La Cina scomparsa II

14. ott, 2017

La Cina scomparsa II

 

Come avevo promesso, vi racconto la seconda visita del lungo viaggio in Cina mio e di mia moglie. Si tratta di una parte poco nota dello Shianxi. Anche in questo caso si tratta di posti che, per motivi vari, sono stati risparmiati dalle distruzioni del ventesimo secolo e dalla sconsiderata “modernizzazione” degli ultimi trent’anni.

Nel nostro viaggio, dopo Langzhong (vedi la mia ultima nota) andammo a Xi’An. Non la vedevo da più di trent’anni e allora gli scavi erano cominciati da poco. Ci interessava visitarla di nuovo e con l’occasione abbiamo visto il quartiere mussulmano e altri posti interessanti. Non ve ne parlo perché Xi’An è notissima e molti di voi penso che la conoscano. Da lì, in treno, ci siamo diretti nello Shianxi e precisamente nella zona di Pingyao che, per darvi un’idea, dista circa 700 chilometri da Pechino. In particolare vi parlerò della “casa” della famiglia Wang, del castello/villaggio di Zhangbi e della città di Pingyao.

Il viaggio in treno è sempre più interessante di quello in aereo perché permette di farsi un’idea non soltanto delle città ma anche delle zone rurali o industriali e farsi un’idea di come la Cina stia cambiando rapidamente. Con mia moglie viaggiammo per la prima volta in treno nel dicembre 1980 da Shanghai ad Hangzhou  e fu un’esperienza indimenticabile. Anche in quel caso eravamo da soli, ma alla stazione di partenza non saremmo stati capaci di districarci se non ci avesse accompagnato un interprete che ci aiutò nelle formalità di ingresso e ci fece accompagnare fino alla nostra vettura su un carrello a forche che si era procurato. Ci muovemmo in mezzo a una folla immensa e vociante con valige, sacchi e pacchi di varie dimensioni che si scostava premurosamente per lasciarci passare. Il viaggio fu interessantissimo. Avevamo uno scompartimento tutto per noi e mi ricordo che sul tavolino fra i sedili era poggiata una piantina profumata. Lasciammo Pechino e ci inoltrammo nella campagna. Lo scenario era completamente diverso e la povertà era palpabile. Le solite interminabili file di carri e qualche camion (per la verità più che a Pechino) si potevano scorgere dai finestrini. Una cosa in particolare ci colpì: una fila ininterrotta (per più di un chilometro) di soldati che, uno accanto all’altro e muniti di pala e piccone, scavavano disciplinatamente. Che cosa stavano facendo? Ero curiosissimo ma non c’era verso di comunicare.  Mesi dopo chiesi a un mio amico il quale, con naturalezza, mi disse, “probabilmente scavano un canale”.

Ebbi un’esperienza analoga venti anni dopo in Vietnam, a Ca Mau, sulla punta estrema del delta del Mekong,  quando, per spiegare la difficoltà di realizzare in quel luogo un importante stabilimento industriale dissi “ Prima di poterlo realizzare bisognerebbe preparare il terreno e quindi portare almeno 10 milioni di metri cubi di sabbia.” “Il Mekong ne ha in abbondanza” fu la risposta. Ed io “ Ma ci vorrebbero almeno 500 chiatte e inoltre bisognerebbe scavare un canale”. Un rapido conciliabolo e la risposta fu lapidaria e definitiva “questo è affar nostro”. Passammo ad altro. Quattro o cinque mesi dopo mi invitarono a tornare sul sito dell’impianto. Restai di sasso: il canale era pronto e affollato di chiatte!

 

Ma questi erano altri viaggi; torniamo a noi e a questo viaggio.

Era un treno ad alta velocità. Poco prima del suo arrivo alla stazione di Xi’an i passeggeri si allinearono ordinatamente sulla banchina in corrispondenza delle rispettive vetture. C’erano anche alcune coppie di Occidentali fra cui una di Italiani. Ci imbarcammo e il treno partì silenziosamente. La campagna, lievemente ondulata, scorreva veloce e di tanto in tanto si vedevano dei piccoli paesi e strade su cui correvano automobili e camion. A differenza del nostro primo viaggio di cui vi ho parlato pocanzi, le case erano abbastanza nuove e decorose e le macchine moderne. Il treno era troppo veloce per distinguere le persone fino a quando si fermo a Taiyuan, la capitale della provincia dello Shianxi. Una gran folla attendeva di imbarcarsi e parecchi sbarcarono dal treno. Li osservai: noi eravamo in prima classe ma anche i passeggeri degli altri vagoni erano vestiti decorosamente. Il treno partì di nuovo e si ritornò al paesaggio precedente. Nei sedili dietro ai nostri c’erano due bambini fra i sette e i dieci anni. Familiarizzammo e cominciai a chiacchierare con la madre: andava a trovare i genitori e il terzo figlio era rimasto con il padre a Taiyuan. Alla faccia della politica del figlio unico! Ma nella capitale probabilmente se lo potevano permettere. Poco dopo altri bimbi si avvicinarono vedendo che i primi due giocavano e ridevano con uno straniero. Presto quella parte del vagone divenne una specie di giardino d’infanzia. Ripeto, non c’è niente di meglio di un treno per farsi un’idea della realtà sia all’interno che all’esterno di esso; qui la politica non può nascondere più di tanto. Io non ero sorpreso perché avevo fatto un’esperienza analoga da pochi mesi, ma mia moglie che aveva ancora il ricordo di quasi quarant’anni prima scoprì un mondo tutto diverso.

Andiamo alle nostre visite.

La guida, che ci aspettava alla stazione e parlava un buon inglese (a Xi’An avevamo una ragazza che parlava un ottimo italiano) ci condusse alla macchina e ci muovemmo direttamente a visitare la “Wang family residence” la casa del clan Wang.

Il cognome Wang è molto diffuso in Cina e vi anticipo che i discendenti di questa famiglia sparsi per il mondo e che sono riusciti a rintracciarsi fra loro si incontrano periodicamente proprio qui. La cosa non sorprende più di tanto: il mondo cinese vive di relazioni e contatti continui.

Si hanno tracce di questa famiglia a partire dal 1313  (dai registri dell’Hukou) ma una genealogia completa è stata ricostruita solo a partire dal sedicesimo secolo. Durante la dinastia Yuan, per intenderci il periodo dell’imperatore mongolo  Kublai Kan di cui parla Marco Polo, la famiglia Wang si trasferì in questa zona. Era una famiglia di agricoltori che presto si industriò a preparare e vendere “Tofu”. Probabilmente molti di voi hanno assaggiato o almeno sentito parlare del tofu o bean curd; esso in Italia è spesso chiamato “formaggio di soia” ed è diffusissimo in tutta la Cina anche se preparato e poi cucinato in maniera molto diversa nelle varie province.

Gli affari della famiglia Wang andarono bene, la loro reputazione crebbe e diventarono ricchi e potenti. Il periodo di massima prosperità fu per loro durante la dinastia Ming e all’inizio della dinastia Qing, per poi cominciare a declinare. La costruzione cominciò intorno al 1580  e il complesso fu ampliato e abbellito fra il 1750  e l’inizio del diciannovesimo secolo. Vi anticipo per capire di cosa parliamo che al suo culmine la “casa” ospitava oltre mille membri della famiglia e duemila servitori su un’area di 250.000 metri quadri!

Il suo aspetto finale è dovuto ai due fratelli Wang nati rispettivamente nel 1744 e 1766 e morti entrambi nel 1834. La famiglia era a quel punto notissima e rispettata, ed entrambi erano stati educati essenzialmente nelle arti liberali  secondo gli antichi principi di Confucio( letteratura, filosofia, calligrafia  etc.) Essi erano entrambi alti funzionari dell’impero e sono tuttora considerati grandi interpreti della cultura Qing.

Questa “casa” è considerata il massimo esempio dell’architettura residenziale cinese tradizionale e la realizzazione pratica di tutta la cultura e la civiltà cinese basata sugli insegnamenti di Confucio e i principi del Fengshui.

Prima di descrivervi brevemente la “casa” è interessante qualche notizia della sua storia recente. Come ho detto la famiglia decadde definitivamente (e così la casa) all’inizio del ventesimo secolo, più o meno allo stesso tempo della caduta dell’impero. Una civiltà e una cultura di 5000 anni stava definitivamente morendo. Negli anni cinquanta del secolo scorso il partito comunista vi stabilì una “comune” di contadini; era infatti simbolicamente importante “ dare in uso al popolo la residenza più importante e grandiosa dell’antico capitalismo”. I nuovi abitanti, intimoriti e intimamente rispettosi dei luoghi, non si abbandonarono a distruzioni e saccheggi tipici di tutte le rivoluzioni; in quel mondo isolato erano infatti ancora troppo impregnati della cultura atavica e forse anche impauriti dagli “spiriti degli antenati” che si aggiravano in quei luoghi. Non la distrussero ma ovviamente non la preservarono e gradualmente la casa cominciò a degradarsi. Il pericolo maggiore ci fu però durante la rivoluzione culturale quando una moltitudine di giovani invasati, manovrati da poteri più o meno occulti in lotta fra loro come sempre accade nelle varie “primavere” del mondo, si lanciarono in una distruzione sistematica di tutto e di tutti: i figli denunziavano i padri, gli studenti i loro professori e tutti distruggevano ciò che restava della storia e della cultura, libri, monumenti, palazzi storici, templi.

Perché la Wang’s residence si salvò?

I contadini, proprio quei contadini di cui vi ho parlato, coprirono le meravigliose sculture con cumuli d’immondizia e intonacarono i meravigliosi intagli che coprivano le finestre con impasti di fango su cui dipingevano slogan di Mao. Mentre oggi i giovani si fanno fotografare di fronte ai monumenti restaurati, i più anziani ricordano i loro sforzi per salvarli dalla distruzione, anche se ne parlano molto raramente come di tutto ciò che riguarda la rivoluzione culturale, il periodo più oscuro della loro storia.

Io ricordo che negli anni settanta e all’inizio degli anni ottanta, ancora noi in Italia non capivamo niente di ciò che stava succedendo e talvolta guardavamo con simpatia qualche giovane che (molto compromesso) era riuscito a scappare in Europa, spesso con l’aiuto delle rappresentanze diplomatiche europee. Come al solito però la ragione e il torto non stanno mai solo da una sola parte. Quei giovani che distrussero persone e cose spesso credevano in buona fede di creare un mondo più giusto: i veri responsabili erano, dietro le quinte. Questa volta però non tutti la fecero franca.

Non dimentichiamo il passato e cerchiamo di imparare qualcosa ma guardiamo al futuro e continuiamo la visita.

Nella casa si fondono i rigidi e austeri concetti dell’architettura del nord della Cina con le eleganti e delicate strutture tipiche del sud.  Essa si estende su una serie di colline con le montagne alle spalle e fronteggiando un fiume che scorre a valle. Si tratta in sostanza di una serie di cortili, circondati da edifici a due piani di legno e pietra; ogni gruppo di essi è circondato da muri secondo i dettami dell’urbanistica tradizionale cinese. I vari gruppi erano collegati da strade longitudinali e trasversali. Negli anni ottanta del secolo scorso una parte di Pechino era costruita ancora in questo modo ma oggi non resta niente. Il numero cinque è ricorrente in tutta la disposizione architettonica; cinque, infatti, sono gli animali fortunati della cultura cinese; dragone, fenice, tartaruga, unicorno e tigre; 5 sono gli elementi del taoismo: terra, fuoco, acqua, legno e metallo.  Delle oltre 8000 stanze originali ne restano visibili solo circa mille ma sono più che sufficienti. In sostanza restano il “Giardino Est, Gaoija Ya”, il “Giardino Ovest, Hongmen Bao” e il “”Chongning Bao”. Nel Giardino Ovest le strade si intersecano in maniera tale da riprodurre l’ideogramma del nome Wang: una linea verticale intersecata da tre linee orizzontali.

Non voglio tediarvi ulteriormente con la descrizione del complesso, un vero e proprio labirinto di giardini e cortili circondati da edifici, il tutto circondato, specie nel giardino est, da altri cortili, altre strade e altri giardini.

Come a Langzhong dopo una rapida introduzione della nostra guida (che ovviamente non ci parlò della storia moderna del complesso) ci abbandonammo ad andare a zonzo senza meta per i vari cortili cercando di ricreare l’atmosfera di quel mondo scomparso dove almeno quattro generazioni vivevano insieme nel rispetto delle regole confuciane che ne stabilivano i rapporti reciproci e dove mogli e concubine vivevano a loro volta in un’unica area anch’esse secondo regole rigide in cui esisteva la moglie n numero uno, quella numero 2 etc. Ovviamente non tutto era idilliaco in questi rapporti e trame di tutti i tipi  in cui alleanze e guerre nascoste si facevano e disfacevano per acquisire o mantenere un certo livello.

In questo confronto continuo fra ciò che vedevamo e ciò che creavamo con la nostra immaginazione ci aiutò moltissimo il fatto che prima di partire avevamo visto il film “Lanterne Rosse” girato in un complesso analogo a circa un’ora di distanza da quello che stavamo visitando. Se vi interessa potete facilmente trovare il DVD e rivivere un pezzo di Cina tradizionale, ovviamente romanzata per esigenze di spettacolo.

Camminavamo  lentamente nella parte “di rappresentanza” con mobili imponenti e varie opere d’arte. Tornammo  poi nelle piccole strade i cui muri laterali erano spesso rivestiti di bassorilievi con scene della vita dell’epoca o semplicemente con disegni allegorici. Dagli appartamenti dei membri importanti della famiglia si passava ai cortili circondati sui quattro lati da edifici a due piani di pietra e legno, con le finestre sempre coperte (come a Langzhong) da strutture di legno intagliate che ne schermavano i vetri. A piano terra vivevano i maschi della famiglia mentre a primo piano le donne (si diventava donna presto, a circa tredici anni). Su un lato del cortile c’era la scuola, dove precettori privati educavano severamente i maschi della famiglia alla lettura, alla scrittura e alle arti. Era emozionante vedere il tavolo del maestro e di fronte ad esso i banchetti e i piccoli tavoli degli studenti. Solo qualcuno di essi era originale ma anche le copie erano fatte bene in modo da creare anch’esse l’atmosfera dell’epoca. Le bambine e le ragazze studiavano in ambienti separati la lettura, la scrittura, il ricamo e più in generale le arti femminili in preparazione della loro vita matrimoniale che sarebbe cominciata intorno a 16-17 anni in seguito a un accordo “conveniente” fra le famiglie dei futuri. C’erano poi le sale da pranzo, in comune, e le cucine. La servitù viveva da un’altra parte, pronta a seguire i desiderata delle padrone a cui esse erano dedicate.

Come non “vedere” le giornate in cui le mogli e le concubine spendevano il loro tempo nella musica, ricamando o facendosi visita fra loro e la sera quando le strade e i cortili si illuminavano di lanterne colorate mentre le donne si ritiravano nelle proprie stanze facendosi belle e aspettando la visita del marito.

In tutto ciò eravamo facilitati dal fatto che i turisti non erano molti e gli stranieri pochissimi.

Come per Langzhong ho rapidamente raccolto le foto di mia moglie e li potete vedere collegandovi al link “     https://www.dropbox.com/s/w3rpjp8wu4newo2/Ping%20Yao.wmv?dl=0

 dove potete avere un’idea anche di Zhangbi  e Pingyao.

 

Era ora di andare perché si era fatto tardi e dovevamo ancora visitare Zhangbi.

 

Il villaggio – castello di Zhangbi

Non si può dire che questo posto sia “bello” da un punto di vista architettonico o artistico, ma certamente è interessante e vale la pena vederlo. In questo posto, a parte i pochi abitanti seduti all’esterno delle loro case, non c’era assolutamente nessuno. Si tratta di un piccolo borgo (circonferenza poco più di mille metri) isolato e fortificato, posto sul cocuzzolo di una montagna a mille metri di altezza. Esso fu costruito nel 600 D.C. e la struttura principale è perfettamente conservata. E’ costruito con strade a forma di “T” senza nessun incrocio a croce; le strade secondarie (3 da una parte e 4 dall’altra ) sono sfalsate fra loro e cieche, e tutti gli incroci sono a T. L’intero villaggio è costruito secondo i dettami del Fengshui  e le regole della geomanzia

La cosa più interessante del luogo sono i tunnel sotterranei che costituivano il sistema di ultima difesa per le popolazioni locali.  Il sistema è costruito su tre livelli, il primo a circa un metro di profondità, mentre gli altri sono molto più profondi, rispettivamente a circa 10 e 20 metri sotto la superficie. Al loro interno si trova di tutto: grotte, forni, depositi di cibo, posti ove poter dormire etc. Senza una guida è impossibile entrare; si tratta, infatti, di un vero labirinto fatto di passaggi che s’incrociano l’uno con l’altro, di collegamenti fra i vari livelli con gallerie cieche e continui sali-scendi. Per di più le indicazioni sono saltuarie e rigorosamente in Cinese. A questo sistema si accedeva da punti nascosti nelle varie case e si usciva molto lontano e più in basso del villaggio. In Asia, per quanto mi ricordi, ho visto qualcosa di analogo solamente a Cu Chi in Vietnam. Anche lì erano molto estesi, anch’essi su tre livelli e furono usati prima dai Viet Minh contro i Francesi e poi dai Viet Cong contro gli Americani.

Un’altra cosa interessante è costituita dai numerosissimi templi (mi hanno detto 16) con culti di tutte le religioni. Si tratta di strutture molto semplici ma ne abbiamo visitati solo due ed erano entrambi aperti al culto.

La cosa più bella era però come al solito camminare senza meta e farsi impregnare, sommergere dalle emozioni che ogni luogo antico è magicamente capace di trasmetterti. Camminavamo fra case visibilmente molto povere, abitate da persone anziane (non abbiamo visto un solo bambino) che sembrava non avessero il senso del tempo e la fretta perenne, tipica dei nostri giorni. Essi probabilmente avevano passato tutta la vita in quel borgo non allontanandosi da esso per più di qualche chilometro e, mi auguro, al riparo da televisione e internet. Il giorno che ne fossero invasi, infatti, probabilmente non sarebbero capaci di restare in quel loro mondo uguale a quello dei loro padri, nonni, bisnonni, e così via sempre più indietro nel tempo.

Il tempo è tiranno. Ci rimettemmo in macchina con destinazione Pingyao.

Il paesaggio era tutto diverso dalle campagne che vedevamo dal treno. Ci trovavamo in uno dei più importanti distretti carboniferi della Cina…….. e si vedeva!

Il suolo era nerastro, sulla strada c’erano colonne interminabili di camion, molti dei quali scoperti, che trasportavano carbone. Ai lati della strada invece le centrali elettriche (a carbone) e gli impianti chimici (anch’essi a carbone come si vedeva dalle enormi “colline nere” e dai nastri trasportatori che partivano da esse) si susseguivano una all’altra. Si trattava per lo più di impianti notevolmente vecchi e mal tenuti. Non vorrei vorrei il livello di inquinamento della zona in cui eravamo.

Finalmente, stanchissimi, arrivammo a Pingyao, e ci dirigemmo nella città antica. Anch’essa era chiusa al traffico (come Langzhong) e dovemmo trascinare le valige fino all’ingresso. Questa volta l’albergo era un antico edificio appartenuto alla “Jing’s family” . Dopo ciò che vi ho detto in queste note non ho bisogno di raccontarvi ancora che era un susseguirsi continuo di edifici a un piano posti attorno a piccoli cortili illuminati da lanterne. Credetemi, era un vero labirinto, dove continuammo a perderci ogni volta che entravamo e uscivamo dalla nostra stanza. Attraversando uno dei cortili ci sentimmo dire “Buona sera”. Stupito, mi voltai per vedere la persona che mi aveva salutato e scorsi un signore di una età presumibile fra sessanta e settant’anni che leggeva un giornale seduto su una poltrona alla luce fioca delle lanterne e delle finestre della sua stanza. Davanti a se, su un tavolinetto, un bicchiere di birra. Ci mettemmo a chiacchierare. Era un signore belga che, con la moglie, stava facendo il suo primo viaggio in Cina. Strano a dirsi per un turista al suo primo viaggio in questo Paese, invece di limitarsi alle grandi metropoli dove l’identità cinese è pressoché scomparsa, aveva incluso Pingyao nel suo itinerario. Aveva previsto di trattenersi solo due giorni ma, felicissimo della sua scoperta di una Cina autentica, aveva deciso di fermarsi una settimana, noleggiare due biciclette e gironzolare senza meta con la moglie per “respirare l’aria della Cina classica”. Ci salutammo e andammo finalmente a dormire.

A differenza di Langzhong e forse grazie all’afflusso di turisti (non tutto il male viene per nuocere) la nostra stanza era confortevole e ampia pur mantenendo nella struttura e nell’arredo una sua identità assolutamente cinese classica; non c’era televisione in camera per non disturbare il silenzio ed essa era visibile solo nell’ampia biblioteca al primo piano del tradizionale corpo di rappresentanza nella parte anteriore del complesso. Insomma soggiornavamo in una casa cinese dell’epoca Ming!

L’indomani pioveva, una pioggia fine ma ininterrotta che però non dava un grande fastidio a causa della temperatura mite e della mancanza di vento. Muniti di ombrelli forniti dall’albergo, ci inoltrammo nelle stradine affollate di persone locali e di tanti turisti prevalentemente cinesi ma con un buon numero di stranieri. Anche qui niente autovetture e ciò ci permetteva di fermarci a guardare le varie bottegucce ormai aperte. Eravamo però diretti alla parte “formale” della nostra visita. Pingyao, fondata nel quattordicesimo secolo era prosperata senza interruzione fino all’inizio del ventesimo e mostrava ancora oggi le tracce di una città “viva” e delle sue modifiche in sei secoli di storia. “Essa riflette perfettamente lo sviluppo dello stile architettonico e dell’urbanistica delle città Han (di etnia cinese) per più di cinque secoli” dichiarò l’Unesco nel nominarla “Patrimonio universale dell’umanità”.

La nostra visita cominciò dalle antiche mura che ancora oggi cingono la città con i loro bastioni, le grandi torri agli angoli, il fossato intorno e le porte di accesso. Queste ultime, caso strano, sono sei invece delle tradizionali quattro e per questo Pingyao fu paragonata a una tartaruga (simbolo di longevità) con le quattro zampe, la testa e la coda. Salimmo sul ciglio a circa dieci metri di altezza e facemmo un giro per una parte del circuito. Da lì si poteva ammirare all’interno la città antica con i suoi tradizionali tetti grigi che si susseguivano gli uni agli altri e le viuzze all’interno brulicanti di persone. All’esterno invece si scorgevano il fossato e la parte moderna con i giardini curatissimi.

Tornammo giù a malincuore e ci avviammo a visitare la banca Rishengchang , la più antica banca cinese, fondata nel 1823 durante la dinastia Qing. In quel periodo la valuta cinese era la moneta d’argento e ciò creava notevoli problemi di trasporto e di sicurezza durante i lunghi viaggi attraverso la Cina. Fu creata quindi una rudimentale forma di credito ed entrarono in uso dei documenti (una via di mezzo fra le cambiali e le lettere di credito) per cui il contante depositato presso una filiale era incassabile in un’altra. Nel periodo del suo massimo fulgore la banca arrivò ad avere trentacinque filiali sparse in tutta la Cina. Questa banca creò prosperità sicuramente a Pingyao ma contribuì anche allo sviluppo dell’economia in tutta la Cina. La banca chiuse per fallimento nel 1931 in un contesto politico e sociale molto diverso da quello in cui era nata. All’interno, a parte la pletora di turisti che si spingevano uno con l’altro,  si poteva vedere uno squarcio del passato: gli ambienti arredati con i mobili di allora, il tesoro depositato in una profonda buca blindata e nascosta, antichi documenti etc. La cosa più interessante era che i dipendenti vivevano nell’edificio della banca in cui mangiavano e dormivano. Potevano uscire da esso solo ogni tre mesi per qualche giorno di riposo!

 

Non voglio dilungarmi troppo. Visitammo altri templi ma, come al solito, ci aggirammo senza meta per strade e stradine cercando di rivedere con la mente i luoghi e i suoni di qualche secolo fa con i passanti che vociavano e i notabili, preceduti e seguiti da servitori, che correvano sui loro risciò. In questa città trovammo molti rigattieri (formalmente antiquari) che, richiamati dai turisti, vendevano anticaglie di ogni tipo. Ero da qualche tempo alla ricerca di un antico abaco di quelli usati ovunque (anche nelle banche) e diffusissimi fino a una ventina di anni fa. Lo avevo trovato a Chendu ma mi chiedevano 7000 Yuan, (1000 €) uno sproposito anche per iniziare una trattativa. Qui ne trovai svariati palesemente finti, se non altro per le dimensioni. Mia moglie però fu più fortunata e ne trovò uno, buttato sotto altre cianfrusaglie. Me lo fece vedere: era originale, anche se aveva bisogno di un minimo di restauro negli angoli! Mimai prima una discussione con mia moglie per dare l’impressione di disinteresse, fino a destare l’attenzione del rigattiere che ancora stava insistendo per vendermi, a caro prezzo, quello finto e sembrava sorpreso che avessi fra le mani quell’altro oggetto. A gesti gli feci capire (parlava solo cinese) che il suo preferito era decisamente troppo caro ma ero disponibile a prendere quello malandato se mi avesse fatto un ottimo prezzo. Non sapeva cosa chiedere, e alla fine dichiarò che il prezzo era 1500 Yuan. Lo posai senza parlare e cominciò la trattativa. Alla fine dopo lunghi piagnistei, sorrisi e gesti di disperazione da parte sua, presi una bella scatola di raso capace di contenerlo perfettamente e ve lo posi all’interno. Presi anche 600 Yuan, li misi nel palmo della mano e strinsi la sua sorridendo. Me ne chiese altri cento, gliene diedi cinquanta e l’affare fu concluso con un abbraccio. Avevamo entrambi fatto un affare: lui guadagnando soldi inaspettati per quell’oggetto ed io, portandomi a casa a poco prezzo un oggetto per il quale mi avevano chiesto dieci volte di più.

Continuammo il nostro giro e la sera ritornammo sulle mura da cui si vedeva uno spettacolo fantastico della città illuminata dalle tradizionali lanterne e dei passanti che ancora gironzolavano fra ristoranti e bottegucce. Forse era lo spettacolo più bello di Pingyao, dove il turismo aveva portato prosperità ma anche spazzatura anche se solo nei vicoli più nascosti.

Ritornammo in albergo e, perdutici di nuovo involontariamente nel labirinto dei piccoli cortili, ripiombammo immediatamente nella Cina di “Lanterne rosse”. Finalmente ritrovammo la nostra stanza e andammo a dormire.

L’indomani avevamo settecento chilometri di treno da fare per andare a Pechino, dove ci aspettavano per una cena formale in cui si smettevano le magliette e i jeans e si tornava alla giacca e alla cravatta.

 

14. ott, 2017
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