Carlo Urbani

6. set, 2017

Carlo Urbani

Nel mio girovagare per il mondo, due Paesi mi sono rimasti nel cuore e fanno parte della mia vita: la Cina e il Vietnam. Strano a dirsi, in entrambi questi Paesi sono arrivato per caso e all’inizio ero convinto che la mia visita sarebbe durata molto poco. Mi interessava il Vietnam perché il direttore dell’ufficio ICE di Bangkok dove stavo lavorando attivamente in quel periodo me ne parlò così tanto da incuriosirmi.  E fu così che realizzai con successo alcuni impianti che furono alla base del processo di modernizzazione del sistema industriale del Paese al punto che il Presidente della Repubblica mi conferì la più alta decorazione attribuibile a stranieri. Mi ero integrato bene, avevo ed ho lì dei carissimi amici e ci ritorno spesso con piacere. Una cosa però mi piace raccontarvi. Una sera stavo partecipando ad una cena ufficiale presenziata dal mio capo e dal presidente della Petrovietnam (l’ente petrolifero di Stato). Quest’ultimo a un certo punto disse al mio Presidente “Mi spieghi perché Nino sta avendo un così grande successo nel mio Paese e sul suo biglietto da visita c’è scritto CEO Africa?” Ed il mio capo “very simple, Africa is for business while Vietnam is for love” (semplicissimo, l’Africa è il suo lavoro mentre del Vietnam si è innamorato)

Era proprio vero! Sentivo un affetto così profondo verso quel popolo che aveva tanto sofferto anche a causa di noi Occidentali che volevo sinceramente contribuire alla sua crescita sia da un punto di vista professionale che, per quanto potevo, anche da un punto di vista strettamente personale.

A questo proposito vorrei raccontarvi qualcuno degli innumerevoli episodi che ancora ricordo oltre a quelli di cui vi ho fatto cenno in una delle mie prime note di questa sezione. Stavamo studiando assieme al nostro cliente la possibilità di realizzare un grande (per l’epoca) impianto di fertilizzanti simile a quello che stavamo finendo di costruire a Phu My. Il problema era che Phu My si trovava in una zona abbastanza industrializzata a circa tre ore da Saigon e abbastanza accessibile ; Ca Mau, l’altra località, era sulla punta estrema del delta del Mekong, a dodici ore di macchina da Saigon, con l’ulteriore necessità di attraversare su minuscole chiatte i due bracci principali del Delta; ma non è questo il punto. Il problema era che la popolazione viveva tutta su palafitte fatiscenti all’interno di un vero labirinto di canali che si intersecano uno con l’altro.  La loro giornata trascorreva nell’acqua: i bimbi giocavano, le mamme lavavano i panni, i papà pescavano su minuscole piroghe e tutti si lavano e facevano i loro bisogni nell’acqua. Non avevo mai visto una situazione così tragica, tranne forse a Calcutta, ma qui eravamo su una scala molto più grande. Solo molti anni dopo vidi nel delta del fiume Niger qualcosa di simile.

Per circa un anno andai in quel posto almeno una volta al mese ed ogni volta vedevo qualcosa che mi impressionava

-          Innanzitutto gli occhi luminosi dei bambini e il loro sorriso; giocavano felici in quella miseria come tutti i bambini del mondo ma non avevano alcuna colpa per meritarla. Qualche decennio dopo mi capitò di visitare un villaggio rurale in Birmania. Anche lì erano molto poveri ma in una situazione molto più decorosa; quando arrivammo, stavano giocando con una palla di stracci come tutti i bambini. Al nostro arrivo si fermarono e ci guardarono: penso che non avessero mai visto in precedenza degli europei. Sopraggiunse la maestra e immediatamente si allinearono in fila. Demmo alla maestra qualche scatola di matite e dei righelli come regalo per quei bimbi e la maestra li chiamò uno ad uno per consegnare a chi una matita e a chi un righello. Era commovente vedere la felicità per quel piccolo dono: lo baciavano e se lo stringevano al petto. Per loro era una cosa molto preziosa! Ma torniamo a noi.

-          Anche gli adulti erano sorridenti e la cosa mi stupì molto. Chiesi all’interprete “Ma come fanno ad essere felici in tanta miseria? E ricevetti una lezione dettata da una saggezza atavica: “Non molti anni fa qui abbiamo vissuto gli orrori della guerra. Non te ne parlo perché inorridisco solo a pensare a quali atrocità possa arrivare la ferocia umana. Ti basti sapere che non abbiamo più lacrime nei nostri occhi. Oggi tutti vivono in pace, ogni giorno si rendono conto di quanto stiano meglio dei loro genitori e sono convinti che i loro figli non vivranno in quella miseria, ma avranno una casa e un lavoro.” In quell’occasione imparai una lezione che non ho più dimenticato: la vera felicità non consiste nel benessere ma nella speranza che il futuro riserverà qualcosa di meglio, per sé e per i propri figli. Ancora oggi, alla luce di quell’esperienza, mi spiego il disorientamento e l’infelicità profonda dei nostri figli, qui, nella ricca Europa, dove apparentemente non manca loro niente. E invece manca una cosa importante, la speranza! Sono la prima generazione in oltre un secolo a vivere peggio dei loro genitori, e non sono in grado di vedere niente di buono nel loro futuro. Dobbiamo molto riflettere su questo aspetto della nostra vita.

-          Una volta vidi però una cosa forse prevedibile,  ma una cosa è esserne consapevole in linea teorica, ed un’altra vederla con i propri occhi. Il mio interprete cercava una piccola piroga per andare a comprare non ricordo cosa in un canale: ne vedemmo una vicino a una palafitta,  ci fermammo e scese dalla macchina per cercare di essere trasportato. Lo seguii e mi affacciai a quella baracca.  C’era una nidiata di bambini che giocavano ed in fondo una giovane donna con un bimbo in braccio che ansimava vistosamente; istintivamente mi avvicinai e gli toccai la fronte: scottava, doveva avere la febbre altissima. La madre mi sorrise mestamente. Corsi in macchina, presi dalla mia valigia una scatola di antibiotico, e la diedi all’interprete dicendogli di dare le istruzioni per l’uso alla mamma, se non fosse riuscita a mettersi in contatto un medico. A parte questo, vidi alcuni bambini che avevano la pancia molto gonfia,  ma sembrava che stessero bene.

-          Qualche tempo dopo ero a cena in residenza dell’ambasciatore italiano; eravamo poche persone e si chiacchierava amichevolmente. Fra i  commensali c’era il dott. Carlo Urbani, che conobbi in quell’occasione . Simpatizzammo subito e, finita la cena, ci sedemmo in un salottino per chiacchierare fra noi. Il dott. Urbani era il responsabile in Indocina dell’organizzazione mondiale della sanità ma, come capii in seguito, non era un burocrate, bensì un medico vero, che amava stare in prima linea e occuparsi dei malati . Gli parlai del mio lavoro e gli chiesi qualche informazione sui bambini che avevano la pancia così gonfia. Mi spiegò che nel delta del Mekong, come in tutti i delta dei grandi fiumi nei Paesi in via di sviluppo, le famiglie vivevano sostanzialmente nell’acqua: abitavano su palafitte ma il grande fiume era il posto per lavarsi, fare i propri bisogni, lavare i panni, procurarsi il cibo, giocare etc. In quella situazione era facile diventare preda di un parassita che, in mancanza di cure e perseverando in quella vita, li avrebbe probabilmente portati alla tomba per le conseguenze di una malattia chiamata schistosomiasi. Mi spiegò anche che, per strapparli al loro destino, sarebbero stati necessari un’educazione igienica, delle latrine e dei medicinali. Il costo di questi ultimi era inferiore a cinquanta centesimi d dollaro per anno. L’economia del Vietnam e l’aiuto della comunità internazionale non erano capaci di affrontare questa spesa!

-          Lo invitai a cena qualche mese dopo e parlammo di nuovo di quella malattia che studiava da anni, da cui erano affetti molti milioni di persone nel mondo e faceva parte di quelle che lui chiamava le “malattie dimenticate”. “eppure -diceva- ci vorrebbe così poco per estirparle o quanto meno controllarle”! Durante la sua appassionata illustrazione mi spiego il suo piano.    

  • ● Bisognava costruire un  minimo di servizi  igienici nelle scuole,
  • ● Era necessario istruire le maestre sulle cause di questa malattia e su come una prevenzione     efficace potesse essere fatta,
  • ● Si sarebbero dovute preparare tante cartelline, una per ogni bambino, e dentro ciascuna di esse bisognava porre un album da colorare con l’illustrazione e i disegni di ciò che la maestra avrebbe spiegato circa i principi igienici,
  • ● Una scatola di matite colorate.
  • ● Le medicine appropriate  che ovviamente sarebbero state gestite dalle maestre.

 

Alla fine della  cena Carlo Urbani mi propose che, se avessimo acquisito il contratto per la realizzazione dell’impianto, la mia società, avrebbe finanziato un progetto pilota per la provincia di Ca Mau. Mi disse la sua stima del  costo del progetto per tre anni e mi propose di parlarne entrambi con le autorità di governo.

Il suo entusiasmo e la sua passione erano coinvolgenti ed il budget,  se confermato dalle nostre stime, era ragionevole. Inoltre la realizzazione del progetto avrebbe sicuramente consolidato la nostra posizione in Vietnam. Gli promisi che ne avrei parlato con i membri del comitato esecutivo.

Però,  come si dice da noi “ non era destino”!

Infatti, non molto tempo dopo, all’inizio del 2003, scoppiò in Vietnam un’epidemia di una polmonite “atipica”, riottosa ad occhi cura, che cominciò a mietere molte vittime. Il dot. Urbani indossò immediatamente il camice del medico di frontiera, si precipitò nell’ospedale che era stato completamente isolato e fu uno dei primi al mondo, se non il primo, a scoprire e annunziare alla comunità internazionale il virus della Sars. Attuò tutte le misure volte a curare gli ammalati e a contenere il contagio, che furono molto efficaci. Inevitabilmente fu contagiato e visse la malattia con la consapevolezza che solo un medico può avere. Fu trasferito all’ospedale di Bangkok e, quando i medici gli dissero che la febbre si era abbassata e si intravedeva uno spiraglio di guarigione non si fece illusioni, sentiva dentro di se che era arrivato alla fine. Aveva detto “ Il lavoro mi coinvolge, ma sento la vita scorrermi addosso e non so se potrò realizzare tutto. Ringrazio Dio per quanto mi ha dato”. Morì il 29 marzo 2003. Dopo la sua morte, i familiari e gli amici hanno creato un’associazione, l’AICU, di cui la moglie di Carlo Urbani è presidente. L’associazione ha il compito di continuare il cammino che Carlo aveva intrapreso. L’obiettivo primario è di preparare il personale medico e paramedico, prevalentemente persone che siano originarie dei luoghi dove si opera, attraverso corsi di specializzazione. Da parte mia, dopo la morte del dottor Urbani presi contatto con la moglie, le chiesi il nome del suo successore per cercare di riallacciare le fila del progetto a cui mi sentivo legato, ma il momento magico era finito e non se ne fece più niente.

La memoria di Carlo Urbani resterà per sempre nella mia mente e nel mio cuore, esempio fulgido della capacità di trascinamento di un’idea veramente sentita e di dedizione fino alle estreme conseguenze.

Invito tutti a leggere il suo libro “Le malattie dimenticate” e ad approfondire su internet la vita di quest’uomo eccezionale e le problematiche  dei Paesi in via di sviluppo che molti di noi tendono a dimenticare, o forse voltano la testa per non vedere. 

6. set, 2017
6. set, 2017
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