualcosa”. Le promisi che entro qualche giorno sarei tornato in Vietnam.

Dissi anche a Nhung che volevo incontrare Hong da sola per capire, ed aiutare tutta la loro famiglia per quanto fosse in mio potere.

La mattina alle sette Hong venne in albergo. Mi colpì immediatamente il fatto che per la prima volta in vent’anni avevo di fronte non una signora  elegante e curatissima fin nei minimi dettagli, ma una donna con i vestiti di casa e gli infradito ai piedi. Abbiamo fatto colazione, poi ci siamo seduti in un angolo appartato della lounge. “Che hai fatto?” ho chiesto dopo un attimo di silenzio. E Hong “ Lo sai, te lo ha già detto Nhung, ma non succederà più: ho la mente chiara e sgombra”

Io “Lo avevi detto anche l’altra volta, ma ci sei cascata di nuovo. So che non hai colpa, che non sei tu. Ti conosco da più di vent’anni quando eri una giovanissima madre che si occupava dei figli con amore infinito. Ma si tratta di somme grosse, che faresti se fossi tu al posto dei tuoi?”

Hong ha poggiato la testa sulla mia spalla e ha cominciato a piangere, piano, con qualche singhiozzo che cercava di trattenere. Siamo rimasti così per quasi mezz’ora. In questi casi sono convinto che piangere, riuscire a piangere, sia la migliore medicina: libera il cuore e la mente, piuttosto che tenere tutto dentro. Si sentiva compresa, ma come potevo aiutarla senza far richiudere quella porta che si era appena socchiusa? Le dissi finalmente “ Hong, capisco la tua depressione perché so direttamente cosa sia”. Le aprii me stesso, le raccontai i miei problemi (chi non ne ha?) e il senso di inutilità che talvolta mi assaliva nell’impossibilità di trovare una soluzione che spesso non esisteva o non dipendeva da me. Silenzio. Le dissi che chiunque, in certi momenti della vita ha bisogno di aiuto, talvolta un aiuto silenzioso, uno specchio silente a cui parlare, parlando in realtà a se stesso per aiutarsi a trovare una soluzione e finalmente la pace. Silenzio. Giocai disperatamente l’ultima carta che avevo, conoscendo la sua religiosità. “Perché non vai al tempio e trovi lì qualcuno con cui parlare, con cui aprirti: un monaco per esempio”. Hong a quel punto alzò la testa, e mi fissò negli occhi “Ma io ce l’ho – mi disse- per questo ti ho detto che ora mi sento serena e forte e non mi accadrà più." Poi si mise accanto a me e mi raccontò una storia tipicamente orientale di cui capii ( o volli capire) poco, e concluse dicendo che la mattina, ogni mattina, spendeva più di un’ora a pregare nella cappelletta di famiglia, su all’ultimo piano di casa sua, a leggere libri buddisti e ascoltare specie di salmi in un DVD. Una volta che si fu calmata, prendemmo un taxi ed andammo assieme al tempio buddista dove ero stato con lei tante volte e dove avevo trovato spesso la mia pace e la mia serenità, appoggiato al mio solito albero di fronte al lago. Mai la vidi così assorta e ispirata come quella volta: in ginocchio con la fronte a terra e le mani giunte, ignara e inconsapevole del tempo che passava. Pranzammo rapidamente e poi lei tornò a casa ed io in albergo.

La sera vidi Nhung, la figlia, quando uscì dall’ufficio. Aveva fretta perché doveva andare a prendere sua figlia all’asilo ma mi feci spiegare meglio la storia della “guarigione” di Hong. La pregai poi di dire a sua madre che la aspettavo di nuovo l’indomani a colazione. Quella notte dormii molto poco. Ero abituato al mondo vietnamita ( o credevo di esserlo) ma quello che mi era stato raccontato cozzava in maniera troppo violenta con la mia cultura, la mia storia, il mio tutto. Volevo, dovevo capire, ma non volevo in alcun modo distruggere quell’equilibrio che apparentemente si era creato, sperando che durasse.

L’indomani, in maniera molto piana e serena, dopo colazione, nel solito angolo della lounge, chiesi a Hong di raccontarmi tutto di nuovo. Ecco il racconto.

Erano a casa loro. Nella grande sala a piano terra il marito, la figlia (Nhung) e il genero erano riuniti per discutere la situazione. Hong aspettava al piano di sopra che la chiamassero per comunicarle le decisioni.

Arrivato il momento, Nhung va su e vede la madre che ride sgangheratamente e al suo arrivo, le dice con voce che non è la sua “ Questa casa la darete a me, non vi resterà niente”. Nhung, sconcertata e spaventata, riesce a calmarla a fatica e la porta giù, depressa e in lacrime. Il marito le dice “Siediti lì” e lei “Io resto qui, questa sarà casa mia”. La storia va avanti così, con Hong completamente sdoppiata e alternativamente depressa e lacrimante, e poi sprezzante e minacciosa. Nessuno sapeva cosa fare, fino a che il genero, di famiglia religiosissima, convince tutti a pregare e meditare. A poco a poco la tranquillità ritorna a casa.

L’indomani, su richiesta della famiglia, viene a casa una persona, noi diremmo un’esorcista, che, appena arrivata, si mette a dialogare in cinese, con un cinese che vedeva distintamente nei lineamenti e nella testa di Hong. Il cinese le rispondeva in cinese attraverso la bocca di Hong. Tanto per chiarirci, Hong non ha mai conosciuto la lingua cinese, come nessuno nella sua famiglia. Alla fine del colloquio “l’esorcista” dichiarò che questo cinese,proprietario del terreno secoli fa, nei momenti di debolezza di Hong riusciva ad inserirsi nella sua mente e governare le sue azioni fino costringere la famiglia ad indebitarsi talmente da dover abbandonare la casa, vendendola per pagare i debiti. Quella casa infatti era stata costruita su un terreno maledetto, senza fare alcuno dei riti preliminari di purificazione.

Mi disse Hong che questa storia del terreno maledetto era già venuta fuori quando decisero di comprare il terreno per costruire la nuova casa e per questo lo pagarono pochissimo.

Ora il Cinese è stato cacciato fuori dalla mente di Hong, lei si sta dedicando al buddismo, accetta e subisce le intemperanze del marito che da parte sua deve affrontare una situazione debitoria ingente perché ha raggiunto un accordo con i “cravattari” come si dice a Roma, ma deve pagare puntualmente e rapidamente le rate del debito. L’unica cosa che ha ottenuto è il blocco di ulteriori interessi purché paghi puntualmente. Non c’è modo di adire le vie legali, a rischio di reazioni violente sulle persone.

Questa la storia, così come la ho annotata all’aeroporto qualche giorno dopo averla vissuta.

 

Ora è passato qualche anno. Hong, assieme ai consuoceri, ogni primo e quindici del mese del calendario lunare visita “santuari” famosi del suo Paese dove si ferma a pregare. Non è più ricaduta in alcuna “tentazione” e vive con i pochissimi spiccioli che il marito le da. A casa le cose vanno male perché il marito non riesce a mettersi tutta la storia dietro le spalle e la ricopre di contumelie ad ogni occasione, costringendola a vivere come una delle cameriere che facevano arrivare dalla campagna negli anni felici per tenere in ordine la casa.

Una famiglia distrutta quindi, ed una vita infelice per tutti, che onestamente non si meritavano. Solo nelle occasioni pubbliche recitano “il teatrino” della famiglia unita e felice, ma non con me che sono considerato parte della famiglia e parlo con tutti, separatamente uno dall’altro, cercando di convincerli almeno a ritornare a trattarsi in maniera civile.

 

Lascio a voi ogni considerazione. Io ne rimasi sconvolto allora e tuttora non riesco ad analizzare la situazione. Ovviamente si tratta di una famiglia e di persone a cui sono stato e sono molto vicino, sia i genitori che i figli che conosco da bambini. Ricordo ancora le mail disperate che mi scriveva Nhung chiedendomi cosa fare e come comportarsi. Ovviamente anche per me la cosa non si è chiusa in maniera indolore da un punto di vista economico ma non è questo il punto.

Scartando l'idea che sia tutto un trucco (conosco Hong troppo bene), anche in Italia esistono fenomeni analoghi. Noi, sulla base della nostra cultura. consideriamo queste persone psicolabili e li mandiamo dallo psichiatra. La Chiesa cattolica, in alcuni casi, li considera indemoniati e li fa trattare dagli esorcisti, dei sacerdoti specializzati nel combattere con il demonio che si impadronisce degli individui. Il più celebre di questi esorcisti è morto recentemente a Roma. Tutte le volte che noi (o almeno io) ho letto sui giornali notizie di questo genere, le ho scorse velocemente ( e talvolta neanche questo) e non ci ho riflettuto neanche un momento. “ Si tratta di poveri malati –mi sono detto- è materia degli psichiatri”. Poi, un giorno, mi sono trovato per caso di fronte ad una situazione di questo genere, in una famiglia che mi era, e mi è, molto vicina, in cui una povera giovane donna, che io vedo ancora come una ragazzina, si è trovata a fronteggiare un problema decisamente più grande di lei e mi ha chiesto aiuto. Non ho potuto voltare le spalle.

Per di più questo è avvenuto in Oriente, in Indocina, una parte del mondo dove la contiguità fra “il mondo di qua” e “il mondo di là” è assoluta e palpabile in ogni momento della giornata. Vi avevo già parlato di questo argomento e vi avevo detto che, forse, in futuro, vi avrei raccontato un episodio che mi aveva coinvolto direttamente: eccolo!

Cosa devo pensare? Non lo so. La mia cultura, la mia storia, il mio modo di ragionare, la mia vita stessa mi dicono che si tratta di buffonate prive di ogni fondamento logico, filosofico e scientifico. Ma, ripeto, quando ti ci trovi dentro, e specialmente in quel contesto, tutte le tue certezze vacillano. E allora ti viene in mente che le religioni, tutte le religioni, parlano di episodi del genere; che anche a Roma, una delle culle della civiltà e della filosofia occidentali, esiste un esorcista riconosciuto dal vescovo di Roma (che incidentalmente è il Papa). Tutte panzane? Qui a Roma non esito a dire di si. “Ci deve essere –mi dico- una spiegazione scientifica- io non la conosco, forse nessuno ancora la conosce, ma essa esiste e verrà scoperta”

Ma quando sono in Oriente, in quel clima di misticismo spinto all’estremo, la mia mente non può non chiedersi “Ma chi mi dimostra che, al di là di questo mondo e di questa logica, non esista niente, che non esista un mondo di là” E fino a qui, se vogliamo è la parte facile. Ammettiamo infatti, tutte le religioni anche se in modi differenti lo ammettono, che esista un mondo “di là”. Come possiamo evitare però il passo successivo, e cioè che il mondo “di qua”  e il mondo “di là” interagiscano continuamente e profondamente anche nella vita di tutti i giorni? Ecco quindi che di passo in passo si arriva a un punto in cui la mia mente si rifiuta di andare avanti, di accettare un’ipotesi del genere. Essa è assurda per definizione, è un assioma o se preferite un tabù. Ma a questo punto crolla il principio della razionalità che cerca di dimostrare ogni cosa, almeno in maniera logica e rifiuta in maniera aprioristica ciò che non riesce a dimostrare.

Questo vuol dire “Oriente”, un mondo di cui riconosci la grande cultura anche se profondamente diversa dalla tua, ma ti pone dilemmi enormi e talvolta mette in crisi le fondamenta più profonde della tua cultura.

Non voglio tediarvi ma invitarvi ad una riflessione